domenica 1 marzo 2026

“L’ultima amante di Hachikō” di Banana Yoshimoto

Mao ha quindici anni e una vita già troppo ingarbugliata. Vive con la madre in una comunità religiosa nata attorno alla figura della nonna, una guaritrice considerata veggente, morta da poco. Da quando lei non c’è più, quel gruppo di hippy spirituali sta scivolando verso un fondamentalismo strano, inquietante.

Dalla nonna le è rimasto solo un lascito di parole oscure: che impazzirà, se non seguirà la strada della pittura; che la sua salvezza arriverà da lontano, da un ragazzo arrivato dall’India di nome Hachi; che lei sarà la sua ultima amante. Frasi che sembrano più un rebus che un destino.

Quando la comunità si irrigidisce e la casa diventa una gabbia, Mao capisce che restare non è più possibile. Durante una delle sue fughe incontra proprio un ragazzo che corrisponde alla descrizione fattale dalla nonna. Non sa ancora dove la porterà quella profezia, ma sa che il suo cammino non può che cominciare lasciando dietro di sé il villaggio dell’amore.

Reggere tutta questa intensità sapendo che la storia d’amore sta per finire è per il lettore quasi un esercizio di resistenza emotiva. Le pagine si fanno più dense, l’ansia cresce eppure tutto è già scritto, il destino ha tracciato la strada fin dall’inizio. Le parole della nonna a Mao non sono solo un presagio, sono la consapevolezza che certe traiettorie non si possono evitare.

Forse per una mentalità giapponese, abituata al qui e ora, al lasciare andare come gesto naturale, questo passaggio risulta più comprensibile. Per noi occidentali, invece, abituati a trattenere, a spiegare, a dare un nome a tutto, queste pagine risultano quasi spiazzanti. Se poi consideriamo la giovane età dei protagonisti, le loro scelte così definitive, così radicali diventano ancora più stranianti. Hachikō che decide, Mao che si lascia vivere: due estremi che, proprio perché i protagonisti sono tanto giovani, fanno ancora più rumore.

Il romanzo di Banana Yoshimoto è un libro intenso. Porta con sé un messaggio semplice eppure difficile da incarnare: se imparassimo ad amarci un po’ di più, forse proveremmo meno rancore verso ciò che la vita ci toglie. L’accettazione non è resa, ma un modo per respirare meglio, per capire chi siamo davvero e cosa desideriamo, senza pretendere che tutto sia già chiaro dentro di noi. Cercare il proprio centro è fatica, ma è l’unica strada per vivere in sintonia con il nostro io più autentico.

C’è anche un invito sottile a guardare i “nemici” per ciò che sono: esseri umani. Metterli in questa categoria, spogliarli del potere che diamo loro, rende più facile non odiarli. Non per loro, ma per noi stessi, per alleggerire il peso che portiamo.

Il tempo che scorre non è mai inutile. Anche quando sembra lento, anche quando fa male, porta con sé un senso che spesso comprendiamo solo dopo.

Serve coraggio per seguire la propria strada, per fregarsene delle aspettative, per accettare che quando una persona sceglie davvero il proprio cammino, nulla di ciò che facciamo potrà cambiarlo. Possiamo solo lasciare andare. E in questo gesto così difficile, così necessario c’è forse la forma più pura di salvezza: accettare l’altro, accettare il tempo, accettare che tutto scorre.



domenica 22 febbraio 2026

“Le magnifiche vite precedenti del Buddha” a cura di Genevienne e Tea Pecunia

I jataka sono i racconti della nascita, un vasto corpus di storie che ripercorrono le molte vite del Buddha prima dell’illuminazione. In queste narrazioni il futuro Buddha appare in forme diverse: animale, umana o divina.

Al centro dei jataka c’è la legge del kamma (karma in sanscrito): ogni azione compiuta intenzionalmente genera un seme destinato a maturare nelle esistenze successive. Le azioni buone portano frutti buoni, quelle cattive frutti cattivi. Le rinascite possono assumere molte forme, ma è solo nell’incarnazione umana che diventa possibile sciogliere definitivamente il debito karmico e raggiungere l’illuminazione.

Per lungo tempo si è pensato che questi racconti fossero destinati soprattutto ai laici buddhisti, grazie alla loro immediatezza e alla struttura narrativa semplice e piacevole. Studi più recenti suggeriscono invece che fossero rivolti principalmente a monaci e monache, come strumenti di riflessione e insegnamento. Ogni jataka segue una struttura tripartita: un episodio del presente, la storia del passato e infine la connessione karmica che unisce i due piani temporali.

Il libro non presenta l’intero corpus dei jataka, ma ne propone una selezione ampia e scelta con grande attenzione. Al termine di ogni racconto troviamo un commento ricco e illuminante delle curatrici, Genevienne e Tea Pecunia, che orienta la lettura senza appesantirla. Grazie a queste guide alla lettura è possibile cogliere implicazioni e raffinate complessità morali che a un lettore meno esperto potrebbero facilmente sfuggire.

Molti protagonisti sono animali e il pensiero corre spontaneamente alle favole di Esopo. Ma qui l’animale non è mai ridotto a una maschera fissa (la volpe astuta o il leone saggio) bensì diventa un veicolo per esplorare la complessità morale dell’esistenza.

Ciò che colpisce, leggendo, è l’attualità sorprendente di queste storie. Offrono spunti preziosi per affrontare la vita quotidiana con maggiore consapevolezza; celebrano virtù come la generosità, si oppongono all’eccesso di materialismo che caratterizza il nostro tempo, invitano a riconoscere il valore della comunità, ma anche l’importanza del lasciar andare. Ricordano che non tutte le azioni negative ci condannano; se non sono frutto della nostra volontà, non generano lo stesso peso karmico di quelle compiute deliberatamente.

In questi racconti convivono parabola morale, insegnamento spirituale e gusto narrativo. Ci trasportano in un mondo lontano, eppure ci parlano con una chiarezza sorprendente del nostro presente. Sono storie leggere, piacevoli da leggere, ma capaci di aprire spazi di riflessione profonda. 

Leggendo "San Francesco" di Aldo Cazzullo mi aveva colpito un passaggio in particolare: il parallelo, appena accennato ma potentissimo, tra la figura del santo di Assisi e quella del Buddha storico, Siddharta Gautama. Due vite lontanissime nel tempo e nello spazio, eppure attraversate da una stessa intuizione, la possibilità di un’umanità diversa, fondata sull’inclusione e sulla fraternità universale.

Questa affinità emerge con forza quando si sfogliano i jataka. In queste pagine prende forma un’idea di comunità che non esclude, ma accoglie: un microcosmo dove le distinzioni di casta vengono sospese e ogni individuo, indipendentemente dalla sua origine, trova un posto. È un gesto rivoluzionario, soprattutto se si pensa che il Buddha stesso diede il suo assenso alla prima ordinazione femminile della storia, aprendo la via a una comunità monastica di donne. La stessa radicalità la ritroviamo in Francesco. Anche lui, come Siddharta, scelse di scardinare le gerarchie del suo mondo. Non solo accolse Chiara d’Assisi nella sua visione di vita evangelica, ma la sostenne, la guidò, la incoraggiò a fondare una forma di consacrazione femminile che fosse pienamente parte della famiglia francescana nascente. Non un’appendice, non un ruolo subordinato, ma una presenza essenziale, riconosciuta e amata.

Buddha e Francesco si sfiorano davvero nella capacità di immaginare una comunità dove l’altro non è un intruso, ma un fratello o una sorella. Una comunità che non si difende, ma si espande. Che non teme la differenza, ma la riconosce come parte del tutto.



domenica 18 gennaio 2026

“Francesco. Il primo italiano” di Aldo Cazzullo

Il libro di Aldo Cazzullo dedicato a San Francesco si presenta come un’opera che sfugge alle definizioni canoniche. Non è una biografia in senso stretto, né un semplice saggio storico: è piuttosto un percorso attraverso le molteplici sfaccettature della vita del santo, la sua storia, la sua storiografia, la sua eredità spirituale e culturale. Cazzullo non si limita a raccontare Francesco: lo osserva da angolazioni nuove, lo mette in dialogo con il nostro presente, lo restituisce alla sua complessità.

Già dalle prime pagine l’autore sorprende il lettore con un accostamento inatteso: la vita di Francesco paragonata a quella del Buddha, nella figura di Siddhartha. Un parallelismo che evidenzia punti di contatto sorprendenti come la rinuncia, la ricerca interiore, la compassione, ma anche differenze profonde. È un’apertura che incuriosisce e invita a proseguire la lettura, perché suggerisce che il libro non seguirà strade prevedibili, ma tenterà di illuminare zone meno esplorate.

Di San Francesco conosciamo i dogmi più celebri: l’amore per la natura, il rispetto per la dignità umana, la fratellanza universale. Eppure la sua figura, a differenza di quella di molti altri santi, non si è mai cristallizzata. Attraversa i secoli riuscendo a rimanere estremamente moderna.

Cazzullo insiste su un aspetto spesso trascurato: Francesco non era soltanto il santo sorridente che parlava agli uccelli. Era un uomo attraversato da passioni forti, capace di dolcezza ma anche di decisione. Un ribelle quando necessario, capace di durezza e fermezza. La sua gioia non era ingenuità, ma scelta consapevole, frutto di una visione radicale della vita.

Francesco cresce in un’epoca di grandi trasformazioni: le città si espandono, le università nascono, il denaro circola, le banche si consolidano, le crociate infiammano l’immaginario collettivo. È un mondo in fermento, in cui tutto sembra muoversi.

In questo contesto, la sua rivoluzione non viene condannata, come accadde ad altri movimenti spirituali, perché non mirava a demolire la Chiesa, ma a riportarla alla sua essenza. La sua povertà non era protesta politica, ma testimonianza spirituale. La sua ribellione non era distruttiva, ma rigeneratrice.

Le fonti su Francesco sono numerose, contraddittorie, talvolta poco credibili. Alcune sono state scoperte solo recentemente; altre sono state manipolate o reinterpretate dalla Chiesa per ragioni storiche e politiche fin da subito dopo la morte di Francesco. È un terreno complesso, dove la santità rischia di trasformarsi in leggenda e la leggenda di oscurare l’uomo.

Cazzullo affronta questo labirinto con l’attenzione del giornalista e la sensibilità del narratore. Cerca di distinguere ciò che è storicamente plausibile da ciò che appartiene alla costruzione agiografica, ciò che davvero proviene da Francesco da ciò che gli è stato attribuito. Il risultato è un ritratto più umano, più sfaccettato, più autentico.

Il libro di Cazzullo riesce restituisce un San Francesco vivo, complesso, sorprendentemente moderno. Non un’icona immobile, ma un uomo che ha attraversato il suo tempo con una forza rivoluzionaria e una visione limpida. La lettura lascia la sensazione di aver incontrato davvero Francesco, non quello delle immagini edulcorate, ma quello vero: appassionato, ribelle, innamorato della vita e dell’umanità. È un saggio che non solo racconta, ma invita a riflettere.

 

 

mercoledì 7 gennaio 2026

“Dryadem. La leggenda” di Marie Albes

Ayres ha ventidue anni, ma porta addosso un senso di colpa antico, pesante, che le impedisce di vivere la sua età con la leggerezza che meriterebbe.

La sua vita scorre in una routine fatta di piccoli lavori: al mattino tra i profumi di carta e polvere della libreria antiquaria, al pomeriggio tra i colori delicati di un negozio di fiori. Una quotidianità silenziosa, quasi sospesa, che sembra proteggerla e imprigionarla al tempo stesso.

Poi, il destino bussa alla sua porta. Ha il volto di un ragazzo affascinante, James, che irrompe nella sua vita con una richiesta impossibile: ha bisogno di lei per spezzare una maledizione lanciatagli da una giovane strega.

Ayres non sa cosa pensare. Dubbi, paure, esitazioni la assalgono. Eppure, qualcosa dentro di lei la spinge ad accettare, forse perché quel viaggio non è solo la ricerca di un modo per sciogliere un incantesimo, ma anche l’occasione per ritrovare se stessa, per capire finalmente chi è davvero.

“Dryadem. La leggenda” è il primo volume di una trilogia fantasy decisamente particolare. Non si limita a raccontare una storia di magia: intreccia cultura celtica, miti antichi, divinità dimenticate, stregoneria e leggende.

Il ritmo iniziale è piuttosto lento e fatica un po’ a ingranare. Tuttavia, una volta che la storia prende avvio, gli eventi si incastrano con coerenza e la trama si ricompone in modo convincente.

I personaggi sono numerosi, ma è Ayres quella che rimane nel cuore del lettore e non solo perché è la protagonista della storia. Fragile e forte, smarrita e determinata, è una giovane che cresce, che sbaglia, che cerca. Quello di Ayres è un viaggio dentro la magia e dentro se stessa.

Non è possibile considerarlo un romanzo autoconclusivo: troppi misteri restano sospesi, troppe domande attendono risposta. E così, una volta chiusa l’ultima pagina, non resta che proseguire il viaggio ed immergersi nel seguito della saga.

Una storia affascinante, ricca di magia e di ombre, che parla di destini intrecciati e di identità da ritrovare. Un inizio che promette molto e che invita a restare.



venerdì 26 dicembre 2025

“Bushidō” di Inazō Nitobe (a cura di Tea Pecunia)

Tea Pecunia, nella sua introduzione, ci presenta l’autore dell’opera: Inazō Nitobe (1862–1933). Inazō Nitobe trascorse gran parte della sua vita lontano dal Giappone, vivendo per molti anni negli Stati Uniti e in Europa. Fu una figura straordinariamente versatile: docente, rettore universitario, economista agrario, diplomatico, politico e persino esperantista. Credeva profondamente nel progetto dell’Esperanto, una lingua pianificata per favorire il dialogo tra i popoli, costruita con elementi provenienti dal latino, dall’italiano, dal francese, dall’inglese, dal russo e dal polacco.

Forse fu proprio questa sua naturale inclinazione al dialogo a spingerlo a scrivere la sua opera più celebre, con l’intento di rispondere alle domande degli occidentali sull’etica giapponese. Il libro lo rese noto in tutto l’Occidente, pur attirando numerose critiche per alcune inesattezze storiche, per certi limiti interpretativi e per quelle che alcuni giudicarono forzature prospettiche. Eppure, ancora oggi, rimane il testo più diffuso sul Bushidō.

Inazō Nitobe cerca costantemente di individuare affinità e punti di contatto tra la cultura occidentale e quella giapponese, un compito tutt’altro che semplice. Così, ad esempio, mette in relazione lo spirito cavalleresco medievale con il Bushidō dei samurai: due realtà profondamente diverse, ma accomunate da alcuni valori morali fondamentali.

La mia impressione, leggendo anche altri autori giapponesi che trattano gli stessi temi, è che Inazō Nitobe sia riuscito a “occidentalizzare” il concetto di Bushidō, rendendolo quindi più accessibile al lettore europeo. La sua sensibilità, spesso vicina al modo di pensare occidentale, emerge chiaramente e facilita la comprensione di chi si avvicina a questi argomenti senza alcuna conoscenza preliminare. Nonostante ciò, il suo pensiero resta profondamente permeato dalla mentalità giapponese: pur avendo ricevuto un’educazione occidentale e pur essendosi convertito nel corso della sua vita al cristianesimo, Inazō Nitobe non rinnega mai il proprio retaggio culturale. Un po’ come accade a noi italiani che restiamo legati, spesso anche inconsciamente, alle nostre radici regionali, così Inazō Nitobe rimane profondamente ancorato alla tradizione del Giappone.

Nel trattare il tema, l’autore ricorre spesso a parallelismi tratti dalla storia e dalla letteratura europee, nel tentativo di avvicinare il lettore straniero a una materia complessa e distante. E, a mio avviso, ci riesce pienamente. Il testo è suddiviso in vari capitoli, ciascuno dedicato a un aspetto del Bushidō: le sue origini, le fonti, il carattere, l’insegnamento, l’influenza sulle masse, la continuità nel tempo e la sua persistenza nel presente. Il Bushidō viene presentato come un codice morale che i samurai erano tenuti a osservare con rigore.

Inazō Nitobe analizza virtù come benevolenza, cortesia, veridicità, onore, dovere, lealtà e dominio di sé: tutti elementi fondamentali dell’anima del Bushidō. Alcune descrizioni raggiungono una vera e propria poeticità, come quando parla delle celebri lame dei samurai, autentiche opere d’arte, che paragona alle loro rivali occidentali, come la spada di Toledo o quella di Damasco.

In definitiva, Bushidō è un libro stimolante, capace di ricostruire con vivacità il Giappone feudale. È un testo accessibile ai neofiti e a chi desidera avvicinarsi per la prima volta al mondo dei samurai, comprendere che cosa sia il Bushidō e quale eredità abbia lasciato nella cultura giapponese contemporanea. Un’opera che invita a riflettere su quanto di quell’antica etica sia sopravvissuto nel Giappone moderno, soprattutto se confrontato con la tradizione cavalleresca occidentale.



domenica 23 novembre 2025

“La libreria del venerdì” di Sawako Natori

All’interno della stazione ferroviaria di Nohara, un tranquillo sobborgo a nord di Tōkyō, si trova una libreria avvolta da un’aura di mistero. Secondo le voci che circolano in rete, chiunque vi entri riesce a scoprire proprio il libro di cui ha bisogno in quel preciso momento.

Fumiya, uno studente refrattario alla lettura, è alla disperata ricerca di un volume per il padre malato. Spinto dall’urgenza e dalla speranza, decide di varcare la soglia di questa insolita libreria.

La libreria del venerdì si  rivela un luogo magico: oltre agli scaffali colmi di volumi, ospita un piccolo spazio caffè dove vengono preparati piatti ispirati ai libri stessi e un magazzino sotterraneo immenso ricavato da un vecchio binario dismesso. A guidare questo mondo incantato ci sono tre figure: Makino, la direttrice, Yasu, il proprietario, e Sugawa, che si occupa dell’angolo ristoro.

Grazie a loro, Fumiya riscoprirà il piacere della lettura e  accetterà addirittura un lavoro part-time nella libreria, trasformando così quel rifiuto per i libri in una nuova passione.

Il romanzo di Sawako Natori si distingue per la sua originalità: i libri e i personaggi delle storie non restano soltanto sullo sfondo della vita dei protagonisti, ma si intrecciano con le loro esistenze e con quella di tutte le figure che popolano le pagine del romanzo. La letteratura, giapponese e non solo, diventa così il filo conduttore che dà voce e respiro alle vicende umane narrate fatte di emozioni. I sogni, le speranze, le paure, le illusioni e le fragilità dei protagonisti rispecchiano quelle dei clienti della libreria. Quegli stessi sentimenti vengono messi a nudo, indagati e trasformati grazie alla lettura e al suo potere curativo.

Diverse sono le tematiche affrontate in questo libro. Una, in particolare, riguarda l’incapacità di confrontarsi con le emozioni autentiche, abituati ormai a gestirle attraverso i social senza averne un’esperienza diretta. Un altro tema centrale è il rapporto tra genitori e figli: da un lato le aspettative dei primi, dall’altro il conflitto dei secondi, divisi tra il desiderio di affermare la propria personalità, realizzare i propri sogni e la paura di deludere chi li ha cresciuti. L’insicurezza emerge in ogni sua forma: dal timore di non essere abbastanza intelligenti o attraenti per suscitare interesse, fino alla sensazione di non meritare l’amore o l’amicizia di qualcuno.

Ho trovato il libro non sempre di facile lettura: in alcuni passaggi si avverte una certa fatica, soprattutto quando i romanzi citati non sono conosciuti dal lettore. Le soluzioni narrative proposte, talvolta, strappano un sorriso e appaiono volutamente sopra le righe, sfiorando il comico e persino l’assurdo. Tuttavia, è forse proprio questa sua eccentricità che contribuisce a renderlo un romanzo moderno, capace di riflettere con ironia e leggerezza sulle contraddizioni della nostra epoca.

Al di là delle sue particolarità narrative, l’opera conserva un senso profondo: invita a interrogarsi sul ruolo della letteratura nella vita quotidiana e sul potere che le storie hanno di trasformare, consolare e persino destabilizzare chi le legge.



 


martedì 11 novembre 2025

“L’apprendista” di Bruno Di Marco

Martino da Fano giunge a Urbino animato da un ardente desiderio: diventare pittore. Viene accolto nella bottega di Giovanni Santi, padre del piccolo Raffaellino, un bambino dal talento straordinario, destinato a un futuro luminoso nel mondo dell’arte.

Ma il destino di Martino prende una piega inaspettata. Poco dopo la morte di Giovanni Santi, viene strappato alla quiete della bottega e condotto a Palazzo Ducale. Qui, i pennelli e i colori lasciano il posto alle armi, all’inganno, allo spionaggio e all’arte del trasformismo. I migliori maestri lo istruiscono in ogni disciplina, affinando le sue abilità fino a trasformarlo nello Scorpio Major: una spia letale e silenziosa, capace di muoversi con astuzia in un mondo violento, intricato e pieno di insidie.

Il ritmo del romanzo nelle prime ottanta pagine è piuttosto lento e costellato di interrogativi. Il lettore si trova spiazzato, ma anche irresistibilmente attratto: l’apparente vaghezza degli eventi stimola la curiosità e invita a proseguire, nella speranza di scoprire dove la narrazione voglia condurre. Poi, all’improvviso, la trama si schiarisce: gli eventi si delineano con chiarezza e il racconto accelera, trasformandosi in una sequenza incalzante di colpi di scena e svolte impreviste che mantengono alta la tensione e catturano l’attenzione fino all’ultima pagina.

La narrazione si intreccia con la storia in modo puntuale. Sebbene nelle prime pagine il lettore, che abbia poca famigliarità con il Rinascimento, possa incontrare qualche difficoltà nel collocare gli eventi con precisione nel contesto storico, man mano che il racconto si sviluppa tutto diventa più chiaro e accessibile.

L’apprendista è un thriller storico in cui la fantasia regna sovrana. Per apprezzarlo appieno è necessario compiere un atto di fede e lasciarsi trasportare dall’immaginazione. Non è un romanzo per chi cerchi una ricostruzione storica rigorosamente fedele ai fatti: il personaggio di Raffaello è frutto di pura invenzione e si ispira alla ricca tradizione letteraria del travestimento.

Il Rinascimento, con la sua duplice anima, epoca di splendore artistico ma anche di guerre, intrighi e tradimenti, si rivela il palcoscenico ideale per una storia dai toni oscuri e avvincenti come quella narrata da Bruno Di Marco.

L’autore dimostra una profonda conoscenza dell’epoca. Nella trama si integrano perfettamente le figure storiche, come quella di Cesare Borgia e di Leonardo da Vinci, ed eventi reali, come la strage di Senigallia e le lotte tra le famiglie baronali romane. A questi elementi si aggiungono dettagli più sottili e suggestivi, come le superstizioni e la diffusa fiducia negli oroscopi, che contribuiscono a rendere l’ambientazione ancora più viva e credibile.

Il romanzo si chiude con un finale aperto, una conclusione sospesa e carica di tensione che lascia nel lettore il sottile presentimento di un possibile ritorno sulla scena dei protagonisti.