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lunedì 21 settembre 2026

“Machiavelli innamorato” di Ernesto Screpanti

Mi innamorai di Machiavelli da ragazzina, quando lo incontrai per la prima volta sui banchi di scuola, alle medie. Forse è proprio da lì che è cominciata la mia curiosità per quell’uomo che ancora oggi sembra sfuggire a qualsiasi definizione. Machiavelli: o lo si ama o lo si odia.

Politico, filosofo sui generis, letterato, uomo di Stato, osservatore lucido e spesso spietato dell’animo umano. Per molto tempo è stato raccontato soprattutto attraverso l’ombra del Principe, la sua opera più celebre. Ma Niccolò Machiavelli fu molto altro.

Visse in un’epoca segnata da guerre, instabilità e profondi mutamenti. Cambiavano le strategie militari, cambiavano gli equilibri politici e, in un mondo così mutevole, bisognava imparare ad adattarsi alle circostanze.

Anche la sua vita pubblica e privata fu tutt’altro che semplice: il servizio politico, la caduta della Repubblica fiorentina, l’esilio e quella distanza dolorosa dal mondo del potere al quale aveva dedicato gran parte della propria esistenza.

Eppure, accanto all’uomo politico, c’era un altro Machiavelli. Un uomo che amava gli autori antichi con i quali, scriveva al Vettori, era solito conversare come fossero amici. Ma anche un uomo capace di ridere, scherzare e godersi la vita. Un uomo dal sorriso beffardo e ironico, dietro il quale si può intravedere persino una certa timidezza. Astuto, certo, ma anche resiliente.

E poi c’è il Machiavelli delle passioni, quello che ho scoperto solo più avanti, attraverso lo studio e la lettura più approfondita della sua vita e delle sue opere. Un uomo che frequentava le prostitute e che, per quanto emerge dalle fonti, non sembra aver avuto una particolare inclinazione alla fedeltà coniugale. Non ci sono giunte, almeno per quanto riguarda il materiale noto, lettere amorose indirizzate alla moglie. Le cronache hanno inoltre alimentato voci sulla sua frequentazione anche di giovani uomini: elementi che non sempre è facile distinguere dalle dicerie del tempo.

Il libro di Ernesto Screpanti ci fa però conoscere un volto inaspettato di Machiavelli, una vera sorpresa: un Machiavelli innamorato, che confida le proprie pene d’amore all’amico Francesco Vettori in una lettera del 3 agosto 1514.

Rimane, però, un vuoto: l’identità di colei che gli ha conquistato il cuore. Machiavelli ha quarantacinque anni. È lontano dal centro della scena politica e nella sua vita sono già passati gli anni del potere, della diplomazia, delle missioni e degli affanni. E proprio allora arriva quell’amore che Machiavelli dice ha cercato di combattere, ma dal quale è stato avvinto senza scampo. Cupido non sembra intenzionato ad arrendersi: scaglia contro di lui dardi sempre più potenti, fino a farlo capitolare. E accade qualcosa di sorprendente. L’uomo che ha fatto della politica e della conoscenza degli uomini una delle grandi ossessioni della propria vita si ritrova improvvisamente prigioniero di un sentimento capace di mettere tutto il resto in secondo piano.

La lettura degli antichi passa sullo sfondo. Gli affanni politici si fanno più lontani. L’esilio, le preoccupazioni, gli affari, il potere: tutto sembra perdere, almeno per un momento, la propria importanza.

Chi è questa donna capace di rapire il cuore dell’ex segretario fiorentino? È proprio da questa domanda che nasce la ricerca di Ernesto Screpanti.

Il libro indaga un volto meno conosciuto di Machiavelli: quello dell’uomo innamorato, passionale, vulnerabile. Un Machiavelli che emerge soprattutto in due lettere a Vettori e che permette di rileggere alcune delle sue opere sotto una luce diversa.

Screpanti cerca le tracce di questa donna anche nei testi delle opere di Machiavelli (La Clizia, L’Asino, la Commedia, la Serenata, l’Epistola della peste, la Mandragola), tanto nelle opere dalla paternità certa quanto in quelle più discusse. Sono frammenti, allusioni, coincidenze, immagini, parole che sembrano ritornare. E allora la ricerca diventa quasi un’indagine poliziesca.

Archivi romani e fiorentini, documenti, lettere, testimonianze, date, nomi, spostamenti: un paziente incrocio di dati nel tentativo di ricostruire una storia che il tempo ha lasciato in penombra.

Persino i calcoli di probabilità e gli strumenti dell’intelligenza artificiale entrano in questa indagine, non per sostituire il lavoro storico, ma per mettere alla prova le coincidenze, confrontare gli indizi e verificare quanto una determinata identificazione possa essere plausibile.

E alla fine emerge un volto. O, meglio, emerge la possibilità di un volto.

Non vi svelo volutamente il nome della donna. Del resto, probabilmente, quel nome vi direbbe ben poco. Ma è proprio il percorso per arrivare a lei a costituire una parte essenziale della storia.

Non esiste un’identificazione certa, e sarebbe scorretto fingere il contrario. Esistono però molti dati, molte coincidenze, molte tracce che, una volta messe insieme, sembrano comporre un quadro sorprendentemente coerente e realistico.

Il libro non soltanto ci racconta chi fu con ogni probabilità la donna che fece innamorare Machiavelli, ma soprattutto chi diventò Machiavelli quando si innamorò.

Perché dietro il teorico della ragion di Stato, dietro l’uomo che osservava il potere con lucidità quasi spietata, c’era anche un uomo capace di arrendersi a una passione.

E forse è proprio lì, nelle due lettere a Vettori riportate nel saggio di Screpanti, che per un istante possiamo vedere Machiavelli senza la maschera del politico. Un uomo di quarantacinque anni. Un uomo lontano dal potere. Un uomo che ha perso molto. E un uomo che, improvvisamente, ha ritrovato qualcosa di molto più pericoloso da governare: il proprio cuore.



mercoledì 16 settembre 2026

“Miti d’amore” di Umberto Curi

Che cosa accade quando l’amore incontra la conoscenza? E, soprattutto, è possibile amare senza perdere la capacità di conoscere, oppure l’amore porta inevitabilmente con sé una forma di cecità?

È attorno a queste domande che si sviluppa la riflessione di Umberto Curi, che esplora i meandri più segreti dell’esperienza amorosa attraverso alcune delle più celebri rappresentazioni mitiche che la cultura occidentale ha elaborato, dall’antica Grecia fino ai giorni nostri.

Il punto di partenza è la concezione platonica dell’amore: secondo Platone, l’amore penetra nell’animo umano attraverso il più nobile dei sensi, la vista. Vedere l’altro significa essere colpiti dalla sua bellezza e, attraverso quella bellezza sensibile, intraprendere un percorso di elevazione che conduce progressivamente verso una dimensione superiore, quella del mondo intelligibile.

Ma, nel corso dei secoli, questa immagine dell’amore subisce una trasformazione radicale.

All’inizio del Duecento si aggiunge stabilmente all’iconografia di Cupido un elemento destinato a diventare caratteristico: la cecità. Il dio dell’amore viene rappresentato bendato, mentre scaglia i suoi dardi senza poter vedere le proprie vittime e, dunque, senza fare distinzioni di sesso, condizione sociale o appartenenza. La sua azione è imprevedibile e sottratta al controllo della ragione.

È una trasformazione tutt’altro che marginale. Poco alla volta, alla visione platonica dell’amore come forza capace di strappare l'essere umano ai limiti della pura sensibilità per condurlo verso una forma più alta di conoscenza, si affianca e talvolta si sostituisce una concezione quasi opposta: l’amore non eleva, ma acceca.

La cecità di Cupido diventa allora metafora della perdita delle facoltà intellettuali. Di fronte alla forza dell’amore sembra non esserci una terza possibilità: o ci si lascia dominare dal desiderio, accettando di diventare ciechi e di rinunciare alla piena capacità di conoscere, oppure si sceglie la strada della conoscenza, sottraendosi alle lusinghe dell’amore.

Amore o conoscenza, dunque?

La contrapposizione, tuttavia, non è così semplice. Già Goethe, negli anni della giovinezza, osservava che non si impara a conoscere se non ciò che si ama e che, quanto più profonda e completa deve essere la conoscenza, tanto più intenso, energico e vivo deve essere l’amore. Un’intuizione che si può accostare alla celebre formula attribuita a Leonardo da Vinci: ogni grande amore è figlio di una grande conoscenza.

È proprio in questa apparente contraddizione che si inserisce la ricerca di Curi.

Il rapporto fra amore e conoscenza, infatti, non viene affrontato soltanto nei grandi trattati filosofici. Anzi, secondo Curi, è soprattutto nei racconti, quelli che i Greci chiamavano mythoi e i Latini fabulae, che questa relazione trova una delle sue forme più ricche e profonde.

Il mito diventa così uno strumento di indagine filosofica.

Il libro si sviluppa attraverso sette capitoli e propone un vasto repertorio di narrazioni amorose, mostrando come una delle questioni più antiche e ricorrenti della filosofia occidentale, quella relativa alla natura dell’amore e al suo rapporto con la conoscenza, possa essere affrontata proprio attraverso la forza simbolica del mito.

Si parte dall’antica Grecia e da Platone, con il celebre mito dell’androgino, per attraversare figure e storie destinate a imprimersi nell’immaginario occidentale: Eco e Narciso, Orfeo ed Euridice, Amore e Psiche. Il percorso prosegue poi verso la letteratura più vicina ai giorni nostri, incontrando la storia di Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta e, infine, Don Giovanni.

Ma Curi non si limita a presentare una successione di miti.

Le diverse storie vengono messe in relazione tra loro, confrontate, sovrapposte e osservate nelle loro trasformazioni. Il mito non viene considerato come un racconto immobile, appartenente esclusivamente al passato, ma come una materia viva, capace di cambiare forma attraversando epoche, linguaggi e culture.

È forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro: seguire il mito nel tempo significa osservare come cambino anche il modo di intendere l’amore, il desiderio, la conoscenza e il rapporto fra ragione e passione.

Nel caso dei miti dell’antica Grecia, l'analisi appare particolarmente precisa e concentrata sulla struttura originaria delle narrazioni e sul loro significato filosofico. Quando il percorso si sposta verso la modernità, invece, l'indagine si amplia e assume anche una forte dimensione filologica e intertestuale.

Il mito viene seguito nelle sue diverse versioni, nelle riscritture e nelle reinterpretazioni, fino a mostrare come una stessa storia possa assumere significati profondamente diversi a seconda dell'epoca e dell'autore che la racconta.

Un esempio particolarmente significativo è quello del Don Giovanni. Non viene analizzata soltanto la figura letteraria del seduttore, ma anche la sua evoluzione e la sua trasposizione musicale, fino al celebre Don Giovanni di Mozart.

È un procedimento che permette di comprendere come il mito non abbia una sola origine e una sola forma definitiva. Esso cresce, si modifica, viene riscritto e continuamente riattivato dalla cultura che lo accoglie.

Da una parte c'è l'eredità platonica, secondo la quale l'amore può diventare il punto di partenza di un percorso verso una conoscenza più alta. Dall'altra c'è l'immagine di Cupido bendato, simbolo di una passione irrazionale che sottrae all'uomo la capacità di giudicare e di vedere con chiarezza.

Tra queste due immagini si muove l'intera tradizione occidentale.

Ed è forse proprio per questo che i miti continuano a parlarci. Perché non offrono risposte definitive, ma mettono in scena le nostre contraddizioni: il desiderio di conoscere e, nello stesso tempo, il bisogno di abbandonarci a ciò che non possiamo controllare; la ricerca della verità e la seduzione dell'illusione; la ragione e la passione.

Seguire le tracce dell'amore attraverso questi racconti significa allora attraversare una parte essenziale della nostra stessa cultura e, in qualche modo, anche di noi stessi.

Perché, come suggerisce il percorso di Curi, forse amore e conoscenza non sono davvero due strade alternative. Forse, al contrario, è proprio nel loro incontro, e nella loro tensione, che si nascondono alcune delle domande più profonde sull’esperienza umana.



domenica 30 agosto 2026

“Machiavelli, un uomo di parole” di Jean-Louis Fournel e Jean-Claude Zancarini

Machiavelli è uno scrittore. È questo l’incipit del saggio, che raccoglie una serie di interventi precedentemente pubblicati dai due autori dagli anni Novanta sino a oggi, preceduti da un’ampia introduzione e chiusi da un epilogo che torna su alcuni nessi e aggiorna alcuni dati biografici.

 

L’intento del volume è quello di avvicinarsi agli scritti di Machiavelli attraverso un’analisi filologica, riportando l’attenzione sulla concretezza della sua scrittura e sul contesto nel quale essa nasce. Machiavelli, infatti, non è soltanto l’autore di opere e trattati destinati alla riflessione politica: in qualità di segretario della Repubblica fiorentina è quotidianamente impegnato nella scrittura. Lettere, dispacci, relazioni, documenti: la parola è per lui anche uno strumento di lavoro, necessario per affrontare concretamente gli avvenimenti del proprio tempo.

 

Machiavelli, dunque, scrive dal presente, del presente e per il presente.

Che i suoi testi siano oggi considerati fondamentali per la letteratura italiana è un dato indiscutibile, ma, secondo la prospettiva proposta dal saggio, questo rappresenta quasi un effetto collaterale della loro originaria funzione storico-politica. Machiavelli scrive perché deve comprendere ciò che accade, interpretarlo e, soprattutto, indicare come agire.

 

E in questa scrittura non va trascurato un altro elemento: l’ironia. L’umorismo, il sarcasmo, l’ambiguità e talvolta il paradosso non sono semplicemente ornamenti stilistici, ma possono diventare veri e propri strumenti politici. Anche attraverso l’ironia Machiavelli mette in discussione certezze, smaschera comportamenti e rende più incisiva la propria analisi del potere.

 

Il tempo di Machiavelli è, del resto, un’epoca nuova. Sono gli anni delle Guerre d’Italia, un periodo nel quale cambia profondamente non soltanto l’assetto politico della penisola, ma anche il modo stesso di concepire e condurre la guerra. È proprio il conflitto a mettere in evidenza l’inadeguatezza delle truppe mercenarie e la necessità di ripensare strumenti, eserciti e strategie.

 

Anche la lingua della politica deve quindi adeguarsi a una realtà in trasformazione. Non necessariamente attraverso l’invenzione di neologismi, ma attraverso parole già esistenti che acquistano significati nuovi, diventano progressivamente plurisemantiche e assumono, a seconda dei contesti, sfumature differenti.

Gli scritti di Machiavelli, dunque, non sono rivolti innanzitutto ai lettori del futuro o ai posteri. Nascono per affrontare il presente, per interpretarlo e per suggerire una possibile azione. Il Principe può certamente essere letto come un’opera filosofica, come un libro di pensiero e di teoria politica, ma non è soltanto questo: è prima di tutto un testo profondamente legato alla concretezza della politica e alla necessità di agire.

Devo ammettere che il saggio è molto diverso da quello che mi aspettavo. Non immaginavo di trovarmi di fronte a un lavoro prevalentemente filologico, ma dinnanzi a un commentario delle opere di Machiavelli. L’impostazione scelta dagli autori è invece un’altra e, proprio per questo, offre diversi spunti interessanti.

 

Ho trovato particolarmente valide anche le analisi dedicate ai testi di Savonarola e Guicciardini, utili per individuare affinità e differenze rispetto agli scritti machiavelliani. Questi confronti permettono di collocare il pensiero di Machiavelli all’interno di un contesto storico e culturale più ampio e, nello stesso tempo, consentono di osservare l’evoluzione della lingua e il suo diverso utilizzo in relazione a concezioni differenti dello Stato, della politica e della storia.

 

Resta, tuttavia, una mia personale perplessità. Gli autori sono francesi e, leggendo il saggio, mi è capitato più volte di avere la sensazione che alcune parole di Machiavelli vengano sottoposte alla ricerca di doppi significati, allusioni o sfumature che, per un lettore italiano, possono risultare invece più immediate.

Mi sono quindi chiesta quanto alcune di queste interpretazioni possano essere influenzate dalla distanza linguistica e culturale degli autori. Ma, allo stesso tempo, mi sono domandata anche quanto proprio quella distanza possa produrre una maggiore attenzione, e forse persino intuizioni che a un lettore italiano, troppo vicino alla lingua e alla tradizione culturale, potrebbero sfuggire.

 

L’idea di fondo del saggio rimane, a mio avviso, molto valida. Gli autori affrontano Machiavelli e il suo pensiero attraverso una lente diversa da quella alla quale siamo abituati, riportando l’attenzione sulla concretezza della sua scrittura, sul rapporto con il proprio tempo e sulla funzione che le parole avevano nel momento in cui venivano scritte.

 

Machiavelli non parla né la lingua dei principi né quella dei sudditi: parla la lingua di un uomo di mestiere, costantemente alla ricerca di un’impossibile conciliazione tra la singolarità dei casi concreti e la necessità delle regole.

È proprio nelle parole e nei testi che gli autori individuano le tracce di una lingua volgare della politica ancora giovane, non fissata, mutevole, impegnata a dare forma a realtà pratiche e teoriche altrettanto nuove, fragili, non ancora definite e dai confini instabili.

 

A cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, i fiorentini che, come Machiavelli, scrivono e pensano la politica e la guerra si trovano a confrontarsi con un presente difficile da interpretare. Sono alla continua ricerca di forme adeguate per rendere conto di una realtà spesso inafferrabile. L’inquietudine, l’incertezza di fronte al corso degli eventi e la consapevolezza di vivere una situazione di emergenza spingono alla ricerca delle parole necessarie per raccontare e definire la qualità dei tempi.

E quanto ci è familiare tutto questo?

Anche noi viviamo in un’epoca di profonde trasformazioni: nuovi equilibri geopolitici, guerre, crisi internazionali, rivoluzioni tecnologiche, intelligenza artificiale, nuovi strumenti di comunicazione e un mondo nel quale ciò che sembrava stabile può cambiare in tempi rapidissimi.

La domanda che attraversa gli scritti di Machiavelli “come comprendere un mondo che cambia e quali parole utilizzare per descriverlo?” non appartiene soltanto al suo tempo.

È anche la nostra domanda.

 

Forse è proprio per questo che Machiavelli continua a essere così attuale. Non perché le sue risposte possano essere semplicemente trasferite nel presente, ma perché ci costringe ancora oggi a interrogarci sul rapporto tra parole, politica, storia e azione.

 

A più di cinque secoli di distanza, continuiamo a cercare parole capaci di raccontare un mondo nuovo mentre quel mondo sta ancora cambiando. E forse è proprio questa la vera attualità di Machiavelli: non averci lasciato soltanto delle risposte, ma averci insegnato a cercare, nelle parole e nella realtà, gli strumenti necessari per comprendere il proprio tempo.

 

 



domenica 23 agosto 2026

“Caterina de’ Medici” di Jean Orieux

Caterina de’ Medici nacque a Firenze nel 1519, in una delle famiglie più potenti e influenti del Rinascimento. Suo padre era Lorenzo, duca d’Urbino e nipote di Lorenzo il Magnifico; sua madre, Madeleine de La Tour d’Auvergne, contessa di Boulogne, era strettamente imparentata con la famiglia reale francese. Entrambi morirono poco dopo la sua nascita, lasciando Caterina orfana e in balia di un destino tutt’altro che ordinario.

La sua formazione si svolse tra Firenze e Roma, fino al 1533, quando il matrimonio con Enrico d’Orléans, secondogenito di Francesco I di Francia, la portò Oltralpe. Inizialmente, come moglie del figlio cadetto, Caterina non sembrava destinata a occupare un ruolo centrale nella storia francese. La morte del delfino però avrebbe cambiato radicalmente il corso della sua vita.

Divenuta regina, e poi vedova, Caterina si trovò a reggere le sorti del Regno accanto a tre dei suoi figli, tutti destinati al trono: Francesco II, Carlo IX ed Enrico III. Quest’ultimo sarebbe morto appena sette mesi dopo la madre, ponendo fine con lui alla dinastia dei Valois.

Caterina fu una regina volitiva, una madre profondamente legata ai propri figli e una politica perspicace. Non considerò mai la soluzione militare come una soluzione ai problemi politici. Nonostante l’epoca in cui visse e le circostanze tutt’altro che semplici, cercò sempre nel dialogo e nella mediazione una possibile via d’uscita, Suo malgrado, si trovò ad attraversare uno dei periodi più sanguinosi della storia francese, segnato da guerre di religione, da sanguinose lotte di potere e da clamorosi scandali.

Donna intelligente e scaltra, Caterina dovette combattere fin dall’inizio anche contro un pregiudizio difficile da scardinare: quello di essere considerata un corpo estraneo, perché straniera, ma soprattutto perché non appartenente a una stirpe regale.

L’eredità che lasciò alla Francia fu però tutt’altro che trascurabile. Caterina fu promotrice di opere e monumenti di grande bellezza e contribuì in modo decisivo alla costruzione di quell’arte della corte francese che avrebbe lasciato un’impronta profonda nella cultura del Paese. Alla sua figura è legata anche una concezione della vita di corte fatta di eleganza, spettacolo, raffinatezza e gusto per il bello.

Il saggio che Jean Orieux le ha dedicato è un volume di oltre 700 pagine che, diciamolo subito, non è esattamente una lettura da affrontare di corsa.

A suo favore, però, c’è un elemento fondamentale: la vita di Caterina non ha bisogno di essere romanzata. Orieux, oltre a essere uno storico, fu anche uno scrittore e un romanziere, ma in questo caso la materia era già di per sé un romanzo. Gli avvenimenti si susseguono con un ritmo sorprendente, i personaggi sembrano usciti dalla penna di un narratore e la storia della Francia del Cinquecento è talmente ricca di intrighi, passioni, tragedie e colpi di scena da non aver bisogno di alcuna invenzione.

Partiamo però da ciò che mi ha convinta meno.

Un primo appunto riguarda la parte iniziale del volume dedicata alla storia medicea che, dovendo essere affrontata rapidamente, presenta alcune imprecisioni. Penso, per esempio, ai riferimenti al giglio, simbolo di Firenze, o alla committenza di Benozzo Gozzoli per la Cappella dei Magi. Su questi aspetti ammetto di essere particolarmente sensibile così come sul fatto che l’autore attribuisce ad Enrico III alcune caratteristiche (artista, astuto, sornione, capriccioso, prodigo, sprezzante) definendole peculiarità tipicamente fiorentine. Sorvoliamo…

Un’altra cosa che mi ha convinta poco sono i continui riferimenti a Machiavelli e la tendenza ad attribuire determinate scelte di Caterina alla sua presunta appartenenza alla scuola di pensiero del politico fiorentino.

È vero che, in alcuni aspetti, la sua politica spregiudicata può ricordare quella machiavelliana. Ma non tutto, a mio parere, può essere ricondotto al pensiero di Machiavelli. Credo che su alcune scelte di Caterina il politico fiorentino avrebbe molto dissentito. Personalmente, vedo molto forte anche l’influenza della corte papale. Non dimentichiamo infatti che Caterina fu educata a Roma sotto i pontificati di Leone X, figlio di Lorenzo de' Medici, e di Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, figlio di Giuliano fratello del Magnifico. Un ambiente che, inevitabilmente, contribuì a formare la sua personalità e il suo modo di muoversi tra politica, diplomazia e potere.

Al netto di queste riserve, il libro di Orieux rimane una lettura affascinante, uno dei migliori saggi che io abbia letto su Caterina de’ Medici.

Più che una semplice biografia, è un viaggio nella Francia dei Valois e nella vita di una donna che la storia ha spesso raccontato attraverso pregiudizi, leggende e semplificazioni. Una donna complessa, certamente non priva di ombre, ma anche molto più moderna e interessante di quanto la sua fama, spesso legata alla crudeltà e agli intrighi di corte, lasci immaginare.

Non è un libro che assolve Caterina, né che cerca di trasformarla in un’eroina. Piuttosto, prova a restituirle la complessità che una figura così controversa inevitabilmente richiede. Ed è proprio questo l’aspetto che ho apprezzato di più: la possibilità di conoscere Caterina de’ Medici oltre la leggenda della “Regina nera”, addentrandosi con lei nelle contraddizioni della Francia dei Valois.

Una lettura impegnativa, certo, ma che consiglio a chi vuole andare oltre gli stereotipi e scoprire una donna che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno profondo nella storia di Francia.


giovedì 18 giugno 2026

“Cosimo I de’ Medici” di Roberto Cantagalli

Fin dalle prime pagine, il volume di Cantagalli si rivela particolarmente intrigante per una ragione tutt'altro che scontata: dedica ampio spazio agli anni giovanili di Cosimo de' Medici, un periodo spesso trascurato dalla maggior parte delle biografie a lui dedicate. Eppure proprio in quella fase, quando il futuro duca e poi granduca di Toscana viveva ancora nell'ombra come semplice cittadino, si trovano molte delle chiavi necessarie per comprendere la sua personalità e il suo successivo operato politico.

La scarsità delle informazioni e la loro genericità contribuirono, del resto, a trarre in inganno la stessa oligarchia patrizia fiorentina guidata da Francesco Guicciardini. Alla morte del duca Alessandro, Cosimo fu scelto come soluzione di compromesso, quasi come un male minore, nella convinzione che fosse un giovane inesperto e facilmente manovrabile. La storia avrebbe dimostrato quanto questa valutazione fosse errata.

Fin dalla giovinezza emerge infatti un carattere incline alla solitudine, alla riservatezza e a una riflessione sempre misurata. Cosimo era un uomo che ponderava gesti e parole, poco incline alle manifestazioni esteriori dei sentimenti. Una durezza che mantenne anche durante il governo. Emblematico, in tal senso, fu il suo comportamento quando dovette affrontare quasi contemporaneamente la perdita della moglie Eleonora di Toledo e dei figli Giovanni e Garzia: mantenne un contegno severo e composto, senza lasciarsi andare pubblicamente al dolore. Questo atteggiamento contribuì ad alimentare le dicerie e le falsificazioni diffuse dai suoi nemici.

Un ruolo fondamentale nella sua formazione fu svolto dalla madre, Maria Salviati. Donna intelligente, prudente e profondamente protettiva nei confronti del figlio unico, si occupò personalmente della sua educazione, scegliendo i migliori precettori e circondandolo di collaboratori capaci di guidarlo nella crescita. La sua influenza rimase determinante fino a quando il suo posto accanto a Cosimo non venne progressivamente occupato dalla moglie Eleonora di Toledo.

Il libro di Cantagalli è, a tutti gli effetti, una biografia e non pretende di essere un trattato storico specialistico. Tuttavia si distingue per la qualità della scrittura e per la capacità di organizzare le informazioni in modo chiaro e coinvolgente. La narrazione procede con fluidità, senza tralasciare aspetti significativi della vicenda umana e politica del protagonista, sostenuta da una bibliografia ampia e accurata.

L'autore non si limita a raccontare l'ascesa al potere di Cosimo, ma analizza anche la sua azione di governo: la fondazione delle accademie, il rapporto con l'amata Eleonora, il legame con i figli e, in particolare, quello con il futuro successore Francesco I.

Dalle pagine emerge il ritratto di un principe profondamente pragmatico. Cosimo credeva nella concretezza, nella forza esercitata con determinazione e, quando necessario, con spregiudicata fermezza. A suo giudizio, queste erano qualità indispensabili per chiunque volesse affermarsi e mantenere il potere. Pur essendo un mecenate di rilievo, era molto diverso da Lorenzo il Magnifico: non possedeva la stessa inclinazione umanistica e letteraria. Sotto molti aspetti ricordava piuttosto Cosimo il Vecchio, condividendone il pragmatismo, l'attenzione agli affari e una notevole abilità nella gestione delle attività economiche e commerciali.

Fu proprio grazie a queste qualità che Cosimo riuscì a trasformare profondamente la Toscana, consolidandone il prestigio e il peso politico. La sua determinazione gli consentì infine di ottenere il riconoscimento del titolo granducale, assicurando ai suoi discendenti una posizione di assoluto rilievo nel panorama europeo.

Il libro è dunque una lettura consigliata non soltanto a chi desidera approfondire la figura di Cosimo I de' Medici, ma anche a chi vuole comprendere meglio la nascita della Toscana moderna e il percorso che portò uno dei più importanti sovrani del Rinascimento italiano a lasciare un'impronta indelebile nella storia.

Al termine della lettura resta l'impressione di aver scoperto un Cosimo I più umano e complesso rispetto all'immagine, spesso schematica, tramandata dalla storiografia. Non solo il sovrano che rese grande la Toscana, ma anche il giovane uomo che, attraverso prove, responsabilità e ambizioni, costruì il proprio destino. Grazie a una narrazione scorrevole e ben documentata, Cantagalli restituisce al protagonista tutta la sua profondità storica e umana, realizzando una biografia che riesce a essere al tempo stesso rigorosa, accessibile e appassionante.


domenica 10 maggio 2026

“Il libro dell’apprendista samurai” di Daidoji Yūzan (a cura di Tea Pecunia)

Daidōji Yūzan visse tra il 1639 e il 1730. Discendente di un clan dal passato illustre, crebbe però in una condizione segnata dal declino del prestigio familiare: nel 1615 un episodio compromise infatti la reputazione della casata, lasciando sulla famiglia una pesante eredità sociale. Questo contesto di precarietà contribuì a plasmare profondamente il pensiero dell’autore.

Nel corso della sua vita Yūzan viaggiò molto e poté accedere a una formazione di altissimo livello. Il Giappone in cui visse attraversava un lungo periodo di pace e stabilità, e proprio questa nuova condizione stava mettendo la classe guerriera di fronte a una profonda crisi identitaria. I bushi non erano più soltanto uomini d’arme: il mondo del commercio e dell’amministrazione stava assumendo un ruolo sempre più centrale nella società. In questo scenario, il pensiero di Yūzan contribuì a ridefinire la figura del samurai, trasformandolo da semplice guerriero a funzionario al servizio dell’ordine politico e burocratico.

Dopo l’accurata introduzione di Tea Pecunia, sempre preziosa per la capacità di contestualizzare il periodo storico e guidare il lettore attraverso il testo, ci si immerge nelle pagine di Yūzan. Più che un semplice manuale destinato agli apprendisti samurai, l’opera si rivela un autentico percorso di formazione etica e spirituale.

L’autore affronta a tutto tondo i temi fondamentali della vita del samurai senza cadere mai nell’idealizzazione ingenua. Daidōji Yūzan è infatti ben consapevole di quanto sia difficile, se non proprio impossibile,  trovare rettitudine, coraggio e lealtà riunite in un unico individuo.

Uno dei nuclei centrali dell’opera è il rapporto con la morte. Secondo Yūzan, il samurai dovrebbe meditare costantemente sulla propria fine, perché soltanto così può vivere pienamente il presente, evitando superficialità e rimandi continui. Ogni istante potrebbe essere l’ultimo, ed è proprio questa consapevolezza a dare valore alle azioni quotidiane. Se un tempo era la battaglia il luogo naturale in cui affrontare la morte con coraggio, nel nuovo mondo descritto dall’autore anche la malattia diventa un banco di prova: il samurai deve accoglierla senza paura e senza attaccamento.

Accanto alla lealtà verso il signore trovano spazio anche temi come la pietà filiale, l’autodisciplina e soprattutto lo studio. Per Yūzan l’apprendimento non deve mai interrompersi, nemmeno nella vecchiaia: migliorare sé stessi è un compito continuo, che accompagna l’intera esistenza.

È proprio qui che il testo mantiene ancora oggi una sorprendente attualità. Dietro i precetti destinati ai samurai emerge infatti una riflessione universale fondata su sobrietà, disciplina, responsabilità e consapevolezza del proprio ruolo nel mondo. Valori che, in una società frenetica e spesso disorientata come la nostra, continuano ad avere una forza capace di interrogare il presente.



domenica 12 aprile 2026

“Il tiranno fiorentino” di Alessandro Lo Bartolo

Quando si parla di Alessandro de' Medici, è difficile separare la storia dalla leggenda. La fine della Repubblica di Firenze e l’inizio di oltre due secoli di dominio mediceo passano inevitabilmente dalla sua figura: un protagonista spesso raccontato più attraverso ombre e accuse che attraverso i fatti.

Salito al potere con l’appoggio decisivo di Clemente VII e dell’imperatore Carlo V, Alessandro si trovò a governare una città che aveva a lungo difeso con tenacia la propria libertà repubblicana. Un contesto tutt’altro che semplice, in cui il passaggio da Repubblica a Ducato fu vissuto da molti come una frattura insanabile.

È proprio in questo clima che nasce la cosiddetta “leggenda nera” del tiranno fiorentino. Ma quanto c’è di vero? E quanto, invece, è stato costruito ad arte dagli oppositori politici o amplificato da chi aveva interesse a screditarne la memoria come il suo assassino, il famigerato Lorenzino?

Il saggio di Alessandro Lo Bartolo affronta proprio questo nodo: distinguere la realtà dalla propaganda. Il suo lavoro si muove con rigore tra fonti e documenti d’archivio, evitando derive romanzate e privilegiando un approccio analitico. Ne emerge un ritratto più complesso, meno schematico.

Il governo di Alessandro durò appena cinque anni, ma non fu privo di interventi e riforme. Non tutto, dunque, può essere liquidato come negativo. È vero che negli ultimi tempi il duca fu descritto come dissoluto, ma è altrettanto vero che comportamenti simili erano comuni tra i giovani sovrani dell’epoca. Forse, più che una reale eccezione, la sua condotta fu amplificata da una città ancora ostile al potere accentrato.

Dopo la sua morte, sarà Cosimo I de' Medici a raccoglierne l’eredità. E lo farà senza una rottura netta: anzi, proseguirà e rafforzerà molte delle linee già avviate, fino a trasformare il Ducato nel futuro Granducato di Toscana.

Il libro di Alessandro Lo Bartolo si distingue per solidità e precisione. Non è un testo indulgente verso il lato umano di Alessandro: lascia poco spazio alla dimensione personale e si concentra soprattutto sui fatti, sui documenti, sulle testimonianze storiche. Questo lo rende estremamente affidabile, anche se talvolta la lettura può risultare densa.

Restano particolarmente vivide le pagine dedicate ai rapporti diplomatici, come l’incontro con Carlo V a Napoli, che restituiscono un’immagine più sfaccettata del duca e della politica dell’epoca.

Nel complesso, si tratta di un saggio imprescindibile per chi desideri comprendere davvero la figura di Alessandro de’ Medici: il suo regno fu breve, ma il suo ruolo nella storia di Firenze e del Granducato di Toscana fu decisivo.

Cosa non aspettarsi? Una biografia tradizionale del personaggio: questo lavoro se ne discosta completamente, offrendo un approccio ben diverso.


domenica 22 febbraio 2026

“Le magnifiche vite precedenti del Buddha” a cura di Genevienne e Tea Pecunia

I jataka sono i racconti della nascita, un vasto corpus di storie che ripercorrono le molte vite del Buddha prima dell’illuminazione. In queste narrazioni il futuro Buddha appare in forme diverse: animale, umana o divina.

Al centro dei jataka c’è la legge del kamma (karma in sanscrito): ogni azione compiuta intenzionalmente genera un seme destinato a maturare nelle esistenze successive. Le azioni buone portano frutti buoni, quelle cattive frutti cattivi. Le rinascite possono assumere molte forme, ma è solo nell’incarnazione umana che diventa possibile sciogliere definitivamente il debito karmico e raggiungere l’illuminazione.

Per lungo tempo si è pensato che questi racconti fossero destinati soprattutto ai laici buddhisti, grazie alla loro immediatezza e alla struttura narrativa semplice e piacevole. Studi più recenti suggeriscono invece che fossero rivolti principalmente a monaci e monache, come strumenti di riflessione e insegnamento. Ogni jataka segue una struttura tripartita: un episodio del presente, la storia del passato e infine la connessione karmica che unisce i due piani temporali.

Il libro non presenta l’intero corpus dei jataka, ma ne propone una selezione ampia e scelta con grande attenzione. Al termine di ogni racconto troviamo un commento ricco e illuminante delle curatrici, Genevienne e Tea Pecunia, che orienta la lettura senza appesantirla. Grazie a queste guide alla lettura è possibile cogliere implicazioni e raffinate complessità morali che a un lettore meno esperto potrebbero facilmente sfuggire.

Molti protagonisti sono animali e il pensiero corre spontaneamente alle favole di Esopo. Ma qui l’animale non è mai ridotto a una maschera fissa (la volpe astuta o il leone saggio) bensì diventa un veicolo per esplorare la complessità morale dell’esistenza.

Ciò che colpisce, leggendo, è l’attualità sorprendente di queste storie. Offrono spunti preziosi per affrontare la vita quotidiana con maggiore consapevolezza; celebrano virtù come la generosità, si oppongono all’eccesso di materialismo che caratterizza il nostro tempo, invitano a riconoscere il valore della comunità, ma anche l’importanza del lasciar andare. Ricordano che non tutte le azioni negative ci condannano; se non sono frutto della nostra volontà, non generano lo stesso peso karmico di quelle compiute deliberatamente.

In questi racconti convivono parabola morale, insegnamento spirituale e gusto narrativo. Ci trasportano in un mondo lontano, eppure ci parlano con una chiarezza sorprendente del nostro presente. Sono storie leggere, piacevoli da leggere, ma capaci di aprire spazi di riflessione profonda. 

Leggendo "San Francesco" di Aldo Cazzullo mi aveva colpito un passaggio in particolare: il parallelo, appena accennato ma potentissimo, tra la figura del santo di Assisi e quella del Buddha storico, Siddharta Gautama. Due vite lontanissime nel tempo e nello spazio, eppure attraversate da una stessa intuizione, la possibilità di un’umanità diversa, fondata sull’inclusione e sulla fraternità universale.

Questa affinità emerge con forza quando si sfogliano i jataka. In queste pagine prende forma un’idea di comunità che non esclude, ma accoglie: un microcosmo dove le distinzioni di casta vengono sospese e ogni individuo, indipendentemente dalla sua origine, trova un posto. È un gesto rivoluzionario, soprattutto se si pensa che il Buddha stesso diede il suo assenso alla prima ordinazione femminile della storia, aprendo la via a una comunità monastica di donne. La stessa radicalità la ritroviamo in Francesco. Anche lui, come Siddharta, scelse di scardinare le gerarchie del suo mondo. Non solo accolse Chiara d’Assisi nella sua visione di vita evangelica, ma la sostenne, la guidò, la incoraggiò a fondare una forma di consacrazione femminile che fosse pienamente parte della famiglia francescana nascente. Non un’appendice, non un ruolo subordinato, ma una presenza essenziale, riconosciuta e amata.

Buddha e Francesco si sfiorano davvero nella capacità di immaginare una comunità dove l’altro non è un intruso, ma un fratello o una sorella. Una comunità che non si difende, ma si espande. Che non teme la differenza, ma la riconosce come parte del tutto.



domenica 18 gennaio 2026

“Francesco. Il primo italiano” di Aldo Cazzullo

Il libro di Aldo Cazzullo dedicato a San Francesco si presenta come un’opera che sfugge alle definizioni canoniche. Non è una biografia in senso stretto, né un semplice saggio storico: è piuttosto un percorso attraverso le molteplici sfaccettature della vita del santo, la sua storia, la sua storiografia, la sua eredità spirituale e culturale. Cazzullo non si limita a raccontare Francesco: lo osserva da angolazioni nuove, lo mette in dialogo con il nostro presente, lo restituisce alla sua complessità.

Già dalle prime pagine l’autore sorprende il lettore con un accostamento inatteso: la vita di Francesco paragonata a quella del Buddha, nella figura di Siddhartha. Un parallelismo che evidenzia punti di contatto sorprendenti come la rinuncia, la ricerca interiore, la compassione, ma anche differenze profonde. È un’apertura che incuriosisce e invita a proseguire la lettura, perché suggerisce che il libro non seguirà strade prevedibili, ma tenterà di illuminare zone meno esplorate.

Di San Francesco conosciamo i dogmi più celebri: l’amore per la natura, il rispetto per la dignità umana, la fratellanza universale. Eppure la sua figura, a differenza di quella di molti altri santi, non si è mai cristallizzata. Attraversa i secoli riuscendo a rimanere estremamente moderna.

Cazzullo insiste su un aspetto spesso trascurato: Francesco non era soltanto il santo sorridente che parlava agli uccelli. Era un uomo attraversato da passioni forti, capace di dolcezza ma anche di decisione. Un ribelle quando necessario, capace di durezza e fermezza. La sua gioia non era ingenuità, ma scelta consapevole, frutto di una visione radicale della vita.

Francesco cresce in un’epoca di grandi trasformazioni: le città si espandono, le università nascono, il denaro circola, le banche si consolidano, le crociate infiammano l’immaginario collettivo. È un mondo in fermento, in cui tutto sembra muoversi.

In questo contesto, la sua rivoluzione non viene condannata, come accadde ad altri movimenti spirituali, perché non mirava a demolire la Chiesa, ma a riportarla alla sua essenza. La sua povertà non era protesta politica, ma testimonianza spirituale. La sua ribellione non era distruttiva, ma rigeneratrice.

Le fonti su Francesco sono numerose, contraddittorie, talvolta poco credibili. Alcune sono state scoperte solo recentemente; altre sono state manipolate o reinterpretate dalla Chiesa per ragioni storiche e politiche fin da subito dopo la morte di Francesco. È un terreno complesso, dove la santità rischia di trasformarsi in leggenda e la leggenda di oscurare l’uomo.

Cazzullo affronta questo labirinto con l’attenzione del giornalista e la sensibilità del narratore. Cerca di distinguere ciò che è storicamente plausibile da ciò che appartiene alla costruzione agiografica, ciò che davvero proviene da Francesco da ciò che gli è stato attribuito. Il risultato è un ritratto più umano, più sfaccettato, più autentico.

Il libro di Cazzullo riesce restituisce un San Francesco vivo, complesso, sorprendentemente moderno. Non un’icona immobile, ma un uomo che ha attraversato il suo tempo con una forza rivoluzionaria e una visione limpida. La lettura lascia la sensazione di aver incontrato davvero Francesco, non quello delle immagini edulcorate, ma quello vero: appassionato, ribelle, innamorato della vita e dell’umanità. È un saggio che non solo racconta, ma invita a riflettere.

 

 

venerdì 26 dicembre 2025

“Bushidō” di Inazō Nitobe (a cura di Tea Pecunia)

Tea Pecunia, nella sua introduzione, ci presenta l’autore dell’opera: Inazō Nitobe (1862–1933). Inazō Nitobe trascorse gran parte della sua vita lontano dal Giappone, vivendo per molti anni negli Stati Uniti e in Europa. Fu una figura straordinariamente versatile: docente, rettore universitario, economista agrario, diplomatico, politico e persino esperantista. Credeva profondamente nel progetto dell’Esperanto, una lingua pianificata per favorire il dialogo tra i popoli, costruita con elementi provenienti dal latino, dall’italiano, dal francese, dall’inglese, dal russo e dal polacco.

Forse fu proprio questa sua naturale inclinazione al dialogo a spingerlo a scrivere la sua opera più celebre, con l’intento di rispondere alle domande degli occidentali sull’etica giapponese. Il libro lo rese noto in tutto l’Occidente, pur attirando numerose critiche per alcune inesattezze storiche, per certi limiti interpretativi e per quelle che alcuni giudicarono forzature prospettiche. Eppure, ancora oggi, rimane il testo più diffuso sul Bushidō.

Inazō Nitobe cerca costantemente di individuare affinità e punti di contatto tra la cultura occidentale e quella giapponese, un compito tutt’altro che semplice. Così, ad esempio, mette in relazione lo spirito cavalleresco medievale con il Bushidō dei samurai: due realtà profondamente diverse, ma accomunate da alcuni valori morali fondamentali.

La mia impressione, leggendo anche altri autori giapponesi che trattano gli stessi temi, è che Inazō Nitobe sia riuscito a “occidentalizzare” il concetto di Bushidō, rendendolo quindi più accessibile al lettore europeo. La sua sensibilità, spesso vicina al modo di pensare occidentale, emerge chiaramente e facilita la comprensione di chi si avvicina a questi argomenti senza alcuna conoscenza preliminare. Nonostante ciò, il suo pensiero resta profondamente permeato dalla mentalità giapponese: pur avendo ricevuto un’educazione occidentale e pur essendosi convertito nel corso della sua vita al cristianesimo, Inazō Nitobe non rinnega mai il proprio retaggio culturale. Un po’ come accade a noi italiani che restiamo legati, spesso anche inconsciamente, alle nostre radici regionali, così Inazō Nitobe rimane profondamente ancorato alla tradizione del Giappone.

Nel trattare il tema, l’autore ricorre spesso a parallelismi tratti dalla storia e dalla letteratura europee, nel tentativo di avvicinare il lettore straniero a una materia complessa e distante. E, a mio avviso, ci riesce pienamente. Il testo è suddiviso in vari capitoli, ciascuno dedicato a un aspetto del Bushidō: le sue origini, le fonti, il carattere, l’insegnamento, l’influenza sulle masse, la continuità nel tempo e la sua persistenza nel presente. Il Bushidō viene presentato come un codice morale che i samurai erano tenuti a osservare con rigore.

Inazō Nitobe analizza virtù come benevolenza, cortesia, veridicità, onore, dovere, lealtà e dominio di sé: tutti elementi fondamentali dell’anima del Bushidō. Alcune descrizioni raggiungono una vera e propria poeticità, come quando parla delle celebri lame dei samurai, autentiche opere d’arte, che paragona alle loro rivali occidentali, come la spada di Toledo o quella di Damasco.

In definitiva, Bushidō è un libro stimolante, capace di ricostruire con vivacità il Giappone feudale. È un testo accessibile ai neofiti e a chi desidera avvicinarsi per la prima volta al mondo dei samurai, comprendere che cosa sia il Bushidō e quale eredità abbia lasciato nella cultura giapponese contemporanea. Un’opera che invita a riflettere su quanto di quell’antica etica sia sopravvissuto nel Giappone moderno, soprattutto se confrontato con la tradizione cavalleresca occidentale.



domenica 21 settembre 2025

“Umanisti italiani” a cura di Raphael Ebgi

Definirei questa antologia un viaggio inatteso alla riscoperta degli umanisti e del loro pensiero. Non pensavo sarei riuscita a leggere questo volume, acquistato tempo fa, e invece, con mia sorpresa, non solo l’ho letto, ma ne ho apprezzato ogni pagina, ricca di storia e significato.

A scuola, gli umanisti ci sono stati presentati come figure austere, spesso distanti, quasi polverose. Rileggendoli oggi, in un contesto diverso e con uno sguardo più curioso, appaiono invece sorprendentemente vivi.

I nomi di Cosimo de’ Medici e a Lorenzo il Magnifico evocano non solo potere e influenza politica, ma anche un profondo legame con il pensiero, l’arte e il dialogo culturale. Sotto il loro mecenatismo, gli artisti furono ispirati dall’umanesimo, in particolare dal neoplatonismo, e le loro opere divennero veicoli di messaggi sottili e profondi, riflesso delle idee filosofiche del tempo

Leggere questi scritti è stato come trovarsi tra loro, nella villa di Careggi o in quella di Fiesole, e ascoltare le loro conversazioni. Non stupisce che Giovanni Pico della Mirandola si meravigliasse del fatto che il Magnifico, pur impegnato nelle attività pubbliche, trovasse il tempo per riflettere su questioni filosofico - culturali, come se non avesse altro di cui occuparsi. Viene spontaneo sorridere pensando ai politici di oggi.

Ciò che più mi ha colpito è la modernità di questi testi. Le domande che pongono, le riflessioni sulla società, sulla politica, sulla lingua, risultano di grande attualità. Mi ha sorpresa in particolare Il capitolo dedicato alla filologia: le difficoltà nella traduzione dei testi, le motivazioni, spesso pretestuose e infondate, che adduceva chi non era in grado di rendere correttamente alcuni termini greci in latino, il dibattito sull’equivalenza semantica. Tutto questo mi ha fatto pensare agli anglicismi forzati di oggi e alla nostra difficoltà, talvolta, nel trovare soluzioni linguistiche autentiche.

L’antologia è suddivisa in otto sezioni, ciascuna dedicata ad un particolare aspetto del pensiero umanistico, tra cui la metafisica, la teologia poetica, la filologia e la filosofia. Numerosi sono gli autori di cui viene riportata un’accurata selezione di testi: Marsilio Ficino, Leon Battista Alberti, Poliziano, Giovanni Pico della Mirandola, Lorenzo Valla, solo per citarne alcuni.

Non posso dire che ogni argomento conquisterà tutti, ma credo che qualcosa possa risvegliare la curiosità di ciascuno. Come vi ho già detto, ho trovato particolarmente coinvolgente il capitolo intitolato “Filologia e filosofia”: un vero viaggio nel cuore della parola, del significato e del pensiero.

Questo libro non è soltanto una lettura: è un’esperienza. Riporta indietro nel tempo, avvicina a menti brillanti, invita alla riflessione. E, soprattutto, riconcilia con una parte della letteratura che spesso è stata considerata “noiosa” e per questo messa da parte. Credo sia giunto il momento di tornare a sfogliarla.