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mercoledì 1 maggio 2024

“Unisono” di Andrea Fatale

Siamo noi a scegliere i libri o sono loro che scelgono noi? Risposta che sembrerebbe scontata, ma non lo è più quando ci accorgiamo che un volume, che era lì ad aspettarci da mesi, capita improvvisamente tra le nostre mani al momento giusto.

Andrea Fatale probabilmente direbbe che nulla accade per caso perché, anche se non ne siamo consapevoli, per ognuno di noi il destino è già stato scritto. Attenzione, questo non significa che bisogna rinunciare a vivere, ma semplicemente che bisogna assecondare il flusso della vita senza opporvisi.

In particolare egli pone l’accento sul fatto che oggi, nella società moderna, manchi del tutto la capacità di avvertire quella dimensione “sacra” dell’esistenza umana che va oltre la realtà ordinaria ed è afferrabile solo attraverso l’intelletto.

Il suo intento con questo libro è quello quindi di aiutarci a comprendere come l’attuazione di una rivoluzione interiore sia per noi l’unica via percorribile per far fronte alla dissennata epoca in cui viviamo. 

Per quanto noi ci si sforzi, infatti, di spiegare l’universo attraverso la logica e la scienza, non possiamo continuare ad ignorare che quanto intuiamo sia in realtà solo una piccolissima parte di un qualcosa di infinitamente più grande, impossibile da comprendere nella sua vastità.

Il saggio attinge alla sapienza dei Misteri, prende in esame ogni tipo di filosofia e religione, orientale e occidentale, dalle origini fino ad oggi, senza tralasciare di esaminare persino la meccanica quantistica. Riesce così a dimostrare come tutti quanti questi dogmi, dottrine e discipline, seppur così differenti tra loro, abbiano un forte denominatore comune.

L’intento di questo saggio è quello di tentare di sradicare quella nociva abitudine nella quale noi tutti indulgiamo ovvero l'arrovellarsi nel continuo vano tentativo di controllare ciò che non è possibile controllate.

Noi viviamo sempre in perenne oscillazione tra la nostalgia per il passato e l’ansia per un futuro che è solo incertezza. Sempre in bilico tra il desiderio di ritrovare ciò che abbiamo perduto nel passato e il timore per quello che ci aspetta domani. Quello che più di tutto ci provoca dolore è l’attaccamento, per questo è oltremodo necessario imparare a lasciare andare e vivere pienamente il qui e ora.

Solo mettendo, poi, l’amore al centro possiamo davvero ritrovare la nostra serenità, perché ognuno di noi è solo una parte dell’insieme. Mettere da parte l’ego, ritornare a fare parte di una comunità, far rivivere lo spirito di fratellanza è quello di cui abbiamo davvero bisogno per stare bene e sentirci realizzati. 

Potrebbero sembrare concetti semplici, ma non lo sono affatto quando si cerca di metterli in pratica soprattutto oggigiorno in una società dove siamo sempre più iperconnessi e allo stesso tempo sempre più soli.

Il saggio di Andrea Fatale è molto ben articolato ed esaustivo, ma a tratti può risultare un po’ ostico per i neofiti. Come suggerisce Alberto Camici nella prefazione, il consiglio è quello di andare spediti avanti nella lettura perché pagina dopo pagina vedrete che le nebbie si diraderanno e i concetti espressi non saranno più così difficili da recepire.

Sarei bugiarda se non vi dicessi che all’inizio sono stata tentata di avvalermi del terzo diritto del lettore di Pennac, ovvero quello di abbandonare la lettura del libro, ma sono contenta di non averlo fatto perché da questo libro si possono davvero trarre insegnamenti utili e importanti.

Un passaggio in particolare credo meriti di essere citato perché sintetizza in poche parole quanto espresso dall’autore nel suo libro; si tratta di una bellissima definizione che egli dà della vita:

La vita è come un arcobaleno composto da tanti colori con mille sfumature diverse. Molti, traditi dalla loro superficialità, vedono pochi colori o magari solo uno…  Chi invece con gioia offre se stesso alla vita si gode la pienezza di uno spettacolo meraviglioso! È tutta questione di consapevolezza.

 



sabato 26 agosto 2023

“Democrazia machiavelliana” di John P. McCormick

Niccolò Machiavelli, secondo il pensiero di John P. McCormick, non fu né un consigliere di tiranni né un teorico repubblicano, ma un acuto studioso delle repubbliche del passato preoccupato di trovare degli strumenti di potere atti a contenere le élites.

Analizzando “Il Principe” e altri scritti, ma soprattutto prendendo in esame quanto scritto nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, il professor McCormick mette in risalto come, per il politico fiorentino, la libertà dipenda da istituzioni che incoraggino la diffidenza popolare nei confronti dei membri più ricchi e influenti della società e del governo. Machiavelli auspica un conflitto di classe in quanto ritiene che questo, se istituzionalizzato, possa favorire la libertà. 

Le élites tendono a scegliere un principe che appartenga alla loro stessa classe sociale perché pensano di poterlo in qualche modo manipolare in virtù degli interessi comuni. Esse desiderano il potere illimitato mentre il popolo chiede giustizia e uguaglianza, in quest’ottica quindi la partecipazione del popolo è costruttiva e positiva.

“Democrazia machiavelliana” è un articolato e corposo saggio in cui non si analizza solo il pensiero di Machiavelli, ma si prende in esame anche come questo sia stato, nel corso dei secoli, interpretato e talvolta applicato da statisti, filosofi e politici di correnti e paesi diversi.

John P. McCormick ritiene fondamentale, per una giusta interpretazione del corpus delle opere machiavelliane, considerare i destinatari delle opere stesse. In particolare, si occupa di esaminare da vicino i dedicatari dei Discorsi ovvero Cosimo Rucellai e Zanobi Buondelmonti.

Il professore McCormick, inoltre, vuole dimostrare come l’intento di Machiavelli scrivendo il Principe non fosse quello di istruire i regnanti a manipolare il popolo, ma piuttosto come la gente comune potesse controllate le élites. Desidera dimostrare come si siano spesso sottovalutati i tentativi fatti dal politico fiorentino di stabilire dei mezzi e delle istituzioni capaci di dotare i comuni cittadini del potere per resistere alla dominazione dei ricchi e scoraggiare la corruzione dei funzionari.

Indubbiamente “Democrazia machiavelliana” è un saggio molto completo, ben documentato in cui il professore McCormick ha saputo argomentare acutamente il proprio pensiero, dimostrandosi esperto conoscitore sia degli scritti di Niccolò Machiavelli che della politica sia contemporanea che di quella del passato più o meno prossimo.

Sinceramente questo libro non mi ha entusiasmato per diversi motivi, tra cui il fatto che troppo spazio è stato riservato a prefazioni e introduzioni, circa un terzo del testo. Inoltre, probabilmente perché non addentro alla materia politica e ancora legata alle più classiche, e se vogliamo anche obsolete, interpretazioni del pensiero machiavelliano, ho trovato alcune parti piuttosto forzate.

L’impressione da non addetta ai lavori, ci tengo a ribadirlo, è quello che in queste pagine si analizzino i testi di Machiavelli con l’intento di attualizzarli troppo e quasi piegarli al proprio scopo, arrivando così ad una reinterpretazione del pensiero del politico fiorentino che, a mio avviso, risulta un po’  esasperata.

La cosa certa è che, dopo aver letto questo lavoro, viene senza dubbio voglia di leggere, o rileggere, tutte le opere di Machiavelli per un interessante confronto con quanto sostenuto da John P. McCormick.

 

  

mercoledì 3 agosto 2022

“Milindapañha” a cura di Genevienne e Tea Pecunia

Il significato del titolo è “Le domande di Milinda”. Il Milindapañha è l’opera più famosa tra quelle maggiormente vicine per contenuto al Canone buddhista pur non facendone parte. Per questo motivo tali opere vengono classificate come paracanoniche.

Al Milindapañha, che consta in tutto di sette volumi, misero mano più autori nel corso del tempo. Parte del primo libro, il secondo e il terzo furono scritti dallo stesso autore mentre i rimanenti quattro furono aggiunti successivamente. 

Cronologicamente il Milindapañha si colloca tra l’inizio del I secolo a.C. o subito dopo il I secolo d.C. e non oltre il IV secolo d.C.

Il testo riporta le domande che il re Milinda, o Menadro se vogliamo usare il nome con cui lo si ritrova nelle fonti greche, pone al monaco buddhista Nagasena. Questi, come richiesto dallo stesso sovrano, risponde all’incalzante interrogatorio servendosi di numerosi esempi.

Gli esempi, tratti dalla vita di tutti i giorni, si rivelano un valido strumento per esplicitare anche i punti più complessi della dottrina. Il re, infatti, sopraffatto dalla logica stringente del monaco non può che accoglierne l’insegnamento chiudendo ogni dissertazione con un Reverendo Nagasena, siete molto sottile.

Appena si accenna al fatto che il libro sia stato scritto sotto forma di dialogo, la nostra mente corre immediatamente a Socrate. Questa associazione però viene troncata subito nella seconda pagina dell’introduzione. Genevienne e Tea Pecunia mettono subito in chiaro che il paragone sarebbe solo una forzatura e che i precedenti dell’opera sarebbero piuttosto da ricercarsi in testi scritti in sanscrito.

La prefazione che introduce alla lettura del secondo e del terzo libro del Milindapañha, ovvero i due libri oggetto di questa edizione edita da Feltrinelli, è ampia ed interessante

Genevienne e Tea Pecunia oltre a fornirci dettagliate informazioni sul Milindapañha (datazione, considerazioni sulla lingua ecc.), ci introducono alla dottrina buddhista attraverso il racconto della vita del Buddha e del contesto socio-religioso indiano senza tralasciare di chiarirci alcune parole chiave che incontreremo nel corso della lettura.

Karma, reincarnazione, comprendere il significato e la necessità di lasciare andare, il dolore e la precarietà della gioia, la saggezza, ogni cosa viene esaminata e indagata in questi dialoghi che espongono con chiarezza gli insegnamenti fondamentali del Buddha.

Questo libro non può essere classificato come una lettura agevole nonostante i dialoghi siano effettivamente scorrevoli. I concetti sono profondi e necessitano di tempo per essere convenientemente recepiti e assimilati.

La semplicità del dialogo è solo apparente e, ad essere sincera, questo testo mi ha messo più in difficoltà di tutti quelli da me letti sull’argomento. Non è facile addentrarsi in questa dottrina, ma questo non significa che sia impossibile.

Per esperienza personale ho constato che, nonostante alcuni concetti sembrino a noi estranei e pronti a prendere il volo appena posato il libro, in verità restano con noi senza che ce ne accorgiamo. Spesso durante il giorno o in determinate situazioni questi insegnamenti riaffiorino alla nostra mente donandoci un sollievo inaspettato.

Per quanto certe letture talvolta possano quindi sembrare troppo lontane da noi, ricordate che ogni nostro piccolo sforzo sarà sempre ben ripagato.


Giocando d’anticipo,

uno deve agire in modo da fare quanto è bene

per se stesso.


mercoledì 22 giugno 2022

“Furtivo come un ninja” di Marina Panatero e Tea Pecunia

Non è per nulla facile riuscire a riassumere in un semplice post il nuovo libro di Marina Panatero e Tea Pecunia perché, sebbene siano meno di 150 pagine, l’argomento trattato è piuttosto articolato e per certi versi anche piuttosto complesso.

La difficoltà nasce soprattutto, a mio avviso, dalla nostra poca capacità di riuscire a interiorizzare e fare nostri alcuni concetti che sono alla base di quanto esposto nel volume. Questa nostra inconscia reticenza è molto subdola e, senza accorgercene, ci svia dallo scopo principale per cui questo libro è stato scritto.

Le autrici però sanno bene come riportare il lettore sulla retta via facendogli mettere a fuoco quale sia l’obiettivo da raggiungere e perché abbia deciso di intraprendere questo percorso.

Bisogna ricordare che questa strada la si è scelta coscientemente non per raggiungere fama, ricchezza e successo, ma perché vogliamo conquistare la nostra libertà, diventare autonomi e indipendenti.

Il sottotitolo recita “l’arte di rendersi invisibili per brillare”. Ecco, questo brillare non deve essere inteso come riuscire a catturare più like e condivisioni sui social oppure come riuscire a conquistare lodi per la nostra bravura e il nostro zelo. Il nostro fine è quello di imparare in questo mondo sempre più iperconnesso e che ci vuole visibili a mantenere un profilo basso per sfuggire alle gabbie che spesso, bisogna ammetterlo, ci siamo costruiti da soli.

Come i guerrieri ninja erano bravissimi a mimetizzarsi e a trovare soluzioni alternative, così noi seguendo i loro insegnamenti dobbiamo imparare a nasconderci per liberarci da quelle etichette che la società moderna ci vuole per forza imporre. L’essere identificati attraverso la nostra religione, il nostro status lavorativo e così via è un qualcosa che ci danneggia. L’unica approvazione che dobbiamo cercare per essere felici non è quella degli altri, ma la nostra, solo noi possiamo infatti essere gli artefici della nostra pace interiore.

La continua ricerca del consenso altrui è stressante oltre che inutile perché alimenta solo il nostro ego, la gioia autentica invece è alimentata dall’autostima e dalla realizzazione di noi stessi.

Fondamentale è cercare di rendersi indipendenti perché solo così si può raggiungere la piena libertà ed essere liberi significa essere felici. Questo non vuol dire chiudersi agli altri, ma imparare ad aprirsi con chi ne vale davvero la pena, con coloro che ci vogliono bene e che condividono il nostro sentire.

Non dobbiamo convincere nessuno delle nostre idee, tutto deve fluire naturalmente, arrabbiarsi e alzare la voce fa male prima di tutto a noi.

Spesso siamo talmente impegnati a raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati che non ci rendiamo neppure conto di averlo magari già raggiunto, oppure, siamo talmente concentrati sul raggiungimento del risultato finale da non accorgerci che questo sarebbe facilmente raggiungibile se solo usassimo una strategia alternativa.

Diventa quindi fondamentale restare centrati sul momento presente, sul qui e ora, per non perdere le occasioni e riuscire a cogliere l’attimo. 

Questo status per quanto possa sembrare a parole alquanto banale è in realtà piuttosto difficile da conquistare. C’è quindi bisogno di tanto allenamento e per questo la pratica della meditazione ci viene in aiuto. A tal proposito in appendice troviamo una serie di esercizi di meditazione quotidiani con i quali iniziare fin da subito.

Nel corso della lettura inoltre viene proposta tutta una serie di interessanti esercizi per invogliare il lettore a mettere in pratica quando viene esposto nel libro. A chiusura si trova poi un’ampia bibliografia per approfondire gli argomenti trattati.

Se siete stanchi di sprecare il vostro tempo a rincorrere futili traguardi e un piacere effimero forse è arrivato per voi il momento di provare a trasformavi in un ninja moderno, resiliente e invisibile.







lunedì 1 novembre 2021

“Alchimia, magia e astrologia nella Firenze dei Medici. Giardini e dimore simboliche” di Paola Maresca

La famiglia Medici diede un grande impulso alla riscoperta delle antiche dottrine e del paganesimo. Cosimo il Vecchio nella villa di Cafaggiolo era solito circondarsi di uomini di lettere per studiare e discutere di filosofia, arte e scienze arcane. Grande impulso fu dato alla riscoperta di testi antichi molti dei quali vennero tradotti proprio per volere di Cosimo; primo fra tutti ricordiamo il Corpus Hermeticum, l’insieme dei testi attribuiti al mago Ermete Trismegisto, che ritrovato in Macedonia proprio in quegli anni e donato al Medici da un monaco, venne tradotto da Marsilio Ficino.

L’eredità di Cosimo fu raccolta soprattutto dal nipote Lorenzo il Magnifico sotto la cui guida Firenze conobbe il massimo splendore affermandosi come uno dei più importanti centri della cultura ermetica.

Se Umanesimo e Rinascimento furono contraddistinti da due figure in particolare, quali quelle di Cosimo e di Lorenzo de’ Medici, la cultura ermetico-platonica non si esaurì con la morte del Magnifico, ma si snodò nei i secoli declinata in varie arti e scienze fino ad arrivare al tempo degli ultimi due esponenti della famiglia Medici appassionati di questo complesso patrimonio di simboli e allegorie, il Granduca Ferdinando II e suo fratello il Cardinale Leopoldo al quale si deve la fondazione dell’Accademia del Cimento.

È ovviamente impossibile riassumere in un post la vastità del materiale che questo saggio di Paola Maresca analizza vista anche la complessità dell’argomento, per cui credo sia più razionale limitarmi ad esporre il piano dell’opera per dare un’idea su come vengano affrontate le varie tematiche.

I capitoli seguono un percorso cronologico, quindi partendo dai primi capitoli dedicati più genericamente alla filosofia neoplatonica e all’arte nel Rinascimento, si passa a capitoli più specificatamente dedicati ai singoli protagonisti della famiglia Medici iniziando con quello dedicato al primo Granduca di Toscana Cosimo I fino al capitolo finale che, come già anticipato, vede protagonista la figura di Leopoldo de’ Medici.

Ogni capitolo è a sua volta suddiviso in diversi paragrafi dedicati ad una particolare scienza a cui era appassionato il personaggio di riferimento o più specificatamente ad opere da lui commissionate nelle quali è evidente la simbologia ermetica degli elementi decorativi.

La simbologia ermetica trova la sua maggiore espressione oltre che nell’arte pittorica nell’architettura dei giardini. L’esempio più famoso è forse quello dei giardini di Boboli, ma il luogo che più di ogni altro si distinse per essere un vero compendio di scienza ermetica fu senza dubbio il parco della villa di Pratolino con le sue grotte animate da automi, giochi d’acqua e intricati labirinti.

La villa di Pratolino nacque dalla mente di Francesco I coadiuvato dall’architetto Bernardo Buontalenti; lo stesso granduca a Palazzo Vecchio si fece approntare un piccolo studiolo collocato presso il Salone dei Cinquecento dedicato a conservare le meraviglie della natura e dell’arte, splendidamente decorato da raffigurazioni allusive all’opus alchemico.  

Francesco I fu senza dubbio il granduca più appassionato di scienza alchemica, ancora più del padre Cosimo I per il quale lo studio era in fin dei conti qualcosa di subordinato agli affari di stato.

I successori e gli altri personaggi della famiglia, a partire dallo stesso Don Antonio, figlio naturale di Francesco I e Bianca Cappello, si appassionarono molto di più alla ricerca medico-sparigirica che all’alchimia vera e propria, da qui lo sviluppo dei famosi giardini o orti dei semplici, così chiamati proprio perché vi venivano coltivate erbe semplici, comuni. Ovviamente anche per coltivare queste piante si seguivano però regole ben precise affinché si potesse beneficiare degli influssi astrali.

Molto similmente la stessa scienza venne perseguita nella scelta delle pietre per il rivestimento delle Cappelle Medicee in modo da poter sfruttare al massimo i benefici influssi astrali e le proprietà delle singole pietre per la trasumanazione dei corpi così da poterne facilitarne la rinascita spirituale.

Moltissimi e davvero interessanti sono inoltre i vari riferimenti alle imprese e ai motti propri di ciascun personaggio della famiglia Medici, vedi ad esempio tutte le interpretazioni sul perché della scelta del simbolo del capricorno da parte di Cosimo I.

Il volume è corredato da un’ampia documentazione fotografica indispensabile per comprendere al meglio la materia trattata e di un vasta bibliografia.

Questo saggio è un ottimo compendio sia per coloro che per la prima volta si accostino all’argomento sia per chi desideri invece fare un po’ di ordine in tutta quella serie di frammentarie informazioni accumulate in merito nel corso degli anni.

Una cosa è certa: dopo aver letto questo saggio tutte le opere frutto della committenza medicea  che vi troverete a osservare assumeranno per voi un nuovo significato.



 

domenica 1 agosto 2021

“Nuvole al tramonto” di Domenico Corna

Sin da bambina Martina era stata piuttosto complicata tanto che i suoi genitori avevano incontrato numerose difficoltà nel gestire quel suo essere diverso.

Non interagiva con gli altri bambini perché non comprendeva come loro potessero essere appagati di usare la loro fantasia per riprodurre per gioco la vita reale degli adulti. 

La fantasia di Martina aveva ali più grandi, era capace di creare nuovi mondi. Martina era dotata di una sensibilità fuori dal comune, soffriva quando d’autunno le foglie cadevano dagli alberi e amava parlare non solo con i cani, ma con tutti gli esseri viventi.

Martina, costretta tanto tempo prima dai genitori e dalla vita a dimenticare quell’universo di bambina fatto di fantasia, si trova un giorno all’improvviso nuovamente avvolta da quel suo mondo immaginario.

Lei però non è più la Martina di un tempo, ne è spaventata e non lo riconosce; da adulta non comprende come possa esserci un mondo dove coesistano montagne innevate accanto ad aridi deserti, dove dal fitto dei boschi di abeti ci siano scoiattoli burloni che si divertono a tirare ghiande ai passanti.

La giovane si sente perduta così divisa tra due mondi, quello della fantasia e quello della realtà. Non sarà facile per lei ricomporre il puzzle, affrontare quella che ha tutto l’aspetto di essere una malattia; ci vorrà davvero una grande forza di volontà per superare la paura che l’attanaglia e la diffidenza di chi le sta accanto.

Il libro di Domenico Corna è un libro molto particolare e di non facile classificazione: fantasy, drammatico, contemplativo, filosofico.

È un libro evocativo in cui il lettore viene indotto a perdersi nel flusso di riflessioni e ricordi della protagonista. Spesso il lettore si trova egli stesso a fluttuare tra quelle nuvole rosse che portano con sé storie e pensieri.

Martina è una novella Alice nel paese delle meraviglie, ma anche un piccolo principe che incontra la volpe. Ginetta ed Edi accompagnano Martina nel suo difficile percorso alla ricerca di se stessa come fantasmi del Natale dickensiano.

“Nuvole al tramonto” è anche un romanzo che racconta il disagio giovanile e lo fa attraverso le storie dei ragazzi della piazza che Martina frequenta per un periodo della sua vita. Sono le storie di Daniele con la sua chitarra, di Laura con la passione per la politica, di Giulio il ragazzo sensibile che cade vittima dell’eroina, di Luisa in perenne fuga dalla madre prostituta, del piccolo Giovanni che grazie all’intervento di Martina riesce a salvarsi in tempo e a ricostruire il rapporto con la madre.

“Nuvole al tramonto” ci parla dei difficili rapporti genitori-figli, dell’incomunicabilità e della difficoltà di riuscire a fare le scelte giuste, ci parla delle fragilità di ciascuno di noi e della paura di crescere, ma  soprattutto ci spiega quanto siano importanti la fantasia e l’immaginazione nelle nostre vite perché

Due sono le vite: una da vivere, un’altra da inventare. La prima si è spesso costretti a viverla come viene. Talvolta si riesce a cambiarla e allora sembra che tutto funzioni bene, talvolta invece non funziona per niente. Ma c’è un’altra vita, ti può condurre dove non esiste l’angoscia, lontano dagli incubi. Non nasce quando nasce il corpo e non termina quando bisogna lasciarlo. Esiste da sempre, lì ad attenderti.




giovedì 20 agosto 2020

“Genius familiaris, Genius loci, Eggregori e Forme Pensiero” di Alessandro Orlandi

Il libro, dedicato al culto degli antenati nel mondo antico e alla trasmissione iniziatica, è suddiviso in due parti.

Nella prima parte Alessandro Orlandi si propone di illustrare al lettore quali siano le analogie esistenti tra il Genius Loci, il culto degli antenati nell’antica Roma, le Forme-Pensiero e gli Eggregori.

Nella seconda parte invece l’autore analizza il ruolo della tradizione nel mondo antico ed esamina quanto venisse trasmesso attraverso l’iniziazione. 

Si chiede inoltre se si possa parlare ancora oggi di tradizione e iniziazione e, in caso affermativo, quale sia l’aspetto da esse assunto nel mondo moderno.

Senza entrare nel merito specifico della materia esposta, poiché ritengo che la lettura di queste pagine sia un percorso ricco e interessante che ogni lettore debba affrontare assolutamente senza interferenze di sorta e libero da ogni tipo di sollecitazione esterna, mi concedo di darvi solo alcune informazioni propedeutiche agli argomenti trattati.

Cosa si intende per Genius familiaris, Genius loci, eggregori, forme-pensiero?

Per prima cosa dobbiamo ricordare che, secondo la visione cristiana, l’uomo ha tre componenti fondamentali: corpo - spirito - anima, ma gli antichi avevano una ben diversa concezione, per gli Egizi ad esempio le componenti del corpo umano erano addirittura nove.

Secondo i Greci alla nascita ogni uomo veniva affidato dalle tre Moire o Parche (Cloto, colei che filava il destino degli uomini, Lachesi, colei che distribuiva le sorti e Atropo, colei che recideva il filo al momento della morte) ad un daimon che non lo avrebbe mai abbandonato per tutto il corso della sua vita.

Il daimon era anche fonte di ispirazione delle creazioni e delle intuizioni per poeti, indovini, scienziati e artisti.

Seppur con alcune differenze, il daimon era quanto di più simile al Genius latino; proprio nel mondo romano, infatti, il demone individuale veniva spesso chiamato Genio.

A grandi linee si potrebbe dire che mentre il Genius loci esprimeva il carattere e la natura profonda dei luoghi, il Genius familiaris (o Genio della stirpe) era connesso alla casa, alla natura della famiglia e agli spiriti degli antenati.

Nelle case dell’antica Roma di solito c’era poi un luogo dedicato al culto dei diversi dèi domestici: Lari, Penati, Genius Familiaris e dèi Mani.

I Penati erano di solito dèi del pantheon greco o romano, i Lari erano gli spiriti degli antenati virtuosi e che si erano distinti in vita e infine gli dèi Mani erano gli spiriti di tutti gli antenati defunti.

Le forme-pensiero sono entità emanate all’esterno dall’uomo alimentate dai suoi pensieri, dalle sue paure, dalle sue speranze e dalle sue energie; quando queste forme-pensiero scaturiscono dall’attività immaginativa di un gruppo che condivide un intento comune vengono definite eggregori.  

Abbiamo detto che nella seconda parte del libro si parla di tradizione e iniziazione. Che cosa si intende con tali termini?

Per tradizione (in greco paràdosis – trasmissione; in latino tradere – trasmettere) si intende la trasmissione non solo di contenuti e insegnamenti, ma anche dell’energia che il maestro trasmette al discepolo, energia che permette al discepolo di ampliare la propria percezione del mondo.

L’iniziazione nasce e si propaga attraverso il passaggio e lo scambio di energie che avviene attraverso uno specifico rituale.

Nell’antichità nelle iniziazioni ai culti misterici gli iniziati erano tenuti al segreto e pertanto poco o nulla è trapelato e giunto fino a noi sui riti che venivano celebrati.

Ogni cultura nel corso dei secoli ha sviluppato le proprie tradizioni spirituali e ancora oggi esistono organizzazioni iniziatiche, la Massoneria e il Neotemplarismo ad esempio sono alcune di esse.

Nella seconda parte del libro si indaga sul cambiamento verificatori nel corso dei secoli nelle tradizioni iniziatiche che col tempo, perdendo di vista il loro scopo primario, ossia quello di cercare di armonizzare il microcosmo (Uomo) con il macrocosmo (Universo), si sono indirizzate invece verso il raggiungimento di un sempre maggiore potere personale, polarizzando così l’attenzione dell’iniziato verso il mondo esterno invece che verso la propria interiorità.

Possiamo ancora parlare di realtà della Tradizione e dell’Iniziazione nel XXI secolo?

Su questo e su altri numerosi interrogativi relativi alla spiritualità nel mondo antico e in quello moderno Alessandro Orlandi cerca di gettare luce attraverso le pagine di questo saggio che, partendo dall’analisi dei culti iniziatici, quali ad esempio i Misteri Eleusini, quelli di Cibele, di Dionisio, passando poi per la sacralità attribuita alla commedia e alla tragedia dagli antichi greci, esaminando l’importanza della tradizione alchemica, arriva infine, senza tralasciare quelle tendenze legate allo spiritismo, all’occultismo, alla veggenza, al mesmerismo, ad analizzare la più moderna spiritualità, la cosiddetta “New Age” che, senza riferirsi ad una particolare tradizione, mescola vari elementi.

Quello di Alessandro Orlandi è un saggio breve, sono appena un centinaio di pagine, ma davvero molto articolato e approfondito.

Da sottolineare inoltre la grande capacità dello scrittore di saper esporre un argomento tanto complesso in modo semplice e chiaro così che possa essere accessibile anche ai neofiti della materia.   

Dello stesso autore vi ricordo “Dionisio nei frammenti dello specchio”.




domenica 16 agosto 2020

“Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo” di Adriano Petta e Antonino Colavito

Ipazia, astronoma, matematica e filosofa, visse nel IV secolo d.C. ad Alessandria d'Egitto. 

Alla morte del padre Teone ereditò da questi la direzione della scuola neo-platonica; quella alessandrina era stata la comunità scientifica più importante della storia, proprio qui infatti avevano studiato importanti scienziati e filosofi quali Archimede, Ipparco, Aristarco di Samo, Tolomeo e molti altri.

A Ipazia si devono importantissime scoperte scientifiche oltre alla realizzazione di preziosi strumenti come l’astrolabio, l’idroscopio e l’aerometro.

Le fonti storiche che la riguardano sono molto esigue e quasi nulla è giunto fino a noi delle sue opere se non qualche raro frammento.

Gli anni di Ipazia furono gli anni in cui si assistette allo sciagurato patto tra l’agonizzante Impero Romano, minacciato dalle popolazioni barbare che premevano ai confini, e la Chiesa cattolica che vantava figure di spicco quali Ambrogio, vescovo di Milano, e il padre della Chiesa Agostino.

Il patto prevedeva, oltre alla completa evangelizzazione dell’Impero, la soppressione di templi, biblioteche, centri di studio e con essi l’eliminazione di scienziati, studiosi, filosofi, in poche parole di tutti coloro che potessero minacciare la Chiesa cattolica con la diffusione del libero pensiero e delle scienze.

Ad osteggiare apertamente il vescovo di Alessandria Cirillo troviamo il prefetto romano Oreste.

Ipazia, già invisa a Cirillo in quanto scienziata, filosofa e per di più donna, pagò con la vita probabilmente anche la sua amicizia con Oreste.

Nel 415 d.C. venne barbaramente uccisa e fatta a pezzi dai fondamentalisti che ritenevano che la sua libertà di pensiero influenzasse negativamente il popolo allontanandolo dal vero credo.

Ipazia amava infatti trasmettere il suo sapere recandosi tra la gente e, nello scontro tra ragione e religione, fu lei a pagare il prezzo più alto.

Il libro è diviso in due parti.

Nella prima parte, scritta da Adriano Petta, viene raccontata la vita di Ipazia; un racconto romanzato, ma che segue con rigore storico gli eventi e il contesto culturale in cui si svolsero i fatti narrati.

Nella seconda parte, ad opera della penna di Antonino Colavito, invece è Ipazia in prima persona a parlarci, come in un sogno, delle sue ricerche, delle sue speranze, sei suoi dubbi e del sapere di cui è custode.

Probabilmente molti di voi, come me, avranno già letto questo romanzo anni fa in occasione dell’uscita del film Agora (2009) con la bravissima Rachel Weisz nel ruolo di Ipazia.

“Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo” è uno di quei libri che ti segnano profondamente, ragione per la quale, anche se di solito non amo rileggere i libri già letti in considerazione del fatto che non mi basterà una vita per leggere tutto quello che vorrei, ho voluto fare un’eccezione come raramente mi accade.

Perché rileggere il romanzo?

Iniziamo dalla motivazione più ovvia, anche se per questo non meno valida, ossia per non dimenticare.

Per non dimenticare che secoli fa una donna dotata di una mente straordinaria, tenace e determinata, diede la sua vita per la scienza e per ciò in cui credeva.

Ipazia morì non solo per difendere il pensiero scientifico, ma anche per affermare il diritto di tutti al libero pensiero.

In molti paesi la donna è ancora oggi considerata un essere inferiore, ma la verità è che anche nel mondo più civilizzato, o almeno in quella parte di mondo che ci piace definire tale, la donna ha raggiunto una parità solo apparente.

Non possiamo infatti ignorare che gli stipendi delle donne, a parità di competenze e mansioni, siano ancora troppo spesso inferiori a quelli dei loro colleghi uomini, che sia ancora necessario avvalersi delle quote rosa e che ai vertici delle grandi aziende gli uomini siano numericamente superiori.

Sono trascorsi ben sedici secoli allorquando Ipazia scelse di dedicare la propria vita alla scienza rinunciando ad una sua famiglia, altro motivo per cui venne osteggiata.

Eppure, non possiamo fingere di non sapere che, nonostante si dica che una donna sia libera di scegliere se diventare madre o meno, colei che rinuncia volontariamente alla maternità per dedicarsi ad altro o anche solo per una sua risoluzione personale, ancora oggi venga sottoposta a critiche, spesso neppure troppo velate, e debba sentirsi sempre in dovere di giustificare le proprie scelte.

Ero inoltre molto curiosa di sapere quali impressioni mi avrebbe suscitato rileggere questo romanzo a distanza di più di dieci anni e dopo aver affrontato nel frattempo tante altre letture.

Le emozioni provate sono state le stesse, la medesima intensità e lo stesso coinvolgimento, se non fosse per una sola piccola nota stonata, ovviamente per il mio personale sentire, laddove si condanna Claudio Claudiano perché incline a sprecare il suo talento dedicandosi esclusivamente alla retorica e alla poesia anziché alla scienza.

Ipazia era una scienziata e una filosofa, faceva della ragione il suo unico scopo, per lei la ragione era la fonte di tutto.

Oggi abbiamo una tecnologia super avanzata, la scienza ha fatto passi da gigante, ma mai come oggi avremmo in verità bisogno di molta più poesia.

All’epoca in cui visse Ipazia la filosofia, la matematica, l’astronomia, la musica erano strettamente collegate tra loro, per cui non so se tale affermazione nasca dal vero pensiero di Ipazia ritrovato tra i frammenti delle sue opere o se sia invece solo finzione letteraria ad opera dell’autore del romanzo, però leggere:

Lascia perdere Shalim testi di religione e di filosofia. Noi sappiamo cosa può veramente mutare il cammino dell’uomo.

Pur comprendendo che si tratta di un romanzo che parla di storia della scienza, trovo comunque piuttosto fastidioso quanto così espresso.

Capisco la necessità da parte di Ipazia di dover scegliere cosa salvare, ma una tale affermazione traccia un confine troppo netto tra ciò che è da considerarsi utile e ciò che invece deve essere considerato superfluo dell’umano sapere.

Premesso che mi risulta impossibile fare una classificazione delle varie discipline, mi rifiuto di credere che poesia, filosofia, ma anche religione e mitologia, nelle quali affondano le nostre radici, si possano ritenere materie superflue per il cammino dell’uomo.

Gli studi umanistici sono sempre più osteggiati perché poco remunerativi e considerati di limitata utilità, non comprendendo che proprio attraverso questi stessi studi si forgia la chiave del pensiero, la possibilità di sviluppare quello spirito critico che manca alla nostra società spianando così la strada a fondamentalisti e populisti.

Non so perché non avessi notato questa stonatura quando lessi il romanzo per la prima volta, forse mi ero troppo persa nella trama del racconto o, più semplicemente, magari dieci anni fa non ero così suscettibile sull’argomento.

La figura di Ipazia, comunque, donna forte e determinata, sicura delle proprie scelte, comunicativa e appassionata, dolce ma allo stesso autorevole e ferma, non può che affascinare e coinvolgere il lettore anche ad una seconda lettura più approfondita.

Spero di essere riuscita ad incuriosirvi abbastanza da spingervi a leggere il libro nel caso non l’aveste mai fatto o, nel caso invece esso sia una vecchia conoscenza, di avervi un poco invogliati a inserirlo nell’elenco dei romanzi da rileggere.

 


domenica 9 agosto 2020

“Dionisio nei frammenti dello specchio” di Alessandro Orlandi

Parafrasando le parole dell'autore potremmo dire che la civiltà occidentale è vittima di una grave crisi spirituale e noi, afflitti come siamo da un profondo individualismo, non siamo in grado di sviluppare alcuna visione che ci possa proiettare in un futuro provvisto di un intento comune.

Il desiderio di Alessandro Orlandi è quello di risalire, attraverso le pagine di questo saggio, alle origini di quel rapporto da cui trae senso la cultura occidentale e che affonda le sue radici nella saggezza dell’antica Grecia e della tradizione giudaico-cristiana.

Il volume si articola a grandi linee in tre parti: nella prima parte l’autore analizza l’opera alchemica, nella seconda indaga il mito di Dionisio e nella terza affronta il tema dell’amore come ricerca del Sé.

Nei capitoli dedicati all’Opus alchemicum, dopo una prima interessante introduzione sulla storia dell’alchimia e sull’etimologia della parola (il termiche deriverebbe dal greco chymè – lingotto, metallo fuso – oppure dall’egiziano kemi – terra nera, il limo del Nilo), si entra nel vivo dell’argomento parlando degli elementi e delle loro proprietà (il femminile e volatile mercurio, il maschile zolfo, dotato del potere di fissare e coagulare, il sale in grado di resistere all’incinerazione e infine il Leone Verde) e delle tre fasi dell’opera (l’opera al nero o nigredo, l’opera al bianco o albedo e l’opera al rosso o rubedo).

In questo stesso capitolo si dà anche un nuovo tipo di interpretazione dell’opera alchemica, non strettamente legata alla chimica della materia, ma piuttosto alla sfera della psicanalisi.

Il fine ultimo dell’Opus non è più inteso come la trasmutazione della materia, ma bensì secondo la moderna interpretazione junghiana come l’individuazione del Sé.   

Interessanti sono poi i vari punti di collegamento con le diverse culture; ad esempio, nelle coppie di opposti, troviamo lo zolfo simbolo maschile e il mercurio simbolo femminile, ma la stessa dualità la si ritrova anche nel Taoismo nel concetto di yin e yang.

Dopo aver illustrato gli antichi culti (Iside, la Grande Madre ecc.) e la simbologia ad essi associata, si passa ai capitoli dedicati a Dionisio e ai Misteri del mondo antico

Qui si ripercorrono tutte le versioni del mito di Dionisio con tanto di dettagliato resoconto dei culti a lui riservati e degli dei a lui strettamente collegati.

Secondo Orlandi Dionisio e Apollo non sono da considerarsi due divinità contrapposte bensì piuttosto strettamente unite, è Apollo infatti colui che ricompone il corpo di Dionisio Zagreo smembrato dai Titani; il terzo e più perfetto stadio dell’Opus, la congiunzione.

Nella terza parte Alessandro Orlandi indaga il rapporto uomo-donna e si interroga sulla possibilità di poter raggiungere l’equilibro perfetto, il ricongiungimento con il Sé, all’interno di tale rapporto ovvero impedendo che l’uno prevarichi l’altro o proietti se stesso e le sue immagini sull’altro, riuscendo nel contempo anche a bilanciare la parte femminile del maschio e la parte maschile della femmina; la relazione armonica che si vuole raggiungere infatti non è mai in realtà tra due sole entità, uomo – donna, ma piuttosto tra otto entità diverse.

Al termine del volume troviamo un’interessante postfazione ossia tra trascrizione del discorso che l’autore fece in occasione della presentazione del libro avvenuta a Roma nel 2003.

“Dionisio nei frammenti allo specchio” non è, come avrete compreso, quello che si può definire un saggio semplice e di immediata comprensione.

Ho cercato, per quanto possibile, di riepilogarvi a grandi linee gli argomenti analizzati così che possiate farvi il più possibile un’idea di quanto esposto nel libro.

Il mio vuole essere solo un suggerimento di lettura e pertanto non sono volutamente scesa nei dettagli; il materiale è davvero corposo e le tematiche alquanto ricche, non sarebbe quindi semplice, anche volendo, condensare in poche righe i numerosi concetti esposti.

Non posso negare che la lettura di questo saggio per gli argomenti trattati richieda una certa concentrazione e un certo impegno, ma l’esposizione è sempre molto chiara ed esaustiva, inoltre il volume è corredato da molte immagini che facilitano la comprensione del testo e aiutano a fissare meglio quanto viene analizzato.

Ho apprezzato molto la lettura di questo libro sia per quanto riguarda la parte strettamente legata allo studio dell’alchimia, così come la conoscevo, sia per quella parte di nuova, almeno per me, interpretazione delle fasi dell’Opera.

Ho trovato inoltre molto interessanti le diverse interpretazioni dei miti, alcuni dei quali spesso ormai dimenticati, e molto stimolanti i collegamenti che nascono con la filosofia orientale, il Taoismo e lo Yoga Kundalini. 

“Dionisio nei frammenti allo specchio” è inoltre una lettura che non termina con l’ultima pagina perché lascia molti interrogativi su cui riflettere sia a livello a personale, spingendoci almeno a provare ad intraprendere quel viaggio alla ricerca del Sé, sia a livello collettivo interrogandoci sulla natura del mondo in cui viviamo e sulla velocità che caratterizza la vita moderna.  

 

 

 

giovedì 31 agosto 2017

“L’assassinio di Socrate” di Marcos Chicot

L’ASSASSINIO DI SOCRATE
di Marcos Chicot
SALANI EDITORE
Cherefonte e Socrate sono stati istruiti dallo stesso pedagogo, sono amici da quando avevano sette anni. Cherefonte è profondamente legato a Socrate uomo che stima più di ogni altro al mondo.

Un giorno Cherefonte si reca a Delfi ad insaputa dell’amico, poiché sa che il filosofo disapproverebbe il suo comportamento, per porre due domande all’oracolo; suo desiderio è infatti avere conferma di chi sia l’uomo più sapiente di tutti, ma soprattutto a lui preme conoscere la verità su come avverrà la morte dell’amico.
Apollo conferma che Socrate è il più saggio di tutti e, per quanto riguarda la sua morte, la Pizia risponde che “La sua morte sarà violenta, per mano dell’uomo dallo sguardo più chiaro”.

Inizia quindi con questo enigma il nuovo atteso romanzo di Marcos Chicot, autore acclamato dalla critica per il suo romanzo “L’assassinio di Pitagora”, libro che ha riscosso un vastissimo successo di pubblico e che è stato pubblicato in Italia sempre dalla casa editrice Salani così come l’altro suo romanzo “Il teorema delle menti”.

“L’assassinio di Socrate” è ambientato nella Grecia classica.

La guerra tra Sparta e Atene che per anni aveva insanguinato la Grecia è solo momentaneamente interrotta, la pace dei trent’anni sta ormai per concludersi e il conflitto sta per riaccendersi più aspro che mai.

A Sparta Deianira dà alla luce il suo secondo figlio. La donna, vedova di Eusseno, è stata costretta a sposare in seconde nozze il fratello di questi, Aristone.
Aristone, contrariamente al primo marito, è un uomo violento, arrogante e ambizioso.
Nipote di uno dei due diarchi che regnano su Sparta, ha ottenuto il permesso di sposare la cognata nonostante non avesse ancora compiuto 25 anni. Agli Spartani per legge non era infatti consentito contrarre matrimonio fino all’età di 30 anni.
Per paura che il bambino possa essere però creduto figlio del fratello deceduto, Aristone ottiene anche un’altra concessione dallo zio: nonostante il neonato, che ha ereditato gli occhi chiari della madre, sia sanissimo il Re Archidamo decreta che venga portato al Taigeto.
Il bambino però, all’insaputa di tutti, riesce a sopravvivere e viene adottato da Eurimaco, un vasaio ateniese che sta tornando in patria.
Durante il viaggio tra Argo ed Egea Eurimaco e la moglie incinta vengono assaliti da un gruppo di ladroni e Altea non sopravvive alle ferite riportate.
Eurimaco giunge ad Atene con un bimbo dagli occhi chiarissimi e dichiara a tutti che Perseo è figlio suo e della defunta moglie.

Eurimaco è amico di Socrate e di Cherefonte. Quest’ultimo, appena vede lo sguardo del neonato, impallidisce ricordando la profezia, ma Socrate gli intima che mai dovrà rivelare ciò che la Pizia gli aveva predetto perché nessuno è in grado di interpretare correttamente le parole degli oracoli inoltre gli fa promettere che avrebbe trattato il figlio dell’amico come se i suoi occhi fossero stati del colore del carbone.

Non vado oltre con la presentazione degli altri numerosissimi personaggi né vi anticipo alcun intreccio della storia perché davvero questo romanzo merita di essere assaporato pagina dopo pagina.
Il libro non è brevissimo, in realtà è un tomo di più di 700 pagine, ma non spaventatevi perché la lettura vola talmente che ho impiegato meno di una settimana a leggerlo.

La trama è avvincente e ben costruita, i personaggi così affascinanti che è impossibile interrompere la lettura e non si può fare a meno di correre a riprendere in mano il volume appena possibile.

Marcos Chicot ha saputo ricreare magnificamente il mondo nel quale ha ambientato il suo racconto.

Mentre leggiamo del dramma famigliare di Deianira, dell’amore contrastato di Perseo e Cassandra, dell’odio e della cattiveria che animano personaggi quali Aristone e Anito, entriamo anche in un mondo quello della Grecia classica descritto nei minimi particolari.

Non solo l’autore riesce a riportare in vita uomini come Pericle, Alcibiade, Euripide, solo per citarne alcuni, oltre ovviamene allo stesso Socrate, uno dei protagonisti del romanzo, ma Chicot riesce in verità a ricostruire quello stesso mondo così che ci sembra di sentirli parlare, ascoltare le loro idee e insieme a loro ci sembra di passeggiare nell’agorà, ammirare le opere della pinacoteca dei Propilei, partecipare alle assemblee, consultare l’oracolo di Delfi, assistere ai giochi a Olimpia, combattere battaglie, modellare, decorare e cuocere vasi.

Ciò che però più di ogni altra caratteristica fa di Marcos Chicot un grande romanziere è la sua magistrale capacità di riuscire a scrivere un romanzo dalla trama coinvolgente e ricreare sulla carta in modo rigoroso l’epoca in cui la storia è ambientata, senza mai risultare noioso o pedante, riuscendo a tenere incollato il lettore alle pagine grazie ad una scrittura scorrevole e un ritmo incalzante.

Nulla in questo romanzo è approssimativo e vago, ogni particolare è minuziosamente studiato e valutato, come in grande puzzle dove ogni tessera combacia perfettamente con l’altra. Qui ogni tessera rappresenta una materia: archeologia, storia dell’arte, storiografia, teatro, letteratura, politica e filosofia fanno da sfondo a una rievocazione storica perfetta.

“L’assassinio di Socrate” è un romanzo decisamente in grado di fare rivivere la storia davanti ai nostri occhi, pagina dopo pagina le immagini ci scorrono innanzi quasi le stessimo guardando su un grande schermo, ma non sono solo le immagini a colpire la nostra fantasia perché, grazie alla bravura dell’autore, ci sembra persino di essere in grado di percepire profumi e sapori di quella Grecia che pagina dopo pagina riaffiora dal passato.

Un romanzo imperdibile di cui, come avrete capito, è impossibile non innamorarsi grazie anche ai personaggi indimenticabili che ci regala.






giovedì 25 maggio 2017

“Sottovento e sopravvento” di Guido Mina di Sospiro

SOTTOVENTO E SOPRAVVENTO
di Guido Mina di Sospiro
PONTE ALLE GRAZIE
Nel mar dei Caraibi dovrebbero esserci due isolette gemelle, le Negrillos, dove i pirati hanno nascosto, centinai di anni fa, un immenso tesoro razziato a ben sedici galeoni spagnoli. Usiamo il condizionale perché in verità di queste due isolette, di questi due piccoli puntini di sabbia, nessuna carta fa più menzione dopo l’anno 1867.

Un narcotrafficante colombiano incarica Christopher e Marisol di ritrovare l’intero tesoro in modo da poter giustificare i suoi loschi introiti e sfuggire una volta per tutte alle indagini condotte su di lui dalle autorità statunitensi.

Christopher Foley è un cacciatore di tesori, un irlandese nato povero e gobbo; un uomo semplice, poco istruito, istintivo, che vive alla giornata.
Marisol, di origini cubane ma vive negli Stati Uniti, è invece una donna colta, molto intelligente, una filosofa. Una di quelle persone che, qualunque scopo si prefiggano nella vita, riescono a raggiungerlo con successo.
Due personalità all'apparenza molto diverse quelle di Marisol e Chris che però, nell'avvicendarsi del racconto, si riveleranno oltremodo ben assortite tanto da riuscire, ovviamente non senza sforzi da parte di entrambi, a trovare un giusto equilibrio che li aiuterà anche a comprendere meglio non solo loro stessi ma anche il senso della vita.

Il libro già dall’immagine della copertina, dove la forma del mare ci fa pensare ad una terra non sferica ma cubica, ci invita a pensare che il romanzo racchiuda in sé più di una semplice storia d’avventura intesa nel senso letterario della parola.
Il titolo poi “Sottovento e sopravvento” ci conferma quanto abbiamo magari solo per un momento ipotizzato. Infatti, come viene poi spiegato anche da una nota dell’autore, la doppia “v” in sopravvento presenta polisemia, ovvero diversi significati.

La ricerca intrapresa da Chris e Marisol li condurrà non solo al ritrovamento di un tesoro materiale ma anche di un “tesoro filosofico”.
Il vero tesoro infatti consisterà non nel ritrovamento del comune metallo prezioso ma piuttosto nel ritrovamento dell’oro dei filosofi.

“Sottovento e sopravvento” è un romanzo singolare, curioso e per certi versi inaspettato, una vera sorpresa a dirla tutta.

Proprio per questo sono particolarmente contenta di aver potuto rivolgere alcune domande direttamente all’autore Guido Mina di Sospiro che ringrazio per la disponibilità dimostratami e colgo l’occasione per ringraziare anche Matteo Columbo dell’ufficio stampa di Ponte alle Grazie per averlo reso possibile.

Consigliandovi la lettura del romanzo, quale miglior modo di stuzzicare la vostra curiosità se non con le parole dell’autore stesso?

Chris e Marisol hanno due personalità completamente differenti ma alla fine scoprono di essere molto più simili di quanto ci si aspetterebbe. Entrambi, a modo loro, son cercatori.
A chi si sente più vicino? Quanto è importante per lei la voglia di cercare, di indagare?

A chi mi sento più vicino…eh a tutti e due. Chris ha un approccio più istintivo, che io vorrei avere e che non ho. Però mi piace molto perché si arrangia, vive alla giornata, non ha bisogno di fare grandi piani, grandi programmi. Marisol ha un approccio cerebrale, algido, molto artificiale, arbitrario però anche molto intelligente, molto brillante che si va ad infrangere contro qualcosa di infrangibile cioè i paradossi.
I paradossi sono un problema dello scibile umano occidentale mentre sono la delizia dello Zen, delle storie Sufi e del Dao ecc.
Quindi mi sento vicino ad entrambi ma non sono proprio né uno né l’altro.

La voglia di cercare, di indagare è fondamentale. Credo che la curiosità sia un dono, io sono nato curioso.
Sono un lettore onnivoro, sto sveglio di notte a leggere Wikipedia, mentre da ragazzo quando non c’era Wikipedia leggevo l’enciclopedia britannica a caso, qualunque cosa mi interessava moltissimo. Tuttora sono molto, molto curioso.
La curiosità, poi, può trascendere nella voglia di cercare e nel lavorare finché si trovino delle risposte.

Marisol e Chris ad un certo punto si ritrovano a vivere nel “paradiso terrestre”. Cibo gratis, poche preoccupazioni ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare invece di essere felici la noia prende il sopravvento e tutto diviene un comatoso sopravvivere. La vita per avere un senso deve essere lotta, mischia oppure secondo lei si può realizzare sé stessi anche attraverso altre vie?

La vita così come concepita per noi esseri umani penso che sia una sfida. Penso che se non la si concepisce come sfida possa essere effettivamente uno stato comatoso come dice lei. Quindi secondo me, sì, ci si deve realizzare cercando di trascendere sé stessi ed arrivare più in là di quelli che si pensava fossero i nostri limiti.

Lei crede che sia il caso a regolare le nostre vite oppure siamo noi i soli artefici del nostro destino?

È una via di mezzo fra i due cioè non siamo né dei pupazzi in mano al caso né siamo del tutto artefici del nostro destino. Per esempio I Ching che è il libro delle combinazioni cinese di cinquemila anni fa, ci insegna proprio ad avere delle risposte da questo libro oracolare e poi a comportarci secondo quanto ci viene detto. Quindi non può succederci niente se non facciamo assolutamente niente ma, alle volte, nonostante i nostri sforzi non si arriva a nulla. È quindi una via di mezzo tra i due, bisogna saperla interpretare.

Quanto è importante secondo lei riuscire a mantenere viva la capacità di sognare?

È fondamentale perché una vita senza sogni è una vita tristissima, mentre una vita solo di sogni è una vita inutile, sprecata.


Guido Mina di Sospiro è cresciuto a Milano in una casa in cui si parlavano diverse lingue, ha studiato chitarra classica prima di lasciare l’Italia per la California dove ha frequentato la School of  Cinema Production of  Southern California; da allora risiede negli Stati Uniti. I suoi libri – scritti in inglese – sono stati tradotti in dodici lingue. Ricordiamo tra gli altri Il fiume, L’albero, La metafisica del ping-pong. Scrive inoltre per il blog Reality Sandwich e per il sito Disinformation, entrambi di New York City. Vive vicino a Washington DC con sua moglie.