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mercoledì 16 settembre 2026

“Miti d’amore” di Umberto Curi

Che cosa accade quando l’amore incontra la conoscenza? E, soprattutto, è possibile amare senza perdere la capacità di conoscere, oppure l’amore porta inevitabilmente con sé una forma di cecità?

È attorno a queste domande che si sviluppa la riflessione di Umberto Curi, che esplora i meandri più segreti dell’esperienza amorosa attraverso alcune delle più celebri rappresentazioni mitiche che la cultura occidentale ha elaborato, dall’antica Grecia fino ai giorni nostri.

Il punto di partenza è la concezione platonica dell’amore: secondo Platone, l’amore penetra nell’animo umano attraverso il più nobile dei sensi, la vista. Vedere l’altro significa essere colpiti dalla sua bellezza e, attraverso quella bellezza sensibile, intraprendere un percorso di elevazione che conduce progressivamente verso una dimensione superiore, quella del mondo intelligibile.

Ma, nel corso dei secoli, questa immagine dell’amore subisce una trasformazione radicale.

All’inizio del Duecento si aggiunge stabilmente all’iconografia di Cupido un elemento destinato a diventare caratteristico: la cecità. Il dio dell’amore viene rappresentato bendato, mentre scaglia i suoi dardi senza poter vedere le proprie vittime e, dunque, senza fare distinzioni di sesso, condizione sociale o appartenenza. La sua azione è imprevedibile e sottratta al controllo della ragione.

È una trasformazione tutt’altro che marginale. Poco alla volta, alla visione platonica dell’amore come forza capace di strappare l'essere umano ai limiti della pura sensibilità per condurlo verso una forma più alta di conoscenza, si affianca e talvolta si sostituisce una concezione quasi opposta: l’amore non eleva, ma acceca.

La cecità di Cupido diventa allora metafora della perdita delle facoltà intellettuali. Di fronte alla forza dell’amore sembra non esserci una terza possibilità: o ci si lascia dominare dal desiderio, accettando di diventare ciechi e di rinunciare alla piena capacità di conoscere, oppure si sceglie la strada della conoscenza, sottraendosi alle lusinghe dell’amore.

Amore o conoscenza, dunque?

La contrapposizione, tuttavia, non è così semplice. Già Goethe, negli anni della giovinezza, osservava che non si impara a conoscere se non ciò che si ama e che, quanto più profonda e completa deve essere la conoscenza, tanto più intenso, energico e vivo deve essere l’amore. Un’intuizione che si può accostare alla celebre formula attribuita a Leonardo da Vinci: ogni grande amore è figlio di una grande conoscenza.

È proprio in questa apparente contraddizione che si inserisce la ricerca di Curi.

Il rapporto fra amore e conoscenza, infatti, non viene affrontato soltanto nei grandi trattati filosofici. Anzi, secondo Curi, è soprattutto nei racconti, quelli che i Greci chiamavano mythoi e i Latini fabulae, che questa relazione trova una delle sue forme più ricche e profonde.

Il mito diventa così uno strumento di indagine filosofica.

Il libro si sviluppa attraverso sette capitoli e propone un vasto repertorio di narrazioni amorose, mostrando come una delle questioni più antiche e ricorrenti della filosofia occidentale, quella relativa alla natura dell’amore e al suo rapporto con la conoscenza, possa essere affrontata proprio attraverso la forza simbolica del mito.

Si parte dall’antica Grecia e da Platone, con il celebre mito dell’androgino, per attraversare figure e storie destinate a imprimersi nell’immaginario occidentale: Eco e Narciso, Orfeo ed Euridice, Amore e Psiche. Il percorso prosegue poi verso la letteratura più vicina ai giorni nostri, incontrando la storia di Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta e, infine, Don Giovanni.

Ma Curi non si limita a presentare una successione di miti.

Le diverse storie vengono messe in relazione tra loro, confrontate, sovrapposte e osservate nelle loro trasformazioni. Il mito non viene considerato come un racconto immobile, appartenente esclusivamente al passato, ma come una materia viva, capace di cambiare forma attraversando epoche, linguaggi e culture.

È forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro: seguire il mito nel tempo significa osservare come cambino anche il modo di intendere l’amore, il desiderio, la conoscenza e il rapporto fra ragione e passione.

Nel caso dei miti dell’antica Grecia, l'analisi appare particolarmente precisa e concentrata sulla struttura originaria delle narrazioni e sul loro significato filosofico. Quando il percorso si sposta verso la modernità, invece, l'indagine si amplia e assume anche una forte dimensione filologica e intertestuale.

Il mito viene seguito nelle sue diverse versioni, nelle riscritture e nelle reinterpretazioni, fino a mostrare come una stessa storia possa assumere significati profondamente diversi a seconda dell'epoca e dell'autore che la racconta.

Un esempio particolarmente significativo è quello del Don Giovanni. Non viene analizzata soltanto la figura letteraria del seduttore, ma anche la sua evoluzione e la sua trasposizione musicale, fino al celebre Don Giovanni di Mozart.

È un procedimento che permette di comprendere come il mito non abbia una sola origine e una sola forma definitiva. Esso cresce, si modifica, viene riscritto e continuamente riattivato dalla cultura che lo accoglie.

Da una parte c'è l'eredità platonica, secondo la quale l'amore può diventare il punto di partenza di un percorso verso una conoscenza più alta. Dall'altra c'è l'immagine di Cupido bendato, simbolo di una passione irrazionale che sottrae all'uomo la capacità di giudicare e di vedere con chiarezza.

Tra queste due immagini si muove l'intera tradizione occidentale.

Ed è forse proprio per questo che i miti continuano a parlarci. Perché non offrono risposte definitive, ma mettono in scena le nostre contraddizioni: il desiderio di conoscere e, nello stesso tempo, il bisogno di abbandonarci a ciò che non possiamo controllare; la ricerca della verità e la seduzione dell'illusione; la ragione e la passione.

Seguire le tracce dell'amore attraverso questi racconti significa allora attraversare una parte essenziale della nostra stessa cultura e, in qualche modo, anche di noi stessi.

Perché, come suggerisce il percorso di Curi, forse amore e conoscenza non sono davvero due strade alternative. Forse, al contrario, è proprio nel loro incontro, e nella loro tensione, che si nascondono alcune delle domande più profonde sull’esperienza umana.



domenica 30 agosto 2026

“Machiavelli, un uomo di parole” di Jean-Louis Fournel e Jean-Claude Zancarini

Machiavelli è uno scrittore. È questo l’incipit del saggio, che raccoglie una serie di interventi precedentemente pubblicati dai due autori dagli anni Novanta sino a oggi, preceduti da un’ampia introduzione e chiusi da un epilogo che torna su alcuni nessi e aggiorna alcuni dati biografici.

 

L’intento del volume è quello di avvicinarsi agli scritti di Machiavelli attraverso un’analisi filologica, riportando l’attenzione sulla concretezza della sua scrittura e sul contesto nel quale essa nasce. Machiavelli, infatti, non è soltanto l’autore di opere e trattati destinati alla riflessione politica: in qualità di segretario della Repubblica fiorentina è quotidianamente impegnato nella scrittura. Lettere, dispacci, relazioni, documenti: la parola è per lui anche uno strumento di lavoro, necessario per affrontare concretamente gli avvenimenti del proprio tempo.

 

Machiavelli, dunque, scrive dal presente, del presente e per il presente.

Che i suoi testi siano oggi considerati fondamentali per la letteratura italiana è un dato indiscutibile, ma, secondo la prospettiva proposta dal saggio, questo rappresenta quasi un effetto collaterale della loro originaria funzione storico-politica. Machiavelli scrive perché deve comprendere ciò che accade, interpretarlo e, soprattutto, indicare come agire.

 

E in questa scrittura non va trascurato un altro elemento: l’ironia. L’umorismo, il sarcasmo, l’ambiguità e talvolta il paradosso non sono semplicemente ornamenti stilistici, ma possono diventare veri e propri strumenti politici. Anche attraverso l’ironia Machiavelli mette in discussione certezze, smaschera comportamenti e rende più incisiva la propria analisi del potere.

 

Il tempo di Machiavelli è, del resto, un’epoca nuova. Sono gli anni delle Guerre d’Italia, un periodo nel quale cambia profondamente non soltanto l’assetto politico della penisola, ma anche il modo stesso di concepire e condurre la guerra. È proprio il conflitto a mettere in evidenza l’inadeguatezza delle truppe mercenarie e la necessità di ripensare strumenti, eserciti e strategie.

 

Anche la lingua della politica deve quindi adeguarsi a una realtà in trasformazione. Non necessariamente attraverso l’invenzione di neologismi, ma attraverso parole già esistenti che acquistano significati nuovi, diventano progressivamente plurisemantiche e assumono, a seconda dei contesti, sfumature differenti.

Gli scritti di Machiavelli, dunque, non sono rivolti innanzitutto ai lettori del futuro o ai posteri. Nascono per affrontare il presente, per interpretarlo e per suggerire una possibile azione. Il Principe può certamente essere letto come un’opera filosofica, come un libro di pensiero e di teoria politica, ma non è soltanto questo: è prima di tutto un testo profondamente legato alla concretezza della politica e alla necessità di agire.

Devo ammettere che il saggio è molto diverso da quello che mi aspettavo. Non immaginavo di trovarmi di fronte a un lavoro prevalentemente filologico, ma dinnanzi a un commentario delle opere di Machiavelli. L’impostazione scelta dagli autori è invece un’altra e, proprio per questo, offre diversi spunti interessanti.

 

Ho trovato particolarmente valide anche le analisi dedicate ai testi di Savonarola e Guicciardini, utili per individuare affinità e differenze rispetto agli scritti machiavelliani. Questi confronti permettono di collocare il pensiero di Machiavelli all’interno di un contesto storico e culturale più ampio e, nello stesso tempo, consentono di osservare l’evoluzione della lingua e il suo diverso utilizzo in relazione a concezioni differenti dello Stato, della politica e della storia.

 

Resta, tuttavia, una mia personale perplessità. Gli autori sono francesi e, leggendo il saggio, mi è capitato più volte di avere la sensazione che alcune parole di Machiavelli vengano sottoposte alla ricerca di doppi significati, allusioni o sfumature che, per un lettore italiano, possono risultare invece più immediate.

Mi sono quindi chiesta quanto alcune di queste interpretazioni possano essere influenzate dalla distanza linguistica e culturale degli autori. Ma, allo stesso tempo, mi sono domandata anche quanto proprio quella distanza possa produrre una maggiore attenzione, e forse persino intuizioni che a un lettore italiano, troppo vicino alla lingua e alla tradizione culturale, potrebbero sfuggire.

 

L’idea di fondo del saggio rimane, a mio avviso, molto valida. Gli autori affrontano Machiavelli e il suo pensiero attraverso una lente diversa da quella alla quale siamo abituati, riportando l’attenzione sulla concretezza della sua scrittura, sul rapporto con il proprio tempo e sulla funzione che le parole avevano nel momento in cui venivano scritte.

 

Machiavelli non parla né la lingua dei principi né quella dei sudditi: parla la lingua di un uomo di mestiere, costantemente alla ricerca di un’impossibile conciliazione tra la singolarità dei casi concreti e la necessità delle regole.

È proprio nelle parole e nei testi che gli autori individuano le tracce di una lingua volgare della politica ancora giovane, non fissata, mutevole, impegnata a dare forma a realtà pratiche e teoriche altrettanto nuove, fragili, non ancora definite e dai confini instabili.

 

A cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, i fiorentini che, come Machiavelli, scrivono e pensano la politica e la guerra si trovano a confrontarsi con un presente difficile da interpretare. Sono alla continua ricerca di forme adeguate per rendere conto di una realtà spesso inafferrabile. L’inquietudine, l’incertezza di fronte al corso degli eventi e la consapevolezza di vivere una situazione di emergenza spingono alla ricerca delle parole necessarie per raccontare e definire la qualità dei tempi.

E quanto ci è familiare tutto questo?

Anche noi viviamo in un’epoca di profonde trasformazioni: nuovi equilibri geopolitici, guerre, crisi internazionali, rivoluzioni tecnologiche, intelligenza artificiale, nuovi strumenti di comunicazione e un mondo nel quale ciò che sembrava stabile può cambiare in tempi rapidissimi.

La domanda che attraversa gli scritti di Machiavelli “come comprendere un mondo che cambia e quali parole utilizzare per descriverlo?” non appartiene soltanto al suo tempo.

È anche la nostra domanda.

 

Forse è proprio per questo che Machiavelli continua a essere così attuale. Non perché le sue risposte possano essere semplicemente trasferite nel presente, ma perché ci costringe ancora oggi a interrogarci sul rapporto tra parole, politica, storia e azione.

 

A più di cinque secoli di distanza, continuiamo a cercare parole capaci di raccontare un mondo nuovo mentre quel mondo sta ancora cambiando. E forse è proprio questa la vera attualità di Machiavelli: non averci lasciato soltanto delle risposte, ma averci insegnato a cercare, nelle parole e nella realtà, gli strumenti necessari per comprendere il proprio tempo.

 

 



lunedì 30 dicembre 2024

“La misteriosa tecnica della vecchia gatta” di Issai Chozanshi

Issai Chozanshi, autore di “La misteriosa tecnica della vecchia gatta” e “Il discorso del demone sulle arti marziali”, i due testi proposti in questo volume a cura di Tea Pecunia, era un samurai vissuto tra il 1659 e il 1741 a Sekiyado. Non era un maestro di spada, ma conosceva molto bene quest’arte e la sua filosofia.

Padroneggiare le arti marziali significa comprendere i principi di armonia ed equilibrio, significa capire quando sia saggio ingaggiare lo scontro e quando ritirarsi. Padroneggiare le arti marziali presuppone il raggiungimento di uno stato di non-mente (mushin) ossia di uno stato in cui la mente è libera da condizionamenti e da pensieri disturbanti quali rabbia, ignoranza, avidità. Tale stato prevede il superamento dell’ego: l’individuo non identificandosi più con i propri pensieri, le proprie emozioni e i propri ricordi, non si sente più separato dal resto del mondo, ma diviene parte di un insieme raggiungendo così l’armonia.

Ecco, allora, che gli insegnamenti dell’arte della spada di Issai Chozanshi risultano essere utili anche nella vita di tutti i giorni per capire come reagire alle inevitabili avversità della nostra quotidianità.

I racconti in breve:

La storia della tecnica della vecchi gatta. Lo spadaccino Shōken è alle prese nella sua abitazione con un grosso topo. Non riuscendo a liberarsene chiede aiuto a diversi abili gatti, ma tutti falliscono. Fa ricorso allora ad una vecchia gatta che riesce invece immediatamente a sbarazzarsi del topo. Inchinandosi a lei, Shōken e i gatti la interrogano su come sia riuscita nell’impresa, pregandola inoltre di illustrargli la sua tecnica.

Il discorso del demone sulle arti marziali. L’autore racconta di essersi recato in montagna alla ricerca dei tengu, demoni dalla forma di mezzo uomo e mezzo uccello dotati di poteri soprannaturali, per essere edotto da questi sull’arte della spada. I tengu si manifestarono e a turno iniziarono a raccontare fino a quando prese la parola un tengu maggiore.

Entrambe queste brevi favole filosofiche specificano che gli insegnamenti di per sé non possono produrre frutti. L’esercizio e la costanza sono fondamentali mentre se ci si limita a leggere i libri senza esercitarsi il principio non agisce sul corpo.

Ho letto molti volumi curati da Tea Pecunia, ma questo si discosta notevolmente dagli altri. Vero, alcuni concetti sono ricorrenti, ma complice forse la cultura di Issai Chozanshi che fu influenzata da dottrine che spaziavano dallo zen al taoismo, dal neoconfucianesimo allo shintoismo, quanto riportato in questo libro risulta un insegnamento un po’ più ostico da fare proprio e interiorizzare.

Insomma, una bella sfida, in linea con gli insegnamenti della vecchia gatta: Ora dovete semplicemente riflettere da soli sulle cose e cercare dentro voi stessi. Un maestro può solo insegnare la teoria, ma comprendere la verità è qualcosa che spetta a voi. Questo processo si chiama “afferrare da soli” (…)

 


mercoledì 1 maggio 2024

“Unisono” di Andrea Fatale

Siamo noi a scegliere i libri o sono loro che scelgono noi? Risposta che sembrerebbe scontata, ma non lo è più quando ci accorgiamo che un volume, che era lì ad aspettarci da mesi, capita improvvisamente tra le nostre mani al momento giusto.

Andrea Fatale probabilmente direbbe che nulla accade per caso perché, anche se non ne siamo consapevoli, per ognuno di noi il destino è già stato scritto. Attenzione, questo non significa che bisogna rinunciare a vivere, ma semplicemente che bisogna assecondare il flusso della vita senza opporvisi.

In particolare egli pone l’accento sul fatto che oggi, nella società moderna, manchi del tutto la capacità di avvertire quella dimensione “sacra” dell’esistenza umana che va oltre la realtà ordinaria ed è afferrabile solo attraverso l’intelletto.

Il suo intento con questo libro è quello quindi di aiutarci a comprendere come l’attuazione di una rivoluzione interiore sia per noi l’unica via percorribile per far fronte alla dissennata epoca in cui viviamo. 

Per quanto noi ci si sforzi, infatti, di spiegare l’universo attraverso la logica e la scienza, non possiamo continuare ad ignorare che quanto intuiamo sia in realtà solo una piccolissima parte di un qualcosa di infinitamente più grande, impossibile da comprendere nella sua vastità.

Il saggio attinge alla sapienza dei Misteri, prende in esame ogni tipo di filosofia e religione, orientale e occidentale, dalle origini fino ad oggi, senza tralasciare di esaminare persino la meccanica quantistica. Riesce così a dimostrare come tutti quanti questi dogmi, dottrine e discipline, seppur così differenti tra loro, abbiano un forte denominatore comune.

L’intento di questo saggio è quello di tentare di sradicare quella nociva abitudine nella quale noi tutti indulgiamo ovvero l'arrovellarsi nel continuo vano tentativo di controllare ciò che non è possibile controllate.

Noi viviamo sempre in perenne oscillazione tra la nostalgia per il passato e l’ansia per un futuro che è solo incertezza. Sempre in bilico tra il desiderio di ritrovare ciò che abbiamo perduto nel passato e il timore per quello che ci aspetta domani. Quello che più di tutto ci provoca dolore è l’attaccamento, per questo è oltremodo necessario imparare a lasciare andare e vivere pienamente il qui e ora.

Solo mettendo, poi, l’amore al centro possiamo davvero ritrovare la nostra serenità, perché ognuno di noi è solo una parte dell’insieme. Mettere da parte l’ego, ritornare a fare parte di una comunità, far rivivere lo spirito di fratellanza è quello di cui abbiamo davvero bisogno per stare bene e sentirci realizzati. 

Potrebbero sembrare concetti semplici, ma non lo sono affatto quando si cerca di metterli in pratica soprattutto oggigiorno in una società dove siamo sempre più iperconnessi e allo stesso tempo sempre più soli.

Il saggio di Andrea Fatale è molto ben articolato ed esaustivo, ma a tratti può risultare un po’ ostico per i neofiti. Come suggerisce Alberto Camici nella prefazione, il consiglio è quello di andare spediti avanti nella lettura perché pagina dopo pagina vedrete che le nebbie si diraderanno e i concetti espressi non saranno più così difficili da recepire.

Sarei bugiarda se non vi dicessi che all’inizio sono stata tentata di avvalermi del terzo diritto del lettore di Pennac, ovvero quello di abbandonare la lettura del libro, ma sono contenta di non averlo fatto perché da questo libro si possono davvero trarre insegnamenti utili e importanti.

Un passaggio in particolare credo meriti di essere citato perché sintetizza in poche parole quanto espresso dall’autore nel suo libro; si tratta di una bellissima definizione che egli dà della vita:

La vita è come un arcobaleno composto da tanti colori con mille sfumature diverse. Molti, traditi dalla loro superficialità, vedono pochi colori o magari solo uno…  Chi invece con gioia offre se stesso alla vita si gode la pienezza di uno spettacolo meraviglioso! È tutta questione di consapevolezza.

 



sabato 26 agosto 2023

“Democrazia machiavelliana” di John P. McCormick

Niccolò Machiavelli, secondo il pensiero di John P. McCormick, non fu né un consigliere di tiranni né un teorico repubblicano, ma un acuto studioso delle repubbliche del passato preoccupato di trovare degli strumenti di potere atti a contenere le élites.

Analizzando “Il Principe” e altri scritti, ma soprattutto prendendo in esame quanto scritto nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, il professor McCormick mette in risalto come, per il politico fiorentino, la libertà dipenda da istituzioni che incoraggino la diffidenza popolare nei confronti dei membri più ricchi e influenti della società e del governo. Machiavelli auspica un conflitto di classe in quanto ritiene che questo, se istituzionalizzato, possa favorire la libertà. 

Le élites tendono a scegliere un principe che appartenga alla loro stessa classe sociale perché pensano di poterlo in qualche modo manipolare in virtù degli interessi comuni. Esse desiderano il potere illimitato mentre il popolo chiede giustizia e uguaglianza, in quest’ottica quindi la partecipazione del popolo è costruttiva e positiva.

“Democrazia machiavelliana” è un articolato e corposo saggio in cui non si analizza solo il pensiero di Machiavelli, ma si prende in esame anche come questo sia stato, nel corso dei secoli, interpretato e talvolta applicato da statisti, filosofi e politici di correnti e paesi diversi.

John P. McCormick ritiene fondamentale, per una giusta interpretazione del corpus delle opere machiavelliane, considerare i destinatari delle opere stesse. In particolare, si occupa di esaminare da vicino i dedicatari dei Discorsi ovvero Cosimo Rucellai e Zanobi Buondelmonti.

Il professore McCormick, inoltre, vuole dimostrare come l’intento di Machiavelli scrivendo il Principe non fosse quello di istruire i regnanti a manipolare il popolo, ma piuttosto come la gente comune potesse controllate le élites. Desidera dimostrare come si siano spesso sottovalutati i tentativi fatti dal politico fiorentino di stabilire dei mezzi e delle istituzioni capaci di dotare i comuni cittadini del potere per resistere alla dominazione dei ricchi e scoraggiare la corruzione dei funzionari.

Indubbiamente “Democrazia machiavelliana” è un saggio molto completo, ben documentato in cui il professore McCormick ha saputo argomentare acutamente il proprio pensiero, dimostrandosi esperto conoscitore sia degli scritti di Niccolò Machiavelli che della politica sia contemporanea che di quella del passato più o meno prossimo.

Sinceramente questo libro non mi ha entusiasmato per diversi motivi, tra cui il fatto che troppo spazio è stato riservato a prefazioni e introduzioni, circa un terzo del testo. Inoltre, probabilmente perché non addentro alla materia politica e ancora legata alle più classiche, e se vogliamo anche obsolete, interpretazioni del pensiero machiavelliano, ho trovato alcune parti piuttosto forzate.

L’impressione da non addetta ai lavori, ci tengo a ribadirlo, è quello che in queste pagine si analizzino i testi di Machiavelli con l’intento di attualizzarli troppo e quasi piegarli al proprio scopo, arrivando così ad una reinterpretazione del pensiero del politico fiorentino che, a mio avviso, risulta un po’  esasperata.

La cosa certa è che, dopo aver letto questo lavoro, viene senza dubbio voglia di leggere, o rileggere, tutte le opere di Machiavelli per un interessante confronto con quanto sostenuto da John P. McCormick.

 

  

mercoledì 3 agosto 2022

“Milindapañha” a cura di Genevienne e Tea Pecunia

Il significato del titolo è “Le domande di Milinda”. Il Milindapañha è l’opera più famosa tra quelle maggiormente vicine per contenuto al Canone buddhista pur non facendone parte. Per questo motivo tali opere vengono classificate come paracanoniche.

Al Milindapañha, che consta in tutto di sette volumi, misero mano più autori nel corso del tempo. Parte del primo libro, il secondo e il terzo furono scritti dallo stesso autore mentre i rimanenti quattro furono aggiunti successivamente. 

Cronologicamente il Milindapañha si colloca tra l’inizio del I secolo a.C. o subito dopo il I secolo d.C. e non oltre il IV secolo d.C.

Il testo riporta le domande che il re Milinda, o Menadro se vogliamo usare il nome con cui lo si ritrova nelle fonti greche, pone al monaco buddhista Nagasena. Questi, come richiesto dallo stesso sovrano, risponde all’incalzante interrogatorio servendosi di numerosi esempi.

Gli esempi, tratti dalla vita di tutti i giorni, si rivelano un valido strumento per esplicitare anche i punti più complessi della dottrina. Il re, infatti, sopraffatto dalla logica stringente del monaco non può che accoglierne l’insegnamento chiudendo ogni dissertazione con un Reverendo Nagasena, siete molto sottile.

Appena si accenna al fatto che il libro sia stato scritto sotto forma di dialogo, la nostra mente corre immediatamente a Socrate. Questa associazione però viene troncata subito nella seconda pagina dell’introduzione. Genevienne e Tea Pecunia mettono subito in chiaro che il paragone sarebbe solo una forzatura e che i precedenti dell’opera sarebbero piuttosto da ricercarsi in testi scritti in sanscrito.

La prefazione che introduce alla lettura del secondo e del terzo libro del Milindapañha, ovvero i due libri oggetto di questa edizione edita da Feltrinelli, è ampia ed interessante

Genevienne e Tea Pecunia oltre a fornirci dettagliate informazioni sul Milindapañha (datazione, considerazioni sulla lingua ecc.), ci introducono alla dottrina buddhista attraverso il racconto della vita del Buddha e del contesto socio-religioso indiano senza tralasciare di chiarirci alcune parole chiave che incontreremo nel corso della lettura.

Karma, reincarnazione, comprendere il significato e la necessità di lasciare andare, il dolore e la precarietà della gioia, la saggezza, ogni cosa viene esaminata e indagata in questi dialoghi che espongono con chiarezza gli insegnamenti fondamentali del Buddha.

Questo libro non può essere classificato come una lettura agevole nonostante i dialoghi siano effettivamente scorrevoli. I concetti sono profondi e necessitano di tempo per essere convenientemente recepiti e assimilati.

La semplicità del dialogo è solo apparente e, ad essere sincera, questo testo mi ha messo più in difficoltà di tutti quelli da me letti sull’argomento. Non è facile addentrarsi in questa dottrina, ma questo non significa che sia impossibile.

Per esperienza personale ho constato che, nonostante alcuni concetti sembrino a noi estranei e pronti a prendere il volo appena posato il libro, in verità restano con noi senza che ce ne accorgiamo. Spesso durante il giorno o in determinate situazioni questi insegnamenti riaffiorino alla nostra mente donandoci un sollievo inaspettato.

Per quanto certe letture talvolta possano quindi sembrare troppo lontane da noi, ricordate che ogni nostro piccolo sforzo sarà sempre ben ripagato.


Giocando d’anticipo,

uno deve agire in modo da fare quanto è bene

per se stesso.


mercoledì 22 giugno 2022

“Furtivo come un ninja” di Marina Panatero e Tea Pecunia

Non è per nulla facile riuscire a riassumere in un semplice post il nuovo libro di Marina Panatero e Tea Pecunia perché, sebbene siano meno di 150 pagine, l’argomento trattato è piuttosto articolato e per certi versi anche piuttosto complesso.

La difficoltà nasce soprattutto, a mio avviso, dalla nostra poca capacità di riuscire a interiorizzare e fare nostri alcuni concetti che sono alla base di quanto esposto nel volume. Questa nostra inconscia reticenza è molto subdola e, senza accorgercene, ci svia dallo scopo principale per cui questo libro è stato scritto.

Le autrici però sanno bene come riportare il lettore sulla retta via facendogli mettere a fuoco quale sia l’obiettivo da raggiungere e perché abbia deciso di intraprendere questo percorso.

Bisogna ricordare che questa strada la si è scelta coscientemente non per raggiungere fama, ricchezza e successo, ma perché vogliamo conquistare la nostra libertà, diventare autonomi e indipendenti.

Il sottotitolo recita “l’arte di rendersi invisibili per brillare”. Ecco, questo brillare non deve essere inteso come riuscire a catturare più like e condivisioni sui social oppure come riuscire a conquistare lodi per la nostra bravura e il nostro zelo. Il nostro fine è quello di imparare in questo mondo sempre più iperconnesso e che ci vuole visibili a mantenere un profilo basso per sfuggire alle gabbie che spesso, bisogna ammetterlo, ci siamo costruiti da soli.

Come i guerrieri ninja erano bravissimi a mimetizzarsi e a trovare soluzioni alternative, così noi seguendo i loro insegnamenti dobbiamo imparare a nasconderci per liberarci da quelle etichette che la società moderna ci vuole per forza imporre. L’essere identificati attraverso la nostra religione, il nostro status lavorativo e così via è un qualcosa che ci danneggia. L’unica approvazione che dobbiamo cercare per essere felici non è quella degli altri, ma la nostra, solo noi possiamo infatti essere gli artefici della nostra pace interiore.

La continua ricerca del consenso altrui è stressante oltre che inutile perché alimenta solo il nostro ego, la gioia autentica invece è alimentata dall’autostima e dalla realizzazione di noi stessi.

Fondamentale è cercare di rendersi indipendenti perché solo così si può raggiungere la piena libertà ed essere liberi significa essere felici. Questo non vuol dire chiudersi agli altri, ma imparare ad aprirsi con chi ne vale davvero la pena, con coloro che ci vogliono bene e che condividono il nostro sentire.

Non dobbiamo convincere nessuno delle nostre idee, tutto deve fluire naturalmente, arrabbiarsi e alzare la voce fa male prima di tutto a noi.

Spesso siamo talmente impegnati a raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati che non ci rendiamo neppure conto di averlo magari già raggiunto, oppure, siamo talmente concentrati sul raggiungimento del risultato finale da non accorgerci che questo sarebbe facilmente raggiungibile se solo usassimo una strategia alternativa.

Diventa quindi fondamentale restare centrati sul momento presente, sul qui e ora, per non perdere le occasioni e riuscire a cogliere l’attimo. 

Questo status per quanto possa sembrare a parole alquanto banale è in realtà piuttosto difficile da conquistare. C’è quindi bisogno di tanto allenamento e per questo la pratica della meditazione ci viene in aiuto. A tal proposito in appendice troviamo una serie di esercizi di meditazione quotidiani con i quali iniziare fin da subito.

Nel corso della lettura inoltre viene proposta tutta una serie di interessanti esercizi per invogliare il lettore a mettere in pratica quando viene esposto nel libro. A chiusura si trova poi un’ampia bibliografia per approfondire gli argomenti trattati.

Se siete stanchi di sprecare il vostro tempo a rincorrere futili traguardi e un piacere effimero forse è arrivato per voi il momento di provare a trasformavi in un ninja moderno, resiliente e invisibile.







lunedì 1 novembre 2021

“Alchimia, magia e astrologia nella Firenze dei Medici. Giardini e dimore simboliche” di Paola Maresca

La famiglia Medici diede un grande impulso alla riscoperta delle antiche dottrine e del paganesimo. Cosimo il Vecchio nella villa di Cafaggiolo era solito circondarsi di uomini di lettere per studiare e discutere di filosofia, arte e scienze arcane. Grande impulso fu dato alla riscoperta di testi antichi molti dei quali vennero tradotti proprio per volere di Cosimo; primo fra tutti ricordiamo il Corpus Hermeticum, l’insieme dei testi attribuiti al mago Ermete Trismegisto, che ritrovato in Macedonia proprio in quegli anni e donato al Medici da un monaco, venne tradotto da Marsilio Ficino.

L’eredità di Cosimo fu raccolta soprattutto dal nipote Lorenzo il Magnifico sotto la cui guida Firenze conobbe il massimo splendore affermandosi come uno dei più importanti centri della cultura ermetica.

Se Umanesimo e Rinascimento furono contraddistinti da due figure in particolare, quali quelle di Cosimo e di Lorenzo de’ Medici, la cultura ermetico-platonica non si esaurì con la morte del Magnifico, ma si snodò nei i secoli declinata in varie arti e scienze fino ad arrivare al tempo degli ultimi due esponenti della famiglia Medici appassionati di questo complesso patrimonio di simboli e allegorie, il Granduca Ferdinando II e suo fratello il Cardinale Leopoldo al quale si deve la fondazione dell’Accademia del Cimento.

È ovviamente impossibile riassumere in un post la vastità del materiale che questo saggio di Paola Maresca analizza vista anche la complessità dell’argomento, per cui credo sia più razionale limitarmi ad esporre il piano dell’opera per dare un’idea su come vengano affrontate le varie tematiche.

I capitoli seguono un percorso cronologico, quindi partendo dai primi capitoli dedicati più genericamente alla filosofia neoplatonica e all’arte nel Rinascimento, si passa a capitoli più specificatamente dedicati ai singoli protagonisti della famiglia Medici iniziando con quello dedicato al primo Granduca di Toscana Cosimo I fino al capitolo finale che, come già anticipato, vede protagonista la figura di Leopoldo de’ Medici.

Ogni capitolo è a sua volta suddiviso in diversi paragrafi dedicati ad una particolare scienza a cui era appassionato il personaggio di riferimento o più specificatamente ad opere da lui commissionate nelle quali è evidente la simbologia ermetica degli elementi decorativi.

La simbologia ermetica trova la sua maggiore espressione oltre che nell’arte pittorica nell’architettura dei giardini. L’esempio più famoso è forse quello dei giardini di Boboli, ma il luogo che più di ogni altro si distinse per essere un vero compendio di scienza ermetica fu senza dubbio il parco della villa di Pratolino con le sue grotte animate da automi, giochi d’acqua e intricati labirinti.

La villa di Pratolino nacque dalla mente di Francesco I coadiuvato dall’architetto Bernardo Buontalenti; lo stesso granduca a Palazzo Vecchio si fece approntare un piccolo studiolo collocato presso il Salone dei Cinquecento dedicato a conservare le meraviglie della natura e dell’arte, splendidamente decorato da raffigurazioni allusive all’opus alchemico.  

Francesco I fu senza dubbio il granduca più appassionato di scienza alchemica, ancora più del padre Cosimo I per il quale lo studio era in fin dei conti qualcosa di subordinato agli affari di stato.

I successori e gli altri personaggi della famiglia, a partire dallo stesso Don Antonio, figlio naturale di Francesco I e Bianca Cappello, si appassionarono molto di più alla ricerca medico-sparigirica che all’alchimia vera e propria, da qui lo sviluppo dei famosi giardini o orti dei semplici, così chiamati proprio perché vi venivano coltivate erbe semplici, comuni. Ovviamente anche per coltivare queste piante si seguivano però regole ben precise affinché si potesse beneficiare degli influssi astrali.

Molto similmente la stessa scienza venne perseguita nella scelta delle pietre per il rivestimento delle Cappelle Medicee in modo da poter sfruttare al massimo i benefici influssi astrali e le proprietà delle singole pietre per la trasumanazione dei corpi così da poterne facilitarne la rinascita spirituale.

Moltissimi e davvero interessanti sono inoltre i vari riferimenti alle imprese e ai motti propri di ciascun personaggio della famiglia Medici, vedi ad esempio tutte le interpretazioni sul perché della scelta del simbolo del capricorno da parte di Cosimo I.

Il volume è corredato da un’ampia documentazione fotografica indispensabile per comprendere al meglio la materia trattata e di un vasta bibliografia.

Questo saggio è un ottimo compendio sia per coloro che per la prima volta si accostino all’argomento sia per chi desideri invece fare un po’ di ordine in tutta quella serie di frammentarie informazioni accumulate in merito nel corso degli anni.

Una cosa è certa: dopo aver letto questo saggio tutte le opere frutto della committenza medicea  che vi troverete a osservare assumeranno per voi un nuovo significato.



 

domenica 1 agosto 2021

“Nuvole al tramonto” di Domenico Corna

Sin da bambina Martina era stata piuttosto complicata tanto che i suoi genitori avevano incontrato numerose difficoltà nel gestire quel suo essere diverso.

Non interagiva con gli altri bambini perché non comprendeva come loro potessero essere appagati di usare la loro fantasia per riprodurre per gioco la vita reale degli adulti. 

La fantasia di Martina aveva ali più grandi, era capace di creare nuovi mondi. Martina era dotata di una sensibilità fuori dal comune, soffriva quando d’autunno le foglie cadevano dagli alberi e amava parlare non solo con i cani, ma con tutti gli esseri viventi.

Martina, costretta tanto tempo prima dai genitori e dalla vita a dimenticare quell’universo di bambina fatto di fantasia, si trova un giorno all’improvviso nuovamente avvolta da quel suo mondo immaginario.

Lei però non è più la Martina di un tempo, ne è spaventata e non lo riconosce; da adulta non comprende come possa esserci un mondo dove coesistano montagne innevate accanto ad aridi deserti, dove dal fitto dei boschi di abeti ci siano scoiattoli burloni che si divertono a tirare ghiande ai passanti.

La giovane si sente perduta così divisa tra due mondi, quello della fantasia e quello della realtà. Non sarà facile per lei ricomporre il puzzle, affrontare quella che ha tutto l’aspetto di essere una malattia; ci vorrà davvero una grande forza di volontà per superare la paura che l’attanaglia e la diffidenza di chi le sta accanto.

Il libro di Domenico Corna è un libro molto particolare e di non facile classificazione: fantasy, drammatico, contemplativo, filosofico.

È un libro evocativo in cui il lettore viene indotto a perdersi nel flusso di riflessioni e ricordi della protagonista. Spesso il lettore si trova egli stesso a fluttuare tra quelle nuvole rosse che portano con sé storie e pensieri.

Martina è una novella Alice nel paese delle meraviglie, ma anche un piccolo principe che incontra la volpe. Ginetta ed Edi accompagnano Martina nel suo difficile percorso alla ricerca di se stessa come fantasmi del Natale dickensiano.

“Nuvole al tramonto” è anche un romanzo che racconta il disagio giovanile e lo fa attraverso le storie dei ragazzi della piazza che Martina frequenta per un periodo della sua vita. Sono le storie di Daniele con la sua chitarra, di Laura con la passione per la politica, di Giulio il ragazzo sensibile che cade vittima dell’eroina, di Luisa in perenne fuga dalla madre prostituta, del piccolo Giovanni che grazie all’intervento di Martina riesce a salvarsi in tempo e a ricostruire il rapporto con la madre.

“Nuvole al tramonto” ci parla dei difficili rapporti genitori-figli, dell’incomunicabilità e della difficoltà di riuscire a fare le scelte giuste, ci parla delle fragilità di ciascuno di noi e della paura di crescere, ma  soprattutto ci spiega quanto siano importanti la fantasia e l’immaginazione nelle nostre vite perché

Due sono le vite: una da vivere, un’altra da inventare. La prima si è spesso costretti a viverla come viene. Talvolta si riesce a cambiarla e allora sembra che tutto funzioni bene, talvolta invece non funziona per niente. Ma c’è un’altra vita, ti può condurre dove non esiste l’angoscia, lontano dagli incubi. Non nasce quando nasce il corpo e non termina quando bisogna lasciarlo. Esiste da sempre, lì ad attenderti.




giovedì 20 agosto 2020

“Genius familiaris, Genius loci, Eggregori e Forme Pensiero” di Alessandro Orlandi

Il libro, dedicato al culto degli antenati nel mondo antico e alla trasmissione iniziatica, è suddiviso in due parti.

Nella prima parte Alessandro Orlandi si propone di illustrare al lettore quali siano le analogie esistenti tra il Genius Loci, il culto degli antenati nell’antica Roma, le Forme-Pensiero e gli Eggregori.

Nella seconda parte invece l’autore analizza il ruolo della tradizione nel mondo antico ed esamina quanto venisse trasmesso attraverso l’iniziazione. 

Si chiede inoltre se si possa parlare ancora oggi di tradizione e iniziazione e, in caso affermativo, quale sia l’aspetto da esse assunto nel mondo moderno.

Senza entrare nel merito specifico della materia esposta, poiché ritengo che la lettura di queste pagine sia un percorso ricco e interessante che ogni lettore debba affrontare assolutamente senza interferenze di sorta e libero da ogni tipo di sollecitazione esterna, mi concedo di darvi solo alcune informazioni propedeutiche agli argomenti trattati.

Cosa si intende per Genius familiaris, Genius loci, eggregori, forme-pensiero?

Per prima cosa dobbiamo ricordare che, secondo la visione cristiana, l’uomo ha tre componenti fondamentali: corpo - spirito - anima, ma gli antichi avevano una ben diversa concezione, per gli Egizi ad esempio le componenti del corpo umano erano addirittura nove.

Secondo i Greci alla nascita ogni uomo veniva affidato dalle tre Moire o Parche (Cloto, colei che filava il destino degli uomini, Lachesi, colei che distribuiva le sorti e Atropo, colei che recideva il filo al momento della morte) ad un daimon che non lo avrebbe mai abbandonato per tutto il corso della sua vita.

Il daimon era anche fonte di ispirazione delle creazioni e delle intuizioni per poeti, indovini, scienziati e artisti.

Seppur con alcune differenze, il daimon era quanto di più simile al Genius latino; proprio nel mondo romano, infatti, il demone individuale veniva spesso chiamato Genio.

A grandi linee si potrebbe dire che mentre il Genius loci esprimeva il carattere e la natura profonda dei luoghi, il Genius familiaris (o Genio della stirpe) era connesso alla casa, alla natura della famiglia e agli spiriti degli antenati.

Nelle case dell’antica Roma di solito c’era poi un luogo dedicato al culto dei diversi dèi domestici: Lari, Penati, Genius Familiaris e dèi Mani.

I Penati erano di solito dèi del pantheon greco o romano, i Lari erano gli spiriti degli antenati virtuosi e che si erano distinti in vita e infine gli dèi Mani erano gli spiriti di tutti gli antenati defunti.

Le forme-pensiero sono entità emanate all’esterno dall’uomo alimentate dai suoi pensieri, dalle sue paure, dalle sue speranze e dalle sue energie; quando queste forme-pensiero scaturiscono dall’attività immaginativa di un gruppo che condivide un intento comune vengono definite eggregori.  

Abbiamo detto che nella seconda parte del libro si parla di tradizione e iniziazione. Che cosa si intende con tali termini?

Per tradizione (in greco paràdosis – trasmissione; in latino tradere – trasmettere) si intende la trasmissione non solo di contenuti e insegnamenti, ma anche dell’energia che il maestro trasmette al discepolo, energia che permette al discepolo di ampliare la propria percezione del mondo.

L’iniziazione nasce e si propaga attraverso il passaggio e lo scambio di energie che avviene attraverso uno specifico rituale.

Nell’antichità nelle iniziazioni ai culti misterici gli iniziati erano tenuti al segreto e pertanto poco o nulla è trapelato e giunto fino a noi sui riti che venivano celebrati.

Ogni cultura nel corso dei secoli ha sviluppato le proprie tradizioni spirituali e ancora oggi esistono organizzazioni iniziatiche, la Massoneria e il Neotemplarismo ad esempio sono alcune di esse.

Nella seconda parte del libro si indaga sul cambiamento verificatori nel corso dei secoli nelle tradizioni iniziatiche che col tempo, perdendo di vista il loro scopo primario, ossia quello di cercare di armonizzare il microcosmo (Uomo) con il macrocosmo (Universo), si sono indirizzate invece verso il raggiungimento di un sempre maggiore potere personale, polarizzando così l’attenzione dell’iniziato verso il mondo esterno invece che verso la propria interiorità.

Possiamo ancora parlare di realtà della Tradizione e dell’Iniziazione nel XXI secolo?

Su questo e su altri numerosi interrogativi relativi alla spiritualità nel mondo antico e in quello moderno Alessandro Orlandi cerca di gettare luce attraverso le pagine di questo saggio che, partendo dall’analisi dei culti iniziatici, quali ad esempio i Misteri Eleusini, quelli di Cibele, di Dionisio, passando poi per la sacralità attribuita alla commedia e alla tragedia dagli antichi greci, esaminando l’importanza della tradizione alchemica, arriva infine, senza tralasciare quelle tendenze legate allo spiritismo, all’occultismo, alla veggenza, al mesmerismo, ad analizzare la più moderna spiritualità, la cosiddetta “New Age” che, senza riferirsi ad una particolare tradizione, mescola vari elementi.

Quello di Alessandro Orlandi è un saggio breve, sono appena un centinaio di pagine, ma davvero molto articolato e approfondito.

Da sottolineare inoltre la grande capacità dello scrittore di saper esporre un argomento tanto complesso in modo semplice e chiaro così che possa essere accessibile anche ai neofiti della materia.   

Dello stesso autore vi ricordo “Dionisio nei frammenti dello specchio”.