domenica 30 agosto 2026

“Machiavelli, un uomo di parole” di Jean-Louis Fournel e Jean-Claude Zancarini

Machiavelli è uno scrittore. È questo l’incipit del saggio, che raccoglie una serie di interventi precedentemente pubblicati dai due autori dagli anni Novanta sino a oggi, preceduti da un’ampia introduzione e chiusi da un epilogo che torna su alcuni nessi e aggiorna alcuni dati biografici.

 

L’intento del volume è quello di avvicinarsi agli scritti di Machiavelli attraverso un’analisi filologica, riportando l’attenzione sulla concretezza della sua scrittura e sul contesto nel quale essa nasce. Machiavelli, infatti, non è soltanto l’autore di opere e trattati destinati alla riflessione politica: in qualità di segretario della Repubblica fiorentina è quotidianamente impegnato nella scrittura. Lettere, dispacci, relazioni, documenti: la parola è per lui anche uno strumento di lavoro, necessario per affrontare concretamente gli avvenimenti del proprio tempo.

 

Machiavelli, dunque, scrive dal presente, del presente e per il presente.

Che i suoi testi siano oggi considerati fondamentali per la letteratura italiana è un dato indiscutibile, ma, secondo la prospettiva proposta dal saggio, questo rappresenta quasi un effetto collaterale della loro originaria funzione storico-politica. Machiavelli scrive perché deve comprendere ciò che accade, interpretarlo e, soprattutto, indicare come agire.

 

E in questa scrittura non va trascurato un altro elemento: l’ironia. L’umorismo, il sarcasmo, l’ambiguità e talvolta il paradosso non sono semplicemente ornamenti stilistici, ma possono diventare veri e propri strumenti politici. Anche attraverso l’ironia Machiavelli mette in discussione certezze, smaschera comportamenti e rende più incisiva la propria analisi del potere.

 

Il tempo di Machiavelli è, del resto, un’epoca nuova. Sono gli anni delle Guerre d’Italia, un periodo nel quale cambia profondamente non soltanto l’assetto politico della penisola, ma anche il modo stesso di concepire e condurre la guerra. È proprio il conflitto a mettere in evidenza l’inadeguatezza delle truppe mercenarie e la necessità di ripensare strumenti, eserciti e strategie.

 

Anche la lingua della politica deve quindi adeguarsi a una realtà in trasformazione. Non necessariamente attraverso l’invenzione di neologismi, ma attraverso parole già esistenti che acquistano significati nuovi, diventano progressivamente plurisemantiche e assumono, a seconda dei contesti, sfumature differenti.

Gli scritti di Machiavelli, dunque, non sono rivolti innanzitutto ai lettori del futuro o ai posteri. Nascono per affrontare il presente, per interpretarlo e per suggerire una possibile azione. Il Principe può certamente essere letto come un’opera filosofica, come un libro di pensiero e di teoria politica, ma non è soltanto questo: è prima di tutto un testo profondamente legato alla concretezza della politica e alla necessità di agire.

Devo ammettere che il saggio è molto diverso da quello che mi aspettavo. Non immaginavo di trovarmi di fronte a un lavoro prevalentemente filologico, ma dinnanzi a un commentario delle opere di Machiavelli. L’impostazione scelta dagli autori è invece un’altra e, proprio per questo, offre diversi spunti interessanti.

 

Ho trovato particolarmente valide anche le analisi dedicate ai testi di Savonarola e Guicciardini, utili per individuare affinità e differenze rispetto agli scritti machiavelliani. Questi confronti permettono di collocare il pensiero di Machiavelli all’interno di un contesto storico e culturale più ampio e, nello stesso tempo, consentono di osservare l’evoluzione della lingua e il suo diverso utilizzo in relazione a concezioni differenti dello Stato, della politica e della storia.

 

Resta, tuttavia, una mia personale perplessità. Gli autori sono francesi e, leggendo il saggio, mi è capitato più volte di avere la sensazione che alcune parole di Machiavelli vengano sottoposte alla ricerca di doppi significati, allusioni o sfumature che, per un lettore italiano, possono risultare invece più immediate.

Mi sono quindi chiesta quanto alcune di queste interpretazioni possano essere influenzate dalla distanza linguistica e culturale degli autori. Ma, allo stesso tempo, mi sono domandata anche quanto proprio quella distanza possa produrre una maggiore attenzione, e forse persino intuizioni che a un lettore italiano, troppo vicino alla lingua e alla tradizione culturale, potrebbero sfuggire.

 

L’idea di fondo del saggio rimane, a mio avviso, molto valida. Gli autori affrontano Machiavelli e il suo pensiero attraverso una lente diversa da quella alla quale siamo abituati, riportando l’attenzione sulla concretezza della sua scrittura, sul rapporto con il proprio tempo e sulla funzione che le parole avevano nel momento in cui venivano scritte.

 

Machiavelli non parla né la lingua dei principi né quella dei sudditi: parla la lingua di un uomo di mestiere, costantemente alla ricerca di un’impossibile conciliazione tra la singolarità dei casi concreti e la necessità delle regole.

È proprio nelle parole e nei testi che gli autori individuano le tracce di una lingua volgare della politica ancora giovane, non fissata, mutevole, impegnata a dare forma a realtà pratiche e teoriche altrettanto nuove, fragili, non ancora definite e dai confini instabili.

 

A cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, i fiorentini che, come Machiavelli, scrivono e pensano la politica e la guerra si trovano a confrontarsi con un presente difficile da interpretare. Sono alla continua ricerca di forme adeguate per rendere conto di una realtà spesso inafferrabile. L’inquietudine, l’incertezza di fronte al corso degli eventi e la consapevolezza di vivere una situazione di emergenza spingono alla ricerca delle parole necessarie per raccontare e definire la qualità dei tempi.

E quanto ci è familiare tutto questo?

Anche noi viviamo in un’epoca di profonde trasformazioni: nuovi equilibri geopolitici, guerre, crisi internazionali, rivoluzioni tecnologiche, intelligenza artificiale, nuovi strumenti di comunicazione e un mondo nel quale ciò che sembrava stabile può cambiare in tempi rapidissimi.

La domanda che attraversa gli scritti di Machiavelli “come comprendere un mondo che cambia e quali parole utilizzare per descriverlo?” non appartiene soltanto al suo tempo.

È anche la nostra domanda.

 

Forse è proprio per questo che Machiavelli continua a essere così attuale. Non perché le sue risposte possano essere semplicemente trasferite nel presente, ma perché ci costringe ancora oggi a interrogarci sul rapporto tra parole, politica, storia e azione.

 

A più di cinque secoli di distanza, continuiamo a cercare parole capaci di raccontare un mondo nuovo mentre quel mondo sta ancora cambiando. E forse è proprio questa la vera attualità di Machiavelli: non averci lasciato soltanto delle risposte, ma averci insegnato a cercare, nelle parole e nella realtà, gli strumenti necessari per comprendere il proprio tempo.

 

 



domenica 23 agosto 2026

“Caterina de’ Medici” di Jean Orieux

Caterina de’ Medici nacque a Firenze nel 1519, in una delle famiglie più potenti e influenti del Rinascimento. Suo padre era Lorenzo, duca d’Urbino e nipote di Lorenzo il Magnifico; sua madre, Madeleine de La Tour d’Auvergne, contessa di Boulogne, era strettamente imparentata con la famiglia reale francese. Entrambi morirono poco dopo la sua nascita, lasciando Caterina orfana e in balia di un destino tutt’altro che ordinario.

La sua formazione si svolse tra Firenze e Roma, fino al 1533, quando il matrimonio con Enrico d’Orléans, secondogenito di Francesco I di Francia, la portò Oltralpe. Inizialmente, come moglie del figlio cadetto, Caterina non sembrava destinata a occupare un ruolo centrale nella storia francese. La morte del delfino però avrebbe cambiato radicalmente il corso della sua vita.

Divenuta regina, e poi vedova, Caterina si trovò a reggere le sorti del Regno accanto a tre dei suoi figli, tutti destinati al trono: Francesco II, Carlo IX ed Enrico III. Quest’ultimo sarebbe morto appena sette mesi dopo la madre, ponendo fine con lui alla dinastia dei Valois.

Caterina fu una regina volitiva, una madre profondamente legata ai propri figli e una politica perspicace. Non considerò mai la soluzione militare come una soluzione ai problemi politici. Nonostante l’epoca in cui visse e le circostanze tutt’altro che semplici, cercò sempre nel dialogo e nella mediazione una possibile via d’uscita, Suo malgrado, si trovò ad attraversare uno dei periodi più sanguinosi della storia francese, segnato da guerre di religione, da sanguinose lotte di potere e da clamorosi scandali.

Donna intelligente e scaltra, Caterina dovette combattere fin dall’inizio anche contro un pregiudizio difficile da scardinare: quello di essere considerata un corpo estraneo, perché straniera, ma soprattutto perché non appartenente a una stirpe regale.

L’eredità che lasciò alla Francia fu però tutt’altro che trascurabile. Caterina fu promotrice di opere e monumenti di grande bellezza e contribuì in modo decisivo alla costruzione di quell’arte della corte francese che avrebbe lasciato un’impronta profonda nella cultura del Paese. Alla sua figura è legata anche una concezione della vita di corte fatta di eleganza, spettacolo, raffinatezza e gusto per il bello.

Il saggio che Jean Orieux le ha dedicato è un volume di oltre 700 pagine che, diciamolo subito, non è esattamente una lettura da affrontare di corsa.

A suo favore, però, c’è un elemento fondamentale: la vita di Caterina non ha bisogno di essere romanzata. Orieux, oltre a essere uno storico, fu anche uno scrittore e un romanziere, ma in questo caso la materia era già di per sé un romanzo. Gli avvenimenti si susseguono con un ritmo sorprendente, i personaggi sembrano usciti dalla penna di un narratore e la storia della Francia del Cinquecento è talmente ricca di intrighi, passioni, tragedie e colpi di scena da non aver bisogno di alcuna invenzione.

Partiamo però da ciò che mi ha convinta meno.

Un primo appunto riguarda la parte iniziale del volume dedicata alla storia medicea che, dovendo essere affrontata rapidamente, presenta alcune imprecisioni. Penso, per esempio, ai riferimenti al giglio, simbolo di Firenze, o alla committenza di Benozzo Gozzoli per la Cappella dei Magi. Su questi aspetti ammetto di essere particolarmente sensibile così come sul fatto che l’autore attribuisce ad Enrico III alcune caratteristiche (artista, astuto, sornione, capriccioso, prodigo, sprezzante) definendole peculiarità tipicamente fiorentine. Sorvoliamo…

Un’altra cosa che mi ha convinta poco sono i continui riferimenti a Machiavelli e la tendenza ad attribuire determinate scelte di Caterina alla sua presunta appartenenza alla scuola di pensiero del politico fiorentino.

È vero che, in alcuni aspetti, la sua politica spregiudicata può ricordare quella machiavelliana. Ma non tutto, a mio parere, può essere ricondotto al pensiero di Machiavelli. Credo che su alcune scelte di Caterina il politico fiorentino avrebbe molto dissentito. Personalmente, vedo molto forte anche l’influenza della corte papale. Non dimentichiamo infatti che Caterina fu educata a Roma sotto i pontificati di Leone X, figlio di Lorenzo de' Medici, e di Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, figlio di Giuliano fratello del Magnifico. Un ambiente che, inevitabilmente, contribuì a formare la sua personalità e il suo modo di muoversi tra politica, diplomazia e potere.

Al netto di queste riserve, il libro di Orieux rimane una lettura affascinante, uno dei migliori saggi che io abbia letto su Caterina de’ Medici.

Più che una semplice biografia, è un viaggio nella Francia dei Valois e nella vita di una donna che la storia ha spesso raccontato attraverso pregiudizi, leggende e semplificazioni. Una donna complessa, certamente non priva di ombre, ma anche molto più moderna e interessante di quanto la sua fama, spesso legata alla crudeltà e agli intrighi di corte, lasci immaginare.

Non è un libro che assolve Caterina, né che cerca di trasformarla in un’eroina. Piuttosto, prova a restituirle la complessità che una figura così controversa inevitabilmente richiede. Ed è proprio questo l’aspetto che ho apprezzato di più: la possibilità di conoscere Caterina de’ Medici oltre la leggenda della “Regina nera”, addentrandosi con lei nelle contraddizioni della Francia dei Valois.

Una lettura impegnativa, certo, ma che consiglio a chi vuole andare oltre gli stereotipi e scoprire una donna che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno profondo nella storia di Francia.


venerdì 14 agosto 2026

“Conspiratio” di Furio Thot

Starete pensando: “Un altro romanzo sulla congiura dei Pazzi?”. Ebbene sì! Al Salone del Libro ne avevo trovati addirittura due ed ero molto curiosa di vedere come due autori diversi avessero affrontato lo stesso avvenimento storico. Dopo Omicidio in Cattedrale di Massimo Gregori Grgić, ecco quindi Conpisratio di Furio Thot.

In questo romanzo è molto più sviluppata la parte propriamente romanzata. La storia collaterale ha infatti come protagonista Jan, un mercante fiammingo che si trasferisce a Firenze e qui incontra la bella e indipendente Francesca della quale si innamora perdutamente. Attorno alla coppia ruotano altri personaggi, come Senda, conosciuta come “la Candela”, prostituta e amica d'infanzia di Jan, e Gabriello Filippeschi, notaio fiorentino, solo per citarne alcuni.

La vicenda personale dei protagonisti non avvince particolarmente il lettore: è una storia carina e godibile, che però ho trovato soprattutto interessante per la possibilità che offre di conoscere meglio l'ambiente fiorentino dell'epoca. Il mercato, le botteghe, la vita del popolo, la vita nei bordelli e tanti altri aspetti della quotidianità vengono raccontati con attenzione e contribuiscono a ricostruire la Firenze del Quattrocento.

Quello che invece attrae davvero il lettore è la storia vera e propria, quella che alla fine è il romanzo della Storia, con la S maiuscola.

Non troviamo soltanto la congiura dei Pazzi e la Firenze dei Medici, ma anche tutto ciò che ruota attorno alle vicende del Ducato di Milano e alle grandi figure politiche dell'epoca. I personaggi della congiura sono perfettamente calati nel loro tempo; incontriamo così papa Sisto IV, Francesco Salviati, il signore di Imola Girolamo Riario, il condottiero Giovanni Batista da Montesecco e naturalmente la famiglia Pazzi.

Grande spazio viene dedicato alle vicende del Ducato di Milano, a partire dall'assassinio del duca Galeazzo Maria Sforza, avvenuto il giorno di Santo Stefano del 1476, fino alla successiva ascesa e conquista del potere da parte di Ludovico il Moro ai danni di Francesco Simonetta segretario e consigliere del nipote Gian Galeazzo Maria Sforza, figlio del duca assassinato.

E poi ancora Federico da Montefeltro, con la sua duplice natura di letterato e uomo d'arme, e la descrizione del Ducato di Urbino. Ogni situazione viene raccontata con grande attenzione, così come i personaggi delle corti che ruotano intorno ai potenti dell'epoca.

Ne emerge un affresco molto dettagliato di un periodo storico tanto cruento quanto ricco di splendori, di arte, cultura e filosofia. È proprio questo, a mio avviso, uno degli aspetti più interessanti del romanzo: la capacità di inserire la vicenda della congiura all'interno di un quadro storico molto più ampio, mostrando quanto gli avvenimenti di Firenze fossero intrecciati alle vicende politiche degli altri grandi Stati italiani.

Un romanzo davvero interessante.

Sarebbe difficile per me dirvi quale dei due volumi ho preferito. Il primo, Omicidio in Cattedrale, è maggiormente legato alla storia dei Medici e a Firenze, pur non rinunciando a uno sguardo oltre i confini fiorentini quel tanto che basta per inquadrare e comprendere meglio le vicende della città. Conpisratio, invece, ha un respiro decisamente più ampio e allarga lo sguardo all'intera situazione politica dell'Italia del Quattrocento.

La congiura dei Pazzi diventa il punto di partenza per entrare nelle corti, nelle città e nelle trame politiche dell'Italia del Quattrocento, in un intreccio di ambizioni, tradimenti, guerre e giochi di potere.

Una lettura che consiglio soprattutto a chi, oltre alla storia, ama immergersi nell'atmosfera di un'epoca e scoprire come vivevano, pensavano e combattevano gli uomini e le donne che ne furono protagonisti.

E alla fine, proprio come è successo a me, vi ritroverete a chiedervi: quale dei due romanzi sulla congiura dei Pazzi ho preferito? La risposta non è così semplice… perché, pur raccontando lo stesso episodio, Omicidio in Cattedrale e Conpisratio lo fanno con due approcci molto diversi.

Ed è forse proprio questo il bello dei romanzi storici: la Storia è una sola, ma le storie che possiamo costruirle intorno sono infinite, purché rimangano saldamente ancorate alla verità storica.




domenica 2 agosto 2026

“Benvenuti all’inferno” di Asia Ventola

Un ospedale psichiatrico ridotto in cenere, venticinque vittime e una sola firma lasciata sulla scena: Tanti saluti da Hell. Da quella notte il suo nome è diventato leggenda. Per alcuni è un assassino spietato, per altri il simbolo di una giustizia che osa andare oltre i limiti della legge.

Samuel Bennet è sempre stato ossessionato da quel mistero. Quando i suoi genitori vengono arrestati per un'accusa costruita ad arte, il passato smette di essere un ricordo e diventa l'unica strada da seguire. Convinto che Hell sia l'unico in grado di smascherare la verità, parte insieme ai suoi amici alla sua ricerca. Ma ciò che trovano li trascina in un mondo di segreti, alleanze fragili e scelte sempre più estreme, dove distinguere il bene dal male diventa quasi impossibile.

Non esiste un luogo in cui nascondersi dalle proprie decisioni. Esiste solo il mondo reale e chi è disposto a mettere tutto in gioco pur di cambiarlo.

Il romanzo di Asia Ventola è un thriller noir ben costruito, ambientato nella Los Angeles contemporanea. La narrazione risulta coinvolgente e mantiene alta la tensione fino alle ultime pagine. Sono presenti alcune piccole debolezze narrative che tuttavia non compromettono la solidità dell'intreccio e, nel complesso, contribuiscono alla costruzione della vicenda.

L'autrice affronta temi di grande attualità, dal bullismo alla sete di vendetta, dalla violenza sulle donne alla corruzione che permea ogni livello della società, mettendo in evidenza come, talvolta, la giustizia non riesca a punire i colpevoli. Il romanzo invita inoltre a riflettere sul sottile confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ponendo il lettore di fronte a dilemmi morali complessi, che mettono in discussione certezze e convinzioni tutt'altro che scontate.

Uno dei punti di forza del romanzo è la caratterizzazione dei personaggi. Ognuno di loro riesce a entrare in sintonia con il lettore grazie a fragilità autentiche e profondamente umane. Non sono soltanto i giovani protagonisti a risultare credibili: anche gli adulti, con il loro bagaglio di errori, rimpianti e ferite, trovano spazio nella narrazione. Asia Ventola mostra come molte delle insicurezze e delle paure dell'adolescenza non scompaiano con il passare degli anni, ma continuino a influenzare le scelte dell'età adulta. È proprio questa capacità di raccontare emozioni universali a rendere il romanzo una lettura adatta non solo al pubblico young adult, ma anche ai lettori adulti.

Dal punto di vista delle suggestioni narrative, è possibile cogliere alcuni richiami ad opere di altro genere come fumetti e film. Il personaggio di Hell, percepito come una sorta di leggenda urbana che punisce chi sfugge alla giustizia, ricorda per certi aspetti la figura del vendicatore oscuro di The Crow, più che quella di un semplice serial killer. Allo stesso modo, Helena richiama alcune protagoniste del revenge thriller, evocando a tratti la determinazione di Beatrix Kiddo in Kill Bill. Si tratta, però, di richiami tematici più che di vere ispirazioni: Asia Ventola costruisce infatti una storia fortemente personale, in cui prevalgono l'indagine psicologica, i dilemmi morali e il continuo confronto tra giustizia e vendetta.

C'è anche un piccolo aneddoto personale che ha accompagnato questa lettura. Ho scoperto il romanzo quasi per caso al Salone del Libro, imbattendomi nello stand della Giacovelli Editore. Mi sono fermata a curiosare e ho avuto il piacere di conoscere l’autrice: con grande disponibilità e gentilezza mi ha raccontato il suo libro, avvertendomi che le prime pagine avrebbero potuto sembrare più lente, perché dedicate a presentare i numerosi personaggi e a costruire le basi della storia. Mi ha persino consigliato di non lasciarmi scoraggiare da quell'inizio.

Nel mio caso, però, è successo esattamente il contrario. Nonostante le oltre seicento pagine, sono entrata nella storia fin dalla prima pagina e non ho mai avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un'introduzione troppo descrittiva o faticosa. Al contrario, ho trovato la lettura coinvolgente e scorrevole, e proprio quel tempo dedicato ai personaggi si è rivelato fondamentale per comprendere fino in fondo le loro motivazioni, le loro fragilità e l'evoluzione dei rapporti che li legano.

È anche per questo che Benvenuti all’Inferno riesce a distinguersi: non è soltanto un thriller ricco di tensione e colpi di scena, ma un romanzo che costruisce con pazienza il proprio universo narrativo, portando il lettore a interrogarsi sul significato della giustizia, sul peso delle proprie scelte e sul sottile confine che separa il bene dal male. Una storia che, per la forza dei suoi personaggi e per la struttura dell'intreccio, avrebbe tutte le caratteristiche per diventare un'ottima serie televisiva.