Machiavelli
è uno scrittore. È questo l’incipit del saggio, che raccoglie una serie di
interventi precedentemente pubblicati dai due autori dagli anni Novanta sino a
oggi, preceduti da un’ampia introduzione e chiusi da un epilogo che torna su
alcuni nessi e aggiorna alcuni dati biografici.
L’intento
del volume è quello di avvicinarsi agli
scritti di Machiavelli attraverso un’analisi filologica, riportando
l’attenzione sulla concretezza della sua scrittura e sul contesto nel quale
essa nasce. Machiavelli, infatti, non è soltanto l’autore di opere e
trattati destinati alla riflessione politica: in qualità di segretario della
Repubblica fiorentina è quotidianamente impegnato nella scrittura. Lettere,
dispacci, relazioni, documenti: la parola è per lui anche uno strumento di
lavoro, necessario per affrontare concretamente gli avvenimenti del proprio
tempo.
Machiavelli,
dunque, scrive dal
presente, del presente e per il presente.
Che i
suoi testi siano oggi considerati fondamentali per la letteratura italiana è un
dato indiscutibile, ma, secondo la prospettiva proposta dal saggio, questo
rappresenta quasi un effetto collaterale della loro originaria funzione
storico-politica. Machiavelli scrive
perché deve comprendere ciò che accade, interpretarlo e, soprattutto, indicare
come agire.
E in
questa scrittura non va trascurato un altro elemento: l’ironia. L’umorismo,
il sarcasmo, l’ambiguità e talvolta il paradosso non sono semplicemente
ornamenti stilistici, ma possono
diventare veri e propri strumenti politici. Anche attraverso l’ironia
Machiavelli mette in discussione certezze, smaschera comportamenti e rende più
incisiva la propria analisi del potere.
Il
tempo di Machiavelli è, del resto, un’epoca nuova. Sono gli anni delle Guerre d’Italia, un
periodo nel quale cambia profondamente non soltanto l’assetto politico della
penisola, ma anche il modo stesso di concepire e condurre la guerra. È proprio
il conflitto a mettere in evidenza
l’inadeguatezza delle truppe mercenarie e la necessità di ripensare strumenti,
eserciti e strategie.
Anche
la lingua della politica deve quindi adeguarsi a una realtà in trasformazione.
Non necessariamente attraverso l’invenzione di neologismi, ma attraverso parole
già esistenti che acquistano significati nuovi, diventano progressivamente
plurisemantiche e assumono, a seconda dei contesti, sfumature differenti.
Gli
scritti di Machiavelli, dunque, non sono rivolti innanzitutto ai lettori del
futuro o ai posteri. Nascono per
affrontare il presente, per interpretarlo e per suggerire una possibile azione. Il
Principe può certamente essere letto come un’opera
filosofica, come un libro di pensiero e di teoria politica, ma non è soltanto
questo: è prima di tutto un testo
profondamente legato alla concretezza della politica e alla necessità di agire.
Devo
ammettere che il saggio è molto diverso da quello che mi aspettavo. Non
immaginavo di trovarmi di fronte a un
lavoro prevalentemente filologico, ma dinnanzi a un commentario delle opere
di Machiavelli. L’impostazione scelta dagli autori è invece un’altra e, proprio
per questo, offre diversi spunti interessanti.
Ho
trovato particolarmente valide anche le analisi dedicate ai testi di Savonarola e Guicciardini,
utili per individuare affinità e differenze rispetto agli scritti
machiavelliani. Questi confronti permettono di collocare il pensiero di
Machiavelli all’interno di un contesto storico e culturale più ampio e, nello
stesso tempo, consentono di osservare l’evoluzione della lingua e il suo
diverso utilizzo in relazione a concezioni differenti dello Stato, della
politica e della storia.
Resta,
tuttavia, una mia personale perplessità. Gli autori sono francesi e, leggendo
il saggio, mi è capitato più volte di avere la sensazione che alcune parole di
Machiavelli vengano sottoposte alla ricerca di doppi significati, allusioni o
sfumature che, per un lettore italiano, possono risultare invece più immediate.
Mi sono
quindi chiesta quanto alcune di queste interpretazioni possano essere
influenzate dalla distanza linguistica e culturale degli autori. Ma, allo
stesso tempo, mi sono domandata anche quanto proprio quella distanza possa
produrre una maggiore attenzione, e forse persino intuizioni che a un lettore italiano, troppo vicino alla lingua e alla
tradizione culturale, potrebbero sfuggire.
L’idea
di fondo del saggio rimane, a mio avviso, molto valida. Gli autori affrontano
Machiavelli e il suo pensiero attraverso una
lente diversa da quella alla quale siamo abituati, riportando l’attenzione
sulla concretezza della sua scrittura, sul rapporto con il proprio tempo e
sulla funzione che le parole avevano nel momento in cui venivano scritte.
Machiavelli
non parla né la lingua dei principi né quella dei sudditi: parla la lingua di un uomo di mestiere,
costantemente alla ricerca di un’impossibile conciliazione tra la singolarità
dei casi concreti e la necessità delle regole.
È
proprio nelle parole e nei testi che gli autori individuano le tracce di una lingua volgare della
politica ancora giovane, non fissata, mutevole, impegnata a dare forma a
realtà pratiche e teoriche altrettanto nuove, fragili, non ancora definite e
dai confini instabili.
A
cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, i fiorentini che, come
Machiavelli, scrivono e pensano la politica e la guerra si trovano a
confrontarsi con un presente difficile da interpretare. Sono alla continua
ricerca di forme adeguate per rendere conto di una realtà spesso inafferrabile.
L’inquietudine, l’incertezza di fronte al corso degli eventi e la
consapevolezza di vivere una situazione di emergenza spingono alla ricerca
delle parole necessarie per raccontare e definire la qualità dei tempi.
E quanto
ci è familiare tutto questo?
Anche
noi viviamo in un’epoca di profonde trasformazioni: nuovi equilibri
geopolitici, guerre, crisi internazionali, rivoluzioni tecnologiche,
intelligenza artificiale, nuovi strumenti di comunicazione e un mondo nel quale
ciò che sembrava stabile può cambiare in tempi rapidissimi.
La
domanda che attraversa gli scritti di Machiavelli “come comprendere un mondo che cambia e
quali parole utilizzare per descriverlo?” non appartiene
soltanto al suo tempo.
È anche
la nostra domanda.
Forse è
proprio per questo che Machiavelli continua a essere così attuale. Non perché
le sue risposte possano essere semplicemente trasferite nel presente, ma perché
ci costringe ancora oggi a interrogarci sul rapporto tra parole, politica, storia e azione.
A più
di cinque secoli di distanza, continuiamo a cercare parole capaci di raccontare
un mondo nuovo mentre quel mondo sta ancora cambiando. E forse è proprio questa
la vera attualità di Machiavelli: non averci lasciato soltanto delle risposte,
ma averci insegnato a cercare, nelle parole e nella realtà, gli strumenti
necessari per comprendere il proprio tempo.

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