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domenica 18 febbraio 2024

“Dietro le colonne” di Navid Carucci

Dopo “La Luce di Akbar”, pubblicato sempre con La Lepre Edizioni, Navid Carucci torna a parlarci dell'Impero Moghul.

Siamo nel 1657, l’Hindostan è una terra florida e in pace, il regno è amministrato da ufficiali capaci e giusti, la raccolta dei tributi è equa, ma improvvisamente, quando il sovrano si ammala e tutti temono il peggio, si riaccendono le faide per la successione.

L’imperatore Shan Jahan ha già da tempo designato come erede il primogenito Dara Shikoh, ma questo non impedirà che gli altri fratelli scendano in campo contro di lui e contro lo stesso padre, che si sarà nel frattempo rimesso dalla la crisi, scatenando una sanguinosa guerra per il trono.

Jahanara, la figlia maggiore, Somma Principessa, ha fatto da madre ai fratelli e le sorelle; Mumtaz Mahal era infatti morta di parto quando Jahanara aveva appena diciassette anni.

La tradizione dei Timuridi è una tradizione di sangue, lo stesso Shan Shikoh non si era fatto scrupoli di uccidere fratello e nipote pur di conquistare il potere. Jahanara, principessa illuminata e cosmopolita, vorrebbe impedire che la storia si ripeta ma non ci riuscirà.

Jahanara è molto vicina all’erede al trono designato dal padre. Dara Shikoh è di un solo anno più giovane di lei. Entrambi desiderano una religione universale e non divisiva, tutto è Dio.

Proprio la religione sarà al centro dello scontro con Aurangzeb, terzo figlio maschio di Shan Jahan, sunnita ortodosso ed estremista.

Se Jahanara parteggia per il primogenito Dara Shikoh, Rosahanara è dalla parte di Aurangzeb, mentre la più giovane delle figlie dell’imperatore, Gauharara, è molto vicina Shah Shuja, secondogenito maschio, di presunta fede sciita.

Navid Carucci con magistrale bravura è riuscito ancora una volta a raccontare la storia con la S maiuscola attraverso la narrazione romanzata dei suoi personaggi. Con l’introduzione di personaggi nati dalla sua fantasia e grazie alla dettagliata caratterizzazione piscologica dei protagonisti realmente esistititi, l’autore è riuscito a regalarci un affresco quanto più verosimile di un’epoca tanto ricca di contraddizioni.

Tra le pagine troviamo racconti di avvenimenti e tradizioni che spesso ci colpiscono per la loro violenza e crudeltà, come quando leggiamo della cerimonia funebre hindu in cui le mogli del defunto venivano arse vive insieme al corpo del marito talvolta volontariamente, più spesso costrette. In verità, se ci pensiamo, anche la storia occidentale è costellata di altrettanta violenza, basti pensare per esempio alle nostre corti rinascimentali, alle guerre di religione tra cattolici e protestanti e all’Inquisizione.

L’aggressività che ritroviamo nel racconto di Navid Carucci però non è solo quella fisica che si sviluppa tra i fratelli in lotta per il potere; le sorelle, pur non combattendo tra loro con le armi, si fronteggiano con una violenza psicologica altrettanto vigorosa.

Jahanara è fortemente avversata da Rosahanara. Le accuse che la secondogenita rivolge alla sorella maggiore nascono soprattutto da un sentimento di rivalsa e invidia per essere sempre stata messa in secondo piano. Esecrabile per i suoi modi, non la si può certamente assolvere per la sua cattiveria d’animo, ma Rosahanara non è poi così lontana dalla verità quando accusa Jananara di non sapere cosa voglia dire essere sempre seconda, di aver sempre vissuto su di un piedistallo. Da parte sua Jahanara, schiacciata dalle responsabilità, ha anche lei i suoi demoni da affrontare come la mancata maternità, che vive come un terribile fallimento personale, e la continua ricerca di un equilibrio che sembra sempre sfuggirle.

Gauharara è forse l’unica che riuscirà a fare pace con se stessa superando il proprio demone ovvero il terribile senso di colpa per aver provocato la morte della madre con la propria nascita.

“Dietro le colonne” racconta il passato, un passato lontano nel tempo, ma che ha ancora un forte legame con il presente, vuoi perché ci porge una chiave per meglio afferrare dinamiche politiche e religiose ancora attuali, vuoi perché ci fa comprendere che alcuni demoni personali con i quali ci confrontiamo noi tutti sono gli stessi da sempre perché parte dell’essere umano in quanto tale.

Farti valere non significa tradire i tuoi famigliari, anzi non devi smettere di amarli, di amare, o governerai senza cuore. Però i vincoli della sottomissione sono d’impaccio al volo.

domenica 17 dicembre 2023

“Spettacolare” di Francesca Reggiani

Tutti noi, nostro malgrado, abbiamo dovuto abituarci alla precarietà perché questo è quello che oggi offre il mondo del lavoro. Nessuno si sofferma, però, a pensare che ci siano stati alcuni lavoratori che da sempre abbiano dovuto fare i conti con questa condizione. È il caso del mestiere dell’attore.

Francesca Reggiani ripercorre in queste pagine la storia della sua vita. Tra racconti famigliari, pezzi di satira e personaggi da lei interpretati, l’artista ci conduce alla scoperta di questo antico mestiere.

Un lavoro, quello dell’attore, che più che una professione in realtà potrebbe essere definito anche un modo di essere perché, quella che viene portata sulla scena, è la vita vera. Tutti noi recitiamo un ruolo e indossiamo le nostre maschere di pirandelliana memoria. L’attore – dice Francesca Reggiani - è colui che decide di trasformare in professione una condizione esistenziale.

Attenzione, però, questo non significa sia una professione nella quale ci si possa improvvisare. Senza dubbio è necessario avere una certa predisposizione, avere anche qualcuno che ci dia i giusti consigli e magari qualcuno che riconosca in noi un qualche potenziale, ma lo studio resta un elemento fondamentale per raggiungere il successo.

Qual è  la cosa che l’attore rincorre per tutta la vita? Potrà sembrare ovvio, è l’applauso. L’applauso è adrenalina, è riconoscimento, ma è anche consapevolezza che nulla deve essere mai dato per scontato perché il percorso sarà sempre uno stare perennemente sulle montagne russe.

Non è tanto la straordinarietà degli argomenti trattati in questo libro ad essere interessante quanto il modo ironico con cui l’autrice li affronta. Se vogliamo, le cose dette potrebbero anche sembrare quasi banali, ma non lo è assolutamente il taglio con cui la Reggiani le analizza. Di fatto tutti questi pensieri, che sono anche i nostri pensieri, o almeno della maggioranza, da noi non vengono mai espressi perché pochi hanno la forza e il coraggio di farlo apertamente per paura di essere accusati non essendo in linea con il dilagante conformismo morale. Che lo si voglia ammettere o meno, le cose ci sono sfuggite di mano e noi viviamo in un mondo perbenista dove anche fare satira è diventato estremamente difficile.

In questo mondo iperconnesso, dove tutti comunicano ma nessuno parla, dove si è soli anche quando ci si incontra fisicamente, dove durante un viaggio in treno nessuno guarda più il paesaggio fuori dal finestrino perché costantemente attaccato a computer, telefono e tablet, dove le donne riportano una data di scadenza come le mozzarelle, mentre l’uomo è affascinante a qualunque età, mi sentirei di aggiungere che questo è quello che credono loro e noi gli lasciamo credere, in questo mondo dove la gente comune ha paura di esprimere sinceramente le proprie opinioni, salvo poi farlo nel peggiore dei modi nascondendosi dietro l’anonimato di una tastiera, bene, in questo mondo che limita la libertà di tutti e di nessuno allo stesso tempo, i comici vengono costretti a giustificarsi per le proprie battute e far ridere diventa sempre più complicato.

“Spettacolare” è un libro intelligente e pungente, che con uno sguardo ironico ed arguto ci porta a riflettere e prendere coscienza del nostro atteggiamento nei confronti della vita e del mare di contraddizioni che ci circonda e nel quale ogni giorno cerchiamo di stare a galla con sempre più difficoltà.

Indovinata la scelta di inserire dei QR code al termine di alcuni passaggi così da poter rivedere in video alcuni monologhi che senza dubbio hanno un resa più efficace rispetto alla semplice lettura.



mercoledì 9 agosto 2023

“Cantami o diva degli eroi le ombre” di Isabella Bignozzi

Sparta. Elena e Clitennestra bambine giocano sotto lo sguardo vigile della nutrice. Le due sorelle sono molto simili, potrebbero essere gemelle, ma la bellezza di Elena è qualcosa che trascende il semplice aspetto fisico. Clitennestra ama sua sorella, ma la gelosia è una belva insidiosa.

Micene. Agamennone e Menelao due fratelli. Il primo, il maggiore, è prepotente e irascibile, l’altro, il minore, sempre tiranneggiato dal fratello, è un bambino sensibile e pauroso. 

Ftia. Achille bambino trascorre lunghe ore sugli scogli in cerca della madre. Teti, creatura misteriosa, figlia di Nereo, costretta a sposare Peleo, lo sposo mortale che non ha mai amato, ha uno strano rapporto con questo suo figlio dal carattere buio e impenetrabile.

Itaca. Un giovane Odisseo rinnegato dal padre Laerte si mette alla ricerca del nonno materno. Autolico è un ladro? Forse, ma anche un uomo estremamente scaltro, dote che il figlio di Anticlea ha ereditato interamente.

“Cantami o diva degli eroi le ombre” come si evince dal titolo, già di per sé evocativo, racconta la guerra di Troia. Bellezza, invidia, vendetta, destino, astuzia non manca proprio nessun ingrediente proprio dei racconti omerici.

Isabella Bignozzi, però, ha scelto di dare un taglio particolare a questo suo romanzo, il racconto inizia infatti narrando la storia dei protagonisti fin dalla loro fanciullezza.

La Bignozzi riporta inoltre in superficie tutti quei miti che nelle pagine di Omero vengono solo accennati, dando così più ampio respiro possibile alla trama e alla narrazione.

Una prosa poetica, un ritmo lento che incanta, tanto che sembra quasi di udire un suono di cetra in sottofondo mentre si procede nella lettura.

Come un novello aedo, Isabella Bignozzi plasma la materia omerica, la riordina, la rende fruibile al lettore moderno pur restando fedele al ritmo di un tempo antico.

Dona contemporaneità al mito, perché, contrariamento a quanto si sia portati a pensare nella frenesia della vita di tuti i giorni, il mito non è qualcosa di arcaico ma appartiene a tutti noi poiché i sentimenti, le fragilità e le asperità degli eroi omerici sono gli stessi dell’uomo moderno.

Qualche anno fa vi avevo parlato di un altro romanzo scritto dalla stessa autrice intitolato “Il segreto di Ippocrate”, una storia che avevo amato tantissimo.

Ebbene, con questo nuovo libro direi che l’autrice ha superato ogni mia più alta aspettativa.

Non è facile affrontare la materia omerica, e tanto meno deve esserlo mettendosi in gioco come ha fatto Isabella Bignozzi, eppure, è riuscita a creare qualcosa di davvero unico e speciale, facendo rivivere tra le sue pagine gli eroi e i miti di un tempo e restituendoci insieme anche la loro attualità.

 

 


domenica 4 giugno 2023

“Essere figlio di Oscar Wilde” di Vyvyan Holland

Ogni volta che mi ritrovato a passare davanti alla tomba di Constance, nel cimitero di Staglieno a Genova, mi chiedevo in che modo avessero affrontato lo scandalo lei e i suoi figli. Il libro di Vyvyan Holland è la risposta a tutte quelle domande che mi sono posta sin dai tempi del liceo, quando scoprii per la prima volta gli scritti di Oscar Wilde e la sua storia.

Il libro si apre con l’introduzione scritta da Merlin Holland, figlio di Vyvyan, nella quale egli racconta come il libro venne pubblicato quanto lui aveva appena otto anni. Merlin seppe dell’esistenza del libro solo all’età di quindici anni quando Vyvyan gliene diede una copia con una commovente dedica. Fino ad allora Oscar Wilde per Merlin era stato semplicemente uno scrittore famoso.

Nella prefazione scritta da Vyvyan ritroviamo una breve biografia del padre. In queste pagine egli espone anche le motivazioni della sua scelta di inserire nelle appendici anche alcune lettere che Oscar Wilde inviò agli amici ai tempi dell’università. Una risposta a coloro che accusarono suo padre di essere stato solo un esteta effeminato. Quelle lettere sono la chiara prova che Oscar Wilde era un giovane divertente, pieno di interessi, che amava l’esercizio fisico, la caccia e la pesca e che sì, come tutti i giovani della sua età, spesso era anche incostante.

I ricordi della prima infanzia di Vyvyan sono ricordi felici. Lui e il fratello maggiore Cyril litigavano spesso come accade tra fratelli, ma erano una famiglia serena. Il padre era un genitore presente e molto lontano dal tipico genitore vittoriano burbero e severo. Oscar amava giocare con loro e aggiustare i loro giocattoli.

Quando Wilde venne condannato Constance decise di cambiare il cognome per proteggere i figli e da quel momento si chiamarono Holland. Improvvisamente il padre sparì dalla vite di Vyvyan e di Cyril.

La famiglia di Constance, che già fin dall’inizio non era stata favorevole al suo matrimonio, la persuase che la cosa migliore fosse prendere le distanze dal marito.  Sebbene lei non fosse stata d’accordo, accettò di non vederlo più dopo la scarcerazione. Questo però non le impedì di continuare, per quanto possibile, a sostenerlo economicamente.

Purtroppo, Constance non visse a lungo e la famiglia di lei, a cui i ragazzi vennero affidati, fecero in modo che il padre non potesse mai più interferire con le loro vite riuscendo a tenerli lontano anche dagli amici di lui.

Gli amici di Oscar riuscirono a mettersi in contatto con Vyvyan e Cyril dopo la morte di Wilde, quando erano ormai giovani uomini, e questo permise ai figli di raggiungere una più imparziale e corretta visione di quanto accaduto.

Vyvyan seppe solo più tardi che il fratello Cyril aveva scoperto la verità quando era solo un bambino. Una verità difficile da elaborare, soprattutto a quell’età, che aveva contribuito a farlo crescere duro e spietato con se stesso.

Vyvyan all’oscuro di tutto, visse per anni nella paura e nella frustrazione, non riuscendo a comprendere cosa potesse essere successo di così grave a quel padre, tanto onorato e ammirato, che di punto in bianco aveva dovuto rinnegare. Un padre del quale non poté neppure mantenere il cognome tanto da doverlo cancellato persino dagli indumenti che indossava. Si ritrovò così ad immaginare le cose peggiori e tra queste arrivò a pensare persino che lui e suo fratello potessero essere figli illegittimi, quasi fossero stati due oggetti dai quale doveva essere cancellato il marchio di fabbrica.

Fare pace con il passato non fu facile per Vyvyan, Aveva amato profondamente la madre, una donna dalla forza e dal coraggio davvero straordinari. Vyvyan provava anche gratitudine per la famiglia materna che, sebbene a modo suo, aveva comunque cercato di proteggerli. Era però arrivato il momento di riappropriarsi anche di quel padre che non li aveva mai dimenticati. Quel padre che Vyvyan dirà essere stato più vittima delle circostanze che della propria fragilità. Era arrivato il momento di tornare ad essere orgoglioso dell'eroe di quando era bambino. Con questo libro Vyvyan chiude finalmente il cerchio.

Tantissimo si potrebbe dire su questo scritto di Vyvyan Holland che ci conduce nel sancta sanctorum di Oscar Wilde, il suo studio, attraverso gli occhi di un Vyvyan bambino, e ci parla della passione di Constane per la poesia, in particolare per quella di John Keats. Straordinaria, inoltre, la galleria di personaggi che ruotarono intorno alla famiglia Wilde/Holland, dagli esponenti del movimento preraffaellita all’attrice Sarah Bernhardt, solo per citarne alcuni.

La storia di Vyvyan Holland è anche la narrazione di un’epoca. Attraverso le pagine di questo splendido libro ho potuto vedere com’erano in passato luoghi a me famigliari, Bogliasco, Sori e Nervi, attraversare il San Gottardo a bordo di un treno a carbone, impresa davvero impressionante, ma anche scoprire molto sulla società vittoriana, sulla scuola del tempo e sul bullismo, una piaga della società che sembra davvero non avere età.

“Essere figlio di Oscar Wilde” è un libro di straordinario valore. Un racconto commovente e delicato, di un’intensità eccezionale, assolutamente da leggere.





 

sabato 28 gennaio 2023

“La danza della lepre” di Giuseppina Pieragostini

Quando si inizia una nuova lettura talvolta si rimane disorientati perché il romanzo non corrispondente alle nostre aspettative. È quanto è accaduto a me leggendo le prime pagine di “La danza della lepre”. Ero confusa perché non riuscivo a comprendere a cosa davvero mirasse l’autrice con il suo racconto. Questa impressione è durata però solo per qualche attimo, infatti, quasi senza accorgermene mi sono ritrovata completamente assorbita dalla storia.

Una storia oltremodo singolare che muta scenario di continuo e la cui interpretazione si apre su infiniti piani spazio-temporali sebbene ambientata in un solo luogo e in un tempo ben definito.

Nel 1959 Isabella Stazzano, una studiosa inglese di folklore contadino, si ritrova a trascorre qualche mese in un paese nella zona di Ascoli Piceno.  Questa piccola frazione che da tutti viene indicata come La Villa, in verità si chiama Noèlle, nome il cui significato suonerebbe come luogo che non è sicuro che esista ossia quello che in inglese potrebbe essere tradotto similmente con nowhere.

La guida e custode di Isabella in queste sue giornate alla Villa è una bimba sfrontata, maleducata, trasandata e sporca che, nonostante tutte le attenuanti del caso, non suscita proprio grande simpatia nel lettore. Pietruccia, derisa dagli anziani e bullizzata dagli altri ragazzini, con i suoi otto anni d’età è il capro espiatorio che porta addosso tutta l’umiliazione di un’intera comunità. Una collettività che cerca, con ogni mezzo, di garantirsi un’esistenza nel futuro anche a costo di cancellare per questo il proprio passato e le proprie origini.

La madre di Pietruccia, la Zinghirina, è una donna irridente, irriverente e molto risoluta. Come la figlia è bersaglio delle malelingue dei compaesani, ma nonostante la sua ruvidezza di modi e l’indifferenza che mostra nei confronti di Pietruccia, si intuisce che la donna nasconde anche un lato più umano che non sorprende quando, seppur per una sola frazione di secondo, l’autrice ce lo mostra tra le righe.

La propensione ad esporre sotto una luce sfavorevole le vicende altrui è parte integrante della chiusa comunità contadina della Villa così come lo sono i foulard che le anziane portano annodato sotto il mento e lo zinale dall’ampia tasca che indossano sull’abito.

Filo conduttore del romanzo è la storia delle gemelle Contigiani, le ultime ospiti del vecchio romitorio femminile del paese. Il romanzo, che sulle prime appare quasi una sorta di storia del folklore, all’improvviso si tinge di giallo quando Isabella Stazzano viene spinta a ricercare la verità sulla morte delle Friche o Santucce. A chiedere giustizia e verità sono le tre anziane custodi delle gemelle, le Vizzòghe, che appaiano alla protagonista come l’immagine delle Parche, ma che molto hanno in comune anche con le tre streghe del Macbeth shakespeariano.

A Noèlle il passato continua ad affacciarsi nonostante i suoi abitanti lottino strenuamente per ricacciarlo indietro. È un luogo non luogo, né antico né moderno, è un paese che lotta per la sopravvivenza, per affermare la sua voglia di resistere ed esistere nel futuro.

La storia delle Friche, di Pietruccia, della Zinghirina, del prete disperato, delle Vizzòghe è la storia del passato che si scontra con il presente e lo fa anche con violenza. In questa dura lotta non stupisce che il racconto sconfini talvolta nel soprannaturale perché ai confini del mondo moderno, dove si trova la Villa, chiunque alla fine potrebbe essere uno spettro.

Quella raccontata nel romanzo di Giuseppina Pieragostini è una società che vive un’epoca di passaggio, alla ricerca di identità e di stabilità. Una società spaventata e confusa che non riesce ad afferrare pienamente il cambiamento che si trova di fronte.

Viene spontaneo, per certi versi, paragonarla alla società moderna. Anche noi oggi ci sentiamo disorientati e anche noi oggi stiamo vivendo un’epoca di grande trasformazione. Siamo, che ci piaccia o meno, ormai entrati nell’era digitale, ma non è facile abbracciare davvero una trasformazione così grande quando la si sta vivendo. Probabilmente solo le generazioni future avranno gli strumenti per capire fino in fondo quanto ci stia accadendo oggi e allora, quando anche noi saremo storia, chissà forse appariremo ai loro occhi come gli abitanti di Noèlle.

"Questi tempi non hanno pazienza né per le magherie buone né per quelle cattive; rimane soltanto una parvenza di qualcosa che ne nessuno sa più cosa fosse".


sabato 3 dicembre 2022

“Abbandonata” di Anny Romand

Anny non ha mai conosciuto il padre. Trentacinquenne, scapolo, benestante, l’uomo l’aveva rifiutata ancora prima che nascesse perché non si sentiva pronto a farsi carico di una famiglia. Sua madre, Rosy, l’aveva cresciuta da sola nonostante in un primo momento anche lei non ne volesse sapere di quel bambino in arrivo. Non avrebbe mai abortito, ma darlo in adozione, quello sì. Poi, però, qualcosa dentro di lei era cambiato ed Anny era cresciuta circondata dall’affetto della famiglia materna.

La storia di Anny bambina la troviamo in un altro romanzo della Romand. In “Mia nonna d’Armenia”, questo il titolo, oltre al racconto straziante del genocidio armeno e della fuga per mettersi in salvo della madre di Rosy, c’è anche il racconto del legame speciale che Anny aveva con la nonna materna. Rosy si infuriava sempre quando, tornando a casa, le trovava abbracciate e in lacrime per il racconto dei terribili ricordi rievocati dall’anziana. 

Rosy era stata forse una madre un po’ troppo dura, ma non aveva mai fatto mancare nulla alla figlia. Forse per questo, per voler proteggere la madre, Anny non aveva mai cercato quel genitore che l’aveva rifiutata. In verità, anche il solo desiderio di volerlo incontrare la faceva sentire in colpa, quasi peccasse di ingratitudine, nei confronti di Rosy.

Oggi però Anny ha quarant’anni, sua madre è morta ed è giunto il tempo per lei di fare i conti con il passato: incontrare quel padre che in tanti anni non l’ha mai cercata. Come verrà accolta?

Un padre presente può essere buono o cattivo. Un padre presente lo si può amare, detestare, compatire o qualsiasi altra cosa. Un padre assente, invece, crea un vuoto enorme, inaccettabile, impossibile da superare. Non si può mai davvero fare a meno delle proprie radici, non si può convivere serenamente con una mancanza del genere.

La quarta di copertina pone una domanda per nulla facile: daresti una seconda possibilità ad un padre che ti ha rifiutato? Ognuno reagisce in modo diverso dinnanzi ai casi della vita, ma soprattutto nessuno è davvero in grado di calarsi nei panni di qualcun altro, tanto più se quelle stesse esperienze non le ha mai vissute sulla propria pelle.

Credo che tutti noi abbiamo delle storie che meritino di essere raccontate, ma per farlo bisognerebbe trovare il coraggio e la pazienza di ascoltare di più coloro che ci sono vicino e cercare di sforzarsi di comprendere anche di più noi stessi.

La differenza tra le persone comuni e gli scrittori veri è proprio questa: uno scrittore sa ascoltarsi e sa ascoltare, sa comprendere cosa si nasconda tra le pieghe dell’esistenza, sa guardare oltre l’apparenza. Anny Romand è bravissima a cogliere l’essenza delle cose, a comprendere le situazioni e a descrivere i suoi personaggi di cui delinea alla perfezione, con brevi ed efficaci pennellate, carattere e psicologia.

Il ritmo serrato del racconto ci conduce in un vortice di sentimenti: rabbia, senso di impotenza, rimorso, tenerezza, gioia… Tutto è in continuo mutamento perché nulla resta uguale per sempre e le prospettive dalle quali si guardano le cose fanno sempre la differenza.

“Abbandonata” è un romanzo a tratti malinconico ma che non manca di ironia, proprio come la vita.




mercoledì 7 settembre 2022

“Vita del Reverendo Padre Athanasius Kircher. Autobiografia” a cura di Flavia De Luca

Sono venuto alla luce in questo mondo di calamità alle tre dopo mezzanotte del 2 maggio 1602 (…)

Inizia così l’autobiografia di Athanasius Kircher (1602-1680) astronomo, letterato, geologo, matematico, egittologo, musicista… Difficile elencare tutte le discipline a cui il gesuita Athanasius Kircher si dedicò nel corso della sua esistenza tanto più ai giorni nostri dove ogni singola materia viene suddivisa tra i più differenti specialisti. Nel Seicento però le cose erano molto diverse, non c’era alcun netto confine tra le varie scienze.

L’autobiografia, scritta con ogni probabilità negli ultimi anni della sua vita, venne pubblicata postuma nel 1684. Esistono diverse versioni di questo scritto, quella proposta in questa edizione a cura di Flavia De Luca è basata sulla copia manoscritta dell’Archivium Romanum Societatis Jesu. Laddove la curatrice abbia avuto dubbi sulla corretta interpretazione del testo si è avvalsa dell’edizione a stampa conservata presso la Biblioteca Marciana di Venezia.

Nella prefazione Flavia De Luca afferma di aver privilegiato una certa ricerca di scorrevolezza nella traduzione del testo così da renderne la lettura fluida e fruibile anche al lettore che non sia un profondo conoscitore del mondo seicentesco. Il risultato è una lettura piacevole e accattivante che riesce a coinvolgere e appassionare il lettore.

Athanasius figlio di Johanne Kircher, filosofo e professore di teologia, dimostrò fin da piccolo di possedere un’intelligenza non comune. Il padre, pertanto, lo avviò subito agli studi del latino, della musica e della geografia. In seguito, per permettergli di progredire nella conoscenza, lo inviò a Fulda presso il convento della Compagnia del Gesù.

La vita di Athanasius Kircher fu una vita anche movimentata nella quale non mancarono avvenimenti avventurosi quali naufragi, terremoti, incidenti e incontri con soldati malintenzionati. Ogni volta però l’autore attribuisce la sua salvezza alla Divina Clemenza.

Nonostante fosse stato scelto per ricoprire il ruolo di matematico imperiale alla corte di Vienna, mentre era in viaggio fu chiamato a Roma a seguito delle pressanti richieste di Papa Urbano VIII e del Cardinale Francesco Barberini. Nell’Urbe egli trascorse il resto della sua vita a parte qualche breve viaggio.

La sua più grande passione furono i geroglifici che per primo provò a decifrare. Lo stesso Champollion due secoli più tardi riconobbe l’importanza del contributo da lui apportato. 

L’ambiente dei Collegi era un ambiente molto competitivo e Kircher dovette spesso guardarsi dall’invidia altrui. Riuscì sempre a difendersi dagli attacchi e non ebbe mai problemi ad ottenere finanziamenti per le proprie ricerche e pubblicazioni.

L’autobiografia è pervasa da un forte sentimento religioso. Athanasius Kircher era un uomo di profondo sapere, le sue opere affrontano le più svariate discipline, ma era invero sempre pronto a rimandare all’intervento divino ogni evento si manifestasse nella sua vita.

Egli non si allontanò mai dalla retta via indicata dalla Chiesa. Per esempio in astronomia, come tutti i suoi confratelli, fu un seguace del compromesso tichoniano. Non ebbe il coraggio di un Galileo Galilei che, pur esiliato e costretto ad abiurare, tenne sempre fede a se stesso.

Galileo Galilei fu uno dei protagonisti della fondazione del metodo scientifico basato sull’esperimento come strumento alla base dell’indagine. Celebre è il motto dell’Accademia del Cimento, fondata da Leopoldo de’ Medici nel 1657, “Provando e riprovando”. Lo stesso Kircher non era estraneo a questa istituzione. Esiste infatti una corrispondenza tra il gesuita e Leopoldo de’ Medici e il fratello di questi, il granduca Ferdinado II de’ Medici.

Il metodo fu proprio quel quid che mancò ad Athanasius Kircher legato per tutta la sua vita alla tradizione aristotelica e alla sua devozione religiosa.

Nonostante la sua inclinazione al compromesso e la totale mancanza di laicità, non si possono però non riconoscere a Kircher i suoi importantissimi e molteplici meriti in materia di ottica, meccanica, egittologia e quant’altro senza dimenticare la sua Wunderkammer annoverata tra i più bei musei allora conosciuti e le cui collezioni sono oggi disseminate tra varie nostre realtà museali.

Ho scelto di leggere questo libro senza dubbio perché incuriosita dalle mie precedenti letture sugli esponenti della famiglia Medici ed il loro interesse per la scienza nonché dalla visita fatta un po’ di mesi fa all’Osservatorio Ximeniano di Firenze.

Sarò sincera, mi aspettavo un libro un po’ noioso e invece l’autobiografia di Kircher si è rivelata una lettura preziosa e ricca di fascino. Un libro coinvolgente, a tratti quasi una sorta di romanzo di avventura, che permette al lettore di avvicinarci piacevolmente e fare conoscenza con un mondo tanto vario quale fu il multiforme mondo intellettuale del Seicento.

 


martedì 30 agosto 2022

“L’uomo di vetro” di Giuseppe Manfridi

Un uomo siede su un pontile con una vecchia Colt Navy, una modello antiquato di pistola ma perfettamente funzionante. Come ogni giorno egli introduce ripetutamente la canna della pistola in bocca. È il suo gioco d’azzardo con la morte. Il suo discorrere a fior di labbra egli lo definisce il suo esercizio spirituale.

Gianni Cravero, ex Primo Ministro della Repubblica Italiana, dopo un essere stato assolto, grazie alla testimonianza di un’amante, da un processo che lo vedeva accusato di collusione con la mafia, è di nuovo in pista. Certo, il suo matrimonio ne ha risentito parecchio, per non dire che è proprio divenuto un inferno, ma ci sono ottime possibilità di essere rieletto e questo è la cosa che più conta.

La storia di svolge nell’arco di una notte, dal tramonto all’alba, nella casa bunker del protagonista. Una residenza costruita appositamente per lui, una casa avveniristica, fredda e raggelante come i suoi abitanti. Pochi i personaggi sulla scena: i coniugi Cravero ovvero Gianni e la moglie Gaia, la loro figlia Martina, il factotum del politico Traglia e una coppia di amici.

Maurizio e sua moglie Federica sono stati invitati a trascorrere una notte nella casa presidenziale. Attesi per la cena, fin dal loro arrivo percepiscono una forte tensione nell’aria e non possono smettere di interrogarsi sul perché sia stato fatto loro questo invito. Gianni e Maurizio sono amici fin dai tempi della scuola, ma il Dominus non fa mai nulla senza uno scopo preciso. Insomma, se loro si trovano lì la ragione può essere una soltanto: lui vuole qualcosa da loro. La richiesta o meglio l’ordine mascherato da favore non tarda ad arrivare.

“L’uomo di vetro” è un romanzo particolare. L’incipit è forse un po’ lento e artificioso, ma con l’avanzare della lettura, addentrandosi nella storia, diventa chiara la sua funzione introduttiva. 

Un romanzo piscologico che analizza le relazioni sociali e le dinamiche della coppia. Al centro della storia ci sono i rapporti interpersonali che si manifestano nell’incontro-scontro tra uomo e donna, la sudditanza psicologica nei confronti dell’uomo di potere o nei confronti del compagno o della compagna e il conflitto genitori-figli. A fare da padroni del racconto sono i sentimenti che caratterizzano l’essere umano: amore, desiderio, amicizia, sete di potere, riconoscenza, disprezzo, rancore, gelosia e ingratitudine.

Non si può provare alcuna empatia per i personaggi neppure per quella figlia borderline che, sebbene per non per sua colpa, diviene inevitabilmente parte del perverso ingranaggio.

Il romanzo di Manfridi sviscera la psicologia dei suoi personaggi entrando nei più remoti recessi della loro mente. In un continuo susseguirsi di sotterfugi, di mezze verità e di frasi non dette, ogni miseria e debolezza umana viene portata in superficie a beneficio del lettore che rimane spiazzato da tanta meschinità, ma anche da tanta fragilità.

“L’uomo di vetro” è una storia che si presterebbe benissimo ad essere portata sul palcoscenico di un teatro. Un libro consigliato in particolar modo a chi ama i romanzi cerebrali.

 


lunedì 20 giugno 2022

“L’occhio di Galileo” di Jean-Pierre Luminet

Alla morte del mathematicus imperiale Tycho Brahe, il suo assistente Keplero riceve in eredità il suo bastone. Il bastone di Euclide ha una particolarità ovvero quella di poter celare al suo interno alcune pagine. In questo modo Keplero riuscirà a trafugare gli studi di Tycho dai quali gli eredi, in particolare il genero Tengnagel, stanno cercando di ricavare economicamente quanto più possibile incuranti del loro valore scientifico.

Il rapporto tra il vecchio mathematicus e il suo assistente era sempre stato piuttosto conflittuale: Tycho, geloso delle sue scoperte, non era mai stato incline alla condivisione e aveva mantenuto sempre un certo distacco verso Keplero che, al contrario, era fermamente convinto che il cielo fosse di tutti.

Molto diverso sarà quindi il rapporto che Johannes Keplero, subentrato a corte come nuovo mathematicus imperiale, terrà con i propri assistenti. Convinto da sempre che gli studi e il progresso scientifico siano le uniche vere priorità, non sarà semplice per lui conformarsi ad un ambiente come quello accademico caratterizzato da tanta competitività.

Invero, anche Keplero ha i suoi difetti tra cui una certa tendenza a divagare e a fare dell’ironia nei momenti meno opportuni, ma al contrario della maggior parte dei suoi colleghi non si attribuirebbe mai il merito di una scoperta altrui. Keplero inoltre avverte forte il bisogno di essere compreso e accettato dagli altri e questa sua debolezza purtroppo a volte sarà per lui fonte di incomprensione anche con alcuni colleghi.

È il caso di Galileo Galilei. Il toscano ha un carattere completamente diverso da quello di Keplero; burbero, energico e sbrigativo, Galilei non è certo capace di suscitare simpatia. A suo favore bisogna dire che l’ambiente accademico italiano è oltremodo competitivo e inoltre a lui non è concessa la libertà di cui godono alcuni suoi colleghi come lo stesso Keplero. Galilei è costantemente controllato e basterebbe davvero poco perché si ritrovasse condannato al rogo come accaduto a Giordano Bruno.

Keplero nutre una stima profonda per l’orgoglioso Galilei e soffre tremendamente per la freddezza che questi sembra dimostrargli; un giorno però tanta ammirazione verrà ripagata con un dono inaspettato proprio da parte di Galilei, il quale non riuscirà invece ad eludere per sempre, nonostante la protezione dei Medici, il tribunale della Santa Inquisizione.

“L’occhio di Galileo” fa parte di una serie di biografie che Jean-Pierre Luminet ha dedicato ai Costruttori del cielo. Sotto forma di romanzo Luminet ci illustra non solo studi e teorie, ma ci conduce alla scoperta anche degli uomini e dei tempi che concorsero a produrre tali invenzioni e scoperte scientifiche.

Spesso quando guardiamo a queste scoperte dimentichiamo che vennero fatte da persone che, come ognuno di noi, avevano i loro caratteri, i loro timori, le loro ansie, le loro gelosie e i loro affetti. L’epoca in cui vissero Keplero, Galilei e tutti gli altri numerosi scienziati, filosofi, matematici che in questo romanzo vengono menzionati e che sono essi stessi personaggi vissero in un periodo pericoloso e turbolento contrassegnato da continue guerre dinastiche, lotte di potere e guerre di religione.

“L’occhio di Galileo” è un libro semplice? No, non lo è. Non potrebbe esserlo anche volendo sia per la complessità del periodo storico sia perché gli argomenti trattati che sono soggetti a una grande interdisciplinarità. Non dobbiamo scordare, infatti, che a quei tempi non esisteva come esiste oggi una netta distinzione tra le varie discipline: meccanica, ottica, fisica, matematica. filosofia, astrologia, astronomia, teologia e non le ho neppure citate tutte!

“L’occhio di Galileo” è un libro interessante? Decisamente sì, è un romanzo coinvolgente e dalla trama affascinante come affascinanti sono i suoi protagonisti.

Due parole vanno spese su Sir John Askew, ufficialmente diplomatico a servizio della corona inglese, in verità spia e scienziato dilettante, personaggio di pura fantasia ispirato però a personaggi realmente esistiti. Il personaggio di Sir Askew è una scelta davvero indovinata da parte dell’autore per legare insieme le varie vicende, fare interagire i vari personaggi e potersi muovere liberamente sul complicato scacchiere politico dell’epoca che vide coinvolte numerose corti europee tra cui quella medicea del Granducato di Toscana che tanta parte ebbe nelle vicende di Galileo Galilei anche dopo la sua morte.

Una lettura senza dubbio impegnativa, ma anche in grado di appassionare alla storia dell’astronomia, e non solo, anche il lettore più esigente.

 

 


domenica 3 aprile 2022

“Le ricorrenze” di Franco Brogi Taviani

Guglielmo Aspesi è il personaggio principale di questo singolare romanzo in cui la vita del protagonista viene narrata ripercorrendone gli episodi salienti attraverso le varie ricorrenze.

I diversi Natale, Ferragosto, Primo Maggio, Epifania, compleanni diventano l’impianto narrativo seguito da Franco Brogi Taviani per raccontare la storia della vita di Guglielmo dal 1929, quando ancora bambino amava ascoltare le favole che il padre gli raccontava, fino agli anni Duemila. 

La storia di Guglielmo Aspesi è però anche la storia dell’Italia dagli anni della recessione fino al nuovo millennio.

Una vita intensa quella di Guglielmo: partigiano, storico dell’arte, assistente universitario, politico, impiegato e giornalista. Tante personalità diverse in uno stesso uomo che sembra però non essere mai davvero soddisfatto della propria esistenza, sempre teso a desiderare qualcosa di diverso dall'obiettivo appena raggiunto.

Il rapporto distaccato con il fratello maggiore, l’indifferenza provata dinnanzi alla morte del padre, la superficialità con cui tradisce continuamente la moglie che lo porterà inevitabilmente al divorzio e al fallimento finanziario, i difficili rapporti con il figlio maggiore a lui ostile fin da bambino e l’amore per una figlia che fin da piccola presenta gravi disturbi alimentari sono evidenti segnali delle sue difficoltà relazionali.

“Le ricorrenze” è un romanzo crudo e per certi versi crudele come lo è la vita che ci pone dinnanzi a scelte dolorose e all’amara accettazione di ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato talvolta per colpa nostra, altre volte per colpa di una sorte beffarda.

Sono i sentimenti umani i veri protagonisti di questo libro: l’invidia, la passione, il rimorso, l’amore, l’accettazione di sé e degli altri, la pietà, il senso di perdita, la paura, l’incommutabilità, i dubbi e la disillusione.

La famiglia Aspesi è una famiglia come tante altre con i propri limiti, le proprie debolezze e criticità, ma allo stesso è anche unica ed esclusiva nel proprio modo di essere. Leggendo queste pagine torna spesso alla memoria il famoso incipit di Anna Karenina di Lev Nikolàevič Tolstòj: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.

Non si simpatizza con Guglielmo Aspesi troppo nevrotico, egocentrico, incapace di provare sentimenti genuini, sempre troppo concentrato su di sé. Lo stesso suo essere sostenitore delle pari opportunità uomo/donna alla fine si rivela nei suoi atteggiamenti, nei confronti della compagna prima e della moglie poi, solo pura ipocrisia.

Guglielmo Aspesi è pero umano, questo è innegabile, e forse proprio per questo il lettore si ritrova ad essere per certi versi comprensivo nei suoi confronti, perché essere indulgenti con lui significa poterlo essere anche con se stessi.

Il libro di Franco Brogi Taviani è un romanzo che invoglia il lettore a farsi domande e a guardare indietro al tempo andato, spingendolo a prendere un quaderno per mettere sulla carta quel flusso inarrestabile di ricordi fatto di eventi e di persone che magicamente sembrano riaffiorare da un passato che si pensava di aver dimenticato per sempre.

La quarta di copertina recita “Quanti giorni sono necessari per comprendere il senso di una vita?” una domanda a cui è difficile, se non proprio impossibile, dare una risposta, così come impossibile è sapere cosa si nasconda in quel cofanetto di cui parlavano i fratelli Grimm in “La chiave d’oro”, fiaba che ossessionò per tutta la vita Guglielmo Aspesi fin da quando bambino ne ascoltò dal padre per la prima volta il racconto.

 


 

sabato 8 gennaio 2022

“A sud dell’Inferno” di Claudio Giovanardi

Maria e Luigi partecipano al funerale del padre, ma già dalle prime righe si percepisce che l’atmosfera opprimente non è dovuta, come sarebbe naturale, alle circostanze bensì a qualcosa che travalica la contingenza. Maria e Luigi sono anime avare nessuna partecipazione, nessuna commozione traspare dai loro gesti, dalle loro parole per quel padre che, accusato ingiustamente di uno dei crimini più orribili, aveva trascorso da innocente ben tredici anni in carcere e ora si è suicidato senza lasciare loro neppure un rigo perché possano comprendere il motivo di un gesto tanto estremo.

Dopo aver assolto il loro compito come indifferenti automi, terminate le esequie, rientrando a casa trovano ad attenderli dinnanzi al portone tre loschi individui che senza mezzi termini minacciano loro e le loro famiglie: se non restituiranno quando loro sottratto dal padre defunto non si faranno scrupolo di ricorrere alle maniere forti finanche all’assassinio.

Inizia così una corsa contro il tempo per racimolare quanto richiesto, ma il denaro da trovare è davvero troppo. Maria e Luigi faranno una scelta sbagliata dietro l’altra, imboccando un pericoloso sentiero che li condurrà sempre più giù verso l’Inferno.

Il sottotitolo del libro recita enigma in quattro quadri e quattro sono, infatti, le parti in cui è suddiviso il romanzo. Un racconto a ritroso che lentamente svela tutto lo squallore di quattro vite rovinate dall’avidità, dalla lussuria, dall’incapacità di amare e dall’inettitudine.

Se il quarto quadro è dedicato al funerale di Umberto Albani, epilogo della storia, gli atti precedenti lo vedono protagonista: nel terzo, appena uscito di prigione, tenta di rifarsi una vita, ma viene nuovamente ingannato; il secondo è dedicato agli anni del carcere e all’incontro con gli altri detenuti colpevoli del crimine di cui lui, ingenua vittima di una squallida trappola ordinata ai suoi danni, era stato invece ingiustamente accusato.

Il primo quadro, quello conclusivo, racconta come tutto sia iniziato: l’incontro con una ragazza bellissima e provocante che diverrà sua moglie, la nascita dei due figli, insomma quella che all’apparenza doveva essere l’esistenza perfetta e che invece per tutti e quattro si è rivelata essere un vero inferno o piuttosto tanti piccoli inferni personali contrassegnati da amori malati, ossessioni, rancori e vendette.

Nel romanzo di Claudio Giovanardi non esiste riscatto, il perdono non è salvifico, ma serve solo a sprofondare colui che perdona nel girone più profondo.

Non esistono carnefice e vittima, anche colui che potrebbe sembrare il più innocente ha scheletri inconfessati e inconfessabili nell’armadio.

“A sud dell’Inferno” è una storia amara e perversa. Non può esserci empatia nei confronti dei protagonisti, troppo squallore. L’unico personaggio che forse suscita una qualche compassione è la figura dell’anziana Elisa Loyola con il suo misero e fallimentare tentativo di ritrovare un po’ di serenità mettendo a disposizione della famiglia di Umberto la propria villa.   

Il libro di Claudio Giovanardi è un libro particolare, dove la prosa si alterna alla rima dalla quale nascono lugubri filastrocche dal ritmo cadenzato foriero di sventura e dove al linguaggio popolare e al dialetto romanesco si alterna spesso un linguaggio elegante e dalle parole ricercate. 

Un racconto crudo dove Umberto è l’antieroe per eccellenza, un anti-Ulisse soggiogato da una Circe spietata a sua volta vittima di un altro terribile carnefice senza scrupoli.

Numerosi sono i richiami alla mitologia all’interno del romanzo così come alla letteratura per citarne uno su tutti la sventata rispose di manzoniana memoria.

Una storia senza via di uscita, senza possibilità di redenzione, un racconto tra il kafkiano e il pirandelliano, pervaso da un profondo senso di claustrofobia che raggiunge la sua acme nel momento in cui i cancelli della prigione si chiudono alle spalle di Umberto e al lettore sembra di venire richiuso assieme a lui in quella piccola cella dove muoversi sembra impossibile così stretti tra la sedia, la branda, il lavabo e l’armadietto.  

Con queste premesse secondo voi È ancora possibile amare a sud dell’Inferno? Questa la domanda che campeggia sulla quarta di copertina, a voi l’ardua sentenza…

 

 

domenica 26 settembre 2021

“Karma” di Fausta Leoni

Fausta Leoni (1929-2019), scrittrice e giornalista che ha collaborato a diversi programmi culturali ed è stata redattrice del TG2 Rai, ci racconta in prima persona la sua esperienza con il mondo dell’aldilà.

A questo argomento nel 1963 insieme al regista Gillo Pontecorvo Fausta Leoni dedicò anche un’inchiesta televisiva per indagare quale fosse l’atteggiamento degli italiani verso l’immortalità dell’anima. L’ultima parte del libro riporta proprio la scaletta delle quattro puntate del programma. 

Fausta Leoni si sta recando con il marito Gibì in Perù e più precisamente nel piccolo pueblo di Huallpa, sulla Cordigliera delle Ande, il luogo dove è ormai certa di aver vissuto la sua precedente esistenza.

Qui il racconto fa un passo indietro e la scrittrice inizia a narrarci della sua vita, della sua famiglia, di come abbia conosciuto il marito e di come, proprio durante un viaggio in Sudamerica subito dopo il matrimonio, sia affiorato insistentemente in lei il ricordo della sua vita precedente.

Un susseguirsi di eventi e coincidenze si succedono giorno dopo giorno nella sua vita fino a farle prendere coscienza che tali fatti non possono ritenersi semplici casualità ma piuttosto espressione di qualcosa di più profondo e complesso.

Il suicidio di una persona appena conosciuta e verso la quale lei aveva avvertito sin da subito un certo fastidio scatenano in lei l’insorgere di una strana malattia che i medici non riescono a diagnosticarle.

Il suo è un malessere dell’anima che le prosciuga le energie vitali. Tornata in Italia ha però la fortuna di conoscere una persona in grado di aiutarla, una donna straordinaria di nome Fidelia che le spiega cosa le sta accadendo e come combatterlo.

“Karma” è la storia della reincarnazione di Fausta Leoni raccontata in prima persona dalla protagonista. Un libro che è stato pubblicato in venti edizioni, un best seller internazionale che ha venduto milioni di copie.

È una storia decisamente fuori dall’ordinario a cui si può credere o meno e proprio in questi termini la stessa autrice all’inizio del volume si rivolge ai lettori.

Fausta Leoni non ha scritto la propria storia con l’intenzione di convincere qualcuno di quanto le fosse accaduto all’età di ventidue anni, ma piuttosto per aiutare chi, avendo vissuto qualcosa di simile a lei, avrebbe potuto trarre da queste pagine una qualche chiave di lettura.

Il racconto, seppure cronaca di un’esperienza vissuta  e reale, assume la forma di romanzo e la narrazione si fa fluida. Numerosi sono i personaggi che animano queste pagine, tra di essi anche nomi conosciuti del mondo della televisione, della cultura e non solo.

Insieme all’autrice scopriamo da Fidelia cosa sia il karma ossia la legge che regola le varie esperienze umane di un’entità spirituale, una legge per cui ogni vita è la conseguenza inevitabile di una precedente condotta.

Ma com’è fatta l’anima? È sempre Fidelia che ce lo spiega. L’anima è comporta di tre parti: quella che ha sede nel ventre e finisce quando muore il corpo; quella che ha sede nel cuore e che dopo la morte non si disintegra immediatamente, ma resiste ancora un po’ di tempo e, infine, la terza parte quella che ha sede nel cervello che sopravvive alla morte e si reincarna in diversi corpi.

Ciascuno di noi è libero di credere o meno in queste teorie, libero di credere o meno nell’esistenza di un aldilà, di un inferno o paradiso che sia, così come all’esistenza di qualche energia o entità in grado di comunicare con noi vivi.

Come si evince anche dalle interviste condotte difficilmente ci si interroga su tali argomenti o se ne parla volentieri. Perché questo accade? Per disinteresse? Paura? Superficialità? Chi può dirlo, non è mai giusto generalizzare e tanto meno lo si può fare su un argomento del genere.

“Karma” di Fausta Leoni è indubbiamente un libro che apre una breccia anche nelle persone più scettiche. Chi infatti durante la propria vita non si è mai trovato disorientato almeno una volta da qualche particolare coincidenza o da una qualche singolare premonizione?

Personalmente faccio parte di coloro a cui questo genere di cose incute sempre un po’ di timore e ansia per cui preferisco non indagare troppo e pur mantenendo un atteggiamento possibilista e aperto, confesso di cercare di evitare l’argomento nascondendo la testa sotto la sabbia. 

E voi cosa ne pensate? Come vi comportate quando sentite parlare dell'aldilà?

 

 

lunedì 14 giugno 2021

“Misteri ed enigmi nell’archeologia e nell’arte” di Claudio Saporetti

Un’opera d’arte può essere più misteriosa di un thriller? Se l’investigatore che conduce le indagini è l’assirologo Claudio Saporetti, classe 1938, la risposta alla domanda della quarta di copertina non può essere che affermativa.

Il libro è una raccolta di sessanta articoli più o meno brevi, alcuni inediti e altri già pubblicati su riviste nel corso degli anni.

Gli argomenti trattati sono i più disparati e spaziano dall’arte moderna come con Giuditta I, opera di Gustav Klimt, fino all’arte rupestre. Anche la collocazione delle opere è molto ampia: Italia ed Europa, Medio Oriente, Africa e Sud America solo per accennare ad alcuni dei luoghi. 

Ovviamente non è possibile entrare nel particolare di tutte le opere e le tematiche affrontate dal libro, ma si può dire che ogni tematica, per quanto specifica, non è mai fine a se stessa.

Ogni analisi, ogni indagine spinge infatti il lettore ad interrogarsi su altre opere presenti o meno nel libro e stimola la sua voglia di ricerca e comprensione di elementi comuni tra esse. Proprio in questa prospettiva viene affrontato uno dei temi principali del volume ossia l’analisi della simbologia nelle opere d’arte.

Ovviamente non tutti i saggi possono interessare il lettore allo stesso modo, ognuno troverà argomenti che più lo coinvolgono. Io, ad esempio, ho apprezzato particolarmente le pagine dedicate alla costruzione delle cattedrali, all’arte di Benedetto Antelami, al confronto tra simbologia canonica tipica della pittura e quella invece tipica delle maestranze scultoree.

Saporetti ci mette in guardia dal prendere per buone tutte le interpretazioni che gli storici dell’arte ci hanno proposto e ci propongono perché spesso nel corso degli anni queste si sono rivelate fallaci alla luce di nuove scoperte. È importante quindi mantenere sempre la mente aperta e un atteggiamento critico nei confronti dell’opera.

Spesso è l’autore stesso a confutare in queste pagine una tesi di un collega lasciando però sempre aperto uno spiraglio per nuove interpretazioni.

Non è raro il caso in cui autorevoli professori e ricercatori abbiano elaborato teorie molto fantasiose per descrivere ad esempio quadri o per spiegare la funzione di alcuni particolari oggetti. Se ci pensiamo è la stessa cosa che accade quando si cerca di interpretare un testo letterario o una poesia leggendo tra le righe o tra i versi qualcosa che in realtà l’autore non aveva mai neppure lontanamente pensato.

Il libro edito da La Lepre Edizioni è una pubblicazione se vogliamo coraggiosa, una storia dell’arte e dell’archeologia sui generis raccontata con passione e anche con un pizzico di ironia sotto forma di indagine investigativa.

Va detto che a volte si fa un po’ fatica a seguire il testo mancando una completa documentazione fotografica di quanto descritto negli articoli, ma questo è abbastanza comprensibile poiché il volume non è, e non ha nessuna pretesa si essere, un libro d’arte illustrato.

Leggendo queste pagine si può avere a volte l’impressione che interpretare simboli, significati e iconografie sia una cosa semplice, invece non c’è nulla di più difficile e fuorviante. Questo volume ci aiuta a identificare molte soluzioni, ma apre anche tanti interrogativi a cui non vi è una soluzione immediata e chissà mai se si troverà.

Un libro da tenere a portata di mano, una guida da consultare e rileggere ogni qualvolta si è assaliti da un dubbio interpretativo o magari anche da una semplice curiosità.