lunedì 21 settembre 2026

“Machiavelli innamorato” di Ernesto Screpanti

Mi innamorai di Machiavelli da ragazzina, quando lo incontrai per la prima volta sui banchi di scuola, alle medie. Forse è proprio da lì che è cominciata la mia curiosità per quell’uomo che ancora oggi sembra sfuggire a qualsiasi definizione. Machiavelli: o lo si ama o lo si odia.

Politico, filosofo sui generis, letterato, uomo di Stato, osservatore lucido e spesso spietato dell’animo umano. Per molto tempo è stato raccontato soprattutto attraverso l’ombra del Principe, la sua opera più celebre. Ma Niccolò Machiavelli fu molto altro.

Visse in un’epoca segnata da guerre, instabilità e profondi mutamenti. Cambiavano le strategie militari, cambiavano gli equilibri politici e, in un mondo così mutevole, bisognava imparare ad adattarsi alle circostanze.

Anche la sua vita pubblica e privata fu tutt’altro che semplice: il servizio politico, la caduta della Repubblica fiorentina, l’esilio e quella distanza dolorosa dal mondo del potere al quale aveva dedicato gran parte della propria esistenza.

Eppure, accanto all’uomo politico, c’era un altro Machiavelli. Un uomo che amava gli autori antichi con i quali, scriveva al Vettori, era solito conversare come fossero amici. Ma anche un uomo capace di ridere, scherzare e godersi la vita. Un uomo dal sorriso beffardo e ironico, dietro il quale si può intravedere persino una certa timidezza. Astuto, certo, ma anche resiliente.

E poi c’è il Machiavelli delle passioni, quello che ho scoperto solo più avanti, attraverso lo studio e la lettura più approfondita della sua vita e delle sue opere. Un uomo che frequentava le prostitute e che, per quanto emerge dalle fonti, non sembra aver avuto una particolare inclinazione alla fedeltà coniugale. Non ci sono giunte, almeno per quanto riguarda il materiale noto, lettere amorose indirizzate alla moglie. Le cronache hanno inoltre alimentato voci sulla sua frequentazione anche di giovani uomini: elementi che non sempre è facile distinguere dalle dicerie del tempo.

Il libro di Ernesto Screpanti ci fa però conoscere un volto inaspettato di Machiavelli, una vera sorpresa: un Machiavelli innamorato, che confida le proprie pene d’amore all’amico Francesco Vettori in una lettera del 3 agosto 1514.

Rimane, però, un vuoto: l’identità di colei che gli ha conquistato il cuore. Machiavelli ha quarantacinque anni. È lontano dal centro della scena politica e nella sua vita sono già passati gli anni del potere, della diplomazia, delle missioni e degli affanni. E proprio allora arriva quell’amore che Machiavelli dice ha cercato di combattere, ma dal quale è stato avvinto senza scampo. Cupido non sembra intenzionato ad arrendersi: scaglia contro di lui dardi sempre più potenti, fino a farlo capitolare. E accade qualcosa di sorprendente. L’uomo che ha fatto della politica e della conoscenza degli uomini una delle grandi ossessioni della propria vita si ritrova improvvisamente prigioniero di un sentimento capace di mettere tutto il resto in secondo piano.

La lettura degli antichi passa sullo sfondo. Gli affanni politici si fanno più lontani. L’esilio, le preoccupazioni, gli affari, il potere: tutto sembra perdere, almeno per un momento, la propria importanza.

Chi è questa donna capace di rapire il cuore dell’ex segretario fiorentino? È proprio da questa domanda che nasce la ricerca di Ernesto Screpanti.

Il libro indaga un volto meno conosciuto di Machiavelli: quello dell’uomo innamorato, passionale, vulnerabile. Un Machiavelli che emerge soprattutto in due lettere a Vettori e che permette di rileggere alcune delle sue opere sotto una luce diversa.

Screpanti cerca le tracce di questa donna anche nei testi delle opere di Machiavelli (La Clizia, L’Asino, la Commedia, la Serenata, l’Epistola della peste, la Mandragola), tanto nelle opere dalla paternità certa quanto in quelle più discusse. Sono frammenti, allusioni, coincidenze, immagini, parole che sembrano ritornare. E allora la ricerca diventa quasi un’indagine poliziesca.

Archivi romani e fiorentini, documenti, lettere, testimonianze, date, nomi, spostamenti: un paziente incrocio di dati nel tentativo di ricostruire una storia che il tempo ha lasciato in penombra.

Persino i calcoli di probabilità e gli strumenti dell’intelligenza artificiale entrano in questa indagine, non per sostituire il lavoro storico, ma per mettere alla prova le coincidenze, confrontare gli indizi e verificare quanto una determinata identificazione possa essere plausibile.

E alla fine emerge un volto. O, meglio, emerge la possibilità di un volto.

Non vi svelo volutamente il nome della donna. Del resto, probabilmente, quel nome vi direbbe ben poco. Ma è proprio il percorso per arrivare a lei a costituire una parte essenziale della storia.

Non esiste un’identificazione certa, e sarebbe scorretto fingere il contrario. Esistono però molti dati, molte coincidenze, molte tracce che, una volta messe insieme, sembrano comporre un quadro sorprendentemente coerente e realistico.

Il libro non soltanto ci racconta chi fu con ogni probabilità la donna che fece innamorare Machiavelli, ma soprattutto chi diventò Machiavelli quando si innamorò.

Perché dietro il teorico della ragion di Stato, dietro l’uomo che osservava il potere con lucidità quasi spietata, c’era anche un uomo capace di arrendersi a una passione.

E forse è proprio lì, nelle due lettere a Vettori riportate nel saggio di Screpanti, che per un istante possiamo vedere Machiavelli senza la maschera del politico. Un uomo di quarantacinque anni. Un uomo lontano dal potere. Un uomo che ha perso molto. E un uomo che, improvvisamente, ha ritrovato qualcosa di molto più pericoloso da governare: il proprio cuore.



mercoledì 16 settembre 2026

“Miti d’amore” di Umberto Curi

Che cosa accade quando l’amore incontra la conoscenza? E, soprattutto, è possibile amare senza perdere la capacità di conoscere, oppure l’amore porta inevitabilmente con sé una forma di cecità?

È attorno a queste domande che si sviluppa la riflessione di Umberto Curi, che esplora i meandri più segreti dell’esperienza amorosa attraverso alcune delle più celebri rappresentazioni mitiche che la cultura occidentale ha elaborato, dall’antica Grecia fino ai giorni nostri.

Il punto di partenza è la concezione platonica dell’amore: secondo Platone, l’amore penetra nell’animo umano attraverso il più nobile dei sensi, la vista. Vedere l’altro significa essere colpiti dalla sua bellezza e, attraverso quella bellezza sensibile, intraprendere un percorso di elevazione che conduce progressivamente verso una dimensione superiore, quella del mondo intelligibile.

Ma, nel corso dei secoli, questa immagine dell’amore subisce una trasformazione radicale.

All’inizio del Duecento si aggiunge stabilmente all’iconografia di Cupido un elemento destinato a diventare caratteristico: la cecità. Il dio dell’amore viene rappresentato bendato, mentre scaglia i suoi dardi senza poter vedere le proprie vittime e, dunque, senza fare distinzioni di sesso, condizione sociale o appartenenza. La sua azione è imprevedibile e sottratta al controllo della ragione.

È una trasformazione tutt’altro che marginale. Poco alla volta, alla visione platonica dell’amore come forza capace di strappare l'essere umano ai limiti della pura sensibilità per condurlo verso una forma più alta di conoscenza, si affianca e talvolta si sostituisce una concezione quasi opposta: l’amore non eleva, ma acceca.

La cecità di Cupido diventa allora metafora della perdita delle facoltà intellettuali. Di fronte alla forza dell’amore sembra non esserci una terza possibilità: o ci si lascia dominare dal desiderio, accettando di diventare ciechi e di rinunciare alla piena capacità di conoscere, oppure si sceglie la strada della conoscenza, sottraendosi alle lusinghe dell’amore.

Amore o conoscenza, dunque?

La contrapposizione, tuttavia, non è così semplice. Già Goethe, negli anni della giovinezza, osservava che non si impara a conoscere se non ciò che si ama e che, quanto più profonda e completa deve essere la conoscenza, tanto più intenso, energico e vivo deve essere l’amore. Un’intuizione che si può accostare alla celebre formula attribuita a Leonardo da Vinci: ogni grande amore è figlio di una grande conoscenza.

È proprio in questa apparente contraddizione che si inserisce la ricerca di Curi.

Il rapporto fra amore e conoscenza, infatti, non viene affrontato soltanto nei grandi trattati filosofici. Anzi, secondo Curi, è soprattutto nei racconti, quelli che i Greci chiamavano mythoi e i Latini fabulae, che questa relazione trova una delle sue forme più ricche e profonde.

Il mito diventa così uno strumento di indagine filosofica.

Il libro si sviluppa attraverso sette capitoli e propone un vasto repertorio di narrazioni amorose, mostrando come una delle questioni più antiche e ricorrenti della filosofia occidentale, quella relativa alla natura dell’amore e al suo rapporto con la conoscenza, possa essere affrontata proprio attraverso la forza simbolica del mito.

Si parte dall’antica Grecia e da Platone, con il celebre mito dell’androgino, per attraversare figure e storie destinate a imprimersi nell’immaginario occidentale: Eco e Narciso, Orfeo ed Euridice, Amore e Psiche. Il percorso prosegue poi verso la letteratura più vicina ai giorni nostri, incontrando la storia di Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta e, infine, Don Giovanni.

Ma Curi non si limita a presentare una successione di miti.

Le diverse storie vengono messe in relazione tra loro, confrontate, sovrapposte e osservate nelle loro trasformazioni. Il mito non viene considerato come un racconto immobile, appartenente esclusivamente al passato, ma come una materia viva, capace di cambiare forma attraversando epoche, linguaggi e culture.

È forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro: seguire il mito nel tempo significa osservare come cambino anche il modo di intendere l’amore, il desiderio, la conoscenza e il rapporto fra ragione e passione.

Nel caso dei miti dell’antica Grecia, l'analisi appare particolarmente precisa e concentrata sulla struttura originaria delle narrazioni e sul loro significato filosofico. Quando il percorso si sposta verso la modernità, invece, l'indagine si amplia e assume anche una forte dimensione filologica e intertestuale.

Il mito viene seguito nelle sue diverse versioni, nelle riscritture e nelle reinterpretazioni, fino a mostrare come una stessa storia possa assumere significati profondamente diversi a seconda dell'epoca e dell'autore che la racconta.

Un esempio particolarmente significativo è quello del Don Giovanni. Non viene analizzata soltanto la figura letteraria del seduttore, ma anche la sua evoluzione e la sua trasposizione musicale, fino al celebre Don Giovanni di Mozart.

È un procedimento che permette di comprendere come il mito non abbia una sola origine e una sola forma definitiva. Esso cresce, si modifica, viene riscritto e continuamente riattivato dalla cultura che lo accoglie.

Da una parte c'è l'eredità platonica, secondo la quale l'amore può diventare il punto di partenza di un percorso verso una conoscenza più alta. Dall'altra c'è l'immagine di Cupido bendato, simbolo di una passione irrazionale che sottrae all'uomo la capacità di giudicare e di vedere con chiarezza.

Tra queste due immagini si muove l'intera tradizione occidentale.

Ed è forse proprio per questo che i miti continuano a parlarci. Perché non offrono risposte definitive, ma mettono in scena le nostre contraddizioni: il desiderio di conoscere e, nello stesso tempo, il bisogno di abbandonarci a ciò che non possiamo controllare; la ricerca della verità e la seduzione dell'illusione; la ragione e la passione.

Seguire le tracce dell'amore attraverso questi racconti significa allora attraversare una parte essenziale della nostra stessa cultura e, in qualche modo, anche di noi stessi.

Perché, come suggerisce il percorso di Curi, forse amore e conoscenza non sono davvero due strade alternative. Forse, al contrario, è proprio nel loro incontro, e nella loro tensione, che si nascondono alcune delle domande più profonde sull’esperienza umana.