sabato 27 maggio 2023

“L’antiquario in cornice” (Alberto Bruschi – Silvestra Bietoletti)

Durante le mie letture mi imbattei un giorno in una frase di Alberto Bruschi che mi incuriosì molto: “Quando sbaglia l’antiquario deve piangere in cantina, ma è meglio che pianga per i propri errori che per quelli altrui”. Una massima che si potrebbe definire universale.

La frase è tratta dal libro “L”antiquario in cornice”, un catalogo, a cura di Silvestra Bietoletti, che prende in esame alcune delle opere della collezione Bruschi, i cui soggetti sono figure legate all’ambiente del mercato dell’arte, non solo antiquari ma anche collezionisti, restauratori, rigattieri, venditori di libri usati.

Il catalogo è preceduto da una lunga introduzione. In queste pagine, definite da Bruschi appunti di memoria, egli si racconta accompagnando il lettore nel proprio mondo. 

Quello del mercato dell’arte è un mondo complesso e cosmopolita che, a torto o a ragione, nel corso dei secoli è stato spesso guardato con sospetto e ha suscitato molta diffidenza.

L’amore per l’antiquariato caratterizzò Alberto Bruschi sin dalla più tenera età così come la passione per i libri che sempre egli antepose all’effimero e alla vanità.

L’antiquario, afferma Bruschi, non ha interessi al di fuori del proprio lavoro, non ci possono essere per lui distrazioni perché completamente assorbito dal proprio lavoro che diviene quasi una sorta di missione. Egli non andrà mai veramente in pensione perché sino all’ultimo giorno non desisterà mai dalla ricerca di quell’oggetto raro e prezioso che è per lui una specie di Santo Graal.

Ma è possibile comprare e vendere senza troppi rimpianti? Secondo Alberto Bruschi sicuramente sì e, a pensarci bene, non potrebbe essere altrimenti per chi ha fatto dell’antiquariato la propria professione. Il rapporto con le antichità non dovrebbe mai essere un rapporto di possesso, ma piuttosto di amicizia. Fondamentale è imparare a possedere le cose senza lasciare che queste ci possiedano a loro volta. Tutto dovrebbe essere ricondotto alla necessità di instaurare un dialogo con il passato. Se poi gli eredi alieneranno preziosi oggetti o dipinti non c’è da disperare perché quegli stessi oggetti e dipinti faranno la felicità di qualche altro collezionista che ne saprà apprezzare il valore.

L’antiquario non deve necessariamente essere figlio d’arte e non deve per forza provenire da una famiglia facoltosa; tutti i veri antiquari sono figli dell’aristocrazia dell’intelletto.

È di fatto un lupo solitario, non si mescola al branco e vive ritirato nella propria tana, sebbene non si sottragga mai quando venga chiamato a viaggiare senza sosta per raggiungere i luoghi più impervi e lontani con qualunque mezzo di trasporto pur di ottenere l’oggetto dei desideri.

L’antiquario è monumento di autonomia intellettuale. Tutto e il contrario di tutto lo possono definire. L’autore snocciola una pletora infinita di aggettivi che ben si addicono a descriverne la figura, solo per citarne alcuni potremmo dire modesto e presuntuoso, sospettoso e credulone, accorto e incosciente, spietato e mecenate…

Questo libro è un’importante tassello per meglio incorniciare la figura di Alberto Bruschi che fino ad oggi avevo conosciuto principalmente come studioso di storia medicea. Con l’ironia, lo spirito arguto e il linguaggio elegante e raffinato che sempre ne caratterizzano i suoi scritti, si incontra in queste pagine il Bruschi antiquario e collezionista.

Si conferma quanto egli fu persona non comune e quanto quel lungo elenco di aggettivi, di cui ho accennato poco sopra, potesse attagliarsi a lui e a pochissimi altri, nonostante egli stesso scrivesse, se per falsa modestia o vanità celata non è dato sapere e poco importa, di ritenere almeno il novantotto per cento dei colleghi più intelligenti di lui.

La sua fu una personalità estremamente versatile, impossibile da definire. Fu antiquario, storico, romanziere, saggista, archeologo, collezionista, letterato, promotore di iniziative culturali, mecenate e, se come egli sosteneva l’antichità è per chi la capisce e per chi se la merita, davvero pochi avrebbero potuto tenere il suo passo.

Alcune pagine del libro sono dedicate a importanti e famosi antiquari e collezionisti come Stefano Bardini ed Elia Volpi che furono per Bruschi fonte di ispirazione. Egli rimase però sempre fedele a se stesso; da ottimo antiquario quale fu, infatti, non si lasciò influenzare da nessuno, indipendente fino alla fine, mai rinunciò alle proprie convinzioni.

 

 

 

 


mercoledì 24 maggio 2023

“Giovan Battista Fagiuoli” di Rossella Foggi

Il volumetto venne pubblicato nel 1993 in occasione della scoperta avvenuta l’anno precedente da parte di Alberto Bruschi, editore della Collana Loggia Rucellai di cui anche libro fa parte, di un ritratto di Giovan Battista Fagiuoli eseguito da Pier Dandini.

Al saggio di Rossella Foggi in cui viene raccontata la vita e descritta la personalità del Fagiuoli, segue una breve analisi di Sandro Bellesi del dipinto ritrovato. In queste pagine Bellesi riporta anche un estratto dell’opera del Fagiuoli, un capitolo che questi volle dedicare al Dandini proprio come ringraziamento del ritratto.

Antonio Paolucci definisce Giovan Battista Fagiuoli eccentrico bardo degli ultimi Medici. Definizione calzante, sebbene molte delle facezie che la tradizione popolare fiorentina gli ha attribuito nel corso dei secoli siano in verità sono solo false credenze.

Il poeta e commediografo fiorentino fu testimone di quell’epoca che vide per sempre calare il sipario sulla dinastia medicea. Si spense infatti l’anno prima di Anna Maria Luisa de’ Medici e i suoi funerali vennero celebrati in San Lorenzo.

Nato il giorno di San Giovanni Battista del 1660, il Fagiuoli dovette lasciare presto il collegio dei Gesuiti, dove aveva intrapreso gli studi, poiché il padre morì all’età di soli 43 anni. Appena tredicenne, per mantenere la madre, dovette accettare un impiego presso un dottore in legge, ma fin da subito fu chiaro come il lavoro d’ufficio non fosse la sua vera inclinazione. Egli riuscì fin da subito a ritagliarsi un suo spazio dedicandosi alla recitazione, passione quella per il palcoscenico che lo accompagnò per tutta la sua esistenza. Suo malgrado, per far quadrare il bilancio famigliare, dovette però sempre destreggiarsi tra l’impiego presso l’Arcivescovado e la vocazione di letterato.

I suoi scritti non furono mai troppo pungenti o violenti; poeta satirico, raramente ironico e in nessun modo cattivo, questo suo aspetto fu dovuto indubbiamente al suo carattere, ma in parte anche alle sue ispirazioni ad entrare nell’ambiente di Corte.

Scelse la strada più lunga per raggiungere i suoi scopi, ovvero la sua arte, poiché da uomo orgoglioso, mai avrebbe venduto la sua dignità in cambio di un posto da cortigiano.  Purtroppo, anche i suoi amici il Redi e il Magliabechi, rispettivamente il medico e il bibliotecario di Corte, non riuscirono a intercedere in suo favore come avrebbe desiderato.

Dovette allontanarsi da Firenze per lavoro, trascorse un periodo a Livorno e persino un anno a Varsavia. Poi, finalmente, un giorno venne accolto da Francesco Maria de’ Medici, fratello del Granduca Cosimo III, e iniziò a frequentare le feste e gli eventi mondani nella Villa di Lappeggi tanto cara al cardinale. Sfortunatamente, quando questo morì, dal momento che il Fagiuoli non era mai stato stipendiato come cortigiano, si ritrovò nuovamente a dover contare solo sul reddito ricavato da un piccolo podere di proprietà e dallo stipendio ricevuto come attuario. Solo l’Elettrice Palatina, all’epoca ancora a Düsseldorf, cerco di intercedere presso il padre Cosimo III in suo favore e sempre lei lo sostenne anche quando salì al trono il fratello Gian Gastone, non particolarmente interessato all’opera del Fagiuoli.

Giovan Battista Fagiuoili ebbe una vita non facile, sempre a corto di denari sin da bambino si ritrovò a dover far fronte anche ad una famiglia molto numerosa. La moglie gli diede ben dieci figli ma solo quattro di questi, quattro figlie tutte monacate, gli sopravvissero. Il Fagiuoli in verità sopravvisse pure alla moglie sebbene molto più giovane di lui e a tutti i suoi nipoti.

Una figura affascinante incontrata spesso nelle mie letture sugli ultimi Medici che sono contenta di aver potuto approfondire grazie a questo interessante saggio.

Giovan Battista Fagiuoli fu uomo del suo tempo e rileggere le sue opere (rime, composizioni, commedie) e i suoi diari che si compongono di ben 30 volumi, di cui i primi tre redatti in bella copia, che vanno dal 1672, anno della morte del padre, fino a due giorni prima della sua morte, avvenuta il 12 luglio 1742, è fondamentale per comprendere l’epoca di cui lui fu testimone.

Rossella Foggi con questo suo saggio e Alberto Bruschi con questa collana hanno dimostrato di aver compreso quanto sia importante andare alla riscoperta di quei personaggi che solo all’apparenza possono essere considerati marginali a quella che viene considerata la storia con la “S” maiuscola.




giovedì 18 maggio 2023

“Il sigillo di Enrico IV” di Tiziana Silvestrin

Corre l’anno 1596 e la situazione politica in Europa è piuttosto complicata.  Enrico IV per il trono ha accettato di convertirsi alla religione cattolica. La Spagna però ha invaso alcuni territori francesi e la Francia le ha dichiarato guerra. È vitale, per l’equilibro della politica europea e per il Papato, che la frattura tra Enrico IV e Filippo II venga ricomposta al più presto e il conflitto scongiurato. A tal proposito, il vescovo di Mantova Francesco Gonzaga viene inviato in Francia in qualità di nunzio apostolico insieme all’arcivescovo di Firenze Alessandro de’ Medici. 

A Mantova nelle settimane che precedono la Pasqua accadono strani fenomeni. Gli operai che lavorano nella cripta della basilica di Sant’Andrea vengono messi in fuga da un incendio che lascia sul pavimento inquietanti segni: due triangoli rovesciati intrecciati a formare una stella a cinque punte. Il pentacolo, o sigillo di Salomone, è un potente talismano che viene disegnato nei riti satanici per proteggere colui che evoca dei demoni. Subito dopo questo evento, le acque del lago prendono fuoco.

È evidente che qualcuno stia simulando volontariamente dei riti satanici per spaventare la popolazione. Spetterà al capitano di giustizia scoprire chi ci sia dietro questa messinscena e quale ne sia lo scopo. L'indagine condurrà Biagio dell'Orso fino in Francia al seguito del nunzio apostolico Francesco Gonzaga e dell’arcivescovo Alessandro de’ Medici.

La trama di questo quarto romanzo della saga dei Gonzaga di Tiziana Silvestrin è davvero molto articolata, tantissimi sono i colpi di scena che si susseguono incessantemente.

Numerosi sono i personaggi, tutti perfettamente descritti sia fisicamente che caratterialmente anche qualora si tratti di figure di secondo piano come nel caso di Don Ulisse che si incontra solo nelle prime pagine del libro.

Ad Eleonora de’ Medici è dato ampio spazio in questo episodio. La Medici si rivela ancora una volta molto più abile del marito nel saper condurre gli affari del Ducato. Sempre pronta ad aiutare la propria famiglia, sebbene per farlo talvolta si trovi costretta ad astenersi dal seguire i principi di giustizia ed onestà, dimostra di possedere grandi doti diplomatiche.

Spiccano in questo romanzo anche altre due figure: il nunzio pontificio Francesco Gonzaga, vescovo di Mantova, e l'arcivescovo di Firenze. Alessandro de’ Medici non era un parente diretto della duchessa Eleonora, ma apparteneva ad un ramo collaterale della famiglia, quello dei Medici di Ottajano.

L’arcivescovo di Firenze reca con se uno prezioso cofanetto che sembra nascondere un mistero. Senza ovviamente svelarvi il segreto, posso però anticiparvi che per gli appassionati di storia medicea non dovrebbe essere difficile intuire cosa sia celato al suo interno.

Come tutti i romanzi della saga anche questo quarto volume è autoconclusivo. Il protagonista principale di tutti è l’affascinante Biagio dall’Orso e filo conduttore principale comune dei vari episodi è la sua storia con Rosa, la bella veneziana.

Tiziana SIlvestrin riesce ogni volta a stupire il lettore creando trame sempre nuove e coinvolgenti partendo da fatti realmente accaduti e da personaggi storici realmente esistiti.

Una perfetta fusione tra fantasia e realtà storica, la prima frutto di una grande capacità narrativa dell'autrice e la seconda di una meticolosa e dettagliata ricerca delle fonti.

A presto con il prossimo volume della saga...


 

domenica 7 maggio 2023

“Lorenzo il Magnifico in salute in malattia” di Emiliano Panconesi e Lorenzo Marri Malacrida

Questo piccolo volume, terza uscita della Collana Loggia Rucellai, si pone come obiettivo si analizzare la figura di Lorenzo il Magnifico da un punto di vista diverso da quello consueto.

Oggetto di questo breve saggio non è quindi il Lorenzo statista, letterato, politico e mecenate, tutte sue caratteristiche che qui vengono ricordate solo a scopo biografico.

L’argomento centrale di questo saggio è invece quello della malattia del Magnifico e del rapporto che questi ebbe con la medicina. Gli autori indagano quindi quali furono le sue caratteristiche fisiche e psichiche.

Lorenzo de’ Medici mori all’età di 43 anni. Il 1492 fu davvero un anno particolare perché non solo se ne andava colui che allora era l’ago della bilancia della politica italiana ed europea, ma anche un grande pittore a lui contemporaneo quale fu Piero della Francesca, uno dei tanti artisti che Lorenzo de’ Medici ebbe la fortuna di poter incontrare nel corso della sua vita.  Ad ottobre di quello stesso anno Cristoforo Colombo sbarcava sulle coste del nuovo continente e da quel momento in poi si sarebbe entrati ufficialmente nell’Era Moderna.

Nel Quattrocento non esisteva una marcata differenza tra le discipline come la conosciamo noi oggi. All’epoca del Magnifico tra il sapere medico-fisico e la cultura letteraria e filosofica vi era uno stretto legame. Studiando la biblioteca di Pier Leoni (o Pierleone) da Spoleto medico di Lorenzo si può facilmente comprendere quanto fossero intrecciate tra loro discipline quali la filosofia, la medicina, la matematica ma anche l’astrologia. La cultura rinascimentale in generale e quella del Rinascimento fiorentino in particolare erano davvero complesse.

Interessante è l’approfondimento dedicato all’accezione del termine saturnino in cui si spiega come durante il Rinascimento melanconico e saturnino perdettero via via sempre più la connotazione patologica o negativa che essi mantenevano ancora in epoca medievale.

Tutti i Medici, da Cosimo Pater Patriae fino ad arrivare a Cosimo III e al figlio di questi il Gran Principe Ferdinando, furono affetti dalla gotta. Il padre di Lorenzo de’ Medici fu definito addirittura “Il Gottoso” e neppure Lorenzo trovò scampo dalla nemica di famiglia. 

Di Lorenzo si sa che già all’età di diciotto anni fu afflitto da un eczema di notevole aggressività al quale poi seguirono manifestazioni di iperuricemia.

Difficile, nonostante gli studi effettuati sui resti del Magnifico, in particolare da Genna e Pierraccini nel 1945, riuscire a individuare le vere cause che portarono Lorenzo alla morte. La gotta può degenerare in forme di reumatismo cronico e interessare non solo le articolazioni ma anche altri organi quali occhi, cuori, nervi, stomaco e reni.

Dagli scritti del Poliziano sappiamo che Lorenzo soffri negli ultimi giorni di fortissimi dolori presumibilmente di stomaco. Questi dolori gli autori del saggio non escludono potessero essere imputati oltre alla gotta anche a qualche ulcera gastrica o duodenale. Alcuni avvenimenti della vita di Lorenzo quali la perdita del fratello Giuliano nella Congiura dei Pazzi, il Sacco di Volterra e la decisione di concedere la mano della giovane figlia prediletta Maddalena al dissoluto Franceschetto Cybo figlio di Papa Innocenzo VIII per opportunismo dinastico e politico contribuirono probabilmente a minare ulteriormente la già malferma salute del Magnifico.

Un saggio interessante che, sebbene forse un po' datato in quanto edito nell’anno 1992, prova a risolvere importanti interrogativi utilizzando una chiave di lettura davvero insolita e particolare.

 


venerdì 5 maggio 2023

“Il ponte dei delitti a Venezia” di Matteo Strukul

Dopo “Il cimitero di Venezia” Matteo Strukul torna a raccontarci una storia ambientata nel Settecento veneziano. Protagonista del libro è nuovamente Antonio Canal, conosciuto da tutti come Canaletto. Più che un secondo romanzo vero e proprio, come tiene a precisare lo stesso autore, si tratta della seconda parte della saga.

Sono trascorsi quattro anni da quando Canaletto e i suoi amici furono coinvolti nell’impegnativo compito di smascherare l’identità del colpevole di una serie di delitti in cui trovarono la morte alcune donne del patriziato. Olaf Teufel però riuscì a sottrarsi all’arresto. Oggi il diabolico e spietato assassino è tornato ed è più che mai deciso a portare a termine i suoi piani. 

La prima vittima questa volta è Marco Grisoni, segretario della Cancelleria della Serenissima Repubblica di Venezia. L’uomo viene ritrovato presso il Ponte delle Guglie a Cannaregio con un pugnale conficcato nel petto e un biglietto con su scritto il nome di Canaletto.

Il fatto agghiacciante è che la morte dell’uomo non è sopraggiunta a seguito della pugnalata, ma per dissanguamento. Il collo della vittima presenta, infatti, due fori quasi perfettamente rotondi che sembrano essere dovuti al morso di un animale non identificabile.

Inizia così, come quattro anni prima, una corsa contro il tempo per poter fermare quello che si preannuncia essere solo il primo di una serie di efferati delitti.

Pittore famoso ed affermato, Canaletto, nonostante la sua precedente esperienza, continua a non ritenersi all’altezza dell’incarico che il Doge Alvise Mocenigo non esita nuovamente a conferirgli.

Antonio Canal può contare sempre sui suoi amici più cari, l’irlandese Owen McSwiney, il medico ebreo Isaac Liebermann, il feldmaresciallo Joahann Matthias von der Schulenburg e il mecenate Joseph Smith, ma il pittore continua a sentirsi l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Egli, però, non è comunque tipo da tirarsi indietro e fuggire le proprie responsabilità, tanto più questa volta che è stato direttamente chiamato in causa dall’assassino.

Ritroviamo la bellissima Charlotte von der Schuleburg con la quale Antonio intrattiene una relazione ormai da quattro anni. Charlotte è ancora la donna volitiva e indipendente di un tempo, ma la sua determinazione e la sua forza di carattere verranno messe a dura prova dagli eventi.

Altre due donne monopolizzano la scena con la loro personalità. L’affascinante seppur non più giovanissima Rosalba Carriera, pittrice e ritrattista di gran fama, e la seducente e diabolica baronessa Orsola Esterhàzy che sembra nascondere un terribile segreto.

“Il ponte dei delitti di Venezia” è un thriller storico avventuroso dalle tinte fosche. Fin dalle primissime righe Matteo Strukul riesce a ricreare un’atmosfera carica di suspense che coinvolge il lettore trascinandolo in un’adrenalinica ricerca alla scoperta di indizi e prove che possano svelare l’arcano mistero, un mistero che sembra infittirsi sempre più pagina dopo pagina.

Il lettore cerca di non lasciarsi fuorviare da quanto accade, non vuole credere a spiegazioni soprannaturali, ma proprio come Canaletto anche il lettore fa molta fatica a razionalizzare e a mantenersi saldo nelle proprie certezze. Questo sentire comune facilita grandemente la creazione di una forte empatia da parte del lettore nei confronti del protagonista.

Arte, storia, meraviglia, bellezza, tensione, amore, leggenda, tormento, pentimento, amarezza, amicizia insomma, come avrete capito, non manca davvero nulla a questo romanzo dalla trama così abilmente disegnata dal solito ineguagliabile Matteo Strukul.