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venerdì 14 agosto 2026

“Conspiratio” di Furio Thot

Starete pensando: “Un altro romanzo sulla congiura dei Pazzi?”. Ebbene sì! Al Salone del Libro ne avevo trovati addirittura due ed ero molto curiosa di vedere come due autori diversi avessero affrontato lo stesso avvenimento storico. Dopo Omicidio in Cattedrale di Massimo Gregori Grgić, ecco quindi Conpisratio di Furio Thot.

In questo romanzo è molto più sviluppata la parte propriamente romanzata. La storia collaterale ha infatti come protagonista Jan, un mercante fiammingo che si trasferisce a Firenze e qui incontra la bella e indipendente Francesca della quale si innamora perdutamente. Attorno alla coppia ruotano altri personaggi, come Senda, conosciuta come “la Candela”, prostituta e amica d'infanzia di Jan, e Gabriello Filippeschi, notaio fiorentino, solo per citarne alcuni.

La vicenda personale dei protagonisti non avvince particolarmente il lettore: è una storia carina e godibile, che però ho trovato soprattutto interessante per la possibilità che offre di conoscere meglio l'ambiente fiorentino dell'epoca. Il mercato, le botteghe, la vita del popolo, la vita nei bordelli e tanti altri aspetti della quotidianità vengono raccontati con attenzione e contribuiscono a ricostruire la Firenze del Quattrocento.

Quello che invece attrae davvero il lettore è la storia vera e propria, quella che alla fine è il romanzo della Storia, con la S maiuscola.

Non troviamo soltanto la congiura dei Pazzi e la Firenze dei Medici, ma anche tutto ciò che ruota attorno alle vicende del Ducato di Milano e alle grandi figure politiche dell'epoca. I personaggi della congiura sono perfettamente calati nel loro tempo; incontriamo così papa Sisto IV, Francesco Salviati, il signore di Imola Girolamo Riario, il condottiero Giovanni Batista da Montesecco e naturalmente la famiglia Pazzi.

Grande spazio viene dedicato alle vicende del Ducato di Milano, a partire dall'assassinio del duca Galeazzo Maria Sforza, avvenuto il giorno di Santo Stefano del 1476, fino alla successiva ascesa e conquista del potere da parte di Ludovico il Moro ai danni di Francesco Simonetta segretario e consigliere del nipote Gian Galeazzo Maria Sforza, figlio del duca assassinato.

E poi ancora Federico da Montefeltro, con la sua duplice natura di letterato e uomo d'arme, e la descrizione del Ducato di Urbino. Ogni situazione viene raccontata con grande attenzione, così come i personaggi delle corti che ruotano intorno ai potenti dell'epoca.

Ne emerge un affresco molto dettagliato di un periodo storico tanto cruento quanto ricco di splendori, di arte, cultura e filosofia. È proprio questo, a mio avviso, uno degli aspetti più interessanti del romanzo: la capacità di inserire la vicenda della congiura all'interno di un quadro storico molto più ampio, mostrando quanto gli avvenimenti di Firenze fossero intrecciati alle vicende politiche degli altri grandi Stati italiani.

Un romanzo davvero interessante.

Sarebbe difficile per me dirvi quale dei due volumi ho preferito. Il primo, Omicidio in Cattedrale, è maggiormente legato alla storia dei Medici e a Firenze, pur non rinunciando a uno sguardo oltre i confini fiorentini quel tanto che basta per inquadrare e comprendere meglio le vicende della città. Conpisratio, invece, ha un respiro decisamente più ampio e allarga lo sguardo all'intera situazione politica dell'Italia del Quattrocento.

La congiura dei Pazzi diventa il punto di partenza per entrare nelle corti, nelle città e nelle trame politiche dell'Italia del Quattrocento, in un intreccio di ambizioni, tradimenti, guerre e giochi di potere.

Una lettura che consiglio soprattutto a chi, oltre alla storia, ama immergersi nell'atmosfera di un'epoca e scoprire come vivevano, pensavano e combattevano gli uomini e le donne che ne furono protagonisti.

E alla fine, proprio come è successo a me, vi ritroverete a chiedervi: quale dei due romanzi sulla congiura dei Pazzi ho preferito? La risposta non è così semplice… perché, pur raccontando lo stesso episodio, Omicidio in Cattedrale e Conpisratio lo fanno con due approcci molto diversi.

Ed è forse proprio questo il bello dei romanzi storici: la Storia è una sola, ma le storie che possiamo costruirle intorno sono infinite, purché rimangano saldamente ancorate alla verità storica.




sabato 25 luglio 2026

“Omicidio in cattedrale” di Massimo Gregori Grgić

Un giallo che racconta una delle pagine più celebri e drammatiche della storia del Rinascimento italiano: la congiura dei Pazzi.

Il 26 aprile 1478, durante la messa nel Duomo di Firenze, Giuliano de' Medici viene assassinato, mentre il fratello Lorenzo il Magnifico riesce a salvarsi trovando rifugio in sacrestia. Dietro il complotto si muovono figure di primo piano come papa Sisto IV e il nipote di questi Girolamo Riario; sulla scena agiscono invece i membri della famiglia Pazzi, storici rivali dei Medici, e l'arcivescovo di Pisa Francesco Salviati. 

Più che un semplice romanzo storico, Omicidio in cattedrale rappresenta un'eccellente porta d'accesso a questi eventi per chi preferisce la narrazione alla saggistica. Pur restando un'opera di finzione, il libro si distingue per il grande rispetto delle fonti e per la volontà di non alterare gli avvenimenti storici. Da questo punto di vista, il punto di riferimento rimane La congiura di Franco Cardini e Barbara Frale, probabilmente il saggio più autorevole sull'argomento; tuttavia il romanzo riesce a coniugare rigore e coinvolgimento, trasformando la ricostruzione storica in una lettura appassionante.

L'autore dimostra una notevole attenzione alla contestualizzazione dei personaggi realmente esistiti, restituendone con efficacia motivazioni, caratteri e rapporti di forza. Le poche figure inventate servono soprattutto a legare gli eventi e a rendere più fluida la narrazione, senza modificare il corso della storia né sottrarre spazio ai protagonisti reali. Il lettore finisce così per lasciarsi coinvolgere non tanto dagli elementi romanzati, quanto dalla straordinaria forza narrativa della vicenda storica stessa.

La ricostruzione non si limita al solo attentato del 26 aprile 1478. Il racconto prende infatti avvio con un altro celebre assassinio politico del Rinascimento, quello di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, avvenuto il 26 dicembre 1476, episodio che contribuisce a delineare il clima politico dell'epoca. Da qui la narrazione segue passo dopo passo la preparazione della congiura, il suo drammatico svolgimento all'interno della cattedrale e la feroce repressione che ne seguì, mostrando quanto profonde furono le conseguenze di quel fallito colpo di Stato.

Inseriti nella trama troviamo anche numerosi documenti e reperti d'archivio, tra cui la celebre missiva inviata da Lorenzo de' Medici ai duchi di Milano per chiedere aiuto dopo l'uccisione del fratello. Materiali che impreziosiscono il libro e consentono al lettore di confrontare direttamente la narrazione con le testimonianze dell'epoca.

Particolarmente apprezzabile è poi l'apparato finale del volume. Oltre a una ricca bibliografia, il lettore trova documenti di grande interesse, come la traduzione della dichiarazione integrale del congiurato Giovan Battista da Montesecco.

Omicidio in cattedrale è quindi una lettura consigliata sia agli appassionati di romanzi storici sia a chi desidera avvicinarsi a uno degli episodi più affascinanti della storia italiana senza affrontare immediatamente un saggio specialistico.

Un'opera che dimostra come il romanzo storico, quando è costruito su solide basi documentarie, possa essere non solo avvincente, ma anche un efficace strumento di divulgazione, capace di far rivivere il Rinascimento con tutta la sua grandezza, le sue ambizioni e le sue tragedie.





giovedì 18 giugno 2026

“Cosimo I de’ Medici” di Roberto Cantagalli

Fin dalle prime pagine, il volume di Cantagalli si rivela particolarmente intrigante per una ragione tutt'altro che scontata: dedica ampio spazio agli anni giovanili di Cosimo de' Medici, un periodo spesso trascurato dalla maggior parte delle biografie a lui dedicate. Eppure proprio in quella fase, quando il futuro duca e poi granduca di Toscana viveva ancora nell'ombra come semplice cittadino, si trovano molte delle chiavi necessarie per comprendere la sua personalità e il suo successivo operato politico.

La scarsità delle informazioni e la loro genericità contribuirono, del resto, a trarre in inganno la stessa oligarchia patrizia fiorentina guidata da Francesco Guicciardini. Alla morte del duca Alessandro, Cosimo fu scelto come soluzione di compromesso, quasi come un male minore, nella convinzione che fosse un giovane inesperto e facilmente manovrabile. La storia avrebbe dimostrato quanto questa valutazione fosse errata.

Fin dalla giovinezza emerge infatti un carattere incline alla solitudine, alla riservatezza e a una riflessione sempre misurata. Cosimo era un uomo che ponderava gesti e parole, poco incline alle manifestazioni esteriori dei sentimenti. Una durezza che mantenne anche durante il governo. Emblematico, in tal senso, fu il suo comportamento quando dovette affrontare quasi contemporaneamente la perdita della moglie Eleonora di Toledo e dei figli Giovanni e Garzia: mantenne un contegno severo e composto, senza lasciarsi andare pubblicamente al dolore. Questo atteggiamento contribuì ad alimentare le dicerie e le falsificazioni diffuse dai suoi nemici.

Un ruolo fondamentale nella sua formazione fu svolto dalla madre, Maria Salviati. Donna intelligente, prudente e profondamente protettiva nei confronti del figlio unico, si occupò personalmente della sua educazione, scegliendo i migliori precettori e circondandolo di collaboratori capaci di guidarlo nella crescita. La sua influenza rimase determinante fino a quando il suo posto accanto a Cosimo non venne progressivamente occupato dalla moglie Eleonora di Toledo.

Il libro di Cantagalli è, a tutti gli effetti, una biografia e non pretende di essere un trattato storico specialistico. Tuttavia si distingue per la qualità della scrittura e per la capacità di organizzare le informazioni in modo chiaro e coinvolgente. La narrazione procede con fluidità, senza tralasciare aspetti significativi della vicenda umana e politica del protagonista, sostenuta da una bibliografia ampia e accurata.

L'autore non si limita a raccontare l'ascesa al potere di Cosimo, ma analizza anche la sua azione di governo: la fondazione delle accademie, il rapporto con l'amata Eleonora, il legame con i figli e, in particolare, quello con il futuro successore Francesco I.

Dalle pagine emerge il ritratto di un principe profondamente pragmatico. Cosimo credeva nella concretezza, nella forza esercitata con determinazione e, quando necessario, con spregiudicata fermezza. A suo giudizio, queste erano qualità indispensabili per chiunque volesse affermarsi e mantenere il potere. Pur essendo un mecenate di rilievo, era molto diverso da Lorenzo il Magnifico: non possedeva la stessa inclinazione umanistica e letteraria. Sotto molti aspetti ricordava piuttosto Cosimo il Vecchio, condividendone il pragmatismo, l'attenzione agli affari e una notevole abilità nella gestione delle attività economiche e commerciali.

Fu proprio grazie a queste qualità che Cosimo riuscì a trasformare profondamente la Toscana, consolidandone il prestigio e il peso politico. La sua determinazione gli consentì infine di ottenere il riconoscimento del titolo granducale, assicurando ai suoi discendenti una posizione di assoluto rilievo nel panorama europeo.

Il libro è dunque una lettura consigliata non soltanto a chi desidera approfondire la figura di Cosimo I de' Medici, ma anche a chi vuole comprendere meglio la nascita della Toscana moderna e il percorso che portò uno dei più importanti sovrani del Rinascimento italiano a lasciare un'impronta indelebile nella storia.

Al termine della lettura resta l'impressione di aver scoperto un Cosimo I più umano e complesso rispetto all'immagine, spesso schematica, tramandata dalla storiografia. Non solo il sovrano che rese grande la Toscana, ma anche il giovane uomo che, attraverso prove, responsabilità e ambizioni, costruì il proprio destino. Grazie a una narrazione scorrevole e ben documentata, Cantagalli restituisce al protagonista tutta la sua profondità storica e umana, realizzando una biografia che riesce a essere al tempo stesso rigorosa, accessibile e appassionante.


domenica 12 aprile 2026

“Il tiranno fiorentino” di Alessandro Lo Bartolo

Quando si parla di Alessandro de' Medici, è difficile separare la storia dalla leggenda. La fine della Repubblica di Firenze e l’inizio di oltre due secoli di dominio mediceo passano inevitabilmente dalla sua figura: un protagonista spesso raccontato più attraverso ombre e accuse che attraverso i fatti.

Salito al potere con l’appoggio decisivo di Clemente VII e dell’imperatore Carlo V, Alessandro si trovò a governare una città che aveva a lungo difeso con tenacia la propria libertà repubblicana. Un contesto tutt’altro che semplice, in cui il passaggio da Repubblica a Ducato fu vissuto da molti come una frattura insanabile.

È proprio in questo clima che nasce la cosiddetta “leggenda nera” del tiranno fiorentino. Ma quanto c’è di vero? E quanto, invece, è stato costruito ad arte dagli oppositori politici o amplificato da chi aveva interesse a screditarne la memoria come il suo assassino, il famigerato Lorenzino?

Il saggio di Alessandro Lo Bartolo affronta proprio questo nodo: distinguere la realtà dalla propaganda. Il suo lavoro si muove con rigore tra fonti e documenti d’archivio, evitando derive romanzate e privilegiando un approccio analitico. Ne emerge un ritratto più complesso, meno schematico.

Il governo di Alessandro durò appena cinque anni, ma non fu privo di interventi e riforme. Non tutto, dunque, può essere liquidato come negativo. È vero che negli ultimi tempi il duca fu descritto come dissoluto, ma è altrettanto vero che comportamenti simili erano comuni tra i giovani sovrani dell’epoca. Forse, più che una reale eccezione, la sua condotta fu amplificata da una città ancora ostile al potere accentrato.

Dopo la sua morte, sarà Cosimo I de' Medici a raccoglierne l’eredità. E lo farà senza una rottura netta: anzi, proseguirà e rafforzerà molte delle linee già avviate, fino a trasformare il Ducato nel futuro Granducato di Toscana.

Il libro di Alessandro Lo Bartolo si distingue per solidità e precisione. Non è un testo indulgente verso il lato umano di Alessandro: lascia poco spazio alla dimensione personale e si concentra soprattutto sui fatti, sui documenti, sulle testimonianze storiche. Questo lo rende estremamente affidabile, anche se talvolta la lettura può risultare densa.

Restano particolarmente vivide le pagine dedicate ai rapporti diplomatici, come l’incontro con Carlo V a Napoli, che restituiscono un’immagine più sfaccettata del duca e della politica dell’epoca.

Nel complesso, si tratta di un saggio imprescindibile per chi desideri comprendere davvero la figura di Alessandro de’ Medici: il suo regno fu breve, ma il suo ruolo nella storia di Firenze e del Granducato di Toscana fu decisivo.

Cosa non aspettarsi? Una biografia tradizionale del personaggio: questo lavoro se ne discosta completamente, offrendo un approccio ben diverso.


giovedì 29 maggio 2025

“Ottaviano de’ Medici e gli artisti” di Anna Maria Bracciante

Il mio incontro con il libro di Anna Maria Bracciante è stato del tutto casuale, ma si è rivelato una scoperta affascinante, capace di gettare luce su un personaggio poco noto della famiglia Medici: Ottaviano de’ Medici. Questo volume ci parla di una figura che ha operato nell'ombra, lasciando però una significativa eredità culturale.

Ottavio de’ Medici (1482-1546) apparteneva a un ramo cadetto della dinastia, discendente di Giovenco di Averardo. Suo padre, Lorenzo, fu stretto collaboratore di Lorenzo il Magnifico, risiedeva di fronte alla chiesa di San Marco e nel 1504 si iscrisse all’Arte della Lana. Ottaviano si mantenne distante dalla scena politica per i  primi quarant’anni della sua vita, lasciando spazio ai suoi fratelli e preferendo dedicarsi agli affari di famiglia, così da avere più tempo libero per coltivare i propri interessi culturali.

Il suo legame con i Medici fu saldo e profondo, intrecciando amicizie con Leone X e Clemente VII. Quest'ultimo lo scelse per incarichi di fiducia, affidandogli l’amministrazione dei beni medicei e l’educazione di Alessandro e Ippolito durante il loro soggiorno fiorentino. Per un breve periodo, fu anche tutore della giovane Caterina de’ Medici, destinata a diventare regina di Francia.

Pur nutrendo affetto per Cosimo I de’ Medici, durante il governo di questi, Ottaviano preferì ritirarsi dalla scena politica a causa della sua diversa concezione del mecenatismo. Mentre Cosimo considerava l’arte uno strumento di propaganda per rafforzare l’immagine del principe, Ottaviano ne aveva una visione più vicina a quella di Lorenzo il Magnifico, ritenendola un mezzo di formazione culturale ed etica. La sua idea di mecenatismo implicava un’affinità spirituale con gli artisti che sosteneva, un rapporto basato sulla condivisione di valori e aspirazioni piuttosto che sulla mera commissione di opere.

Ottaviano ebbe un ruolo di primaria importanza nella supervisione amministrativa della Villa di Poggio a Caiano, dimostrando una notevole capacità organizzativa e gestionale. In particolare, la sua influenza si rivelò determinante nella selezione di almeno due artisti di grande rilievo: Andrea del Sarto e il Franciabigio, entrambi fondamentali nella decorazione e realizzazione delle opere pittoriche della villa.

La sua vicinanza agli ambienti artistici del tempo lo portò a sviluppare profondi legami con alcune delle figure più eminenti del Rinascimento fiorentino. Fu non solo amico, ma anche un fervido sostenitore di Andrea del Sarto e Lorenzo di Credi, offrendo loro protezione e opportunità per esprimere pienamente il loro talento. Tuttavia, uno dei rapporti più significativi che intrattenne fu quello con il giovane Giorgio Vasari, che lo considerava una sorta di mentore e guida intellettuale. Grazie alla sua influenza e ai suoi consigli, Vasari poté affinare il proprio percorso artistico e intellettuale, gettando le basi per la sua carriera di pittore e storico dell’arte.

Il libro di Anna Maria Bracciante analizza con grande precisione le committenze artistiche di Ottaviano e il suo rapporto con gli artisti dell’epoca, dipingendo il ritratto di un uomo discreto ma influente.

Sebbene le sue tracce possano sembrare effimere nella grande storia, la sua impronta è rimasta viva nelle opere che contribuì a far nascere e nei pensieri di coloro che lo amarono e ne riconobbero la grandezza, da Andrea del Sarto a Pietro Aretino, da Giorgio Vasari a tanti altri.

Un libro che riscopre un protagonista dimenticato, ma essenziale, della cultura rinascimentale.



domenica 11 maggio 2025

“Il paggio e l’anatomista” di Walter Bernardi

La corte granducale di Ferdinando II de’ Medici fu un luogo di straordinario fermento culturale e scientifico, in cui l’Accademia del Cimento e l’Accademia della Crusca rappresentavano centri nevralgici di sperimentazione e innovazione. Tuttavia, dietro la facciata di progresso e ricerca, si celavano dinamiche di potere, rivalità e intrighi degni di una tragedia teatrale.

In quella corte, fortemente improntata al maschilismo, si muovevano personaggi dalle vite complesse e spesso contraddittorie: un ambiente dove l’omosessualità, seppur palesemente diffusa, non veniva mai apertamente dichiarata. 

Il desiderio di prestigio alimentava incessanti lotte interne, in cui la delazione e le maldicenze erano strumenti di guerra quotidiana. Non c’era scrupolo nel colpire gli avversari con ogni mezzo possibile, mentre la scienza conviveva con passioni e vendette in un intrico inestricabile di sapere e potere.

Tra i protagonisti di questa storia spicca il conte Bruto della Molara, amante per vent’anni del granduca Ferdinando II, figura enigmatica la cui influenza si intrecciava inesorabilmente con la politica e la vita di corte.

Altro protagonista della scena era Francesco Redi, il medico granducale, scienziato e letterato, uno degli ultimi ingegni veramente enciclopedici della cultura italiana.

Attorno a loro si animava un firmamento di studiosi, un mosaico di menti eccelse che trovavano nella corte medicea il luogo ideale per dare forma alle loro intuizioni: Vincenzo Viviani, devoto allievo di Galileo; Lorenzo Magalotti, sofisticato intellettuale e diplomatico; Giovanni Alfonso Borelli, pioniere della fisiologia e della fisica; Nicola Stenone, lo scienziato che avrebbe rivoluzionato la geologia. Nomi che hanno attraversato il tempo, lasciando un’eredità che superava le vicissitudini personali, accompagnando la corte fino agli anni di Cosimo III.

La corte di Ferdinando II de’ Medici non fu dunque soltanto un cenacolo di sapere, ma anche un teatro di passioni umane, dove ambizione, talento e desiderio si mescolavano in un affresco vibrante di luci e ombre.

Il saggio di Walter Bernardi ci invita a guardare questi uomini sotto una luce diversa. Non più come icone irraggiungibili, ma come esseri umani, immersi nelle loro contraddizioni, nelle loro lotte interiori, nella loro sete di conoscenza mescolata all’ambizione.

Attraverso un’attenta ricerca, l’autore riporta frammenti di corrispondenza che svelano il volto nascosto di questi protagonisti della scienza. Le lettere diventano testimonianze di dissidi, di confronti feroci, di alleanze e tradimenti, di dubbi che precedono ogni grande scoperta.

Bernardi suggerisce che molto è ancora celato negli archivi, che il passato non ha ancora rivelato tutti i suoi segreti. Il suo lavoro è più di un racconto storico: è un viaggio nei meandri dell’umano, un invito a leggere il passato con occhi nuovi, a riconoscere che il genio non esiste senza il suo contesto, senza le passioni, senza le fragilità che lo rendono profondamente autentico.



giovedì 1 maggio 2025

“Quanti moccoli in paradiso” di Lorenzo Andreaggi

Il titolo, pur evocativo, non fa riferimento alle imprecazioni che potrebbero venire in mente, bensì a una salita dalla storia affascinante.

La celebre Salita dei Moccoli si trova nella zona sud di Firenze, nel quartiere Gavinana. Il percorso prende avvio a metà di Via del Paradiso e si sviluppa fino al Borgo dei Moccoli, lungo Via Benedetto Fortini.

L'origine del nome affonda le radici in un'antica tradizione legata alla processione del Corpus Domini. In occasione di questa celebrazione, lungo i muri di cinta venivano sistemati gusci di chiocciole svuotati, riempiti d’olio e dotati di uno stoppino. Questi piccoli lumi, chiamati “moccoli”, illuminavano il cammino della processione, creando un’atmosfera suggestiva e solenne che avvolgeva la strada e ne conferiva il nome. Un dettaglio storico che rende questo angolo di Firenze ancora più affascinante.

Questa è però solo una delle tante affascinanti storie che Lorenzo Andreaggi racconta nel suo approfondito volume dedicato alla storia del contado fiorentino del Bandino.

Attraverso una ricca narrazione, l'autore porta alla luce un patrimonio fatto di memorie, leggende e testimonianze che tratteggiano la vita e le tradizioni di questo territorio. Il libro è un vero e proprio viaggio nel tempo, in cui prendono forma i racconti legati ai personaggi che hanno animato queste terre, ma anche gli aneddoti familiari che hanno contribuito a tessere la storia quotidiana della comunità.

Un’attenzione particolare è riservata alla suggestiva Grotta del Bandino, un luogo affascinante che racchiude in sé storie e leggende legate al passato e alla cultura locale. 

Il libro di Lorenzo Andreaggi si caratterizza per l'accuratezza della ricerca, la passione per le tradizioni e il desiderio di mantenere viva l'essenza di un territorio che merita di essere valorizzato.

Arricchito da un’accurata selezione di fotografie e dettagliate piante topografiche, il volume offre un quadro visivo che riesce a coinvolgere anche il lettore che non ha familiarità con questo territorio, accompagnandolo alla scoperta del contado fiorentino.

Un lavoro curato nei minimi particolari, capace di trasmettere non solo informazioni storiche, ma anche l’emozione di un luogo intriso di memoria e fascino.




domenica 13 aprile 2025

“Il nonno racconta Firenze” di Luciano e Ricciardo Artusi

Si afferma che ignorare il passato precluda la comprensione del presente e condanni all'ignoranza sul futuro, per quanto esso rimanga insondabile.

Partendo da questa riflessione, Luciano e Ricciardo Artusi dedicano il loro libro alle nuove generazioni, con l'obiettivo di stimolarne la curiosità verso il passato e di incoraggiarle a esplorare l'immenso patrimonio artistico, storico e culturale lasciato dagli antichi fiorentini.

Il racconto inizia dalle ere geologiche più antiche, quando l'area destinata a ospitare Firenze era sommersa da un vastissimo lago, che si estendeva fino a Pistoia. Da questo scenario primordiale, il viaggio si snoda attraverso le epoche, raccontando la Firenze romana, medievale e rinascimentale, con i suoi straordinari contributi artistici e culturali. Particolare enfasi è posta sull'influenza delle dinastie medicea e lorenese, che hanno plasmato la città e l'hanno resa un faro di arte e civiltà. Il percorso culmina con gli anni in cui Firenze fu scelta come "Capitale" del neonato Regno d’Italia, un periodo cruciale che si estese dal 1865 al 1871.

Il libro segue un rigoroso ordine cronologico, arricchito da una miriade di aneddoti, modi di dire, vicende storiche, curiosità e personaggi che tornano in vita attraverso le sue pagine. È un viaggio affascinante e dettagliato, lungo ben 483 pagine, che attraversa i secoli, permettendo al lettore di immergersi completamente nella storia di Firenze.

Camminando per le strade di questa città unica, ci si imbatte in numerosi segni tangibili del suo passato glorioso: targhe commemorative, tabernacoli, pietre, simboli, tutti testimonianze silenziose di ciò che è stato.

Il libro di Luciano e Ricciardo Artusi si rivela una vera e propria mappa di questi segni, un invito a interpretarli e decifrarli, per riscoprire il significato nascosto dietro ogni dettaglio.

Il volume è organizzato in brevi capitoli, strutturati come delle schede tematiche. Ogni capitolo esplora uno specifico argomento che, grazie a riferimenti incrociati, si intreccia con gli altri, garantendo al lettore un racconto coerente e uniforme. Questa struttura rende il libro un’esperienza coinvolgente e istruttiva, ideale per chi desidera approfondire le molteplici sfaccettature della storia fiorentina.

Un'opera che affascina e incanta, proprio come la sua protagonista: Firenze.


 


giovedì 27 marzo 2025

“Per ornamento dello Stato, per utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri” a cura di Samuele Lastrucci

Dal 2001, ogni 18 febbraio, Firenze celebra il giorno dedicato alla memoria di Anna Maria Luisa de’ Medici, ricorrenza che segna l'anniversario della morte dell'Elettrice Palatina, ultima discendente del ramo granducale dei Medici. Questo tributo sottolinea il suo straordinario apporto alla tutela del patrimonio culturale della città e della Toscana.

Grazie alla sua visione e determinazione, Firenze e l'intera regione hanno potuto preservare una concentrazione ineguagliabile di opere d'arte e documenti d'archivio.

Diversamente da ciò che accadde in altri Stati italiani, dove collezioni come quelle Farnese del Ducato di Parma e Piacenza furono trasferite a Napoli o quelle del Ducato di Urbino finirono in Toscana come eredità di Vittoria della Rovere, Anna Maria Luisa de’ Medici riuscì a proteggere le collezioni medicee da una simile dispersione.

Con la Convenzione sottoscritta il 31 ottobre 1737 insieme a Francesco Stefano di Lorena, l'Elettrice stabilì il vincolo delle collezioni alla città di Firenze e alla Toscana, un atto di coraggio straordinario per il suo tempo.

Il volume offre le copie anastatiche del celebre "Patto di Famiglia" in francese e in italiano, insieme a documenti correlati, come la ratifica di Francesco Stefano di Lorena, le lettere e l'Inventario delle gioie di Casa Medici. Questi preziosi materiali, conservati nell'Archivio di Stato di Firenze (fondo Trattati internazionali al n. 56), permettono di approfondire il contesto storico dell'accordo.

Le intenzioni di Anna Maria Luisa non si limitavano a tutelare le sole opere d'arte: ella desiderava infatti salvaguardare argenti, mobili, reliquie e altri beni preziosi delle guardarobe, ville e palazzi di città e campagna. Tuttavia, il testo definitivo della Convenzione escluse questi oggetti, considerandoli d'uso quotidiano, il che ne consentì purtroppo la dispersione.

Un'importante sezione del volume, curata da Samuele Lastrucci, approfondisce la complessa situazione politica europea ai tempi di Cosimo III e di Gian Gastone, facendo chiarezza anche sulla natura degli Stati medicei, natura che in verità appariva piuttosto confusa ieri come oggi.

Il volume, pubblicato dalla Regione Toscana, mira a coinvolgere cittadini e studiosi nella riscoperta della storia legata alla trasmissione del patrimonio mediceo. Attraverso le sue pagine, viene messo in evidenza il ruolo fondamentale svolto dall'Elettrice Palatina nel definire l'identità culturale di Firenze e della Toscana.

La sua lungimiranza non solo ha salvaguardato un patrimonio inestimabile, ma ha anche anticipato i tempi, gettando le basi per la nascita del turismo culturale come lo intendiamo oggi.





venerdì 21 marzo 2025

“Don Antonio de’ Medici e i suoi tempi” di Filippo Luti

Quando nel 1587 Francesco I de’ Medici e Bianca Cappello morirono in misteriose circostanze a poche ore di distanza l’uno dall’altro, il figlio Antonio aveva appena undici anni.

La tragica scomparsa dei granduchi portò molti a incolpare, oggi si ritiene ingiustamente, il futuro granduca Ferdinando I. Tuttavia, è certo che Ferdinando orchestrò un inganno a danno di Don Antonio.

Infatti, questi era nato fuori dal matrimonio, quando Francesco I era ancora sposato con Giovanna d’Austria. Dopo il matrimonio con Bianca, Francesco lo legittimò come suo erede. Ferdinando, però, insinuò dubbi sulla paternità di Francesco e persino sulla maternità di Bianca.

La figura di Don Antonio è senza dubbio una delle meno conosciute del panorama mediceo, ma in verità si tratta di un personaggio molto interessante e di notevole spessore.

Dimostrò sin da giovane straordinarie doti diplomatiche e militari, anche se fu costretto ad abbandonare quasi subito la carriera militare per motivi di salute. Uomo colto e affascinato dal sapere scientifico, ebbe contatti con personaggi illustri del tempo, tra cui Galileo Galilei. Appassionato di musica e spettacolo, fece costruire un teatro nel Casino di San Marco, eletto a sua dimora in città. Proprio qui fu messa in scena l’Euridice di Ottavio RInuccini, sotto la direzione di Giulio Caccini.

Don Antonio non fu appassionato solo di musica e teatro, di scienza e alchimia, di caccia, cavalli e armi, che fabbricava egli stesso, ma mostrò grandissimo interesse anche per l’arte e il collezionismo. Oltre a busti, statue e bassorilievi possedeva una meravigliosa quadreria. Alcuni artisti presenti nelle sue collezioni: Andrea del Sarto, Leonardo Da Vinci, Raffaello, Mantegna, Botticelli, Michelangelo, Pontormo e Giambologna.

Nonostante la frode che Ferdinando I attuò nei confronti del nipote, i loro rapporti furono molto stretti; il granduca di fatto si appoggiò moltissimo al nipote del quale riconosceva la vasta cultura e  le grandi doti diplomatiche.

Il rapporto con la corte si raffreddò sempre più dopo la morte di Ferdinando. Don Antonio aveva acconsentito alla richiesta dello zio di entrare nell’Ordine dei Cavalieri di Malta accettando di conseguenza il celibato, ma durante la sua vita ebbe due compagne che gli diedero quattro figli. Preoccupato per il futuro dei suoi eredi, Don Antonio avviò cause legali per garantirne il benessere, cause che si protrassero anche dopo la sua morte.

L’opera di Filippo Luti offre l’analisi più completa sulla vita di Don Antonio, superando in dettaglio quella di Pier Francesco Covoni (“Don Antonio de' Medici al casino di San Marco”) di fine Ottocento e il lavoro più recente di Paola Maresca (“Don Antonio de’ Medici. Un principe alchimista nella Firenze del '600, 2018).

Don Antonio de’ Medici e i suoi tempi” è un saggio molto ben articolato ed esaustivo, corredato di una vasta bibliografia, tantissime citazioni e ricco di richiami al cospicuo patrimonio epistolare.

Un vita, quella di Don Antonio, caratterizzata da intrighi, cultura e dedizione alla famiglia, che lo rendono una figura del suo tempo oltremodo affascinante.




giovedì 13 febbraio 2025

“Bianca Cappello” Atti del secondo convegno: le signore di Firenze

Nello scorso dicembre, al Palagio di Parte Guelfa, si è tenuto il secondo convegno dedicato alla scoperta e riscoperta delle donne di Casa Medici. Dopo un primo seminario incentrato su Anna Maria Luisa de’ Medici, questo secondo incontro ha puntato i riflettori su Bianca Cappello, con l’obiettivo di fare chiarezza sulle sue vicende umane e storiche.

I convegni organizzati dall’Associazione degli Amici del Museo Stibbert colmano una significativa lacuna nella storia della Toscana, riportando l’attenzione sull’importante contributo delle donne della Famiglia Medici, protagoniste della storia al pari dei loro padri, mariti e figli, sebbene spesso trascurate dalla storiografia.

La figura di Bianca Cappello è alquanto controversa, sia per il suo avventuroso arrivo a Firenze, sia per la sua morte, avvenuta poche ore dopo quella del secondo marito, Francesco I de’ Medici. Le maldicenze attribuirono la colpa al cognato Ferdinando de’ Medici, futuro terzo Granduca di Toscana.

Nei vari interventi riportati in questi atti, si cerca non solo di chiarire l’improbabile coinvolgimento di Ferdinando I nella morte del fratello e di Bianca Cappello, ma anche di esaminare le motivazioni alla base di tali calunnie e le origini dell’ostilità del cardinale nei confronti della cognata.

Molti elementi interessanti emergono da queste pagine sulla famiglia di Bianca Cappello, in particolare sul legame del padre di lei con Cosimo de’ Medici, legame nato molti anni prima. Vi sono inoltre riferimenti e aneddoti sull’educazione della giovane veneziana, che aiutano a comprendere sia la sua fuga a Firenze con Pietro Bonaventuri, sia l’attrazione di Francesco de’ Medici per lei, che la portò a diventare prima la sua amante e poi, una volta rimasti entrambi vedovi, sua moglie.

Bianca Cappello era una donna di straordinaria bellezza, ma il profondo legame tra lei e Francesco aveva radici ben più profonde, come la condivisione degli interessi legati alla scienza alchemica.

In queste pagine viene dato ampio risalto ai fondamentali della dottrina alchemica, ma altrettanto spazio è dedicato anche all'influenza che essa esercitò sulla vita di Bianca Cappello e Francesco de’ Medici. Questo lo troviamo ancora oggi riflesso nelle decorazioni delle loro dimore, ma anche nella rilettura dell'atteggiamento che Francesco tenne nei confronti di Bianca in alcune particolari circostanze.

Un volume prezioso per chi desideri ottenere una visione più completa e approfondita della figura di Bianca Cappello, ma anche una lettura che pone le basi per ulteriori ricerche sull’argomento.





domenica 22 dicembre 2024

“Rinascimento giorno per giorno” di Maura Melis

Il termine Rinascimento è solito richiamare alla mente un’immagine di rinascita e di ripartenza, ma in verità il periodo storico a cui fa riferimento fu caratterizzato da forti contrasti, continue guerre e sanguinose congiure.

L’immagine di un Rinascimento quindi legato al solo ricordo degli straordinari artisti che vissero a quel tempo, artisti quali Botticelli, Leonardo Da Vinci, Raffaello, Michelangelo, è solo uno degli aspetti che caratterizzarono questo periodo storico che iniziò a delinearsi alla metà del XIV secolo per terminare verso la metà inoltrata del XVI secolo.

Il libro di Maura Melis si pone l’obiettivo di raccontare i fatti accaduti nel corso di questi due secoli, non solo attraverso gli avvenimenti più conosciuti, ovvero quelli riportarti in tutti i manuali, ma anche attraverso quegli elementi all’apparenza forse meno evidenti però altrettanto rilevanti ai fini dell’evoluzione della storia.

La narrazione non può ovviamente prescindere dal racconto delle varie Corti italiane e dei loro protagonisti: principi condottieri, abili politici e papi. Tante le tipologie di governo e tanti gli aspetti che caratterizzarono principi e condottieri, ma un unico modo di esprimere il proprio prestigio: il mecenatismo e l’arte. Quegli stessi denari guadagnati con l’arte della guerra venivano spesi per abbellire i propri palazzi e dare lustro alla propria casata.

Il racconto di Maura Melis diventa quindi anche il racconto delle grandi dinastie e delle famiglie che furono protagoniste del Rinascimento: Este, Gonzaga, Montefeltro, Sforza, Visconti, Angiò, Aragona, Malatesta e poi loro, i Medici.

Firenze fu il centro propulsore del Rinascimento in Italia che da qui poi si propagherà nel Centro e nel Nord Italia e in un secondo momento nel meridione. Ogni generazione della famiglia Medici ebbe modo di lasciare la propria impronta a partire da Cosimo il Vecchio passando per Lorenzo il Magnifico fino ad arrivare a colui che fece della Toscana un Granducato, Cosimo I de’ Medici, figlio dell’ultimo importante capitano di ventura della storia, Giovanni dalle Bande Nere. Nel Rinascimento inoltre furono elettri ben due papi Medici: Leone X, figlio del Magnifico, e Clemente VII, figlio di Giuliano de’ Medici, fratello del Magnifico.

Il papato non era di fatto un governo tanto diverso dagli altri principati. Quello che differenziava Roma dagli altri Stati era il fatto di essere una monarchia non ereditaria, ma elettiva e che colui che assumeva la carica era sempre già avanti con gli anni, cosa che, nel bene e nel male, comportava un tempo limitato di governo con tutte le conseguenze del caso.

Maura Melis passa in rassegna non solo pittori e scultori, ma dà ampio spazio anche alla letteratura. Non potevano quindi mancare alcune pagine dedicate al Castiglione e alla sua opera più famosa “Il Cortegiano”.

Sempre con l’intento di porre l’accento sulla microstoria, Maura Melis, ci racconta anche di quelle figure, solo all’apparenza minori, che con il loro lavoro e la loro presenza influirono sulla storia con la “S” maiuscola: banchieri, mercanti, artigiani, militari, capitani, mercenari e condottieri, ma anche poveri e mendicati.

Quello della Melis è un libro molto interessante, scorrevole e di facile lettura, completo e molto ben documentato, prova ne è la copiosissima bibliografia.

Una lettura consigliata a chiunque voglia farsi un’idea di quest’epoca caratterizzata da mille contraddizioni, nella quale alla fioritura straordinaria delle arti fece da contraltare un periodo di guerre ininterrotte e violenza senza precedenti, basti ricordare il Sacco di Roma (1527), una delle pagine più sanguinose della storia.  




giovedì 21 novembre 2024

“Deo simillimum principem” a cura di Samuele Lastrucci

Il catalogo della mostra per i 300 anni dalla morte di Cosimo III de’ Medici, inaugurata nell’ottobre del 2023 a Palazzo Strozzi Sacrati (Firenze), offre una nuova prospettiva sulla figura del Granduca.

Cosimo III è stato spesso ricordato come un sovrano rigido e bigotto, noto per aver imposto tasse su ogni cosa, persino sulle parrucche, e per aver vissuto gli ultimi anni della sua vita ossessionato dalla questione della successione dinastica. Descritto quasi come una macchietta, Cosimo fu a lungo osteggiato da una moglie capricciosa e caparbia, che lo abbandonò insieme ai figli per tornare in Francia, senza mai più fare ritorno.

Cosimo III visse fino alla veneranda età di ottantuno anni, un traguardo notevole per l’epoca. Non si possono di certo negare i tanti difetti e le mancanze che lo contraddistinsero nel corso della sua esistenza, ma in verità non possiamo neppure esimerci oggi dal riconoscergli anche alcuni meriti.

Durante la sua lunga vita, viaggiò moltissimo e si distinse per le sue maniere. Amante della botanica, diede notevole impulso agli studi naturalistici e allo sviluppo degli orti botanici di Pisa e Firenze. Fu anche un uomo di cultura e un mecenate, istituendo l’Accademia Fiorentina a Roma. Inoltre, a lui si deve la promulgazione del primo disciplinare vinicolo della storia, con il bando del 1716 che delimitò le quattro zone di produzione del Chianti, del Pomino, del Valdarno di Sopra e del Carmignano.

Questo volume, come la mostra stessa a cui fa riferimento, sono nati con l'intento di fare luce sulle diverse sfaccettature che contraddistinsero la figura di Cosimo III de’ Medici.

La bigotteria di Cosimo, per quanto irritante e fastidiosa, potrebbe essere mitigata ai nostri occhi se si considerasse che l’uso da lui fatto della religione fu anche di natura politica e non solo strettamente di natura religiosa. La stessa Vittoria della Rovere non fu la donna bacchettona che la storia ci ha tramandato. Come il figlio, anche lei fu una grande appassionata di botanica e di scienza; non possiamo neppure trascurare il fatto che proprio a lei si dovesse l’istruzione di prim’ordine che venne impartita ad Anna Maria Luisa e a Gian Gastone.

Il matrimonio di Cosimo III con Marguerite Louise d’Orléans fu indubbiamente un fallimento, sebbene all'epoca potesse essere considerato un vero capolavoro dal punto di vista diplomatico.

Marguerite Louise d’Orléans, principessa del sangue, cugina del Re Sole, nonché sorellastra della famosa Anne Marie Louise De Montpensier, anche conosciuta come la Grande Mademoiselle, crebbe in un clima di emancipazione sociale e culturale. Questo fatto non può certamente giustificare il comportamento capriccioso e ostinato che Marguerite Louise tenne durante la sua permanenza sul suolo toscano, né la decisione di tornare in patria abbandonando marito e figli, ma potrebbe forse in parte mitigare il giudizio negativo che la storia le ha sempre riservato.

"Deo simillimum principem" è un libro che getta uno nuovo sguardo su Cosimo III, sul suo operato e sul suo governo. Un catalogo ragionato che invita a esplorare quanto ancora è rimasto nascosto tra le pieghe del tempo. Una pubblicazione che analizza ogni aspetto della vita del Granduca e del periodo storico in cui visse, un periodo che dal punto di vista politico fu tutt'altro che semplice.

Nessun aspetto che lo riguardi viene tralasciato: dalla sua educazione ai viaggi, dalle scienze ai personaggi eccezionali che vissero alla sua corte, come il Redi e il Tilli per citarne solo alcuni, fino all'attività militare e alla politica estera del Granducato di Toscana. Il libro riporta in appendice perfino un interessante documento musicale, ossia la prima trascrizione diplomatica di una “Serenata fatta in Firenze per la Sera della Nascita del Ser.mo Principe Sposo di Toscana il 14 Agosto 1662”.

 


giovedì 20 giugno 2024

“La signora delle Fiandre” di Giulia Alberico

Spesso ad un certo punto della vita si avverte l’esigenza di fare un bilancio della propria esistenza, andare indietro nel tempo, ripercorrere ciò che è stato e forse immaginare come sarebbero andate le cose se si fossero fatte scelte diverse.

Sul finire dell’anno 1585 Margherita d’Austria, ritiratasi ad Ortona a Mare, sente che la sua fine è vicina e si lascia andare ai ricordi. Ha vissuto a lungo, tanti viaggi e tante conoscenze costellano la sua esistenza, alcune persone sono solo ricordi sbiaditi, altre, nonostante non siano più da tanto tempo, sono ancora lì, presenze costanti nella sua mente e nel suo cuore.

Margherita d’Austria, figlia naturale dell’imperatore Carlo V, nacque e crebbe nelle Fiandre.  Fu affidata dal padre alle cure prima di Margherita di Savoia e poi di Margherita d’Ungheria. Per quanto Carlo V amasse la figlia, questo non gli impedì di seguire le consuetudini della politica matrimoniale del tempo.  Margherita venne concessa in sposa al duca Alessandro de’ Medici, per consolidare l’alleanza con Clemente VII dopo il terribile episodio del Sacco di Roma. Margherita conobbe così l’Italia, la corte di Napoli prima e di Firenze dopo. Il matrimonio durò solo pochi mesi poiché Alessandro venne assassinato per mano del cugino Lorenzino.

Vedova ad appena quindici anni, Margherita si ritrovò di nuovo ad essere una pedina sullo scacchiere politico. Carlo V decise di concedere la mano della figlia a Ottavio Farnese, legandosi così nuovamente alla famiglia di un papa, Paolo III.

Se il matrimonio con Alessandro era stato accettato da Margherita con ubbidienza, quello con Ottavio fu da lei contrastato profondamente. Gli sposi, però, dopo un inizio burrascoso, riuscirono col tempo a trovare un loro equilibrio di coppia fatto di stima e affetto reciproci.

Margherita per volontà del fratellastro Filippo II, succeduto al padre Carlo V, fu governatrice delle Fiandre dove trascorse parecchi anni, ma nessun luogo le fu mai caro quanto la terra d’Abruzzo. Non è quindi un caso che questa terra per cui Margherita si adoperò tanto per emanciparla a livello economico e amministrativo, proiettandola sul grande scenario politico nazionale ed europeo, non manchi mai di celebrarla e tenerne viva la memoria ancora oggi.

Inutile dire che mi sono avvicinata a questo personaggio perché legata alla famiglia Medici sebbene solo per un brevissimo periodo. Avrebbe forse potuto esserlo più a lungo se Carlo V avesse accettato di darla in sposa a Cosimo I de’ Medici, ma il destino volle che scegliesse diversamente e forse per Firenze e la Toscana fu meglio così perché altrimenti non avrebbe avuto una duchessa come Eleonora di Toledo al quale il granducato deve moltissimo.

Margherita d’Austria, duchessa di Parma e Piacenza, fu però anch’ella una figura di grande forza. Donna colta, intelligente, ostinata e intraprendente, in un mondo governato dagli uomini, percorse sempre, laddove le fu possibile, la via diplomatica della mediazione.

I fatti narrati nel romanzo di Giulia Alberico sono ovviamente liberamente reinterpretai dall’autrice, ma invogliano il lettore a cercare di saperne di più su questa protagonista la cui storia non è così conosciuta come quella di altre grandi figure femminili a lei contemporanea o di poco discoste nel tempo. 

Il racconto è scorrevole, le pagine scivolano via velate di malinconia: l’incalzare del tempo che volge al termine, i ricordi di una vita, un bilancio fatto di sogni infranti e desideri realizzati, di rimpianti per amori che avrebbero meritato una possibilità, di rimorsi per essere stata troppo egoista con chi avrebbe meritato più attenzioni, ma anche di coraggio e gratitudine, coraggio per essere riuscita ad affrontare prove difficili e gratitudine per coloro che le sono rimasti accanto senza chiederle mai nulla in cambio.

“La signora delle Fiandre” è un buon romanzo storico dove l’atmosfera e il modo di pensare dell’epoca sono resi in maniera minuziosa e dove i personaggi di pura invenzione si integrano perfettamente ai numerosi personaggi realmente esistiti. Pur trattandosi di un racconto liberante ispirato alla storia di Margherita d’Austria è evidente che l’autrice abbia effettuato una scrupolosa ricerca storica prima di accingersi alla stesura del romanzo.





giovedì 16 maggio 2024

“Eleonora di Toledo e l’invenzione della corte dei Medici a Firenze”

Le donne della famiglia Medici ebbero tutte, sebbene alcune più di altre, un ruolo fondamentale per la dinastia e, se ad Anna Maria Luisa si deve il lascito di un patrimonio che ancora oggi rende grande Firenze e la Toscana intera, a Eleonora di Toledo dobbiamo l’invenzione della corte medicea così come noi la conosciamo.

Eleonora di Toledo giunse a Firenze diciasettenne; il suo matrimonio con Cosimo I de’ Medici fu un matrimonio politico, ma si rivelò fin da subito un’unione ben riuscita.

Eleonora portò con sé il rigido cerimoniale spagnolo, ma non solo. La duchessa fu amante delle arti, delle lettere e della moda. Eleonora di Toledo non ebbe nulla da invidiare alle altre celebri donne del Rinascimento quali Isabella d’Este e Vittoria Colonna.

Eleonora amministrò il ducato in assenza del marito per il quale fu fin dall’inizio una valida alleata. Si dice che il duca si fidasse del giudizio della moglie, una donna capace di determinare in prima persona le sorti dello stato e la sua economia, più che di quello di chiunque altro dei suoi consiglieri e anche di quello della madre Maria Salviati a cui era particolarmente legato.

La bella e affascinante Eleonora di Toledo diede a Cosimo undici figli di cui però solo quattro le sopravvissero. La duchessa fu una donna politicamente molto accorta e lo si vide anche nel suo modo di programmare l’avvenire dei figli fin dalla loro più tenere età.

Il libro è il catalogo dell’omonima mostra che si è svolta a Palazzo Pitti nell’anno 2023. Nel volume si mettono in evidenza i molteplici aspetti della complessa personalità di Eleonora di Toledo. Si analizzano le sue capacità imprenditoriali e politiche, ma anche il suo rapporto con la religione, gli artisti e i membri della famiglia di origine e di quella d'adozione.

Tra i vari temi analizzati in questo catalogo troviamo il rapporto venutosi a creare non solo tra i Medici e i Toledo, ma anche le somiglianze e le differenze tra Firenze e Napoli, due città con affinità senza dubbio politiche, ma anche culturali e artistiche.

Fu Eleonora ad acquistare Palazzo Pitti e il terreno circostante su cui sorsero per suo volere i Giardini di Boboli. Insieme al marito si occupò della ristrutturazione e della scelte iconografiche per le decorazioni delle stanze di Palazzo Vecchio; a lei si deve inoltre la nascita della ritrattistica ufficiale di corte.

Si indagano nel libro anche i rapporti con gli artisti del tempo. Non mancano poi divertenti aneddoti come quello che vide protagonista un Benvenuto Cellini in difficoltà perché costretto, suo malgrado, dalla duchessa ad intercedere per lei presso il duca per l’acquisto di una collana di perle il cui valore era molto inferiore a quello richiesto dal venditore.

Eleonora di Toledo, ben lontana da svolgere una mera funzione decorativa presso la corte medicea, fu una donna indipendente e capace di affermare la propria autorità, di plasmare la propria immagine e quella del ducato.

Eleonora fu spesso immortalata dal Bronzino per ritratti ufficiali da usare anche come modello sia per repliche destinate ad adornare le varie residenze sia per essere utilizzate come doni diplomatici per assicurare la diffusione dell’immagine di Eleonora stessa, ma soprattutto della solidità del ducato grazie all’immagine dei figli spesso rappresentati accanto a lei oppure da soli.

Eleonora, dopo aver ampiamente assolto il suo compito, ovvero quello di garantire una discendenza alla dinastia Medici, morì a Pisa nel 1562. Il suo corpo, già minato dalla tubercolosi e provato dalle numerose gravidanze, non riuscì ad avere la meglio sulle febbri malariche che la colpirono.

Morì appena quarantenne senza potersi fregiare del titolo di granduchessa perché il Granducato di Toscana, per il quale lei tanto si era adoperata, venne creato solo sette anni più tardi nel 1569.