domenica 10 maggio 2026

“Il libro dell’apprendista samurai” di Daidoji Yūzan (a cura di Tea Pecunia)

Daidōji Yūzan visse tra il 1639 e il 1730. Discendente di un clan dal passato illustre, crebbe però in una condizione segnata dal declino del prestigio familiare: nel 1615 un episodio compromise infatti la reputazione della casata, lasciando sulla famiglia una pesante eredità sociale. Questo contesto di precarietà contribuì a plasmare profondamente il pensiero dell’autore.

Nel corso della sua vita Yūzan viaggiò molto e poté accedere a una formazione di altissimo livello. Il Giappone in cui visse attraversava un lungo periodo di pace e stabilità, e proprio questa nuova condizione stava mettendo la classe guerriera di fronte a una profonda crisi identitaria. I bushi non erano più soltanto uomini d’arme: il mondo del commercio e dell’amministrazione stava assumendo un ruolo sempre più centrale nella società. In questo scenario, il pensiero di Yūzan contribuì a ridefinire la figura del samurai, trasformandolo da semplice guerriero a funzionario al servizio dell’ordine politico e burocratico.

Dopo l’accurata introduzione di Tea Pecunia, sempre preziosa per la capacità di contestualizzare il periodo storico e guidare il lettore attraverso il testo, ci si immerge nelle pagine di Yūzan. Più che un semplice manuale destinato agli apprendisti samurai, l’opera si rivela un autentico percorso di formazione etica e spirituale.

L’autore affronta a tutto tondo i temi fondamentali della vita del samurai senza cadere mai nell’idealizzazione ingenua. Daidōji Yūzan è infatti ben consapevole di quanto sia difficile, se non proprio impossibile,  trovare rettitudine, coraggio e lealtà riunite in un unico individuo.

Uno dei nuclei centrali dell’opera è il rapporto con la morte. Secondo Yūzan, il samurai dovrebbe meditare costantemente sulla propria fine, perché soltanto così può vivere pienamente il presente, evitando superficialità e rimandi continui. Ogni istante potrebbe essere l’ultimo, ed è proprio questa consapevolezza a dare valore alle azioni quotidiane. Se un tempo era la battaglia il luogo naturale in cui affrontare la morte con coraggio, nel nuovo mondo descritto dall’autore anche la malattia diventa un banco di prova: il samurai deve accoglierla senza paura e senza attaccamento.

Accanto alla lealtà verso il signore trovano spazio anche temi come la pietà filiale, l’autodisciplina e soprattutto lo studio. Per Yūzan l’apprendimento non deve mai interrompersi, nemmeno nella vecchiaia: migliorare sé stessi è un compito continuo, che accompagna l’intera esistenza.

È proprio qui che il testo mantiene ancora oggi una sorprendente attualità. Dietro i precetti destinati ai samurai emerge infatti una riflessione universale fondata su sobrietà, disciplina, responsabilità e consapevolezza del proprio ruolo nel mondo. Valori che, in una società frenetica e spesso disorientata come la nostra, continuano ad avere una forza capace di interrogare il presente.



sabato 9 maggio 2026

“La vendetta dei leoni di Venezia” di Matteo Strukul

In questo nuovo romanzo torna sulla scena il personaggio de El Caligo, lo spettro di Venezia che aveva già conquistato i lettori nel primo volume, La congiura delle vipere.

La congiura è stata sventata: la Spagna, attraverso due dei suoi uomini più influenti, aveva orchestrato un piano per conquistare l’Arsenale e rovesciare il governo della Serenissima. Venezia, però, non dimentica e soprattutto non perdona. Per dimostrare la propria forza, la città si prepara ad una spettacolare esecuzione pubblica: ben quarantacinque persone verranno impiccate davanti al popolo.

Il compito de El Caligo, però, non è ancora terminato. I nemici non sono stati del tutto sconfitti e qualcuno continua a tramare nell’ombra, deciso a colpire proprio durante l’esecuzione.

Ritorna sulla scena anche l’Invelenada, la temibile irriducibile sfuggita alla morte, più determinata che mai a vendicarsi del suo mortale nemico, lo spettro di Venezia. La donna sa di non poterlo affrontare sul piano delle armi, ma troverà un modo molto più subdolo e velenoso per metterlo alle strette.

Ritroviamo così i personaggi che avevano affascinato i lettori con il primo romanzo: El Caligo con il suo amore e la sua assoluta lealtà verso Venezia, Rea e il suo legame con il muschier Marco, la pittrice Chiara Varotari e tutte le figure che ruotano attorno a una vicenda sempre più intensa e coinvolgente.

Quanto era stato soltanto accennato nel primo capitolo della saga qui viene approfondito e definito con maggiore precisione: i rapporti tra i personaggi, il peso del loro passato e le motivazioni che li guidano rendono l’introspezione psicologica ancora più concreta ed efficace.

Come nel primo romanzo, pur basandosi su una rigorosa ricerca storica, l’autore si concede ampia libertà creativa. Non manca, al termine del volume, una ricca bibliografia che permette al lettore di approfondire i temi e gli eventi trattati che più lo hanno incuriosito durante la lettura.

Anche questo nuovo episodio strizza l’occhio ai grandi feuilleton d’appendice, intrecciando avventura, intrighi politici ed elementi picareschi in un ritmo serrato e cinematografico.

Una combinazione perfetta tra trama originale e ricostruzione storica, capace di trascinare il lettore nel cuore della Venezia seicentesca. Intrighi, vendette e personaggi intensi prendono vita pagina dopo pagina in un romanzo che conferma ancora una volta la straordinaria capacità narrativa di Matteo Strukul, autore capace come pochi di trasformare la Storia in un’avventura viva e coinvolgente.



domenica 3 maggio 2026

“Neve di primavera” di Yukio Mishima

Tokyo, 1912. All’indomani della guerra russo-giapponese, l’aristocrazia nipponica, ancora avvolta in un’etichetta severa, quasi immobile, avverte le prime incrinature di un mondo che cambia, rapido e inesorabile, sotto la pressione della modernità.

Al centro della vicenda si staglia Kiyoaki Matsugae, giovane erede di una famiglia che solo mezzo secolo prima viveva ai margini: militari di provincia, poveri ma vitali, lontani dalla raffinatezza della corte. È il padre, ora marchese, a voler recidere ogni traccia di quell’origine, affidando il figlio sin dall’infanzia alla nobile casata degli Ayakura, affinché respiri la grazia e la raffinatezza dell’alta aristocrazia.

Crescendo tra quelle mura, Kiyoaki condivide gli anni più delicati con Satoko, figlia degli Ayakura: affascinante e  luminosa, pià matura e profondamente innamorata di lui fin dall’infanzia. Ma l’amore di Satoko si infrange contro l’ambiguità del giovane. Kiyoaki è bello, sì, ma inquieto, incostante; capace di una crudele indifferenza verso chi lo ama, come se temesse che ogni sentimento potesse sottrargli qualcosa anziché donarglielo.

Il suo è un cuore esitante, sospeso; come una bandiera al vento è incapace di scegliere la direzione. Forse teme Satoko, o forse teme ciò che lei risveglia in lui. Il suo comportamento è contraddittorio, spesso irritante, e non conquista facilmente la simpatia del lettore. Eppure, proprio in questa fragilità si compie il suo percorso: un lento, tormentato cammino di crescita emotiva, in cui l’amore diventa prova, specchio e, infine, rivelazione. Solo attraversando il dolore e il rimpianto, Kiyoaki si avvicina a ciò che significa davvero diventare uomo.

Attorno a lui si muove una costellazione di figure vivide: il conte Ayakura, elegante, ma sottomesso, suo malgrado, alla volontà del marchese Matsugae a causa delle difficoltà economiche della famiglia; la madre del marchese, donna energica e determinata; e soprattutto Honda, l’amico leale, saldo e razionale, capace di comprendere Kiyoaki senza mai smarrire se stesso, mantenendo quella distanza che è forma di rispetto e di lucidità.

“Neve di primavera” è un romanzo talvolta esigente, che chiede attenzione e sensibilità, ma che ricompensa con una bellezza sottile e persistente. Un mondo lontano, che può apparire difficile da comprendere agli occhi occidentali, ma proprio per questo ancora più affascinante. Una storia profonda, che non si limita a raccontare i protagonisti, ma scava anche nelle pieghe dell’animo dei personaggi secondari, restituendo un affresco complesso e raffinato.

Quando l’ultima pagina si chiude, restano una lieve e struggente sensazione e una domanda sospesa: se sia davvero possibile afferrare la felicità quando la si riconosce, o se, come Kiyoaki, si sia destinati a comprenderne il valore solo nel momento in cui ormai è troppo tardi.



domenica 12 aprile 2026

“Il tiranno fiorentino” di Alessandro Lo Bartolo

Quando si parla di Alessandro de' Medici, è difficile separare la storia dalla leggenda. La fine della Repubblica di Firenze e l’inizio di oltre due secoli di dominio mediceo passano inevitabilmente dalla sua figura: un protagonista spesso raccontato più attraverso ombre e accuse che attraverso i fatti.

Salito al potere con l’appoggio decisivo di Clemente VII e dell’imperatore Carlo V, Alessandro si trovò a governare una città che aveva a lungo difeso con tenacia la propria libertà repubblicana. Un contesto tutt’altro che semplice, in cui il passaggio da Repubblica a Ducato fu vissuto da molti come una frattura insanabile.

È proprio in questo clima che nasce la cosiddetta “leggenda nera” del tiranno fiorentino. Ma quanto c’è di vero? E quanto, invece, è stato costruito ad arte dagli oppositori politici o amplificato da chi aveva interesse a screditarne la memoria come il suo assassino, il famigerato Lorenzino?

Il saggio di Alessandro Lo Bartolo affronta proprio questo nodo: distinguere la realtà dalla propaganda. Il suo lavoro si muove con rigore tra fonti e documenti d’archivio, evitando derive romanzate e privilegiando un approccio analitico. Ne emerge un ritratto più complesso, meno schematico.

Il governo di Alessandro durò appena cinque anni, ma non fu privo di interventi e riforme. Non tutto, dunque, può essere liquidato come negativo. È vero che negli ultimi tempi il duca fu descritto come dissoluto, ma è altrettanto vero che comportamenti simili erano comuni tra i giovani sovrani dell’epoca. Forse, più che una reale eccezione, la sua condotta fu amplificata da una città ancora ostile al potere accentrato.

Dopo la sua morte, sarà Cosimo I de' Medici a raccoglierne l’eredità. E lo farà senza una rottura netta: anzi, proseguirà e rafforzerà molte delle linee già avviate, fino a trasformare il Ducato nel futuro Granducato di Toscana.

Il libro di Alessandro Lo Bartolo si distingue per solidità e precisione. Non è un testo indulgente verso il lato umano di Alessandro: lascia poco spazio alla dimensione personale e si concentra soprattutto sui fatti, sui documenti, sulle testimonianze storiche. Questo lo rende estremamente affidabile, anche se talvolta la lettura può risultare densa.

Restano particolarmente vivide le pagine dedicate ai rapporti diplomatici, come l’incontro con Carlo V a Napoli, che restituiscono un’immagine più sfaccettata del duca e della politica dell’epoca.

Nel complesso, si tratta di un saggio imprescindibile per chi desideri comprendere davvero la figura di Alessandro de’ Medici: il suo regno fu breve, ma il suo ruolo nella storia di Firenze e del Granducato di Toscana fu decisivo.

Cosa non aspettarsi? Una biografia tradizionale del personaggio: questo lavoro se ne discosta completamente, offrendo un approccio ben diverso.


domenica 1 marzo 2026

“L’ultima amante di Hachikō” di Banana Yoshimoto

Mao ha quindici anni e una vita già troppo ingarbugliata. Vive con la madre in una comunità religiosa nata attorno alla figura della nonna, una guaritrice considerata veggente, morta da poco. Da quando lei non c’è più, quel gruppo di hippy spirituali sta scivolando verso un fondamentalismo strano, inquietante.

Dalla nonna le è rimasto solo un lascito di parole oscure: che impazzirà, se non seguirà la strada della pittura; che la sua salvezza arriverà da lontano, da un ragazzo arrivato dall’India di nome Hachi; che lei sarà la sua ultima amante. Frasi che sembrano più un rebus che un destino.

Quando la comunità si irrigidisce e la casa diventa una gabbia, Mao capisce che restare non è più possibile. Durante una delle sue fughe incontra proprio un ragazzo che corrisponde alla descrizione fattale dalla nonna. Non sa ancora dove la porterà quella profezia, ma sa che il suo cammino non può che cominciare lasciando dietro di sé il villaggio dell’amore.

Reggere tutta questa intensità sapendo che la storia d’amore sta per finire è per il lettore quasi un esercizio di resistenza emotiva. Le pagine si fanno più dense, l’ansia cresce eppure tutto è già scritto, il destino ha tracciato la strada fin dall’inizio. Le parole della nonna a Mao non sono solo un presagio, sono la consapevolezza che certe traiettorie non si possono evitare.

Forse per una mentalità giapponese, abituata al qui e ora, al lasciare andare come gesto naturale, questo passaggio risulta più comprensibile. Per noi occidentali, invece, abituati a trattenere, a spiegare, a dare un nome a tutto, queste pagine risultano quasi spiazzanti. Se poi consideriamo la giovane età dei protagonisti, le loro scelte così definitive, così radicali diventano ancora più stranianti. Hachikō che decide, Mao che si lascia vivere: due estremi che, proprio perché i protagonisti sono tanto giovani, fanno ancora più rumore.

Il romanzo di Banana Yoshimoto è un libro intenso. Porta con sé un messaggio semplice eppure difficile da incarnare: se imparassimo ad amarci un po’ di più, forse proveremmo meno rancore verso ciò che la vita ci toglie. L’accettazione non è resa, ma un modo per respirare meglio, per capire chi siamo davvero e cosa desideriamo, senza pretendere che tutto sia già chiaro dentro di noi. Cercare il proprio centro è fatica, ma è l’unica strada per vivere in sintonia con il nostro io più autentico.

C’è anche un invito sottile a guardare i “nemici” per ciò che sono: esseri umani. Metterli in questa categoria, spogliarli del potere che diamo loro, rende più facile non odiarli. Non per loro, ma per noi stessi, per alleggerire il peso che portiamo.

Il tempo che scorre non è mai inutile. Anche quando sembra lento, anche quando fa male, porta con sé un senso che spesso comprendiamo solo dopo.

Serve coraggio per seguire la propria strada, per fregarsene delle aspettative, per accettare che quando una persona sceglie davvero il proprio cammino, nulla di ciò che facciamo potrà cambiarlo. Possiamo solo lasciare andare. E in questo gesto così difficile, così necessario c’è forse la forma più pura di salvezza: accettare l’altro, accettare il tempo, accettare che tutto scorre.



domenica 22 febbraio 2026

“Le magnifiche vite precedenti del Buddha” a cura di Genevienne e Tea Pecunia

I jataka sono i racconti della nascita, un vasto corpus di storie che ripercorrono le molte vite del Buddha prima dell’illuminazione. In queste narrazioni il futuro Buddha appare in forme diverse: animale, umana o divina.

Al centro dei jataka c’è la legge del kamma (karma in sanscrito): ogni azione compiuta intenzionalmente genera un seme destinato a maturare nelle esistenze successive. Le azioni buone portano frutti buoni, quelle cattive frutti cattivi. Le rinascite possono assumere molte forme, ma è solo nell’incarnazione umana che diventa possibile sciogliere definitivamente il debito karmico e raggiungere l’illuminazione.

Per lungo tempo si è pensato che questi racconti fossero destinati soprattutto ai laici buddhisti, grazie alla loro immediatezza e alla struttura narrativa semplice e piacevole. Studi più recenti suggeriscono invece che fossero rivolti principalmente a monaci e monache, come strumenti di riflessione e insegnamento. Ogni jataka segue una struttura tripartita: un episodio del presente, la storia del passato e infine la connessione karmica che unisce i due piani temporali.

Il libro non presenta l’intero corpus dei jataka, ma ne propone una selezione ampia e scelta con grande attenzione. Al termine di ogni racconto troviamo un commento ricco e illuminante delle curatrici, Genevienne e Tea Pecunia, che orienta la lettura senza appesantirla. Grazie a queste guide alla lettura è possibile cogliere implicazioni e raffinate complessità morali che a un lettore meno esperto potrebbero facilmente sfuggire.

Molti protagonisti sono animali e il pensiero corre spontaneamente alle favole di Esopo. Ma qui l’animale non è mai ridotto a una maschera fissa (la volpe astuta o il leone saggio) bensì diventa un veicolo per esplorare la complessità morale dell’esistenza.

Ciò che colpisce, leggendo, è l’attualità sorprendente di queste storie. Offrono spunti preziosi per affrontare la vita quotidiana con maggiore consapevolezza; celebrano virtù come la generosità, si oppongono all’eccesso di materialismo che caratterizza il nostro tempo, invitano a riconoscere il valore della comunità, ma anche l’importanza del lasciar andare. Ricordano che non tutte le azioni negative ci condannano; se non sono frutto della nostra volontà, non generano lo stesso peso karmico di quelle compiute deliberatamente.

In questi racconti convivono parabola morale, insegnamento spirituale e gusto narrativo. Ci trasportano in un mondo lontano, eppure ci parlano con una chiarezza sorprendente del nostro presente. Sono storie leggere, piacevoli da leggere, ma capaci di aprire spazi di riflessione profonda. 

Leggendo "San Francesco" di Aldo Cazzullo mi aveva colpito un passaggio in particolare: il parallelo, appena accennato ma potentissimo, tra la figura del santo di Assisi e quella del Buddha storico, Siddharta Gautama. Due vite lontanissime nel tempo e nello spazio, eppure attraversate da una stessa intuizione, la possibilità di un’umanità diversa, fondata sull’inclusione e sulla fraternità universale.

Questa affinità emerge con forza quando si sfogliano i jataka. In queste pagine prende forma un’idea di comunità che non esclude, ma accoglie: un microcosmo dove le distinzioni di casta vengono sospese e ogni individuo, indipendentemente dalla sua origine, trova un posto. È un gesto rivoluzionario, soprattutto se si pensa che il Buddha stesso diede il suo assenso alla prima ordinazione femminile della storia, aprendo la via a una comunità monastica di donne. La stessa radicalità la ritroviamo in Francesco. Anche lui, come Siddharta, scelse di scardinare le gerarchie del suo mondo. Non solo accolse Chiara d’Assisi nella sua visione di vita evangelica, ma la sostenne, la guidò, la incoraggiò a fondare una forma di consacrazione femminile che fosse pienamente parte della famiglia francescana nascente. Non un’appendice, non un ruolo subordinato, ma una presenza essenziale, riconosciuta e amata.

Buddha e Francesco si sfiorano davvero nella capacità di immaginare una comunità dove l’altro non è un intruso, ma un fratello o una sorella. Una comunità che non si difende, ma si espande. Che non teme la differenza, ma la riconosce come parte del tutto.



domenica 18 gennaio 2026

“Francesco. Il primo italiano” di Aldo Cazzullo

Il libro di Aldo Cazzullo dedicato a San Francesco si presenta come un’opera che sfugge alle definizioni canoniche. Non è una biografia in senso stretto, né un semplice saggio storico: è piuttosto un percorso attraverso le molteplici sfaccettature della vita del santo, la sua storia, la sua storiografia, la sua eredità spirituale e culturale. Cazzullo non si limita a raccontare Francesco: lo osserva da angolazioni nuove, lo mette in dialogo con il nostro presente, lo restituisce alla sua complessità.

Già dalle prime pagine l’autore sorprende il lettore con un accostamento inatteso: la vita di Francesco paragonata a quella del Buddha, nella figura di Siddhartha. Un parallelismo che evidenzia punti di contatto sorprendenti come la rinuncia, la ricerca interiore, la compassione, ma anche differenze profonde. È un’apertura che incuriosisce e invita a proseguire la lettura, perché suggerisce che il libro non seguirà strade prevedibili, ma tenterà di illuminare zone meno esplorate.

Di San Francesco conosciamo i dogmi più celebri: l’amore per la natura, il rispetto per la dignità umana, la fratellanza universale. Eppure la sua figura, a differenza di quella di molti altri santi, non si è mai cristallizzata. Attraversa i secoli riuscendo a rimanere estremamente moderna.

Cazzullo insiste su un aspetto spesso trascurato: Francesco non era soltanto il santo sorridente che parlava agli uccelli. Era un uomo attraversato da passioni forti, capace di dolcezza ma anche di decisione. Un ribelle quando necessario, capace di durezza e fermezza. La sua gioia non era ingenuità, ma scelta consapevole, frutto di una visione radicale della vita.

Francesco cresce in un’epoca di grandi trasformazioni: le città si espandono, le università nascono, il denaro circola, le banche si consolidano, le crociate infiammano l’immaginario collettivo. È un mondo in fermento, in cui tutto sembra muoversi.

In questo contesto, la sua rivoluzione non viene condannata, come accadde ad altri movimenti spirituali, perché non mirava a demolire la Chiesa, ma a riportarla alla sua essenza. La sua povertà non era protesta politica, ma testimonianza spirituale. La sua ribellione non era distruttiva, ma rigeneratrice.

Le fonti su Francesco sono numerose, contraddittorie, talvolta poco credibili. Alcune sono state scoperte solo recentemente; altre sono state manipolate o reinterpretate dalla Chiesa per ragioni storiche e politiche fin da subito dopo la morte di Francesco. È un terreno complesso, dove la santità rischia di trasformarsi in leggenda e la leggenda di oscurare l’uomo.

Cazzullo affronta questo labirinto con l’attenzione del giornalista e la sensibilità del narratore. Cerca di distinguere ciò che è storicamente plausibile da ciò che appartiene alla costruzione agiografica, ciò che davvero proviene da Francesco da ciò che gli è stato attribuito. Il risultato è un ritratto più umano, più sfaccettato, più autentico.

Il libro di Cazzullo riesce restituisce un San Francesco vivo, complesso, sorprendentemente moderno. Non un’icona immobile, ma un uomo che ha attraversato il suo tempo con una forza rivoluzionaria e una visione limpida. La lettura lascia la sensazione di aver incontrato davvero Francesco, non quello delle immagini edulcorate, ma quello vero: appassionato, ribelle, innamorato della vita e dell’umanità. È un saggio che non solo racconta, ma invita a riflettere.

 

 

mercoledì 7 gennaio 2026

“Dryadem. La leggenda” di Marie Albes

Ayres ha ventidue anni, ma porta addosso un senso di colpa antico, pesante, che le impedisce di vivere la sua età con la leggerezza che meriterebbe.

La sua vita scorre in una routine fatta di piccoli lavori: al mattino tra i profumi di carta e polvere della libreria antiquaria, al pomeriggio tra i colori delicati di un negozio di fiori. Una quotidianità silenziosa, quasi sospesa, che sembra proteggerla e imprigionarla al tempo stesso.

Poi, il destino bussa alla sua porta. Ha il volto di un ragazzo affascinante, James, che irrompe nella sua vita con una richiesta impossibile: ha bisogno di lei per spezzare una maledizione lanciatagli da una giovane strega.

Ayres non sa cosa pensare. Dubbi, paure, esitazioni la assalgono. Eppure, qualcosa dentro di lei la spinge ad accettare, forse perché quel viaggio non è solo la ricerca di un modo per sciogliere un incantesimo, ma anche l’occasione per ritrovare se stessa, per capire finalmente chi è davvero.

“Dryadem. La leggenda” è il primo volume di una trilogia fantasy decisamente particolare. Non si limita a raccontare una storia di magia: intreccia cultura celtica, miti antichi, divinità dimenticate, stregoneria e leggende.

Il ritmo iniziale è piuttosto lento e fatica un po’ a ingranare. Tuttavia, una volta che la storia prende avvio, gli eventi si incastrano con coerenza e la trama si ricompone in modo convincente.

I personaggi sono numerosi, ma è Ayres quella che rimane nel cuore del lettore e non solo perché è la protagonista della storia. Fragile e forte, smarrita e determinata, è una giovane che cresce, che sbaglia, che cerca. Quello di Ayres è un viaggio dentro la magia e dentro se stessa.

Non è possibile considerarlo un romanzo autoconclusivo: troppi misteri restano sospesi, troppe domande attendono risposta. E così, una volta chiusa l’ultima pagina, non resta che proseguire il viaggio ed immergersi nel seguito della saga.

Una storia affascinante, ricca di magia e di ombre, che parla di destini intrecciati e di identità da ritrovare. Un inizio che promette molto e che invita a restare.



venerdì 26 dicembre 2025

“Bushidō” di Inazō Nitobe (a cura di Tea Pecunia)

Tea Pecunia, nella sua introduzione, ci presenta l’autore dell’opera: Inazō Nitobe (1862–1933). Inazō Nitobe trascorse gran parte della sua vita lontano dal Giappone, vivendo per molti anni negli Stati Uniti e in Europa. Fu una figura straordinariamente versatile: docente, rettore universitario, economista agrario, diplomatico, politico e persino esperantista. Credeva profondamente nel progetto dell’Esperanto, una lingua pianificata per favorire il dialogo tra i popoli, costruita con elementi provenienti dal latino, dall’italiano, dal francese, dall’inglese, dal russo e dal polacco.

Forse fu proprio questa sua naturale inclinazione al dialogo a spingerlo a scrivere la sua opera più celebre, con l’intento di rispondere alle domande degli occidentali sull’etica giapponese. Il libro lo rese noto in tutto l’Occidente, pur attirando numerose critiche per alcune inesattezze storiche, per certi limiti interpretativi e per quelle che alcuni giudicarono forzature prospettiche. Eppure, ancora oggi, rimane il testo più diffuso sul Bushidō.

Inazō Nitobe cerca costantemente di individuare affinità e punti di contatto tra la cultura occidentale e quella giapponese, un compito tutt’altro che semplice. Così, ad esempio, mette in relazione lo spirito cavalleresco medievale con il Bushidō dei samurai: due realtà profondamente diverse, ma accomunate da alcuni valori morali fondamentali.

La mia impressione, leggendo anche altri autori giapponesi che trattano gli stessi temi, è che Inazō Nitobe sia riuscito a “occidentalizzare” il concetto di Bushidō, rendendolo quindi più accessibile al lettore europeo. La sua sensibilità, spesso vicina al modo di pensare occidentale, emerge chiaramente e facilita la comprensione di chi si avvicina a questi argomenti senza alcuna conoscenza preliminare. Nonostante ciò, il suo pensiero resta profondamente permeato dalla mentalità giapponese: pur avendo ricevuto un’educazione occidentale e pur essendosi convertito nel corso della sua vita al cristianesimo, Inazō Nitobe non rinnega mai il proprio retaggio culturale. Un po’ come accade a noi italiani che restiamo legati, spesso anche inconsciamente, alle nostre radici regionali, così Inazō Nitobe rimane profondamente ancorato alla tradizione del Giappone.

Nel trattare il tema, l’autore ricorre spesso a parallelismi tratti dalla storia e dalla letteratura europee, nel tentativo di avvicinare il lettore straniero a una materia complessa e distante. E, a mio avviso, ci riesce pienamente. Il testo è suddiviso in vari capitoli, ciascuno dedicato a un aspetto del Bushidō: le sue origini, le fonti, il carattere, l’insegnamento, l’influenza sulle masse, la continuità nel tempo e la sua persistenza nel presente. Il Bushidō viene presentato come un codice morale che i samurai erano tenuti a osservare con rigore.

Inazō Nitobe analizza virtù come benevolenza, cortesia, veridicità, onore, dovere, lealtà e dominio di sé: tutti elementi fondamentali dell’anima del Bushidō. Alcune descrizioni raggiungono una vera e propria poeticità, come quando parla delle celebri lame dei samurai, autentiche opere d’arte, che paragona alle loro rivali occidentali, come la spada di Toledo o quella di Damasco.

In definitiva, Bushidō è un libro stimolante, capace di ricostruire con vivacità il Giappone feudale. È un testo accessibile ai neofiti e a chi desidera avvicinarsi per la prima volta al mondo dei samurai, comprendere che cosa sia il Bushidō e quale eredità abbia lasciato nella cultura giapponese contemporanea. Un’opera che invita a riflettere su quanto di quell’antica etica sia sopravvissuto nel Giappone moderno, soprattutto se confrontato con la tradizione cavalleresca occidentale.



domenica 23 novembre 2025

“La libreria del venerdì” di Sawako Natori

All’interno della stazione ferroviaria di Nohara, un tranquillo sobborgo a nord di Tōkyō, si trova una libreria avvolta da un’aura di mistero. Secondo le voci che circolano in rete, chiunque vi entri riesce a scoprire proprio il libro di cui ha bisogno in quel preciso momento.

Fumiya, uno studente refrattario alla lettura, è alla disperata ricerca di un volume per il padre malato. Spinto dall’urgenza e dalla speranza, decide di varcare la soglia di questa insolita libreria.

La libreria del venerdì si  rivela un luogo magico: oltre agli scaffali colmi di volumi, ospita un piccolo spazio caffè dove vengono preparati piatti ispirati ai libri stessi e un magazzino sotterraneo immenso ricavato da un vecchio binario dismesso. A guidare questo mondo incantato ci sono tre figure: Makino, la direttrice, Yasu, il proprietario, e Sugawa, che si occupa dell’angolo ristoro.

Grazie a loro, Fumiya riscoprirà il piacere della lettura e  accetterà addirittura un lavoro part-time nella libreria, trasformando così quel rifiuto per i libri in una nuova passione.

Il romanzo di Sawako Natori si distingue per la sua originalità: i libri e i personaggi delle storie non restano soltanto sullo sfondo della vita dei protagonisti, ma si intrecciano con le loro esistenze e con quella di tutte le figure che popolano le pagine del romanzo. La letteratura, giapponese e non solo, diventa così il filo conduttore che dà voce e respiro alle vicende umane narrate fatte di emozioni. I sogni, le speranze, le paure, le illusioni e le fragilità dei protagonisti rispecchiano quelle dei clienti della libreria. Quegli stessi sentimenti vengono messi a nudo, indagati e trasformati grazie alla lettura e al suo potere curativo.

Diverse sono le tematiche affrontate in questo libro. Una, in particolare, riguarda l’incapacità di confrontarsi con le emozioni autentiche, abituati ormai a gestirle attraverso i social senza averne un’esperienza diretta. Un altro tema centrale è il rapporto tra genitori e figli: da un lato le aspettative dei primi, dall’altro il conflitto dei secondi, divisi tra il desiderio di affermare la propria personalità, realizzare i propri sogni e la paura di deludere chi li ha cresciuti. L’insicurezza emerge in ogni sua forma: dal timore di non essere abbastanza intelligenti o attraenti per suscitare interesse, fino alla sensazione di non meritare l’amore o l’amicizia di qualcuno.

Ho trovato il libro non sempre di facile lettura: in alcuni passaggi si avverte una certa fatica, soprattutto quando i romanzi citati non sono conosciuti dal lettore. Le soluzioni narrative proposte, talvolta, strappano un sorriso e appaiono volutamente sopra le righe, sfiorando il comico e persino l’assurdo. Tuttavia, è forse proprio questa sua eccentricità che contribuisce a renderlo un romanzo moderno, capace di riflettere con ironia e leggerezza sulle contraddizioni della nostra epoca.

Al di là delle sue particolarità narrative, l’opera conserva un senso profondo: invita a interrogarsi sul ruolo della letteratura nella vita quotidiana e sul potere che le storie hanno di trasformare, consolare e persino destabilizzare chi le legge.



 


martedì 11 novembre 2025

“L’apprendista” di Bruno Di Marco

Martino da Fano giunge a Urbino animato da un ardente desiderio: diventare pittore. Viene accolto nella bottega di Giovanni Santi, padre del piccolo Raffaellino, un bambino dal talento straordinario, destinato a un futuro luminoso nel mondo dell’arte.

Ma il destino di Martino prende una piega inaspettata. Poco dopo la morte di Giovanni Santi, viene strappato alla quiete della bottega e condotto a Palazzo Ducale. Qui, i pennelli e i colori lasciano il posto alle armi, all’inganno, allo spionaggio e all’arte del trasformismo. I migliori maestri lo istruiscono in ogni disciplina, affinando le sue abilità fino a trasformarlo nello Scorpio Major: una spia letale e silenziosa, capace di muoversi con astuzia in un mondo violento, intricato e pieno di insidie.

Il ritmo del romanzo nelle prime ottanta pagine è piuttosto lento e costellato di interrogativi. Il lettore si trova spiazzato, ma anche irresistibilmente attratto: l’apparente vaghezza degli eventi stimola la curiosità e invita a proseguire, nella speranza di scoprire dove la narrazione voglia condurre. Poi, all’improvviso, la trama si schiarisce: gli eventi si delineano con chiarezza e il racconto accelera, trasformandosi in una sequenza incalzante di colpi di scena e svolte impreviste che mantengono alta la tensione e catturano l’attenzione fino all’ultima pagina.

La narrazione si intreccia con la storia in modo puntuale. Sebbene nelle prime pagine il lettore, che abbia poca famigliarità con il Rinascimento, possa incontrare qualche difficoltà nel collocare gli eventi con precisione nel contesto storico, man mano che il racconto si sviluppa tutto diventa più chiaro e accessibile.

L’apprendista è un thriller storico in cui la fantasia regna sovrana. Per apprezzarlo appieno è necessario compiere un atto di fede e lasciarsi trasportare dall’immaginazione. Non è un romanzo per chi cerchi una ricostruzione storica rigorosamente fedele ai fatti: il personaggio di Raffaello è frutto di pura invenzione e si ispira alla ricca tradizione letteraria del travestimento.

Il Rinascimento, con la sua duplice anima, epoca di splendore artistico ma anche di guerre, intrighi e tradimenti, si rivela il palcoscenico ideale per una storia dai toni oscuri e avvincenti come quella narrata da Bruno Di Marco.

L’autore dimostra una profonda conoscenza dell’epoca. Nella trama si integrano perfettamente le figure storiche, come quella di Cesare Borgia e di Leonardo da Vinci, ed eventi reali, come la strage di Senigallia e le lotte tra le famiglie baronali romane. A questi elementi si aggiungono dettagli più sottili e suggestivi, come le superstizioni e la diffusa fiducia negli oroscopi, che contribuiscono a rendere l’ambientazione ancora più viva e credibile.

Il romanzo si chiude con un finale aperto, una conclusione sospesa e carica di tensione che lascia nel lettore il sottile presentimento di un possibile ritorno sulla scena dei protagonisti.




domenica 2 novembre 2025

“Richelieu. La storia dell’uomo che governò la Francia” di Natascia Luchetti

Nel secondo capitolo della dilogia dedicata al cardinale Richelieu, Natascia Luchetti riporta in scena una figura storica tanto controversa quanto affascinante. Attraverso una narrazione avvincente e una rilettura attenta, l’autrice si confronta con il revisionismo storico più recente, che restituisce al personaggio nuove sfumature, meno cupe e più complesse rispetto alla tradizionale immagine negativa.

Richelieu è ormai salito al potere: è l’uomo più influente di Francia, primo ministro e confidente del re che si rivolge a lui con l’appellativo di “cugino”. Al suo fianco ritroviamo personaggi già incontrati nel primo volume, in particolare due figure centrali: madame de Winter, amica, amante, confidente, l’altra metà della sua anima, e Jonás, il conte di Rochefort, la sua guardia del corpo, il comandante delle sue guardie nonché il suo amico fraterno. Intorno a loro si muove una moltitudine di altri personaggi, ciascuno con un ruolo preciso nell’intricata rete di potere, passioni e intrighi che l’autrice tesse con estrema maestria.

Basato su solidi elementi storici e frutto di un’accurata ricerca d’archivio, questo secondo volume si sviluppa con un ritmo serrato, ricco di colpi di scena e svolte imprevedibili. Nulla è mai come appare, e il tradimento si annida proprio dove meno lo si aspetterebbe. La narrazione non perde mai il filo, mantenendo viva l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina.

Rispetto al primo volume, qui l’introspezione psicologica lascia più spazio all’intreccio narrativo, divenuto ancora più complesso e articolato. I protagonisti sono ormai noti al lettore, e l’autrice dimostra grande abilità nel costruire una trama avvincente senza mai cadere in errore, riuscendo a tenere alta la tensione per oltre novecento pagine. Un’impresa non da poco.

Vorrei soffermarmi sul personaggio di Louis XIII, che in queste pagine acquista una nuova regalità. Grazie alla guida di Richelieu, suo mentore, consigliere e, in fondo, padre spirituale, il re cresce, si forma, impara. Richelieu lavora per la Francia, e Louis è la Francia: questo il cardinale non lo dimentica mai, anche quando il sovrano non è all’altezza delle circostanze. Il loro rapporto, fatto di alti e bassi, è uno degli aspetti più riusciti del romanzo, e ne ho apprezzato profondamente l’evoluzione.

Il cammino dei grandi è sempre segnato da lotte e rinunce. Rinunce che Richelieu e il re sanno accettare, ciascuno a modo suo. Non altrettanto si può dire del fratello del re, Gaston d’Orléans, e ancor meno della madre, Maria de’ Medici, incapace di cedere il potere a un figlio ormai affrancato dalla sua influenza.

Questo secondo volume conferma pienamente le ottime impressioni lasciate dal primo. Non è facile mantenere le aspettative quando il debutto è stato tanto amato, eppure l’autrice riesce nell’impresa, dimostrandosi una narratrice di grande talento, capace di evocare atmosfere da grande romanzo ottocentesco. Un’autrice che, per stile e respiro narrativo, ricorda i grandi del passato: una sorta di Dumas contemporanea.

Ribadisco la mia convinzione: questa storia meriterebbe una trasposizione cinematografica o una serie TV. Sarebbe un piacere vederla prendere vita sullo schermo. Nell’attesa, non posso che consigliarvi caldamente la lettura di questi due splendidi romanzi: opere rare, ben scritte, costruite con intelligenza e passione, in cui l’amore per il protagonista traspare in ogni pagina.

 


domenica 19 ottobre 2025

“La congiura delle vipere” di Matteo Strukul

Il racconto prende vita in una Venezia dei primi del Seicento, avvolta da un’atmosfera cupa e misteriosa, dove fragranze seducenti si mescolano a veleni letali e gli intrighi scorrono silenziosi come le acque della laguna.

La Serenissima vacilla sotto il peso delle minacce: i mari sono infestati dagli Uscocchi, feroci corsari al soldo dell’Arciduca d’Austria, che assaltano le sue galee con brutale determinazione. Ma il pericolo più insidioso si annida tra le calli, dove forze oscure tramano nell’ombra per minarne le fondamenta.

Due figure emblematiche emergono al centro della vicenda: El Caigo, lo Spettro di Venezia, giustiziere mascherato che protegge i deboli e difende la città, e l’Invelenada, donna dal passato tormentato, consumata dal desiderio di vendetta, decisa a colpire il cuore stesso della Repubblica.
Le loro strade si incroceranno nel cuore di una congiura che minaccia di stravolgere il destino di Venezia. Ma i loro cammini si muoveranno su fronti opposti, in un gioco di specchi e inganni dove ogni maschera cela più di un volto e la realtà si piega alle regole delle ombre.

Matteo Strukul torna con un romanzo capace, come sempre, di tenere il lettore incollato dalla prima all’ultima pagina. La trama è costruita con maestria, ricca di colpi di scena e suggestioni, in perfetto equilibrio tra affabulazione storica e tensione narrativa. La sua inconfondibile abilità nel descrivere battaglie e duelli è intatta: ogni scontro è vivido, palpitante, tanto da sembrare vissuto in prima persona, col fiato sospeso.

Rispetto alle opere precedenti, questo libro colpisce per l’attenzione ancora più marcata ai dettagli sensoriali. Non solo i personaggi, ma anche gli ambienti prendono vita con forza evocativa: odori, colori e atmosfere sono restituiti con precisione quasi tattile, soprattutto nelle scene che coinvolgono Rea, la giovane fuggita dalle grinfie dell’Invelenada grazie all’intervento di El Caigo.

Una novità interessante è la scelta di Strukul di delegare in misura maggiore ai suoi personaggi il compito di raccontare Venezia, le sue istituzioni, i suoi meccanismi interni. Se da un lato ciò rende alcuni dialoghi leggermente costruiti, dall’altro evita lunghe digressioni esplicative, mantenendo il ritmo serrato e la narrazione dinamica.

Come l’autore stesso sottolinea nelle note finali, il romanzo, pur fondato su una rigorosa ricerca storica, si concede maggiore libertà creativa rispetto al passato. Molti personaggi sono frutto della fantasia e la narrazione strizza l’occhio ai grandi romanzi d’appendice, intrecciando elementi picareschi con suggestioni gotiche che Strukul maneggia con naturalezza e talento.

Una delle qualità più sorprendenti dell’opera è la capacità di generare empatia anche verso i personaggi negativi. Pur tifando per il trionfo del bene, il lettore fatica a desiderare la loro scomparsa. Al contrario, spera in un ritorno, in un ultimo guizzo, forse perfino in una redenzione. I “cattivi” di questo romanzo sprigionano un fascino particolare, più complesso e sfaccettato rispetto ad altri lavori dell’autore.

Il finale, volutamente aperto, lascia in sospeso molte domande. Si chiude il libro con il forte desiderio di un seguito, con la speranza che quei personaggi ancora avvolti nel mistero possano tornare per svelare ciò che non è stato detto e che anche le vicende rimaste irrisolte possano finalmente trovare il loro lieto fine.



domenica 21 settembre 2025

“Umanisti italiani” a cura di Raphael Ebgi

Definirei questa antologia un viaggio inatteso alla riscoperta degli umanisti e del loro pensiero. Non pensavo sarei riuscita a leggere questo volume, acquistato tempo fa, e invece, con mia sorpresa, non solo l’ho letto, ma ne ho apprezzato ogni pagina, ricca di storia e significato.

A scuola, gli umanisti ci sono stati presentati come figure austere, spesso distanti, quasi polverose. Rileggendoli oggi, in un contesto diverso e con uno sguardo più curioso, appaiono invece sorprendentemente vivi.

I nomi di Cosimo de’ Medici e a Lorenzo il Magnifico evocano non solo potere e influenza politica, ma anche un profondo legame con il pensiero, l’arte e il dialogo culturale. Sotto il loro mecenatismo, gli artisti furono ispirati dall’umanesimo, in particolare dal neoplatonismo, e le loro opere divennero veicoli di messaggi sottili e profondi, riflesso delle idee filosofiche del tempo

Leggere questi scritti è stato come trovarsi tra loro, nella villa di Careggi o in quella di Fiesole, e ascoltare le loro conversazioni. Non stupisce che Giovanni Pico della Mirandola si meravigliasse del fatto che il Magnifico, pur impegnato nelle attività pubbliche, trovasse il tempo per riflettere su questioni filosofico - culturali, come se non avesse altro di cui occuparsi. Viene spontaneo sorridere pensando ai politici di oggi.

Ciò che più mi ha colpito è la modernità di questi testi. Le domande che pongono, le riflessioni sulla società, sulla politica, sulla lingua, risultano di grande attualità. Mi ha sorpresa in particolare Il capitolo dedicato alla filologia: le difficoltà nella traduzione dei testi, le motivazioni, spesso pretestuose e infondate, che adduceva chi non era in grado di rendere correttamente alcuni termini greci in latino, il dibattito sull’equivalenza semantica. Tutto questo mi ha fatto pensare agli anglicismi forzati di oggi e alla nostra difficoltà, talvolta, nel trovare soluzioni linguistiche autentiche.

L’antologia è suddivisa in otto sezioni, ciascuna dedicata ad un particolare aspetto del pensiero umanistico, tra cui la metafisica, la teologia poetica, la filologia e la filosofia. Numerosi sono gli autori di cui viene riportata un’accurata selezione di testi: Marsilio Ficino, Leon Battista Alberti, Poliziano, Giovanni Pico della Mirandola, Lorenzo Valla, solo per citarne alcuni.

Non posso dire che ogni argomento conquisterà tutti, ma credo che qualcosa possa risvegliare la curiosità di ciascuno. Come vi ho già detto, ho trovato particolarmente coinvolgente il capitolo intitolato “Filologia e filosofia”: un vero viaggio nel cuore della parola, del significato e del pensiero.

Questo libro non è soltanto una lettura: è un’esperienza. Riporta indietro nel tempo, avvicina a menti brillanti, invita alla riflessione. E, soprattutto, riconcilia con una parte della letteratura che spesso è stata considerata “noiosa” e per questo messa da parte. Credo sia giunto il momento di tornare a sfogliarla.



domenica 14 settembre 2025

“Il velo di Lucrezia” di Carla Maria Russo

La narrazione prende avvio dall’epilogo: un finale che anticipa il cuore della vicenda. Filippo Lippi si reca da Cosimo de’ Medici, ormai prossimo alla fine, per mantenere una promessa fatta anni prima al suo mecenate e confidente: mostrargli per primo quel dipinto che racchiude il senso profondo della sua vita e della sua arte. Non si tratta di un’opera qualunque, ma del capolavoro che lo consacrerà come uno dei grandi artisti del suo secolo e di quelli futuri. Su quella tela, Filippo Lippi ha riversato tutto se stesso.

La narrazione si sviluppa su due piani intrecciati. Da una parte, la vita dell’artista, frate e pittore, figura complessa e contraddittoria, divisa tra la vocazione religiosa e il desiderio mondano, che si muove tra botteghe, conventi, simposi umanistici nella Firenze quattrocentesca. Dall’altra, la voce di Spinetta Buti, che racconta con dolore quello che ha vissuto come un tradimento da parte di Lucrezia, la sorella da lei tanto amata. Quando le vite di Filippo e Lucrezia si incontrano, le due prospettive si fondono, per poi separarsi nuovamente quando è Lucrezia, attraverso alcune lettere indirizzate a Spinetta, ad offrire il suo punto di vista, intimo e personale, su quanto da lei vissuto.

La Firenze del Quattrocento emerge come una protagonista silenziosa ma pulsante. Le descrizioni dei luoghi sono così vivide che sembra di camminare tra le strade lastricate, di ascoltare il vociare dei mercanti, di respirare l’aria intrisa di arte e fermento culturale. L’uso del vernacolo fiorentino per i personaggi del popolo dona autenticità e colore, rendendo il racconto ancora più immersivo e realistico.

Si potrebbe quasi dire che Filippo Lippi visse d’arte e visse d’amore, come canta Tosca nell’opera di Puccini. Nella vita di Filippo è l’arte a prendere il sopravvento diventando per lui rifugio, ossessione e redenzione. Dopo una giovinezza sregolata, segnata dall’inseguimento delle grazie femminili, egli riversò tutta la sua passione in un ritratto ideale ispirato a Lucrezia. La descrizione che Carla Maria Russo fa del dipinto e della passione, o forse sarebbe più corretto dire dell’ossessione, che travolse Filippo ricorda il sentimento che si racconta avesse colto Leonardo da Vinci nei confronti della sua Gioconda, il dipinto che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni.

Il romanzo, pur nella sua leggerezza, è ben documentato e sorprendentemente attuale. Fa sorridere e riflettere come certi meccanismi sociali e urbani di Firenze conservino una modernità disarmante: come lo spostamento delle botteghe verso il Mercato Nuovo, per chi poteva permetterselo, dopo che Orsanmichele era tornato ad essere esclusivamente una chiesa. I ricchi e i politici ignoravano le difficoltà della povera gente e le esigenze dei lavoratori. Chi conosce un po’ la realtà fiorentina non potrà fare a meno di cogliere analogie sorprendenti con ciò che sta accadendo oggi.

La lettura scorre piacevolmente, con un ritmo fluido e coinvolgente. È una storia che parla di arte e di amore, ma anche di libertà, vocazione e scelte coraggiose. Un affresco potente e delicato, capace di restituire con grazia e precisione il battito profondo di un’epoca irripetibile.



lunedì 8 settembre 2025

“La disfida mancata” di Luca Tempini

Un romanzo che riesce a raccontare il Rinascimento con autenticità e profondità, senza cadere nell’eccesso o nell’idealizzazione. Scoperto quasi per caso tra gli stand affollati del Salone del Libro di Torino, questo volume di quasi seicento pagine si è rivelato una lettura sorprendentemente ricca, capace di tenere alta l’attenzione e di lasciare il segno.

La storia si apre nel 1478, con la congiura dei Pazzi, e si chiude nel 1519, con la morte di Leonardo da Vinci. In mezzo, oltre quarant’anni di eventi che hanno segnato l’Europa: guerre, rivoluzioni, tensioni religiose, ma anche un’esplosione di arte, pensiero e bellezza. Il Rinascimento non è solo lo sfondo: è parte viva del racconto, presente in ogni scena, in ogni dialogo, in ogni scelta dei personaggi.

Francesco Acciaiuoli, protagonista della vicenda, è un personaggio di finzione, ma costruito con tale cura da sembrare reale. Colto, raffinato, ironico, abile diplomatico e uomo d’azione, si muove con intelligenza tra le trame della corte di Lorenzo de’ Medici, crocevia di potere, cultura e ambizione. La sua figura dà coerenza alla narrazione, e quando scompare, il lettore ne avverte la mancanza, come quella di un amico che ha lasciato la scena troppo presto.

Il titolo “La disfida mancata” richiama la vicenda legata ai due affreschi, commissionati dal gonfaloniere Pier Soderini, mai realizzati nella Sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio: la Battaglia di Anghiari di Leonardo e la Battaglia di Cascina di Michelangelo. Due opere incompiute, due visioni opposte, due maestri assoluti. In quelle assenze si riflette la tensione di un’epoca che aspirava all’eternità, ma viveva costantemente in bilico tra genio e fallimento.

La trama intreccia con equilibrio storia e finzione, misteri e passioni. Qualche imprecisione storica è presente; l’autore si concede qualche libertà narrativa, ma lo fa con misura, rendendo così la lettura più fluida e coinvolgente, senza mai tradire lo spirito del tempo.

Particolarmente riusciti i personaggi femminili: intensi, sfaccettati, lontani da stereotipi. Le loro voci sono autentiche, capaci di influenzare la trama e di lasciare un’impressione duratura. Ricordano la grazia silenziosa dei volti di Raffaello, ma da quella bellezza emerge una personalità che va oltre ciò che si vede. Come l’Urbinate, Luca Tempini ne indaga l’anima.

Questo romanzo non si limita a descrivere il Rinascimento: lo attraversa, lo esplora, lo restituisce con uno sguardo partecipe. E quando si arriva all’ultima pagina, si ha davvero la sensazione di aver vissuto in un’altra epoca, con le sue luci e le sue ombre, con la sua grandezza e le sue fragilità.



lunedì 1 settembre 2025

“La torcia” di Marion Zimmer Bradley

Marion Zimmer Bradley è stata una delle autrici che hanno segnato la mia giovinezza.
Ho letto ogni sua opera con passione, pagina dopo pagina, ad eccezione di una: La torcia. Quel vuoto era come un piccolo tarlo nella mia libreria, un tassello mancante che, anno dopo anno, continuava a farsi notare.

Poi, quest’anno, tra i corridoi affollati e luminosi del Salone del Libro, è arrivato finalmente il momento tanto atteso. Ho stretto La torcia tra le mani con un senso di compimento, come se un filo interrotto si fosse finalmente ricongiunto.

Il romanzo racconta la storia di Cassandra, la sacerdotessa di Apollo condannata a vedere il futuro senza mai essere creduta, ma non si limita agli eventi della guerra di Troia, quelli resi celebri dall’Iliade. La torcia segue l’intera parabola della vita di Cassandra, dall’infanzia, quando viene reclamata dal dio, fino agli eventi successivi alla caduta della città.

Marion Zimmer Bradley sceglie la via del romanzo storico, discostandosi dalla versione omerica che ci è più familiare. Eppure, se consideriamo che l’Iliade stessa è il frutto di voci intrecciate nei secoli, allora questa riscrittura risulta sorprendentemente plausibile.

La Cassandra di Marion Zimmer Bradley è una donna moderna intrappolata nell’antichità. Le sue domande sugli dei, sul senso del divino, sul libero arbitrio e sulla possibilità di scegliere il proprio destino, sono domande che restano attuali, ancora radicate nel nostro presente.

Ampio spazio è dedicato al rapporto con l’altro sesso. Marion Zimmer Bradley non giudica: si limita a evidenziare come ogni condotta dovrebbe nascere da una scelta consapevole, non da imposizioni maschili o divine che siano. Ecuba, Elena, Andromaca, Pentesilea e, naturalmente, Cassandra: ognuna di loro rappresenta un modo diverso di essere donna, un diverso volto del femminile.

Un ruolo centrale nel romanzo è occupato anche dal culto della Dea Madre. Il mondo in cui Cassandra cresce è in trasformazione: un sistema patriarcale sempre più dominante va gradualmente soppiantando l’antico ordine matriarcale. La dea viene dimenticata, oscurata, marginalizzata. È un passaggio simbolico potente, che accompagna l’evoluzione (o l’involuzione) della società narrata.

Una nota personale va ad Achille. Dopo aver letto l’Iliade nell’edizione La Lepre, avevo imparato ad apprezzare questo personaggio, arrivando quasi a preferirlo ad Ettore. Nella visione di Marion Zimmer Bradley, Achille è un guerriero folle, accecato dall’ira. Un ritratto duro, con cui non riesco del tutto a concordare, ma che resta coerente con l’equilibrio narrativo del romanzo.

Sono felice di aver colmato questa lacuna nella mia libreria. Forse la vera magia dei libri è tutta qui: non ci trasformano soltanto quando li leggiamo, ma restano in silenzio ad aspettarci, finché non siamo pronti ad incontrarli.