mercoledì 16 settembre 2026

“Miti d’amore” di Umberto Curi

Che cosa accade quando l’amore incontra la conoscenza? E, soprattutto, è possibile amare senza perdere la capacità di conoscere, oppure l’amore porta inevitabilmente con sé una forma di cecità?

È attorno a queste domande che si sviluppa la riflessione di Umberto Curi, che esplora i meandri più segreti dell’esperienza amorosa attraverso alcune delle più celebri rappresentazioni mitiche che la cultura occidentale ha elaborato, dall’antica Grecia fino ai giorni nostri.

Il punto di partenza è la concezione platonica dell’amore: secondo Platone, l’amore penetra nell’animo umano attraverso il più nobile dei sensi, la vista. Vedere l’altro significa essere colpiti dalla sua bellezza e, attraverso quella bellezza sensibile, intraprendere un percorso di elevazione che conduce progressivamente verso una dimensione superiore, quella del mondo intelligibile.

Ma, nel corso dei secoli, questa immagine dell’amore subisce una trasformazione radicale.

All’inizio del Duecento si aggiunge stabilmente all’iconografia di Cupido un elemento destinato a diventare caratteristico: la cecità. Il dio dell’amore viene rappresentato bendato, mentre scaglia i suoi dardi senza poter vedere le proprie vittime e, dunque, senza fare distinzioni di sesso, condizione sociale o appartenenza. La sua azione è imprevedibile e sottratta al controllo della ragione.

È una trasformazione tutt’altro che marginale. Poco alla volta, alla visione platonica dell’amore come forza capace di strappare l'essere umano ai limiti della pura sensibilità per condurlo verso una forma più alta di conoscenza, si affianca e talvolta si sostituisce una concezione quasi opposta: l’amore non eleva, ma acceca.

La cecità di Cupido diventa allora metafora della perdita delle facoltà intellettuali. Di fronte alla forza dell’amore sembra non esserci una terza possibilità: o ci si lascia dominare dal desiderio, accettando di diventare ciechi e di rinunciare alla piena capacità di conoscere, oppure si sceglie la strada della conoscenza, sottraendosi alle lusinghe dell’amore.

Amore o conoscenza, dunque?

La contrapposizione, tuttavia, non è così semplice. Già Goethe, negli anni della giovinezza, osservava che non si impara a conoscere se non ciò che si ama e che, quanto più profonda e completa deve essere la conoscenza, tanto più intenso, energico e vivo deve essere l’amore. Un’intuizione che si può accostare alla celebre formula attribuita a Leonardo da Vinci: ogni grande amore è figlio di una grande conoscenza.

È proprio in questa apparente contraddizione che si inserisce la ricerca di Curi.

Il rapporto fra amore e conoscenza, infatti, non viene affrontato soltanto nei grandi trattati filosofici. Anzi, secondo Curi, è soprattutto nei racconti, quelli che i Greci chiamavano mythoi e i Latini fabulae, che questa relazione trova una delle sue forme più ricche e profonde.

Il mito diventa così uno strumento di indagine filosofica.

Il libro si sviluppa attraverso sette capitoli e propone un vasto repertorio di narrazioni amorose, mostrando come una delle questioni più antiche e ricorrenti della filosofia occidentale, quella relativa alla natura dell’amore e al suo rapporto con la conoscenza, possa essere affrontata proprio attraverso la forza simbolica del mito.

Si parte dall’antica Grecia e da Platone, con il celebre mito dell’androgino, per attraversare figure e storie destinate a imprimersi nell’immaginario occidentale: Eco e Narciso, Orfeo ed Euridice, Amore e Psiche. Il percorso prosegue poi verso la letteratura più vicina ai giorni nostri, incontrando la storia di Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta e, infine, Don Giovanni.

Ma Curi non si limita a presentare una successione di miti.

Le diverse storie vengono messe in relazione tra loro, confrontate, sovrapposte e osservate nelle loro trasformazioni. Il mito non viene considerato come un racconto immobile, appartenente esclusivamente al passato, ma come una materia viva, capace di cambiare forma attraversando epoche, linguaggi e culture.

È forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro: seguire il mito nel tempo significa osservare come cambino anche il modo di intendere l’amore, il desiderio, la conoscenza e il rapporto fra ragione e passione.

Nel caso dei miti dell’antica Grecia, l'analisi appare particolarmente precisa e concentrata sulla struttura originaria delle narrazioni e sul loro significato filosofico. Quando il percorso si sposta verso la modernità, invece, l'indagine si amplia e assume anche una forte dimensione filologica e intertestuale.

Il mito viene seguito nelle sue diverse versioni, nelle riscritture e nelle reinterpretazioni, fino a mostrare come una stessa storia possa assumere significati profondamente diversi a seconda dell'epoca e dell'autore che la racconta.

Un esempio particolarmente significativo è quello del Don Giovanni. Non viene analizzata soltanto la figura letteraria del seduttore, ma anche la sua evoluzione e la sua trasposizione musicale, fino al celebre Don Giovanni di Mozart.

È un procedimento che permette di comprendere come il mito non abbia una sola origine e una sola forma definitiva. Esso cresce, si modifica, viene riscritto e continuamente riattivato dalla cultura che lo accoglie.

Da una parte c'è l'eredità platonica, secondo la quale l'amore può diventare il punto di partenza di un percorso verso una conoscenza più alta. Dall'altra c'è l'immagine di Cupido bendato, simbolo di una passione irrazionale che sottrae all'uomo la capacità di giudicare e di vedere con chiarezza.

Tra queste due immagini si muove l'intera tradizione occidentale.

Ed è forse proprio per questo che i miti continuano a parlarci. Perché non offrono risposte definitive, ma mettono in scena le nostre contraddizioni: il desiderio di conoscere e, nello stesso tempo, il bisogno di abbandonarci a ciò che non possiamo controllare; la ricerca della verità e la seduzione dell'illusione; la ragione e la passione.

Seguire le tracce dell'amore attraverso questi racconti significa allora attraversare una parte essenziale della nostra stessa cultura e, in qualche modo, anche di noi stessi.

Perché, come suggerisce il percorso di Curi, forse amore e conoscenza non sono davvero due strade alternative. Forse, al contrario, è proprio nel loro incontro, e nella loro tensione, che si nascondono alcune delle domande più profonde sull’esperienza umana.



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