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domenica 23 agosto 2026

“Caterina de’ Medici” di Jean Orieux

Caterina de’ Medici nacque a Firenze nel 1519, in una delle famiglie più potenti e influenti del Rinascimento. Suo padre era Lorenzo, duca d’Urbino e nipote di Lorenzo il Magnifico; sua madre, Madeleine de La Tour d’Auvergne, contessa di Boulogne, era strettamente imparentata con la famiglia reale francese. Entrambi morirono poco dopo la sua nascita, lasciando Caterina orfana e in balia di un destino tutt’altro che ordinario.

La sua formazione si svolse tra Firenze e Roma, fino al 1533, quando il matrimonio con Enrico d’Orléans, secondogenito di Francesco I di Francia, la portò Oltralpe. Inizialmente, come moglie del figlio cadetto, Caterina non sembrava destinata a occupare un ruolo centrale nella storia francese. La morte del delfino però avrebbe cambiato radicalmente il corso della sua vita.

Divenuta regina, e poi vedova, Caterina si trovò a reggere le sorti del Regno accanto a tre dei suoi figli, tutti destinati al trono: Francesco II, Carlo IX ed Enrico III. Quest’ultimo sarebbe morto appena sette mesi dopo la madre, ponendo fine con lui alla dinastia dei Valois.

Caterina fu una regina volitiva, una madre profondamente legata ai propri figli e una politica perspicace. Non considerò mai la soluzione militare come una soluzione ai problemi politici. Nonostante l’epoca in cui visse e le circostanze tutt’altro che semplici, cercò sempre nel dialogo e nella mediazione una possibile via d’uscita, Suo malgrado, si trovò ad attraversare uno dei periodi più sanguinosi della storia francese, segnato da guerre di religione, da sanguinose lotte di potere e da clamorosi scandali.

Donna intelligente e scaltra, Caterina dovette combattere fin dall’inizio anche contro un pregiudizio difficile da scardinare: quello di essere considerata un corpo estraneo, perché straniera, ma soprattutto perché non appartenente a una stirpe regale.

L’eredità che lasciò alla Francia fu però tutt’altro che trascurabile. Caterina fu promotrice di opere e monumenti di grande bellezza e contribuì in modo decisivo alla costruzione di quell’arte della corte francese che avrebbe lasciato un’impronta profonda nella cultura del Paese. Alla sua figura è legata anche una concezione della vita di corte fatta di eleganza, spettacolo, raffinatezza e gusto per il bello.

Il saggio che Jean Orieux le ha dedicato è un volume di oltre 700 pagine che, diciamolo subito, non è esattamente una lettura da affrontare di corsa.

A suo favore, però, c’è un elemento fondamentale: la vita di Caterina non ha bisogno di essere romanzata. Orieux, oltre a essere uno storico, fu anche uno scrittore e un romanziere, ma in questo caso la materia era già di per sé un romanzo. Gli avvenimenti si susseguono con un ritmo sorprendente, i personaggi sembrano usciti dalla penna di un narratore e la storia della Francia del Cinquecento è talmente ricca di intrighi, passioni, tragedie e colpi di scena da non aver bisogno di alcuna invenzione.

Partiamo però da ciò che mi ha convinta meno.

Un primo appunto riguarda la parte iniziale del volume dedicata alla storia medicea che, dovendo essere affrontata rapidamente, presenta alcune imprecisioni. Penso, per esempio, ai riferimenti al giglio, simbolo di Firenze, o alla committenza di Benozzo Gozzoli per la Cappella dei Magi. Su questi aspetti ammetto di essere particolarmente sensibile così come sul fatto che l’autore attribuisce ad Enrico III alcune caratteristiche (artista, astuto, sornione, capriccioso, prodigo, sprezzante) definendole peculiarità tipicamente fiorentine. Sorvoliamo…

Un’altra cosa che mi ha convinta poco sono i continui riferimenti a Machiavelli e la tendenza ad attribuire determinate scelte di Caterina alla sua presunta appartenenza alla scuola di pensiero del politico fiorentino.

È vero che, in alcuni aspetti, la sua politica spregiudicata può ricordare quella machiavelliana. Ma non tutto, a mio parere, può essere ricondotto al pensiero di Machiavelli. Credo che su alcune scelte di Caterina il politico fiorentino avrebbe molto dissentito. Personalmente, vedo molto forte anche l’influenza della corte papale. Non dimentichiamo infatti che Caterina fu educata a Roma sotto i pontificati di Leone X, figlio di Lorenzo de' Medici, e di Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, figlio di Giuliano fratello del Magnifico. Un ambiente che, inevitabilmente, contribuì a formare la sua personalità e il suo modo di muoversi tra politica, diplomazia e potere.

Al netto di queste riserve, il libro di Orieux rimane una lettura affascinante, uno dei migliori saggi che io abbia letto su Caterina de’ Medici.

Più che una semplice biografia, è un viaggio nella Francia dei Valois e nella vita di una donna che la storia ha spesso raccontato attraverso pregiudizi, leggende e semplificazioni. Una donna complessa, certamente non priva di ombre, ma anche molto più moderna e interessante di quanto la sua fama, spesso legata alla crudeltà e agli intrighi di corte, lasci immaginare.

Non è un libro che assolve Caterina, né che cerca di trasformarla in un’eroina. Piuttosto, prova a restituirle la complessità che una figura così controversa inevitabilmente richiede. Ed è proprio questo l’aspetto che ho apprezzato di più: la possibilità di conoscere Caterina de’ Medici oltre la leggenda della “Regina nera”, addentrandosi con lei nelle contraddizioni della Francia dei Valois.

Una lettura impegnativa, certo, ma che consiglio a chi vuole andare oltre gli stereotipi e scoprire una donna che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno profondo nella storia di Francia.


venerdì 14 agosto 2026

“Conspiratio” di Furio Thot

Starete pensando: “Un altro romanzo sulla congiura dei Pazzi?”. Ebbene sì! Al Salone del Libro ne avevo trovati addirittura due ed ero molto curiosa di vedere come due autori diversi avessero affrontato lo stesso avvenimento storico. Dopo Omicidio in Cattedrale di Massimo Gregori Grgić, ecco quindi Conpisratio di Furio Thot.

In questo romanzo è molto più sviluppata la parte propriamente romanzata. La storia collaterale ha infatti come protagonista Jan, un mercante fiammingo che si trasferisce a Firenze e qui incontra la bella e indipendente Francesca della quale si innamora perdutamente. Attorno alla coppia ruotano altri personaggi, come Senda, conosciuta come “la Candela”, prostituta e amica d'infanzia di Jan, e Gabriello Filippeschi, notaio fiorentino, solo per citarne alcuni.

La vicenda personale dei protagonisti non avvince particolarmente il lettore: è una storia carina e godibile, che però ho trovato soprattutto interessante per la possibilità che offre di conoscere meglio l'ambiente fiorentino dell'epoca. Il mercato, le botteghe, la vita del popolo, la vita nei bordelli e tanti altri aspetti della quotidianità vengono raccontati con attenzione e contribuiscono a ricostruire la Firenze del Quattrocento.

Quello che invece attrae davvero il lettore è la storia vera e propria, quella che alla fine è il romanzo della Storia, con la S maiuscola.

Non troviamo soltanto la congiura dei Pazzi e la Firenze dei Medici, ma anche tutto ciò che ruota attorno alle vicende del Ducato di Milano e alle grandi figure politiche dell'epoca. I personaggi della congiura sono perfettamente calati nel loro tempo; incontriamo così papa Sisto IV, Francesco Salviati, il signore di Imola Girolamo Riario, il condottiero Giovanni Batista da Montesecco e naturalmente la famiglia Pazzi.

Grande spazio viene dedicato alle vicende del Ducato di Milano, a partire dall'assassinio del duca Galeazzo Maria Sforza, avvenuto il giorno di Santo Stefano del 1476, fino alla successiva ascesa e conquista del potere da parte di Ludovico il Moro ai danni di Francesco Simonetta segretario e consigliere del nipote Gian Galeazzo Maria Sforza, figlio del duca assassinato.

E poi ancora Federico da Montefeltro, con la sua duplice natura di letterato e uomo d'arme, e la descrizione del Ducato di Urbino. Ogni situazione viene raccontata con grande attenzione, così come i personaggi delle corti che ruotano intorno ai potenti dell'epoca.

Ne emerge un affresco molto dettagliato di un periodo storico tanto cruento quanto ricco di splendori, di arte, cultura e filosofia. È proprio questo, a mio avviso, uno degli aspetti più interessanti del romanzo: la capacità di inserire la vicenda della congiura all'interno di un quadro storico molto più ampio, mostrando quanto gli avvenimenti di Firenze fossero intrecciati alle vicende politiche degli altri grandi Stati italiani.

Un romanzo davvero interessante.

Sarebbe difficile per me dirvi quale dei due volumi ho preferito. Il primo, Omicidio in Cattedrale, è maggiormente legato alla storia dei Medici e a Firenze, pur non rinunciando a uno sguardo oltre i confini fiorentini quel tanto che basta per inquadrare e comprendere meglio le vicende della città. Conpisratio, invece, ha un respiro decisamente più ampio e allarga lo sguardo all'intera situazione politica dell'Italia del Quattrocento.

La congiura dei Pazzi diventa il punto di partenza per entrare nelle corti, nelle città e nelle trame politiche dell'Italia del Quattrocento, in un intreccio di ambizioni, tradimenti, guerre e giochi di potere.

Una lettura che consiglio soprattutto a chi, oltre alla storia, ama immergersi nell'atmosfera di un'epoca e scoprire come vivevano, pensavano e combattevano gli uomini e le donne che ne furono protagonisti.

E alla fine, proprio come è successo a me, vi ritroverete a chiedervi: quale dei due romanzi sulla congiura dei Pazzi ho preferito? La risposta non è così semplice… perché, pur raccontando lo stesso episodio, Omicidio in Cattedrale e Conpisratio lo fanno con due approcci molto diversi.

Ed è forse proprio questo il bello dei romanzi storici: la Storia è una sola, ma le storie che possiamo costruirle intorno sono infinite, purché rimangano saldamente ancorate alla verità storica.




sabato 25 luglio 2026

“Omicidio in cattedrale” di Massimo Gregori Grgić

Un giallo che racconta una delle pagine più celebri e drammatiche della storia del Rinascimento italiano: la congiura dei Pazzi.

Il 26 aprile 1478, durante la messa nel Duomo di Firenze, Giuliano de' Medici viene assassinato, mentre il fratello Lorenzo il Magnifico riesce a salvarsi trovando rifugio in sacrestia. Dietro il complotto si muovono figure di primo piano come papa Sisto IV e il nipote di questi Girolamo Riario; sulla scena agiscono invece i membri della famiglia Pazzi, storici rivali dei Medici, e l'arcivescovo di Pisa Francesco Salviati. 

Più che un semplice romanzo storico, Omicidio in cattedrale rappresenta un'eccellente porta d'accesso a questi eventi per chi preferisce la narrazione alla saggistica. Pur restando un'opera di finzione, il libro si distingue per il grande rispetto delle fonti e per la volontà di non alterare gli avvenimenti storici. Da questo punto di vista, il punto di riferimento rimane La congiura di Franco Cardini e Barbara Frale, probabilmente il saggio più autorevole sull'argomento; tuttavia il romanzo riesce a coniugare rigore e coinvolgimento, trasformando la ricostruzione storica in una lettura appassionante.

L'autore dimostra una notevole attenzione alla contestualizzazione dei personaggi realmente esistiti, restituendone con efficacia motivazioni, caratteri e rapporti di forza. Le poche figure inventate servono soprattutto a legare gli eventi e a rendere più fluida la narrazione, senza modificare il corso della storia né sottrarre spazio ai protagonisti reali. Il lettore finisce così per lasciarsi coinvolgere non tanto dagli elementi romanzati, quanto dalla straordinaria forza narrativa della vicenda storica stessa.

La ricostruzione non si limita al solo attentato del 26 aprile 1478. Il racconto prende infatti avvio con un altro celebre assassinio politico del Rinascimento, quello di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, avvenuto il 26 dicembre 1476, episodio che contribuisce a delineare il clima politico dell'epoca. Da qui la narrazione segue passo dopo passo la preparazione della congiura, il suo drammatico svolgimento all'interno della cattedrale e la feroce repressione che ne seguì, mostrando quanto profonde furono le conseguenze di quel fallito colpo di Stato.

Inseriti nella trama troviamo anche numerosi documenti e reperti d'archivio, tra cui la celebre missiva inviata da Lorenzo de' Medici ai duchi di Milano per chiedere aiuto dopo l'uccisione del fratello. Materiali che impreziosiscono il libro e consentono al lettore di confrontare direttamente la narrazione con le testimonianze dell'epoca.

Particolarmente apprezzabile è poi l'apparato finale del volume. Oltre a una ricca bibliografia, il lettore trova documenti di grande interesse, come la traduzione della dichiarazione integrale del congiurato Giovan Battista da Montesecco.

Omicidio in cattedrale è quindi una lettura consigliata sia agli appassionati di romanzi storici sia a chi desidera avvicinarsi a uno degli episodi più affascinanti della storia italiana senza affrontare immediatamente un saggio specialistico.

Un'opera che dimostra come il romanzo storico, quando è costruito su solide basi documentarie, possa essere non solo avvincente, ma anche un efficace strumento di divulgazione, capace di far rivivere il Rinascimento con tutta la sua grandezza, le sue ambizioni e le sue tragedie.





giovedì 18 giugno 2026

“Cosimo I de’ Medici” di Roberto Cantagalli

Fin dalle prime pagine, il volume di Cantagalli si rivela particolarmente intrigante per una ragione tutt'altro che scontata: dedica ampio spazio agli anni giovanili di Cosimo de' Medici, un periodo spesso trascurato dalla maggior parte delle biografie a lui dedicate. Eppure proprio in quella fase, quando il futuro duca e poi granduca di Toscana viveva ancora nell'ombra come semplice cittadino, si trovano molte delle chiavi necessarie per comprendere la sua personalità e il suo successivo operato politico.

La scarsità delle informazioni e la loro genericità contribuirono, del resto, a trarre in inganno la stessa oligarchia patrizia fiorentina guidata da Francesco Guicciardini. Alla morte del duca Alessandro, Cosimo fu scelto come soluzione di compromesso, quasi come un male minore, nella convinzione che fosse un giovane inesperto e facilmente manovrabile. La storia avrebbe dimostrato quanto questa valutazione fosse errata.

Fin dalla giovinezza emerge infatti un carattere incline alla solitudine, alla riservatezza e a una riflessione sempre misurata. Cosimo era un uomo che ponderava gesti e parole, poco incline alle manifestazioni esteriori dei sentimenti. Una durezza che mantenne anche durante il governo. Emblematico, in tal senso, fu il suo comportamento quando dovette affrontare quasi contemporaneamente la perdita della moglie Eleonora di Toledo e dei figli Giovanni e Garzia: mantenne un contegno severo e composto, senza lasciarsi andare pubblicamente al dolore. Questo atteggiamento contribuì ad alimentare le dicerie e le falsificazioni diffuse dai suoi nemici.

Un ruolo fondamentale nella sua formazione fu svolto dalla madre, Maria Salviati. Donna intelligente, prudente e profondamente protettiva nei confronti del figlio unico, si occupò personalmente della sua educazione, scegliendo i migliori precettori e circondandolo di collaboratori capaci di guidarlo nella crescita. La sua influenza rimase determinante fino a quando il suo posto accanto a Cosimo non venne progressivamente occupato dalla moglie Eleonora di Toledo.

Il libro di Cantagalli è, a tutti gli effetti, una biografia e non pretende di essere un trattato storico specialistico. Tuttavia si distingue per la qualità della scrittura e per la capacità di organizzare le informazioni in modo chiaro e coinvolgente. La narrazione procede con fluidità, senza tralasciare aspetti significativi della vicenda umana e politica del protagonista, sostenuta da una bibliografia ampia e accurata.

L'autore non si limita a raccontare l'ascesa al potere di Cosimo, ma analizza anche la sua azione di governo: la fondazione delle accademie, il rapporto con l'amata Eleonora, il legame con i figli e, in particolare, quello con il futuro successore Francesco I.

Dalle pagine emerge il ritratto di un principe profondamente pragmatico. Cosimo credeva nella concretezza, nella forza esercitata con determinazione e, quando necessario, con spregiudicata fermezza. A suo giudizio, queste erano qualità indispensabili per chiunque volesse affermarsi e mantenere il potere. Pur essendo un mecenate di rilievo, era molto diverso da Lorenzo il Magnifico: non possedeva la stessa inclinazione umanistica e letteraria. Sotto molti aspetti ricordava piuttosto Cosimo il Vecchio, condividendone il pragmatismo, l'attenzione agli affari e una notevole abilità nella gestione delle attività economiche e commerciali.

Fu proprio grazie a queste qualità che Cosimo riuscì a trasformare profondamente la Toscana, consolidandone il prestigio e il peso politico. La sua determinazione gli consentì infine di ottenere il riconoscimento del titolo granducale, assicurando ai suoi discendenti una posizione di assoluto rilievo nel panorama europeo.

Il libro è dunque una lettura consigliata non soltanto a chi desidera approfondire la figura di Cosimo I de' Medici, ma anche a chi vuole comprendere meglio la nascita della Toscana moderna e il percorso che portò uno dei più importanti sovrani del Rinascimento italiano a lasciare un'impronta indelebile nella storia.

Al termine della lettura resta l'impressione di aver scoperto un Cosimo I più umano e complesso rispetto all'immagine, spesso schematica, tramandata dalla storiografia. Non solo il sovrano che rese grande la Toscana, ma anche il giovane uomo che, attraverso prove, responsabilità e ambizioni, costruì il proprio destino. Grazie a una narrazione scorrevole e ben documentata, Cantagalli restituisce al protagonista tutta la sua profondità storica e umana, realizzando una biografia che riesce a essere al tempo stesso rigorosa, accessibile e appassionante.


domenica 12 aprile 2026

“Il tiranno fiorentino” di Alessandro Lo Bartolo

Quando si parla di Alessandro de' Medici, è difficile separare la storia dalla leggenda. La fine della Repubblica di Firenze e l’inizio di oltre due secoli di dominio mediceo passano inevitabilmente dalla sua figura: un protagonista spesso raccontato più attraverso ombre e accuse che attraverso i fatti.

Salito al potere con l’appoggio decisivo di Clemente VII e dell’imperatore Carlo V, Alessandro si trovò a governare una città che aveva a lungo difeso con tenacia la propria libertà repubblicana. Un contesto tutt’altro che semplice, in cui il passaggio da Repubblica a Ducato fu vissuto da molti come una frattura insanabile.

È proprio in questo clima che nasce la cosiddetta “leggenda nera” del tiranno fiorentino. Ma quanto c’è di vero? E quanto, invece, è stato costruito ad arte dagli oppositori politici o amplificato da chi aveva interesse a screditarne la memoria come il suo assassino, il famigerato Lorenzino?

Il saggio di Alessandro Lo Bartolo affronta proprio questo nodo: distinguere la realtà dalla propaganda. Il suo lavoro si muove con rigore tra fonti e documenti d’archivio, evitando derive romanzate e privilegiando un approccio analitico. Ne emerge un ritratto più complesso, meno schematico.

Il governo di Alessandro durò appena cinque anni, ma non fu privo di interventi e riforme. Non tutto, dunque, può essere liquidato come negativo. È vero che negli ultimi tempi il duca fu descritto come dissoluto, ma è altrettanto vero che comportamenti simili erano comuni tra i giovani sovrani dell’epoca. Forse, più che una reale eccezione, la sua condotta fu amplificata da una città ancora ostile al potere accentrato.

Dopo la sua morte, sarà Cosimo I de' Medici a raccoglierne l’eredità. E lo farà senza una rottura netta: anzi, proseguirà e rafforzerà molte delle linee già avviate, fino a trasformare il Ducato nel futuro Granducato di Toscana.

Il libro di Alessandro Lo Bartolo si distingue per solidità e precisione. Non è un testo indulgente verso il lato umano di Alessandro: lascia poco spazio alla dimensione personale e si concentra soprattutto sui fatti, sui documenti, sulle testimonianze storiche. Questo lo rende estremamente affidabile, anche se talvolta la lettura può risultare densa.

Restano particolarmente vivide le pagine dedicate ai rapporti diplomatici, come l’incontro con Carlo V a Napoli, che restituiscono un’immagine più sfaccettata del duca e della politica dell’epoca.

Nel complesso, si tratta di un saggio imprescindibile per chi desideri comprendere davvero la figura di Alessandro de’ Medici: il suo regno fu breve, ma il suo ruolo nella storia di Firenze e del Granducato di Toscana fu decisivo.

Cosa non aspettarsi? Una biografia tradizionale del personaggio: questo lavoro se ne discosta completamente, offrendo un approccio ben diverso.


domenica 21 settembre 2025

“Umanisti italiani” a cura di Raphael Ebgi

Definirei questa antologia un viaggio inatteso alla riscoperta degli umanisti e del loro pensiero. Non pensavo sarei riuscita a leggere questo volume, acquistato tempo fa, e invece, con mia sorpresa, non solo l’ho letto, ma ne ho apprezzato ogni pagina, ricca di storia e significato.

A scuola, gli umanisti ci sono stati presentati come figure austere, spesso distanti, quasi polverose. Rileggendoli oggi, in un contesto diverso e con uno sguardo più curioso, appaiono invece sorprendentemente vivi.

I nomi di Cosimo de’ Medici e a Lorenzo il Magnifico evocano non solo potere e influenza politica, ma anche un profondo legame con il pensiero, l’arte e il dialogo culturale. Sotto il loro mecenatismo, gli artisti furono ispirati dall’umanesimo, in particolare dal neoplatonismo, e le loro opere divennero veicoli di messaggi sottili e profondi, riflesso delle idee filosofiche del tempo

Leggere questi scritti è stato come trovarsi tra loro, nella villa di Careggi o in quella di Fiesole, e ascoltare le loro conversazioni. Non stupisce che Giovanni Pico della Mirandola si meravigliasse del fatto che il Magnifico, pur impegnato nelle attività pubbliche, trovasse il tempo per riflettere su questioni filosofico - culturali, come se non avesse altro di cui occuparsi. Viene spontaneo sorridere pensando ai politici di oggi.

Ciò che più mi ha colpito è la modernità di questi testi. Le domande che pongono, le riflessioni sulla società, sulla politica, sulla lingua, risultano di grande attualità. Mi ha sorpresa in particolare Il capitolo dedicato alla filologia: le difficoltà nella traduzione dei testi, le motivazioni, spesso pretestuose e infondate, che adduceva chi non era in grado di rendere correttamente alcuni termini greci in latino, il dibattito sull’equivalenza semantica. Tutto questo mi ha fatto pensare agli anglicismi forzati di oggi e alla nostra difficoltà, talvolta, nel trovare soluzioni linguistiche autentiche.

L’antologia è suddivisa in otto sezioni, ciascuna dedicata ad un particolare aspetto del pensiero umanistico, tra cui la metafisica, la teologia poetica, la filologia e la filosofia. Numerosi sono gli autori di cui viene riportata un’accurata selezione di testi: Marsilio Ficino, Leon Battista Alberti, Poliziano, Giovanni Pico della Mirandola, Lorenzo Valla, solo per citarne alcuni.

Non posso dire che ogni argomento conquisterà tutti, ma credo che qualcosa possa risvegliare la curiosità di ciascuno. Come vi ho già detto, ho trovato particolarmente coinvolgente il capitolo intitolato “Filologia e filosofia”: un vero viaggio nel cuore della parola, del significato e del pensiero.

Questo libro non è soltanto una lettura: è un’esperienza. Riporta indietro nel tempo, avvicina a menti brillanti, invita alla riflessione. E, soprattutto, riconcilia con una parte della letteratura che spesso è stata considerata “noiosa” e per questo messa da parte. Credo sia giunto il momento di tornare a sfogliarla.



domenica 14 settembre 2025

“Il velo di Lucrezia” di Carla Maria Russo

La narrazione prende avvio dall’epilogo: un finale che anticipa il cuore della vicenda. Filippo Lippi si reca da Cosimo de’ Medici, ormai prossimo alla fine, per mantenere una promessa fatta anni prima al suo mecenate e confidente: mostrargli per primo quel dipinto che racchiude il senso profondo della sua vita e della sua arte. Non si tratta di un’opera qualunque, ma del capolavoro che lo consacrerà come uno dei grandi artisti del suo secolo e di quelli futuri. Su quella tela, Filippo Lippi ha riversato tutto se stesso.

La narrazione si sviluppa su due piani intrecciati. Da una parte, la vita dell’artista, frate e pittore, figura complessa e contraddittoria, divisa tra la vocazione religiosa e il desiderio mondano, che si muove tra botteghe, conventi, simposi umanistici nella Firenze quattrocentesca. Dall’altra, la voce di Spinetta Buti, che racconta con dolore quello che ha vissuto come un tradimento da parte di Lucrezia, la sorella da lei tanto amata. Quando le vite di Filippo e Lucrezia si incontrano, le due prospettive si fondono, per poi separarsi nuovamente quando è Lucrezia, attraverso alcune lettere indirizzate a Spinetta, ad offrire il suo punto di vista, intimo e personale, su quanto da lei vissuto.

La Firenze del Quattrocento emerge come una protagonista silenziosa ma pulsante. Le descrizioni dei luoghi sono così vivide che sembra di camminare tra le strade lastricate, di ascoltare il vociare dei mercanti, di respirare l’aria intrisa di arte e fermento culturale. L’uso del vernacolo fiorentino per i personaggi del popolo dona autenticità e colore, rendendo il racconto ancora più immersivo e realistico.

Si potrebbe quasi dire che Filippo Lippi visse d’arte e visse d’amore, come canta Tosca nell’opera di Puccini. Nella vita di Filippo è l’arte a prendere il sopravvento diventando per lui rifugio, ossessione e redenzione. Dopo una giovinezza sregolata, segnata dall’inseguimento delle grazie femminili, egli riversò tutta la sua passione in un ritratto ideale ispirato a Lucrezia. La descrizione che Carla Maria Russo fa del dipinto e della passione, o forse sarebbe più corretto dire dell’ossessione, che travolse Filippo ricorda il sentimento che si racconta avesse colto Leonardo da Vinci nei confronti della sua Gioconda, il dipinto che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni.

Il romanzo, pur nella sua leggerezza, è ben documentato e sorprendentemente attuale. Fa sorridere e riflettere come certi meccanismi sociali e urbani di Firenze conservino una modernità disarmante: come lo spostamento delle botteghe verso il Mercato Nuovo, per chi poteva permetterselo, dopo che Orsanmichele era tornato ad essere esclusivamente una chiesa. I ricchi e i politici ignoravano le difficoltà della povera gente e le esigenze dei lavoratori. Chi conosce un po’ la realtà fiorentina non potrà fare a meno di cogliere analogie sorprendenti con ciò che sta accadendo oggi.

La lettura scorre piacevolmente, con un ritmo fluido e coinvolgente. È una storia che parla di arte e di amore, ma anche di libertà, vocazione e scelte coraggiose. Un affresco potente e delicato, capace di restituire con grazia e precisione il battito profondo di un’epoca irripetibile.



lunedì 8 settembre 2025

“La disfida mancata” di Luca Tempini

Un romanzo che riesce a raccontare il Rinascimento con autenticità e profondità, senza cadere nell’eccesso o nell’idealizzazione. Scoperto quasi per caso tra gli stand affollati del Salone del Libro di Torino, questo volume di quasi seicento pagine si è rivelato una lettura sorprendentemente ricca, capace di tenere alta l’attenzione e di lasciare il segno.

La storia si apre nel 1478, con la congiura dei Pazzi, e si chiude nel 1519, con la morte di Leonardo da Vinci. In mezzo, oltre quarant’anni di eventi che hanno segnato l’Europa: guerre, rivoluzioni, tensioni religiose, ma anche un’esplosione di arte, pensiero e bellezza. Il Rinascimento non è solo lo sfondo: è parte viva del racconto, presente in ogni scena, in ogni dialogo, in ogni scelta dei personaggi.

Francesco Acciaiuoli, protagonista della vicenda, è un personaggio di finzione, ma costruito con tale cura da sembrare reale. Colto, raffinato, ironico, abile diplomatico e uomo d’azione, si muove con intelligenza tra le trame della corte di Lorenzo de’ Medici, crocevia di potere, cultura e ambizione. La sua figura dà coerenza alla narrazione, e quando scompare, il lettore ne avverte la mancanza, come quella di un amico che ha lasciato la scena troppo presto.

Il titolo “La disfida mancata” richiama la vicenda legata ai due affreschi, commissionati dal gonfaloniere Pier Soderini, mai realizzati nella Sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio: la Battaglia di Anghiari di Leonardo e la Battaglia di Cascina di Michelangelo. Due opere incompiute, due visioni opposte, due maestri assoluti. In quelle assenze si riflette la tensione di un’epoca che aspirava all’eternità, ma viveva costantemente in bilico tra genio e fallimento.

La trama intreccia con equilibrio storia e finzione, misteri e passioni. Qualche imprecisione storica è presente; l’autore si concede qualche libertà narrativa, ma lo fa con misura, rendendo così la lettura più fluida e coinvolgente, senza mai tradire lo spirito del tempo.

Particolarmente riusciti i personaggi femminili: intensi, sfaccettati, lontani da stereotipi. Le loro voci sono autentiche, capaci di influenzare la trama e di lasciare un’impressione duratura. Ricordano la grazia silenziosa dei volti di Raffaello, ma da quella bellezza emerge una personalità che va oltre ciò che si vede. Come l’Urbinate, Luca Tempini ne indaga l’anima.

Questo romanzo non si limita a descrivere il Rinascimento: lo attraversa, lo esplora, lo restituisce con uno sguardo partecipe. E quando si arriva all’ultima pagina, si ha davvero la sensazione di aver vissuto in un’altra epoca, con le sue luci e le sue ombre, con la sua grandezza e le sue fragilità.



giovedì 29 maggio 2025

“Ottaviano de’ Medici e gli artisti” di Anna Maria Bracciante

Il mio incontro con il libro di Anna Maria Bracciante è stato del tutto casuale, ma si è rivelato una scoperta affascinante, capace di gettare luce su un personaggio poco noto della famiglia Medici: Ottaviano de’ Medici. Questo volume ci parla di una figura che ha operato nell'ombra, lasciando però una significativa eredità culturale.

Ottavio de’ Medici (1482-1546) apparteneva a un ramo cadetto della dinastia, discendente di Giovenco di Averardo. Suo padre, Lorenzo, fu stretto collaboratore di Lorenzo il Magnifico, risiedeva di fronte alla chiesa di San Marco e nel 1504 si iscrisse all’Arte della Lana. Ottaviano si mantenne distante dalla scena politica per i  primi quarant’anni della sua vita, lasciando spazio ai suoi fratelli e preferendo dedicarsi agli affari di famiglia, così da avere più tempo libero per coltivare i propri interessi culturali.

Il suo legame con i Medici fu saldo e profondo, intrecciando amicizie con Leone X e Clemente VII. Quest'ultimo lo scelse per incarichi di fiducia, affidandogli l’amministrazione dei beni medicei e l’educazione di Alessandro e Ippolito durante il loro soggiorno fiorentino. Per un breve periodo, fu anche tutore della giovane Caterina de’ Medici, destinata a diventare regina di Francia.

Pur nutrendo affetto per Cosimo I de’ Medici, durante il governo di questi, Ottaviano preferì ritirarsi dalla scena politica a causa della sua diversa concezione del mecenatismo. Mentre Cosimo considerava l’arte uno strumento di propaganda per rafforzare l’immagine del principe, Ottaviano ne aveva una visione più vicina a quella di Lorenzo il Magnifico, ritenendola un mezzo di formazione culturale ed etica. La sua idea di mecenatismo implicava un’affinità spirituale con gli artisti che sosteneva, un rapporto basato sulla condivisione di valori e aspirazioni piuttosto che sulla mera commissione di opere.

Ottaviano ebbe un ruolo di primaria importanza nella supervisione amministrativa della Villa di Poggio a Caiano, dimostrando una notevole capacità organizzativa e gestionale. In particolare, la sua influenza si rivelò determinante nella selezione di almeno due artisti di grande rilievo: Andrea del Sarto e il Franciabigio, entrambi fondamentali nella decorazione e realizzazione delle opere pittoriche della villa.

La sua vicinanza agli ambienti artistici del tempo lo portò a sviluppare profondi legami con alcune delle figure più eminenti del Rinascimento fiorentino. Fu non solo amico, ma anche un fervido sostenitore di Andrea del Sarto e Lorenzo di Credi, offrendo loro protezione e opportunità per esprimere pienamente il loro talento. Tuttavia, uno dei rapporti più significativi che intrattenne fu quello con il giovane Giorgio Vasari, che lo considerava una sorta di mentore e guida intellettuale. Grazie alla sua influenza e ai suoi consigli, Vasari poté affinare il proprio percorso artistico e intellettuale, gettando le basi per la sua carriera di pittore e storico dell’arte.

Il libro di Anna Maria Bracciante analizza con grande precisione le committenze artistiche di Ottaviano e il suo rapporto con gli artisti dell’epoca, dipingendo il ritratto di un uomo discreto ma influente.

Sebbene le sue tracce possano sembrare effimere nella grande storia, la sua impronta è rimasta viva nelle opere che contribuì a far nascere e nei pensieri di coloro che lo amarono e ne riconobbero la grandezza, da Andrea del Sarto a Pietro Aretino, da Giorgio Vasari a tanti altri.

Un libro che riscopre un protagonista dimenticato, ma essenziale, della cultura rinascimentale.



domenica 11 maggio 2025

“Il paggio e l’anatomista” di Walter Bernardi

La corte granducale di Ferdinando II de’ Medici fu un luogo di straordinario fermento culturale e scientifico, in cui l’Accademia del Cimento e l’Accademia della Crusca rappresentavano centri nevralgici di sperimentazione e innovazione. Tuttavia, dietro la facciata di progresso e ricerca, si celavano dinamiche di potere, rivalità e intrighi degni di una tragedia teatrale.

In quella corte, fortemente improntata al maschilismo, si muovevano personaggi dalle vite complesse e spesso contraddittorie: un ambiente dove l’omosessualità, seppur palesemente diffusa, non veniva mai apertamente dichiarata. 

Il desiderio di prestigio alimentava incessanti lotte interne, in cui la delazione e le maldicenze erano strumenti di guerra quotidiana. Non c’era scrupolo nel colpire gli avversari con ogni mezzo possibile, mentre la scienza conviveva con passioni e vendette in un intrico inestricabile di sapere e potere.

Tra i protagonisti di questa storia spicca il conte Bruto della Molara, amante per vent’anni del granduca Ferdinando II, figura enigmatica la cui influenza si intrecciava inesorabilmente con la politica e la vita di corte.

Altro protagonista della scena era Francesco Redi, il medico granducale, scienziato e letterato, uno degli ultimi ingegni veramente enciclopedici della cultura italiana.

Attorno a loro si animava un firmamento di studiosi, un mosaico di menti eccelse che trovavano nella corte medicea il luogo ideale per dare forma alle loro intuizioni: Vincenzo Viviani, devoto allievo di Galileo; Lorenzo Magalotti, sofisticato intellettuale e diplomatico; Giovanni Alfonso Borelli, pioniere della fisiologia e della fisica; Nicola Stenone, lo scienziato che avrebbe rivoluzionato la geologia. Nomi che hanno attraversato il tempo, lasciando un’eredità che superava le vicissitudini personali, accompagnando la corte fino agli anni di Cosimo III.

La corte di Ferdinando II de’ Medici non fu dunque soltanto un cenacolo di sapere, ma anche un teatro di passioni umane, dove ambizione, talento e desiderio si mescolavano in un affresco vibrante di luci e ombre.

Il saggio di Walter Bernardi ci invita a guardare questi uomini sotto una luce diversa. Non più come icone irraggiungibili, ma come esseri umani, immersi nelle loro contraddizioni, nelle loro lotte interiori, nella loro sete di conoscenza mescolata all’ambizione.

Attraverso un’attenta ricerca, l’autore riporta frammenti di corrispondenza che svelano il volto nascosto di questi protagonisti della scienza. Le lettere diventano testimonianze di dissidi, di confronti feroci, di alleanze e tradimenti, di dubbi che precedono ogni grande scoperta.

Bernardi suggerisce che molto è ancora celato negli archivi, che il passato non ha ancora rivelato tutti i suoi segreti. Il suo lavoro è più di un racconto storico: è un viaggio nei meandri dell’umano, un invito a leggere il passato con occhi nuovi, a riconoscere che il genio non esiste senza il suo contesto, senza le passioni, senza le fragilità che lo rendono profondamente autentico.



martedì 22 aprile 2025

“Claudia de’ Medici sul trono del Tirolo” di Louise von Mini-Hansen

Claudia de’ Medici (1604-1648), ultima figlia di Ferdinando I e Cristina di Lorena, fu una figura straordinaria per determinazione e lungimiranza.

La sua vita fu segnata da eventi drammatici e scelte coraggiose che la portarono a emergere come una delle donne più influenti della sua epoca.

Nel 1621, Claudia sposò Francesco Ubaldo Della Rovere, duca di Urbino, un matrimonio che si rivelò infelice a causa del carattere distante e arrogante del marito. L'unione generò una sola figlia, Vittoria Della Rovere, ma non riuscì a garantire la continuità dinastica del Ducato di Urbino, che tornò sotto il controllo papale. Rimasta vedova a soli diciannove anni, Claudia tornò a Firenze con la figlia e si ritirò in convento.

Il 25 marzo 1626, Claudia sposò per procura l'arciduca Leopoldo V d’Asburgo, diventando arciduchessa d’Austria e contessa del Tirolo. Questo secondo matrimonio fu felice e prospero, ma si concluse prematuramente con la morte di Leopoldo nel 1632. Nonostante le iniziali resistenze dell'imperatore, Claudia fu nominata reggente del Tirolo, seguendo le volontà testamentarie del marito, e governò con saggezza fino alla maggiore età del figlio primogenito, Ferdinando Carlo.

Claudia si distinse per la sua abilità politica e amministrativa in un contesto dominato dagli uomini e segnato dalla guerra. Fu una sovrana attenta ai bisogni dei suoi sudditi, promotrice del bilinguismo e delle arti, trasformando la corte di Innsbruck in un centro culturale di grande prestigio. Inoltre, incentivò gli scambi commerciali istituendo il Magistrato Mercantile, contribuendo a rafforzare l'importanza internazionale di Bolzano.

Profondamente cattolica, Claudia lasciò che la sua fede guidasse molte delle sue azioni, ma non permise mai che il suo ruolo di donna la relegasse ai margini. La sua determinazione e il suo spirito innovativo la resero una figura unica nel panorama politico e culturale dell'epoca.

La sua vita è narrata in forma di romanzo, una lettura piacevole e coinvolgente, sebbene non priva di gravi errori storici.

Tra gli errori presenti nel libro, spicca la congiura dei Pazzi, che l'autrice colloca erroneamente il lunedì di Pasqua invece che nell'ultima domenica di Pasqua, come realmente accaduto. Un altro errore riguarda il nome del fratello di Lorenzo de' Medici: nel libro è chiamato Piero, ma il suo nome era Giuliano (Piero era invece il nome del loro padre).

Particolarmente grave è la confusione tra Cosimo I e Cosimo il Vecchio, che l’autrice perpetua per diverse pagine. Louise von Mini-Hansen attribuisce a Cosimo I, nonno di Claudia, il merito di aver commissionato a Brunelleschi i lavori per la cupola del Duomo di Firenze, arrivando persino a definirlo il "talent scout" dell'architetto. Le date fornite nel testo (nascita 1519 e morte 1574) riferite a Cosimo I sono corrette, peccato che Brunelleschi visse molti anni prima (1377-1446), rendendo questa attribuzione evidentemente impossibile.

Gli errori genealogici e storici proseguono, ma anche limitandosi ai sopracitati, è evidente quanto incidano negativamente sulla qualità del volume.

La figura di Claudia de’ Medici rimane affascinante e merita di essere ricordata per il suo contributo alla storia e alla cultura del suo tempo, ma le gravi inesattezze riportate nel libro rendono difficile consigliare la lettura dell’opera. Un vero peccato.

 



giovedì 27 marzo 2025

“Per ornamento dello Stato, per utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri” a cura di Samuele Lastrucci

Dal 2001, ogni 18 febbraio, Firenze celebra il giorno dedicato alla memoria di Anna Maria Luisa de’ Medici, ricorrenza che segna l'anniversario della morte dell'Elettrice Palatina, ultima discendente del ramo granducale dei Medici. Questo tributo sottolinea il suo straordinario apporto alla tutela del patrimonio culturale della città e della Toscana.

Grazie alla sua visione e determinazione, Firenze e l'intera regione hanno potuto preservare una concentrazione ineguagliabile di opere d'arte e documenti d'archivio.

Diversamente da ciò che accadde in altri Stati italiani, dove collezioni come quelle Farnese del Ducato di Parma e Piacenza furono trasferite a Napoli o quelle del Ducato di Urbino finirono in Toscana come eredità di Vittoria della Rovere, Anna Maria Luisa de’ Medici riuscì a proteggere le collezioni medicee da una simile dispersione.

Con la Convenzione sottoscritta il 31 ottobre 1737 insieme a Francesco Stefano di Lorena, l'Elettrice stabilì il vincolo delle collezioni alla città di Firenze e alla Toscana, un atto di coraggio straordinario per il suo tempo.

Il volume offre le copie anastatiche del celebre "Patto di Famiglia" in francese e in italiano, insieme a documenti correlati, come la ratifica di Francesco Stefano di Lorena, le lettere e l'Inventario delle gioie di Casa Medici. Questi preziosi materiali, conservati nell'Archivio di Stato di Firenze (fondo Trattati internazionali al n. 56), permettono di approfondire il contesto storico dell'accordo.

Le intenzioni di Anna Maria Luisa non si limitavano a tutelare le sole opere d'arte: ella desiderava infatti salvaguardare argenti, mobili, reliquie e altri beni preziosi delle guardarobe, ville e palazzi di città e campagna. Tuttavia, il testo definitivo della Convenzione escluse questi oggetti, considerandoli d'uso quotidiano, il che ne consentì purtroppo la dispersione.

Un'importante sezione del volume, curata da Samuele Lastrucci, approfondisce la complessa situazione politica europea ai tempi di Cosimo III e di Gian Gastone, facendo chiarezza anche sulla natura degli Stati medicei, natura che in verità appariva piuttosto confusa ieri come oggi.

Il volume, pubblicato dalla Regione Toscana, mira a coinvolgere cittadini e studiosi nella riscoperta della storia legata alla trasmissione del patrimonio mediceo. Attraverso le sue pagine, viene messo in evidenza il ruolo fondamentale svolto dall'Elettrice Palatina nel definire l'identità culturale di Firenze e della Toscana.

La sua lungimiranza non solo ha salvaguardato un patrimonio inestimabile, ma ha anche anticipato i tempi, gettando le basi per la nascita del turismo culturale come lo intendiamo oggi.





venerdì 21 marzo 2025

“Don Antonio de’ Medici e i suoi tempi” di Filippo Luti

Quando nel 1587 Francesco I de’ Medici e Bianca Cappello morirono in misteriose circostanze a poche ore di distanza l’uno dall’altro, il figlio Antonio aveva appena undici anni.

La tragica scomparsa dei granduchi portò molti a incolpare, oggi si ritiene ingiustamente, il futuro granduca Ferdinando I. Tuttavia, è certo che Ferdinando orchestrò un inganno a danno di Don Antonio.

Infatti, questi era nato fuori dal matrimonio, quando Francesco I era ancora sposato con Giovanna d’Austria. Dopo il matrimonio con Bianca, Francesco lo legittimò come suo erede. Ferdinando, però, insinuò dubbi sulla paternità di Francesco e persino sulla maternità di Bianca.

La figura di Don Antonio è senza dubbio una delle meno conosciute del panorama mediceo, ma in verità si tratta di un personaggio molto interessante e di notevole spessore.

Dimostrò sin da giovane straordinarie doti diplomatiche e militari, anche se fu costretto ad abbandonare quasi subito la carriera militare per motivi di salute. Uomo colto e affascinato dal sapere scientifico, ebbe contatti con personaggi illustri del tempo, tra cui Galileo Galilei. Appassionato di musica e spettacolo, fece costruire un teatro nel Casino di San Marco, eletto a sua dimora in città. Proprio qui fu messa in scena l’Euridice di Ottavio RInuccini, sotto la direzione di Giulio Caccini.

Don Antonio non fu appassionato solo di musica e teatro, di scienza e alchimia, di caccia, cavalli e armi, che fabbricava egli stesso, ma mostrò grandissimo interesse anche per l’arte e il collezionismo. Oltre a busti, statue e bassorilievi possedeva una meravigliosa quadreria. Alcuni artisti presenti nelle sue collezioni: Andrea del Sarto, Leonardo Da Vinci, Raffaello, Mantegna, Botticelli, Michelangelo, Pontormo e Giambologna.

Nonostante la frode che Ferdinando I attuò nei confronti del nipote, i loro rapporti furono molto stretti; il granduca di fatto si appoggiò moltissimo al nipote del quale riconosceva la vasta cultura e  le grandi doti diplomatiche.

Il rapporto con la corte si raffreddò sempre più dopo la morte di Ferdinando. Don Antonio aveva acconsentito alla richiesta dello zio di entrare nell’Ordine dei Cavalieri di Malta accettando di conseguenza il celibato, ma durante la sua vita ebbe due compagne che gli diedero quattro figli. Preoccupato per il futuro dei suoi eredi, Don Antonio avviò cause legali per garantirne il benessere, cause che si protrassero anche dopo la sua morte.

L’opera di Filippo Luti offre l’analisi più completa sulla vita di Don Antonio, superando in dettaglio quella di Pier Francesco Covoni (“Don Antonio de' Medici al casino di San Marco”) di fine Ottocento e il lavoro più recente di Paola Maresca (“Don Antonio de’ Medici. Un principe alchimista nella Firenze del '600, 2018).

Don Antonio de’ Medici e i suoi tempi” è un saggio molto ben articolato ed esaustivo, corredato di una vasta bibliografia, tantissime citazioni e ricco di richiami al cospicuo patrimonio epistolare.

Un vita, quella di Don Antonio, caratterizzata da intrighi, cultura e dedizione alla famiglia, che lo rendono una figura del suo tempo oltremodo affascinante.




giovedì 13 febbraio 2025

“Bianca Cappello” Atti del secondo convegno: le signore di Firenze

Nello scorso dicembre, al Palagio di Parte Guelfa, si è tenuto il secondo convegno dedicato alla scoperta e riscoperta delle donne di Casa Medici. Dopo un primo seminario incentrato su Anna Maria Luisa de’ Medici, questo secondo incontro ha puntato i riflettori su Bianca Cappello, con l’obiettivo di fare chiarezza sulle sue vicende umane e storiche.

I convegni organizzati dall’Associazione degli Amici del Museo Stibbert colmano una significativa lacuna nella storia della Toscana, riportando l’attenzione sull’importante contributo delle donne della Famiglia Medici, protagoniste della storia al pari dei loro padri, mariti e figli, sebbene spesso trascurate dalla storiografia.

La figura di Bianca Cappello è alquanto controversa, sia per il suo avventuroso arrivo a Firenze, sia per la sua morte, avvenuta poche ore dopo quella del secondo marito, Francesco I de’ Medici. Le maldicenze attribuirono la colpa al cognato Ferdinando de’ Medici, futuro terzo Granduca di Toscana.

Nei vari interventi riportati in questi atti, si cerca non solo di chiarire l’improbabile coinvolgimento di Ferdinando I nella morte del fratello e di Bianca Cappello, ma anche di esaminare le motivazioni alla base di tali calunnie e le origini dell’ostilità del cardinale nei confronti della cognata.

Molti elementi interessanti emergono da queste pagine sulla famiglia di Bianca Cappello, in particolare sul legame del padre di lei con Cosimo de’ Medici, legame nato molti anni prima. Vi sono inoltre riferimenti e aneddoti sull’educazione della giovane veneziana, che aiutano a comprendere sia la sua fuga a Firenze con Pietro Bonaventuri, sia l’attrazione di Francesco de’ Medici per lei, che la portò a diventare prima la sua amante e poi, una volta rimasti entrambi vedovi, sua moglie.

Bianca Cappello era una donna di straordinaria bellezza, ma il profondo legame tra lei e Francesco aveva radici ben più profonde, come la condivisione degli interessi legati alla scienza alchemica.

In queste pagine viene dato ampio risalto ai fondamentali della dottrina alchemica, ma altrettanto spazio è dedicato anche all'influenza che essa esercitò sulla vita di Bianca Cappello e Francesco de’ Medici. Questo lo troviamo ancora oggi riflesso nelle decorazioni delle loro dimore, ma anche nella rilettura dell'atteggiamento che Francesco tenne nei confronti di Bianca in alcune particolari circostanze.

Un volume prezioso per chi desideri ottenere una visione più completa e approfondita della figura di Bianca Cappello, ma anche una lettura che pone le basi per ulteriori ricerche sull’argomento.





giovedì 21 novembre 2024

“Deo simillimum principem” a cura di Samuele Lastrucci

Il catalogo della mostra per i 300 anni dalla morte di Cosimo III de’ Medici, inaugurata nell’ottobre del 2023 a Palazzo Strozzi Sacrati (Firenze), offre una nuova prospettiva sulla figura del Granduca.

Cosimo III è stato spesso ricordato come un sovrano rigido e bigotto, noto per aver imposto tasse su ogni cosa, persino sulle parrucche, e per aver vissuto gli ultimi anni della sua vita ossessionato dalla questione della successione dinastica. Descritto quasi come una macchietta, Cosimo fu a lungo osteggiato da una moglie capricciosa e caparbia, che lo abbandonò insieme ai figli per tornare in Francia, senza mai più fare ritorno.

Cosimo III visse fino alla veneranda età di ottantuno anni, un traguardo notevole per l’epoca. Non si possono di certo negare i tanti difetti e le mancanze che lo contraddistinsero nel corso della sua esistenza, ma in verità non possiamo neppure esimerci oggi dal riconoscergli anche alcuni meriti.

Durante la sua lunga vita, viaggiò moltissimo e si distinse per le sue maniere. Amante della botanica, diede notevole impulso agli studi naturalistici e allo sviluppo degli orti botanici di Pisa e Firenze. Fu anche un uomo di cultura e un mecenate, istituendo l’Accademia Fiorentina a Roma. Inoltre, a lui si deve la promulgazione del primo disciplinare vinicolo della storia, con il bando del 1716 che delimitò le quattro zone di produzione del Chianti, del Pomino, del Valdarno di Sopra e del Carmignano.

Questo volume, come la mostra stessa a cui fa riferimento, sono nati con l'intento di fare luce sulle diverse sfaccettature che contraddistinsero la figura di Cosimo III de’ Medici.

La bigotteria di Cosimo, per quanto irritante e fastidiosa, potrebbe essere mitigata ai nostri occhi se si considerasse che l’uso da lui fatto della religione fu anche di natura politica e non solo strettamente di natura religiosa. La stessa Vittoria della Rovere non fu la donna bacchettona che la storia ci ha tramandato. Come il figlio, anche lei fu una grande appassionata di botanica e di scienza; non possiamo neppure trascurare il fatto che proprio a lei si dovesse l’istruzione di prim’ordine che venne impartita ad Anna Maria Luisa e a Gian Gastone.

Il matrimonio di Cosimo III con Marguerite Louise d’Orléans fu indubbiamente un fallimento, sebbene all'epoca potesse essere considerato un vero capolavoro dal punto di vista diplomatico.

Marguerite Louise d’Orléans, principessa del sangue, cugina del Re Sole, nonché sorellastra della famosa Anne Marie Louise De Montpensier, anche conosciuta come la Grande Mademoiselle, crebbe in un clima di emancipazione sociale e culturale. Questo fatto non può certamente giustificare il comportamento capriccioso e ostinato che Marguerite Louise tenne durante la sua permanenza sul suolo toscano, né la decisione di tornare in patria abbandonando marito e figli, ma potrebbe forse in parte mitigare il giudizio negativo che la storia le ha sempre riservato.

"Deo simillimum principem" è un libro che getta uno nuovo sguardo su Cosimo III, sul suo operato e sul suo governo. Un catalogo ragionato che invita a esplorare quanto ancora è rimasto nascosto tra le pieghe del tempo. Una pubblicazione che analizza ogni aspetto della vita del Granduca e del periodo storico in cui visse, un periodo che dal punto di vista politico fu tutt'altro che semplice.

Nessun aspetto che lo riguardi viene tralasciato: dalla sua educazione ai viaggi, dalle scienze ai personaggi eccezionali che vissero alla sua corte, come il Redi e il Tilli per citarne solo alcuni, fino all'attività militare e alla politica estera del Granducato di Toscana. Il libro riporta in appendice perfino un interessante documento musicale, ossia la prima trascrizione diplomatica di una “Serenata fatta in Firenze per la Sera della Nascita del Ser.mo Principe Sposo di Toscana il 14 Agosto 1662”.

 


giovedì 1 agosto 2024

“Un principe di Toscana in Inghilterra e in Irlanda nel 1669” a cura di Anna Maria Crinò

Si tratta del testo originale completo della relazione ufficiale del viaggio che Cosimo III de’ Medici compi nel 1669 in Inghilterra e in Irlanda.

Il testo è presente in due bei codici cartacei manoscritti illustrati da numerosi acquarelli conservati presso la Biblioteca Mediceo Laurenziana. Di questa relazione ufficiale esiste anche un secondo esemplare, senza pretese estetiche, ma più corretto come testo conservato presso la Biblioteca Centrale di Firenze. Anna Maria Crinò ha preferito quindi riprodurre questo secondo esemplare che contiene anche un’appendice sullo stato generale dell’Inghilterra dell’epoca.

Il testo è preceduto da un’interessante introduzione della curatrice in cui vengono evidenziati sia i criteri da lei usati per la riproduzione del testo sia una sintesi ragionata su quello che attende il lettore di questa “Relazione ufficiale del viaggio di Cosimo de’ Medici tratta dal Giornale di L. Magalotti”.

Non si tratta di quella che si potrebbe definire una lettura scorrevole, ma si tratta di un testo molto interessante sia per le descrizioni dei luoghi sia per il racconto dell’accoglienza riservata a Cosimo dal Re d’Inghilterra, dalla famiglia reale e dalle più importanti famiglie del regno.

Tanti i particolari curiosi narrati come le pagine dedicate alle sette religiose, al governo, alla personalità degli inglesi, alla storia recente del Paese o le pagine dedicate alla navigazione.

Cosimo visitò Londra negli anni subito successivi a quelli dell’incendio (1666) in cui gran parte della città antica andò distrutta; di particolare interesse sono alcuni dettagli raccontati di prima mano su come si presentasse all’epoca Londra e in particolare è suggestiva la descrizione dei resti della Cattedrale di Saint Paul che sarà ricostruita solo negli anni avvenire.

Il testo venne attributo negli corso degli anni ora al Marchese Filippo Corsini ora al conte Lorenzo Magalotti, l’attribuzione più probabile è quella del Magalotti.

Anche sulla datazione ci sono diverse ipotesi, la più accreditata è però quella che ritiene il testo definitivo redatto nel 1689, ben vent’anni dopo il viaggio compiuto da Cosimo.

Da sottolineare una particolarità del volume edito nel 1968 da Edizioni di Storia e Letteratura: si tratta di un libro intonso ovvero un volume che per scelta editoriale presenta i fogli non rifilati così da dover essere separati con il tagliacarte. Un tocco nostalgico che ho apprezzato molto.