domenica 10 maggio 2026

“Il libro dell’apprendista samurai” di Daidoji Yūzan (a cura di Tea Pecunia)

Daidōji Yūzan visse tra il 1639 e il 1730. Discendente di un clan dal passato illustre, crebbe però in una condizione segnata dal declino del prestigio familiare: nel 1615 un episodio compromise infatti la reputazione della casata, lasciando sulla famiglia una pesante eredità sociale. Questo contesto di precarietà contribuì a plasmare profondamente il pensiero dell’autore.

Nel corso della sua vita Yūzan viaggiò molto e poté accedere a una formazione di altissimo livello. Il Giappone in cui visse attraversava un lungo periodo di pace e stabilità, e proprio questa nuova condizione stava mettendo la classe guerriera di fronte a una profonda crisi identitaria. I bushi non erano più soltanto uomini d’arme: il mondo del commercio e dell’amministrazione stava assumendo un ruolo sempre più centrale nella società. In questo scenario, il pensiero di Yūzan contribuì a ridefinire la figura del samurai, trasformandolo da semplice guerriero a funzionario al servizio dell’ordine politico e burocratico.

Dopo l’accurata introduzione di Tea Pecunia, sempre preziosa per la capacità di contestualizzare il periodo storico e guidare il lettore attraverso il testo, ci si immerge nelle pagine di Yūzan. Più che un semplice manuale destinato agli apprendisti samurai, l’opera si rivela un autentico percorso di formazione etica e spirituale.

L’autore affronta a tutto tondo i temi fondamentali della vita del samurai senza cadere mai nell’idealizzazione ingenua. Daidōji Yūzan è infatti ben consapevole di quanto sia difficile, se non proprio impossibile,  trovare rettitudine, coraggio e lealtà riunite in un unico individuo.

Uno dei nuclei centrali dell’opera è il rapporto con la morte. Secondo Yūzan, il samurai dovrebbe meditare costantemente sulla propria fine, perché soltanto così può vivere pienamente il presente, evitando superficialità e rimandi continui. Ogni istante potrebbe essere l’ultimo, ed è proprio questa consapevolezza a dare valore alle azioni quotidiane. Se un tempo era la battaglia il luogo naturale in cui affrontare la morte con coraggio, nel nuovo mondo descritto dall’autore anche la malattia diventa un banco di prova: il samurai deve accoglierla senza paura e senza attaccamento.

Accanto alla lealtà verso il signore trovano spazio anche temi come la pietà filiale, l’autodisciplina e soprattutto lo studio. Per Yūzan l’apprendimento non deve mai interrompersi, nemmeno nella vecchiaia: migliorare sé stessi è un compito continuo, che accompagna l’intera esistenza.

È proprio qui che il testo mantiene ancora oggi una sorprendente attualità. Dietro i precetti destinati ai samurai emerge infatti una riflessione universale fondata su sobrietà, disciplina, responsabilità e consapevolezza del proprio ruolo nel mondo. Valori che, in una società frenetica e spesso disorientata come la nostra, continuano ad avere una forza capace di interrogare il presente.



sabato 9 maggio 2026

“La vendetta dei leoni di Venezia” di Matteo Strukul

In questo nuovo romanzo torna sulla scena il personaggio de El Caligo, lo spettro di Venezia che aveva già conquistato i lettori nel primo volume, La congiura delle vipere.

La congiura è stata sventata: la Spagna, attraverso due dei suoi uomini più influenti, aveva orchestrato un piano per conquistare l’Arsenale e rovesciare il governo della Serenissima. Venezia, però, non dimentica e soprattutto non perdona. Per dimostrare la propria forza, la città si prepara ad una spettacolare esecuzione pubblica: ben quarantacinque persone verranno impiccate davanti al popolo.

Il compito de El Caligo, però, non è ancora terminato. I nemici non sono stati del tutto sconfitti e qualcuno continua a tramare nell’ombra, deciso a colpire proprio durante l’esecuzione.

Ritorna sulla scena anche l’Invelenada, la temibile irriducibile sfuggita alla morte, più determinata che mai a vendicarsi del suo mortale nemico, lo spettro di Venezia. La donna sa di non poterlo affrontare sul piano delle armi, ma troverà un modo molto più subdolo e velenoso per metterlo alle strette.

Ritroviamo così i personaggi che avevano affascinato i lettori con il primo romanzo: El Caligo con il suo amore e la sua assoluta lealtà verso Venezia, Rea e il suo legame con il muschier Marco, la pittrice Chiara Varotari e tutte le figure che ruotano attorno a una vicenda sempre più intensa e coinvolgente.

Quanto era stato soltanto accennato nel primo capitolo della saga qui viene approfondito e definito con maggiore precisione: i rapporti tra i personaggi, il peso del loro passato e le motivazioni che li guidano rendono l’introspezione psicologica ancora più concreta ed efficace.

Come nel primo romanzo, pur basandosi su una rigorosa ricerca storica, l’autore si concede ampia libertà creativa. Non manca, al termine del volume, una ricca bibliografia che permette al lettore di approfondire i temi e gli eventi trattati che più lo hanno incuriosito durante la lettura.

Anche questo nuovo episodio strizza l’occhio ai grandi feuilleton d’appendice, intrecciando avventura, intrighi politici ed elementi picareschi in un ritmo serrato e cinematografico.

Una combinazione perfetta tra trama originale e ricostruzione storica, capace di trascinare il lettore nel cuore della Venezia seicentesca. Intrighi, vendette e personaggi intensi prendono vita pagina dopo pagina in un romanzo che conferma ancora una volta la straordinaria capacità narrativa di Matteo Strukul, autore capace come pochi di trasformare la Storia in un’avventura viva e coinvolgente.



domenica 3 maggio 2026

“Neve di primavera” di Yukio Mishima

Tokyo, 1912. All’indomani della guerra russo-giapponese, l’aristocrazia nipponica, ancora avvolta in un’etichetta severa, quasi immobile, avverte le prime incrinature di un mondo che cambia, rapido e inesorabile, sotto la pressione della modernità.

Al centro della vicenda si staglia Kiyoaki Matsugae, giovane erede di una famiglia che solo mezzo secolo prima viveva ai margini: militari di provincia, poveri ma vitali, lontani dalla raffinatezza della corte. È il padre, ora marchese, a voler recidere ogni traccia di quell’origine, affidando il figlio sin dall’infanzia alla nobile casata degli Ayakura, affinché respiri la grazia e la raffinatezza dell’alta aristocrazia.

Crescendo tra quelle mura, Kiyoaki condivide gli anni più delicati con Satoko, figlia degli Ayakura: affascinante e  luminosa, pià matura e profondamente innamorata di lui fin dall’infanzia. Ma l’amore di Satoko si infrange contro l’ambiguità del giovane. Kiyoaki è bello, sì, ma inquieto, incostante; capace di una crudele indifferenza verso chi lo ama, come se temesse che ogni sentimento potesse sottrargli qualcosa anziché donarglielo.

Il suo è un cuore esitante, sospeso; come una bandiera al vento è incapace di scegliere la direzione. Forse teme Satoko, o forse teme ciò che lei risveglia in lui. Il suo comportamento è contraddittorio, spesso irritante, e non conquista facilmente la simpatia del lettore. Eppure, proprio in questa fragilità si compie il suo percorso: un lento, tormentato cammino di crescita emotiva, in cui l’amore diventa prova, specchio e, infine, rivelazione. Solo attraversando il dolore e il rimpianto, Kiyoaki si avvicina a ciò che significa davvero diventare uomo.

Attorno a lui si muove una costellazione di figure vivide: il conte Ayakura, elegante, ma sottomesso, suo malgrado, alla volontà del marchese Matsugae a causa delle difficoltà economiche della famiglia; la madre del marchese, donna energica e determinata; e soprattutto Honda, l’amico leale, saldo e razionale, capace di comprendere Kiyoaki senza mai smarrire se stesso, mantenendo quella distanza che è forma di rispetto e di lucidità.

“Neve di primavera” è un romanzo talvolta esigente, che chiede attenzione e sensibilità, ma che ricompensa con una bellezza sottile e persistente. Un mondo lontano, che può apparire difficile da comprendere agli occhi occidentali, ma proprio per questo ancora più affascinante. Una storia profonda, che non si limita a raccontare i protagonisti, ma scava anche nelle pieghe dell’animo dei personaggi secondari, restituendo un affresco complesso e raffinato.

Quando l’ultima pagina si chiude, restano una lieve e struggente sensazione e una domanda sospesa: se sia davvero possibile afferrare la felicità quando la si riconosce, o se, come Kiyoaki, si sia destinati a comprenderne il valore solo nel momento in cui ormai è troppo tardi.