giovedì 18 giugno 2026

“Cosimo I de’ Medici” di Roberto Cantagalli

Fin dalle prime pagine, il volume di Cantagalli si rivela particolarmente intrigante per una ragione tutt'altro che scontata: dedica ampio spazio agli anni giovanili di Cosimo de' Medici, un periodo spesso trascurato dalla maggior parte delle biografie a lui dedicate. Eppure proprio in quella fase, quando il futuro duca e poi granduca di Toscana viveva ancora nell'ombra come semplice cittadino, si trovano molte delle chiavi necessarie per comprendere la sua personalità e il suo successivo operato politico.

La scarsità delle informazioni e la loro genericità contribuirono, del resto, a trarre in inganno la stessa oligarchia patrizia fiorentina guidata da Francesco Guicciardini. Alla morte del duca Alessandro, Cosimo fu scelto come soluzione di compromesso, quasi come un male minore, nella convinzione che fosse un giovane inesperto e facilmente manovrabile. La storia avrebbe dimostrato quanto questa valutazione fosse errata.

Fin dalla giovinezza emerge infatti un carattere incline alla solitudine, alla riservatezza e a una riflessione sempre misurata. Cosimo era un uomo che ponderava gesti e parole, poco incline alle manifestazioni esteriori dei sentimenti. Una durezza che mantenne anche durante il governo. Emblematico, in tal senso, fu il suo comportamento quando dovette affrontare quasi contemporaneamente la perdita della moglie Eleonora di Toledo e dei figli Giovanni e Garzia: mantenne un contegno severo e composto, senza lasciarsi andare pubblicamente al dolore. Questo atteggiamento contribuì ad alimentare le dicerie e le falsificazioni diffuse dai suoi nemici.

Un ruolo fondamentale nella sua formazione fu svolto dalla madre, Maria Salviati. Donna intelligente, prudente e profondamente protettiva nei confronti del figlio unico, si occupò personalmente della sua educazione, scegliendo i migliori precettori e circondandolo di collaboratori capaci di guidarlo nella crescita. La sua influenza rimase determinante fino a quando il suo posto accanto a Cosimo non venne progressivamente occupato dalla moglie Eleonora di Toledo.

Il libro di Cantagalli è, a tutti gli effetti, una biografia e non pretende di essere un trattato storico specialistico. Tuttavia si distingue per la qualità della scrittura e per la capacità di organizzare le informazioni in modo chiaro e coinvolgente. La narrazione procede con fluidità, senza tralasciare aspetti significativi della vicenda umana e politica del protagonista, sostenuta da una bibliografia ampia e accurata.

L'autore non si limita a raccontare l'ascesa al potere di Cosimo, ma analizza anche la sua azione di governo: la fondazione delle accademie, il rapporto con l'amata Eleonora, il legame con i figli e, in particolare, quello con il futuro successore Francesco I.

Dalle pagine emerge il ritratto di un principe profondamente pragmatico. Cosimo credeva nella concretezza, nella forza esercitata con determinazione e, quando necessario, con spregiudicata fermezza. A suo giudizio, queste erano qualità indispensabili per chiunque volesse affermarsi e mantenere il potere. Pur essendo un mecenate di rilievo, era molto diverso da Lorenzo il Magnifico: non possedeva la stessa inclinazione umanistica e letteraria. Sotto molti aspetti ricordava piuttosto Cosimo il Vecchio, condividendone il pragmatismo, l'attenzione agli affari e una notevole abilità nella gestione delle attività economiche e commerciali.

Fu proprio grazie a queste qualità che Cosimo riuscì a trasformare profondamente la Toscana, consolidandone il prestigio e il peso politico. La sua determinazione gli consentì infine di ottenere il riconoscimento del titolo granducale, assicurando ai suoi discendenti una posizione di assoluto rilievo nel panorama europeo.

Il libro è dunque una lettura consigliata non soltanto a chi desidera approfondire la figura di Cosimo I de' Medici, ma anche a chi vuole comprendere meglio la nascita della Toscana moderna e il percorso che portò uno dei più importanti sovrani del Rinascimento italiano a lasciare un'impronta indelebile nella storia.

Al termine della lettura resta l'impressione di aver scoperto un Cosimo I più umano e complesso rispetto all'immagine, spesso schematica, tramandata dalla storiografia. Non solo il sovrano che rese grande la Toscana, ma anche il giovane uomo che, attraverso prove, responsabilità e ambizioni, costruì il proprio destino. Grazie a una narrazione scorrevole e ben documentata, Cantagalli restituisce al protagonista tutta la sua profondità storica e umana, realizzando una biografia che riesce a essere al tempo stesso rigorosa, accessibile e appassionante.


domenica 10 maggio 2026

“Il libro dell’apprendista samurai” di Daidoji Yūzan (a cura di Tea Pecunia)

Daidōji Yūzan visse tra il 1639 e il 1730. Discendente di un clan dal passato illustre, crebbe però in una condizione segnata dal declino del prestigio familiare: nel 1615 un episodio compromise infatti la reputazione della casata, lasciando sulla famiglia una pesante eredità sociale. Questo contesto di precarietà contribuì a plasmare profondamente il pensiero dell’autore.

Nel corso della sua vita Yūzan viaggiò molto e poté accedere a una formazione di altissimo livello. Il Giappone in cui visse attraversava un lungo periodo di pace e stabilità, e proprio questa nuova condizione stava mettendo la classe guerriera di fronte a una profonda crisi identitaria. I bushi non erano più soltanto uomini d’arme: il mondo del commercio e dell’amministrazione stava assumendo un ruolo sempre più centrale nella società. In questo scenario, il pensiero di Yūzan contribuì a ridefinire la figura del samurai, trasformandolo da semplice guerriero a funzionario al servizio dell’ordine politico e burocratico.

Dopo l’accurata introduzione di Tea Pecunia, sempre preziosa per la capacità di contestualizzare il periodo storico e guidare il lettore attraverso il testo, ci si immerge nelle pagine di Yūzan. Più che un semplice manuale destinato agli apprendisti samurai, l’opera si rivela un autentico percorso di formazione etica e spirituale.

L’autore affronta a tutto tondo i temi fondamentali della vita del samurai senza cadere mai nell’idealizzazione ingenua. Daidōji Yūzan è infatti ben consapevole di quanto sia difficile, se non proprio impossibile,  trovare rettitudine, coraggio e lealtà riunite in un unico individuo.

Uno dei nuclei centrali dell’opera è il rapporto con la morte. Secondo Yūzan, il samurai dovrebbe meditare costantemente sulla propria fine, perché soltanto così può vivere pienamente il presente, evitando superficialità e rimandi continui. Ogni istante potrebbe essere l’ultimo, ed è proprio questa consapevolezza a dare valore alle azioni quotidiane. Se un tempo era la battaglia il luogo naturale in cui affrontare la morte con coraggio, nel nuovo mondo descritto dall’autore anche la malattia diventa un banco di prova: il samurai deve accoglierla senza paura e senza attaccamento.

Accanto alla lealtà verso il signore trovano spazio anche temi come la pietà filiale, l’autodisciplina e soprattutto lo studio. Per Yūzan l’apprendimento non deve mai interrompersi, nemmeno nella vecchiaia: migliorare sé stessi è un compito continuo, che accompagna l’intera esistenza.

È proprio qui che il testo mantiene ancora oggi una sorprendente attualità. Dietro i precetti destinati ai samurai emerge infatti una riflessione universale fondata su sobrietà, disciplina, responsabilità e consapevolezza del proprio ruolo nel mondo. Valori che, in una società frenetica e spesso disorientata come la nostra, continuano ad avere una forza capace di interrogare il presente.



sabato 9 maggio 2026

“La vendetta dei leoni di Venezia” di Matteo Strukul

In questo nuovo romanzo torna sulla scena il personaggio de El Caligo, lo spettro di Venezia che aveva già conquistato i lettori nel primo volume, La congiura delle vipere.

La congiura è stata sventata: la Spagna, attraverso due dei suoi uomini più influenti, aveva orchestrato un piano per conquistare l’Arsenale e rovesciare il governo della Serenissima. Venezia, però, non dimentica e soprattutto non perdona. Per dimostrare la propria forza, la città si prepara ad una spettacolare esecuzione pubblica: ben quarantacinque persone verranno impiccate davanti al popolo.

Il compito de El Caligo, però, non è ancora terminato. I nemici non sono stati del tutto sconfitti e qualcuno continua a tramare nell’ombra, deciso a colpire proprio durante l’esecuzione.

Ritorna sulla scena anche l’Invelenada, la temibile irriducibile sfuggita alla morte, più determinata che mai a vendicarsi del suo mortale nemico, lo spettro di Venezia. La donna sa di non poterlo affrontare sul piano delle armi, ma troverà un modo molto più subdolo e velenoso per metterlo alle strette.

Ritroviamo così i personaggi che avevano affascinato i lettori con il primo romanzo: El Caligo con il suo amore e la sua assoluta lealtà verso Venezia, Rea e il suo legame con il muschier Marco, la pittrice Chiara Varotari e tutte le figure che ruotano attorno a una vicenda sempre più intensa e coinvolgente.

Quanto era stato soltanto accennato nel primo capitolo della saga qui viene approfondito e definito con maggiore precisione: i rapporti tra i personaggi, il peso del loro passato e le motivazioni che li guidano rendono l’introspezione psicologica ancora più concreta ed efficace.

Come nel primo romanzo, pur basandosi su una rigorosa ricerca storica, l’autore si concede ampia libertà creativa. Non manca, al termine del volume, una ricca bibliografia che permette al lettore di approfondire i temi e gli eventi trattati che più lo hanno incuriosito durante la lettura.

Anche questo nuovo episodio strizza l’occhio ai grandi feuilleton d’appendice, intrecciando avventura, intrighi politici ed elementi picareschi in un ritmo serrato e cinematografico.

Una combinazione perfetta tra trama originale e ricostruzione storica, capace di trascinare il lettore nel cuore della Venezia seicentesca. Intrighi, vendette e personaggi intensi prendono vita pagina dopo pagina in un romanzo che conferma ancora una volta la straordinaria capacità narrativa di Matteo Strukul, autore capace come pochi di trasformare la Storia in un’avventura viva e coinvolgente.



domenica 3 maggio 2026

“Neve di primavera” di Yukio Mishima

Tokyo, 1912. All’indomani della guerra russo-giapponese, l’aristocrazia nipponica, ancora avvolta in un’etichetta severa, quasi immobile, avverte le prime incrinature di un mondo che cambia, rapido e inesorabile, sotto la pressione della modernità.

Al centro della vicenda si staglia Kiyoaki Matsugae, giovane erede di una famiglia che solo mezzo secolo prima viveva ai margini: militari di provincia, poveri ma vitali, lontani dalla raffinatezza della corte. È il padre, ora marchese, a voler recidere ogni traccia di quell’origine, affidando il figlio sin dall’infanzia alla nobile casata degli Ayakura, affinché respiri la grazia e la raffinatezza dell’alta aristocrazia.

Crescendo tra quelle mura, Kiyoaki condivide gli anni più delicati con Satoko, figlia degli Ayakura: affascinante e  luminosa, pià matura e profondamente innamorata di lui fin dall’infanzia. Ma l’amore di Satoko si infrange contro l’ambiguità del giovane. Kiyoaki è bello, sì, ma inquieto, incostante; capace di una crudele indifferenza verso chi lo ama, come se temesse che ogni sentimento potesse sottrargli qualcosa anziché donarglielo.

Il suo è un cuore esitante, sospeso; come una bandiera al vento è incapace di scegliere la direzione. Forse teme Satoko, o forse teme ciò che lei risveglia in lui. Il suo comportamento è contraddittorio, spesso irritante, e non conquista facilmente la simpatia del lettore. Eppure, proprio in questa fragilità si compie il suo percorso: un lento, tormentato cammino di crescita emotiva, in cui l’amore diventa prova, specchio e, infine, rivelazione. Solo attraversando il dolore e il rimpianto, Kiyoaki si avvicina a ciò che significa davvero diventare uomo.

Attorno a lui si muove una costellazione di figure vivide: il conte Ayakura, elegante, ma sottomesso, suo malgrado, alla volontà del marchese Matsugae a causa delle difficoltà economiche della famiglia; la madre del marchese, donna energica e determinata; e soprattutto Honda, l’amico leale, saldo e razionale, capace di comprendere Kiyoaki senza mai smarrire se stesso, mantenendo quella distanza che è forma di rispetto e di lucidità.

“Neve di primavera” è un romanzo talvolta esigente, che chiede attenzione e sensibilità, ma che ricompensa con una bellezza sottile e persistente. Un mondo lontano, che può apparire difficile da comprendere agli occhi occidentali, ma proprio per questo ancora più affascinante. Una storia profonda, che non si limita a raccontare i protagonisti, ma scava anche nelle pieghe dell’animo dei personaggi secondari, restituendo un affresco complesso e raffinato.

Quando l’ultima pagina si chiude, restano una lieve e struggente sensazione e una domanda sospesa: se sia davvero possibile afferrare la felicità quando la si riconosce, o se, come Kiyoaki, si sia destinati a comprenderne il valore solo nel momento in cui ormai è troppo tardi.



domenica 12 aprile 2026

“Il tiranno fiorentino” di Alessandro Lo Bartolo

Quando si parla di Alessandro de' Medici, è difficile separare la storia dalla leggenda. La fine della Repubblica di Firenze e l’inizio di oltre due secoli di dominio mediceo passano inevitabilmente dalla sua figura: un protagonista spesso raccontato più attraverso ombre e accuse che attraverso i fatti.

Salito al potere con l’appoggio decisivo di Clemente VII e dell’imperatore Carlo V, Alessandro si trovò a governare una città che aveva a lungo difeso con tenacia la propria libertà repubblicana. Un contesto tutt’altro che semplice, in cui il passaggio da Repubblica a Ducato fu vissuto da molti come una frattura insanabile.

È proprio in questo clima che nasce la cosiddetta “leggenda nera” del tiranno fiorentino. Ma quanto c’è di vero? E quanto, invece, è stato costruito ad arte dagli oppositori politici o amplificato da chi aveva interesse a screditarne la memoria come il suo assassino, il famigerato Lorenzino?

Il saggio di Alessandro Lo Bartolo affronta proprio questo nodo: distinguere la realtà dalla propaganda. Il suo lavoro si muove con rigore tra fonti e documenti d’archivio, evitando derive romanzate e privilegiando un approccio analitico. Ne emerge un ritratto più complesso, meno schematico.

Il governo di Alessandro durò appena cinque anni, ma non fu privo di interventi e riforme. Non tutto, dunque, può essere liquidato come negativo. È vero che negli ultimi tempi il duca fu descritto come dissoluto, ma è altrettanto vero che comportamenti simili erano comuni tra i giovani sovrani dell’epoca. Forse, più che una reale eccezione, la sua condotta fu amplificata da una città ancora ostile al potere accentrato.

Dopo la sua morte, sarà Cosimo I de' Medici a raccoglierne l’eredità. E lo farà senza una rottura netta: anzi, proseguirà e rafforzerà molte delle linee già avviate, fino a trasformare il Ducato nel futuro Granducato di Toscana.

Il libro di Alessandro Lo Bartolo si distingue per solidità e precisione. Non è un testo indulgente verso il lato umano di Alessandro: lascia poco spazio alla dimensione personale e si concentra soprattutto sui fatti, sui documenti, sulle testimonianze storiche. Questo lo rende estremamente affidabile, anche se talvolta la lettura può risultare densa.

Restano particolarmente vivide le pagine dedicate ai rapporti diplomatici, come l’incontro con Carlo V a Napoli, che restituiscono un’immagine più sfaccettata del duca e della politica dell’epoca.

Nel complesso, si tratta di un saggio imprescindibile per chi desideri comprendere davvero la figura di Alessandro de’ Medici: il suo regno fu breve, ma il suo ruolo nella storia di Firenze e del Granducato di Toscana fu decisivo.

Cosa non aspettarsi? Una biografia tradizionale del personaggio: questo lavoro se ne discosta completamente, offrendo un approccio ben diverso.


domenica 1 marzo 2026

“L’ultima amante di Hachikō” di Banana Yoshimoto

Mao ha quindici anni e una vita già troppo ingarbugliata. Vive con la madre in una comunità religiosa nata attorno alla figura della nonna, una guaritrice considerata veggente, morta da poco. Da quando lei non c’è più, quel gruppo di hippy spirituali sta scivolando verso un fondamentalismo strano, inquietante.

Dalla nonna le è rimasto solo un lascito di parole oscure: che impazzirà, se non seguirà la strada della pittura; che la sua salvezza arriverà da lontano, da un ragazzo arrivato dall’India di nome Hachi; che lei sarà la sua ultima amante. Frasi che sembrano più un rebus che un destino.

Quando la comunità si irrigidisce e la casa diventa una gabbia, Mao capisce che restare non è più possibile. Durante una delle sue fughe incontra proprio un ragazzo che corrisponde alla descrizione fattale dalla nonna. Non sa ancora dove la porterà quella profezia, ma sa che il suo cammino non può che cominciare lasciando dietro di sé il villaggio dell’amore.

Reggere tutta questa intensità sapendo che la storia d’amore sta per finire è per il lettore quasi un esercizio di resistenza emotiva. Le pagine si fanno più dense, l’ansia cresce eppure tutto è già scritto, il destino ha tracciato la strada fin dall’inizio. Le parole della nonna a Mao non sono solo un presagio, sono la consapevolezza che certe traiettorie non si possono evitare.

Forse per una mentalità giapponese, abituata al qui e ora, al lasciare andare come gesto naturale, questo passaggio risulta più comprensibile. Per noi occidentali, invece, abituati a trattenere, a spiegare, a dare un nome a tutto, queste pagine risultano quasi spiazzanti. Se poi consideriamo la giovane età dei protagonisti, le loro scelte così definitive, così radicali diventano ancora più stranianti. Hachikō che decide, Mao che si lascia vivere: due estremi che, proprio perché i protagonisti sono tanto giovani, fanno ancora più rumore.

Il romanzo di Banana Yoshimoto è un libro intenso. Porta con sé un messaggio semplice eppure difficile da incarnare: se imparassimo ad amarci un po’ di più, forse proveremmo meno rancore verso ciò che la vita ci toglie. L’accettazione non è resa, ma un modo per respirare meglio, per capire chi siamo davvero e cosa desideriamo, senza pretendere che tutto sia già chiaro dentro di noi. Cercare il proprio centro è fatica, ma è l’unica strada per vivere in sintonia con il nostro io più autentico.

C’è anche un invito sottile a guardare i “nemici” per ciò che sono: esseri umani. Metterli in questa categoria, spogliarli del potere che diamo loro, rende più facile non odiarli. Non per loro, ma per noi stessi, per alleggerire il peso che portiamo.

Il tempo che scorre non è mai inutile. Anche quando sembra lento, anche quando fa male, porta con sé un senso che spesso comprendiamo solo dopo.

Serve coraggio per seguire la propria strada, per fregarsene delle aspettative, per accettare che quando una persona sceglie davvero il proprio cammino, nulla di ciò che facciamo potrà cambiarlo. Possiamo solo lasciare andare. E in questo gesto così difficile, così necessario c’è forse la forma più pura di salvezza: accettare l’altro, accettare il tempo, accettare che tutto scorre.



domenica 22 febbraio 2026

“Le magnifiche vite precedenti del Buddha” a cura di Genevienne e Tea Pecunia

I jataka sono i racconti della nascita, un vasto corpus di storie che ripercorrono le molte vite del Buddha prima dell’illuminazione. In queste narrazioni il futuro Buddha appare in forme diverse: animale, umana o divina.

Al centro dei jataka c’è la legge del kamma (karma in sanscrito): ogni azione compiuta intenzionalmente genera un seme destinato a maturare nelle esistenze successive. Le azioni buone portano frutti buoni, quelle cattive frutti cattivi. Le rinascite possono assumere molte forme, ma è solo nell’incarnazione umana che diventa possibile sciogliere definitivamente il debito karmico e raggiungere l’illuminazione.

Per lungo tempo si è pensato che questi racconti fossero destinati soprattutto ai laici buddhisti, grazie alla loro immediatezza e alla struttura narrativa semplice e piacevole. Studi più recenti suggeriscono invece che fossero rivolti principalmente a monaci e monache, come strumenti di riflessione e insegnamento. Ogni jataka segue una struttura tripartita: un episodio del presente, la storia del passato e infine la connessione karmica che unisce i due piani temporali.

Il libro non presenta l’intero corpus dei jataka, ma ne propone una selezione ampia e scelta con grande attenzione. Al termine di ogni racconto troviamo un commento ricco e illuminante delle curatrici, Genevienne e Tea Pecunia, che orienta la lettura senza appesantirla. Grazie a queste guide alla lettura è possibile cogliere implicazioni e raffinate complessità morali che a un lettore meno esperto potrebbero facilmente sfuggire.

Molti protagonisti sono animali e il pensiero corre spontaneamente alle favole di Esopo. Ma qui l’animale non è mai ridotto a una maschera fissa (la volpe astuta o il leone saggio) bensì diventa un veicolo per esplorare la complessità morale dell’esistenza.

Ciò che colpisce, leggendo, è l’attualità sorprendente di queste storie. Offrono spunti preziosi per affrontare la vita quotidiana con maggiore consapevolezza; celebrano virtù come la generosità, si oppongono all’eccesso di materialismo che caratterizza il nostro tempo, invitano a riconoscere il valore della comunità, ma anche l’importanza del lasciar andare. Ricordano che non tutte le azioni negative ci condannano; se non sono frutto della nostra volontà, non generano lo stesso peso karmico di quelle compiute deliberatamente.

In questi racconti convivono parabola morale, insegnamento spirituale e gusto narrativo. Ci trasportano in un mondo lontano, eppure ci parlano con una chiarezza sorprendente del nostro presente. Sono storie leggere, piacevoli da leggere, ma capaci di aprire spazi di riflessione profonda. 

Leggendo "San Francesco" di Aldo Cazzullo mi aveva colpito un passaggio in particolare: il parallelo, appena accennato ma potentissimo, tra la figura del santo di Assisi e quella del Buddha storico, Siddharta Gautama. Due vite lontanissime nel tempo e nello spazio, eppure attraversate da una stessa intuizione, la possibilità di un’umanità diversa, fondata sull’inclusione e sulla fraternità universale.

Questa affinità emerge con forza quando si sfogliano i jataka. In queste pagine prende forma un’idea di comunità che non esclude, ma accoglie: un microcosmo dove le distinzioni di casta vengono sospese e ogni individuo, indipendentemente dalla sua origine, trova un posto. È un gesto rivoluzionario, soprattutto se si pensa che il Buddha stesso diede il suo assenso alla prima ordinazione femminile della storia, aprendo la via a una comunità monastica di donne. La stessa radicalità la ritroviamo in Francesco. Anche lui, come Siddharta, scelse di scardinare le gerarchie del suo mondo. Non solo accolse Chiara d’Assisi nella sua visione di vita evangelica, ma la sostenne, la guidò, la incoraggiò a fondare una forma di consacrazione femminile che fosse pienamente parte della famiglia francescana nascente. Non un’appendice, non un ruolo subordinato, ma una presenza essenziale, riconosciuta e amata.

Buddha e Francesco si sfiorano davvero nella capacità di immaginare una comunità dove l’altro non è un intruso, ma un fratello o una sorella. Una comunità che non si difende, ma si espande. Che non teme la differenza, ma la riconosce come parte del tutto.