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sabato 8 giugno 2024

“Richelieu. La storia dell’uomo che cambiò la Francia” di Natascia Luchetti

Sono sempre stata affascinata dai personaggi più discussi e controversi della storia e forse, proprio per questo, sono stata attratta fin da subito da questo romanzo di Natascia Luchetti.

Armand-Jean, il quarto dei cinque figli del Grand Prévôt di Francia François du Plessis, signore di Richelieu, e di Susanne de La Porte, rimane orfano di padre all’età di appena cinque anni. 

Armand sembra condannato per la sua salute malferma a non sopravvivere all’infanzia. La madre del piccolo decide così di affidarlo alle cure di un medico donna, Eugénie de Clombert, con la speranza che la sua esperienza e le sue capacità riescano laddove tutti gli altri luminari hanno fallito. Eugénie porta con sé al castello di Chillou la figlia Ninon, sua promettente allieva. Al castello ritroverà anche Jonàs, il figlio minore, che già da qualche tempo presta servizio presso la residenza dei Richelieu.

Il compito di Ninon al castello sarà quello di occuparsi di Armand. Nonostante la diffidenza iniziale del piccolo paziente, presto tra i due si instaurerà un rapporto di amicizia e confidenza destinato a consolidarsi nel tempo.

Armand come terzogenito maschio è destinato ad una carriera militare, ma quando Alphonse, il secondogenito, non si dimostrerà all’altezza del compito, toccherà a lui abbracciare, nonostante la sua avversione per questa strada, la carriera ecclesiastica diventando vescovo di Luçon.

Risulta evidente che l’autrice abbia studiato a lungo la figura del cardinale Richelieu così come è certo che molti particolari, soprattutto legati ai luoghi menzionati e agli eventi occorsi, siano frutto di accurate ricerche e numerose letture da lei effettuate.

Il risultato è un romanzo storico di grande effetto, ricco di colpi di scena e personaggi davvero intriganti e affascinanti.

Armand è un uomo che ha dovuto combattere contro una malattia invalidante fin dalla nascita, ma la sua caparbietà e la sua tenacia, lo hanno portato a superare ogni tipo di ostacolo. Il giovane Richelieu è ostinato, intelligente, scaltro, determinato a non fermarsi di fronte a nulla e a nessuno pur di perseguire i propri scopi, ma è anche estremamente leale con chi ha condiviso la sua strada e gli è stato fedele.

Ninon è forte, coraggiosa e risoluta; un personaggio molto moderno. Nonostante la vita non le abbia fatto sconti, riesce sempre a rialzarsi senza perdere mai davvero la sua umanità. Come Armand è inflessibile con i nemici, ma sincera e devota nei confronti dei propri cari e degli amici sinceri.

Armand-Jean du Plessis de Richelieu ha un disegno politico ben preciso ed è determinato a realizzarlo sostenendo chiunque al momento gli sembri l’alleato più conveniente senza preoccuparsi di tradirlo qualora qualcun altro gli prospetti maggiori vantaggi per la sua causa.

Tra i tanti personaggi che si incontrano tra queste pagine troviamo il re di Francia Luigi XIII e Anna d’Austria, la regina madre e reggente Maria de’ Medici, il principe di Condè e le figure tanto discusse di Concino Concini e la sua consorte Leonora Galigai.

Tra le critiche che ho letto rivolte a questo libro ci sono l’accusa all’autrice di essersi dilungata troppo in descrizioni che appesantirebbero il racconto e l’aver reso la storia troppo romanzata.

Personalmente ho trovato la storia estremamente piacevole e sebbene si tratti di un tomo di quasi ottocento pagine l’ho trovato nell’insieme molto scorrevole. Tante, è vero, sono le descrizioni, ma sempre utili all’economia del racconto e tutt’altro che superflue. Si tratta senza dubbio di un romanzo che, sebbene come precedentemente evidenziato nasce da attenti studi, non vuole essere assolutamente un saggio.

Se guardiamo al taglio dato al racconto dall’autrice sembrerebbe quasi quello di un romanzo d’altri tempi, con un forte richiamo alla letteratura ottocentesca; del resto, in più di un’occasione, Natascia Luchetti schiaccia l’occhio ad un classico come “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas e, visto l’argomento, non potrebbe essere diversamente. Un omaggio allo scrittore francese per certi versi doveroso anche se l’autrice è ammirata sostenitrice del “cattivo” della storia di Dumas.

A differenza dei “I tre moschettieri” di Dumas, romanzo di cappa e spada, quello della Luchetti è un romanzo più articolato dove è l’introspezione psicologica a prevalere seguendo le inclinazioni del suo protagonista, politico fine ed arguto ma anche spietato se necessario.

Il racconto si presterebbe benissimo a diventare un’avvincente serie televisiva. Alla sua trama non mancherebbe davvero nulla: personaggi intriganti e seducenti, numerosi colpi di scena inaspettati e luoghi ricchi di fascino e mistero dove ambientare la storia.

Le case editrici e gli autori ci hanno talmente abituati alle saghe in più volumi che quando ci troviamo dinnanzi ad un volume più corposo del solito ci spaventiamo. Al potenziale lettore interessato alla figura di Richelieu quindi consiglio di non farsi intimorire dalla mole del libro e di affrontare serenamente la lettura di questa storia che non potrà che coinvolgerlo ed emozionarlo fin dalle prime pagine.



lunedì 20 maggio 2024

“La vita s’impara” di Corrado Augias

Non saprei dire precisamente il momento in cui si siano radicati così fortemente in me la stima e l’apprezzamento per Corrado Augias, sta di fatto che da qualche anno a questa parte egli è divenuto una sorta di grillo parlante per la mia coscienza oltre che occasione di piacevoli momenti di condivisione con mio padre ogni qualvolta vi sia una sua trasmissione in televisione.

Ho parlato di grillo parlante perché non sono mai stata particolarmente attratta dalla storia del Risorgimento e, mea culpa, ancor meno da quella del Novecento. Ebbene, Corrado Augias grazie alle sue trasmissioni ha gradatamente instillato in me il desiderio di colmare questa lacuna spingendomi a fare i conti con il nostro “recente” passato di italiani.

Alla soglia dei novant’anni Corrado Augias, giornalista, scrittore, autore di programmi culturali in tv, si racconta, con lo stile garbato e ironico che lo contraddistinguono, attraverso aneddoti famigliari e lavorativi, letture, incontri, città (Roma, Parigi e New York), occasioni colte e mancate del suo percorso umano e professionale.

Leggiamo dell’infanzia passata in Libia al seguito del padre ufficiale della Regia Aeronautica, della paura dei bombardamenti e dell’arrivo degli americani a Roma, del collegio cattolico, degli studi classici e dell’università, dei concorsi fatti e di quello vinto che ne decretò il suo ingresso in RAI, dove Augias ha trascorso quasi sessant’anni e, assistendo all’avvicendarsi di tutte le varie ondate politiche, dai socialisti ai berlusconiani ai grillini, è stato testimone del suo lento e inesorabile declino.

Il racconto della sua vita diventa il racconto dell’Italia. Un’Italia che nel corso degli ultimi ottant’anni ha subito moltissimi cambiamenti. Come scrive lo stesso Augias, non si tratta solo di grandi differenze che possono essere colte facilmente come la pace e la guerra, la povertà e la ricchezza, la religiosità e la laicizzazione, ma si tratta anche di tanti piccoli e impercettibili cambiamenti, spesso di difficile individuazione e ancor più di difficile valutazione.

Nelle pagine di questo libro Augias affronta anche il tema del suo essere ateo che tiene a precisare non deve intendersi con una mancanza di spiritualità. Molti gli scritti a cui fa riferimento e a cui sin da giovane si è dedicato per indagare questo suo rapporto mancato con Dio.

Si ritrovano in queste pagine molte delle tematiche che Augias è solito affrontare nelle sue trasmissioni, ma tanti sono anche gli spunti di lettura per approfondire i temi trattati, a tal scopo di grande utilità è la dettagliata nota bibliografica presente.

Attraverso la lettura del libro sono riaffiorati alla mia mente tanti ricordi di quando ero una ragazzina come alcuni fotogrammi di “Telefono giallo”, uno dei fortunati programmi condotti da Augias, e una sigla che era solita nominare mia nonna, Unrra, riferita ad un’amministrazione delle Nazioni Unite per l’assistenza ai paesi europei devastati dalla seconda guerra mondiale.

Un rammarico grande quello di non aver dato più peso ai ricordi del tempo di guerra di mia nonna. Non che non l’abbia ascoltata, anzi, in fin dei conti se Corrado Augias con i suoi racconti riesce a smuover così tanto la mia coscienza, il merito è senza dubbio di mia nonna e dei suoi ricordi. È tuttavia altrettanto vero che se potessi ascoltare oggi quegli stessi racconti, lo farei con più consapevolezza traendone maggior beneficio, ma come giustamente recita il titolo del libro, la vita s’impara.

Corrado Augias è un giornalista arguto ed elegante, pacato ma allo stesso tempo implacabile. In una televisione urlata, la sua calma e la sua garbata eloquenza sono un vero balsamo.

Augias ha il grande pregio in questo libro come nelle sue trasmissioni televisive, cito a semplice titolo esemplificativo “La Torre di Babele” e  “Città segrete”, di non sottovalutare mai l’intelligenza del lettore, o spettatore che sia, spronandolo a colmare le proprie lacune piuttosto che assecondandone le mancanze come spesso accade per la maggior parte delle trasmissioni divulgative di oggi.    

Difficile classificare questo libro. Un testo autobiografico, uno scritto giornalistico, uno spaccato di società e costume, un invito alla partecipazione alla società civile e alla salvaguardia della democrazia, la testimonianza preziosa di un cambiamento storico, economico, politico e culturale, “La vita s’impara”  è tutto questo e molto altro ancora.




venerdì 17 maggio 2024

“La cripta di Venezia” di Matteo Strukul

L’educanda Marietta scopre nella cripta al di sotto della cappella di San Tommaso il cadavere di una sorella del convento di San Zaccaria.

La donna inginocchiata sull’altare, con le braccia legate dietro la schiena ha la mascella disarticolata; la morte è sopraggiunta per soffocamento dovuto al mattone che le è stato spinto violentemente in bocca.

Un modus operandi tanto raccapricciante non può che richiamare alla memoria gli efferati delitti compiuti da Olaf Teufel tre e sette anni prima.

Considerando poi che la donna assassinata è Polissena Mocenigo, nipote del doge morente, non stupisce che venga nuovamente chiamato ad indagare sull'omicidio l’artista Antonio Canal, detto il Canaletto, coadiuvato ancora una volta dai suoi inseparabili amici Owen McSwiney e Joseph Smith.

Molte cose sono cambiate nella vita di Canaletto nel corso degli ultimi tre anni. Da quando Charlotte, la figlia dell’eroe di Corfù, si è ritirata nel castello avito per espiare le proprie colpe, Canaletto non prova più lo stesso piacere di un tempo per la pittura. Vive richiuso in se stesso, malinconico e senza entusiasmo. Pur attraversando un periodo emotivamente così difficile, il pittore non ha perso il suo alto senso dell’onore e non si tira indietro dinnanzi alla chiamata della Repubblica.

“La cripta di Venezia” ci conduce alla scoperta di una sconosciuta città lagunare sotterranea. Un luogo ricco di fascino e inedito per il lettore che incontra nuovamente quei personaggi che tanto ha amato e apprezzato nei due capitoli precedenti della trilogia.

Come sempre ogni personaggio viene descritto e caratterizzato minuziosamente dall’autore. Un esempio ne è l’educanda Marietta che incontriamo all’inizio del romanzo. Bastano poche righe a Strukul, come veloci pennellate su una tela, per regalarci un ritratto completo di quella ragazzina claudicante di buona famiglia, dall’aspetto semplice e dal carattere mite, segnata a vita dall’intransigenza di un padre violento.

Incontriamo nuovamente tra queste pagine il personaggio luciferino di Orsolya Esterházy, bella e spietata regina dei Morlacchi, i Valacchi Neri, che sente ora approssimarsi la fine dell’attesa; presto potrà finalmente consumare la sua spietata vedetta.

Sulla scena appaiono anche nuovi interessanti personaggi. È il caso, ad esempio, della pittrice Giulia Lama, una donna non convenzionale, che vive fuori da ogni schema e anzi sembra voler infrangere intenzionalmente ogni regola prevista dalle convenzioni sociali. Una donna del genere non può non affascinare Canaletto da sempre attratto da figure femminili dal carattere volitivo, indipendenti e insofferenti alle regole della società benpensante.

Matteo Strukul è un autore che non delude mai: la sua scrittura fluida, la caratterizzazione dei suoi personaggi, la scelta di ambientazioni particolari e ricche di fascino, le trame coinvolgenti catturano il lettore fin dalle prime pagine trascinandolo nella storia e rendendolo partecipe degli eventi narrati.

“La cripta di Venezia” è il capitolo conclusivo di una trilogia, ma nulla vieta di leggerlo anche come romanzo autoconclusivo, per quanto il mio consiglio sia quello di leggere i tre volumi nell’ordine di pubblicazione così da poterne apprezzare meglio il dipanarsi della trama.

Capitolo conclusivo di una trilogia, dicevo, ma non necessariamente l’ultima avventura di Canaletto perché il finale resta quanto mai aperto. 

L’invito al lettore affezionato, dunque, è quello di non disperare perché con ogni probabilità il nostro amato Canaletto tornerà, speriamo presto, a gettarsi nella mischia per risolvere nuovi casi con nostra somma soddisfazione.



mercoledì 1 maggio 2024

“Unisono” di Andrea Fatale

Siamo noi a scegliere i libri o sono loro che scelgono noi? Risposta che sembrerebbe scontata, ma non lo è più quando ci accorgiamo che un volume, che era lì ad aspettarci da mesi, capita improvvisamente tra le nostre mani al momento giusto.

Andrea Fatale probabilmente direbbe che nulla accade per caso perché, anche se non ne siamo consapevoli, per ognuno di noi il destino è già stato scritto. Attenzione, questo non significa che bisogna rinunciare a vivere, ma semplicemente che bisogna assecondare il flusso della vita senza opporvisi.

In particolare egli pone l’accento sul fatto che oggi, nella società moderna, manchi del tutto la capacità di avvertire quella dimensione “sacra” dell’esistenza umana che va oltre la realtà ordinaria ed è afferrabile solo attraverso l’intelletto.

Il suo intento con questo libro è quello quindi di aiutarci a comprendere come l’attuazione di una rivoluzione interiore sia per noi l’unica via percorribile per far fronte alla dissennata epoca in cui viviamo. 

Per quanto noi ci si sforzi, infatti, di spiegare l’universo attraverso la logica e la scienza, non possiamo continuare ad ignorare che quanto intuiamo sia in realtà solo una piccolissima parte di un qualcosa di infinitamente più grande, impossibile da comprendere nella sua vastità.

Il saggio attinge alla sapienza dei Misteri, prende in esame ogni tipo di filosofia e religione, orientale e occidentale, dalle origini fino ad oggi, senza tralasciare di esaminare persino la meccanica quantistica. Riesce così a dimostrare come tutti quanti questi dogmi, dottrine e discipline, seppur così differenti tra loro, abbiano un forte denominatore comune.

L’intento di questo saggio è quello di tentare di sradicare quella nociva abitudine nella quale noi tutti indulgiamo ovvero l'arrovellarsi nel continuo vano tentativo di controllare ciò che non è possibile controllate.

Noi viviamo sempre in perenne oscillazione tra la nostalgia per il passato e l’ansia per un futuro che è solo incertezza. Sempre in bilico tra il desiderio di ritrovare ciò che abbiamo perduto nel passato e il timore per quello che ci aspetta domani. Quello che più di tutto ci provoca dolore è l’attaccamento, per questo è oltremodo necessario imparare a lasciare andare e vivere pienamente il qui e ora.

Solo mettendo, poi, l’amore al centro possiamo davvero ritrovare la nostra serenità, perché ognuno di noi è solo una parte dell’insieme. Mettere da parte l’ego, ritornare a fare parte di una comunità, far rivivere lo spirito di fratellanza è quello di cui abbiamo davvero bisogno per stare bene e sentirci realizzati. 

Potrebbero sembrare concetti semplici, ma non lo sono affatto quando si cerca di metterli in pratica soprattutto oggigiorno in una società dove siamo sempre più iperconnessi e allo stesso tempo sempre più soli.

Il saggio di Andrea Fatale è molto ben articolato ed esaustivo, ma a tratti può risultare un po’ ostico per i neofiti. Come suggerisce Alberto Camici nella prefazione, il consiglio è quello di andare spediti avanti nella lettura perché pagina dopo pagina vedrete che le nebbie si diraderanno e i concetti espressi non saranno più così difficili da recepire.

Sarei bugiarda se non vi dicessi che all’inizio sono stata tentata di avvalermi del terzo diritto del lettore di Pennac, ovvero quello di abbandonare la lettura del libro, ma sono contenta di non averlo fatto perché da questo libro si possono davvero trarre insegnamenti utili e importanti.

Un passaggio in particolare credo meriti di essere citato perché sintetizza in poche parole quanto espresso dall’autore nel suo libro; si tratta di una bellissima definizione che egli dà della vita:

La vita è come un arcobaleno composto da tanti colori con mille sfumature diverse. Molti, traditi dalla loro superficialità, vedono pochi colori o magari solo uno…  Chi invece con gioia offre se stesso alla vita si gode la pienezza di uno spettacolo meraviglioso! È tutta questione di consapevolezza.

 



lunedì 15 aprile 2024

“Figlie dell’oro” di Flaminia Colella

Delia conosce il marito Carlo quando, appena diciassettenne, si trova ricoverata in fin di vita nell’ospedale dove lui presta servizio. Una vita matrimoniale piena, fatta magari anche di alti e bassi come quella di tutte le coppie, ma pure di tante avventure, viaggi e conoscenze. La propensione alla gelosia e il dolore fisico di Delia insieme al carattere inquieto di Carlo scandiscono i tanti anni di una vita insieme coronata dalla nascita di cinque figlie.

Delia, sebbene la vita non sia stata sempre clemente con lei, non ha mai avuto davvero paura e Carlo, da parte sua, l’ha sempre spronata a non cedere a questo sentimento anche nei momenti più difficili. Serena, al contrario, vive nel costante timore: ha paura della vita, dell’amore, dell’ineluttabile. 

Delia lascia in eredità a Serena un libro di poesie di Emily Dickinson. La donna spera che i versi della poetessa da lei tanto amata, e che ha sempre sentito così affine a se stessa, possano aiutare la ragazza a superare la crisi e indurla finalmente a vivere con pienezza la propria esistenza.

“Le figlie dell’oro” è un romanzo polifonico dove le voci di quattro donne si intrecciano e si sovrappongono nel tempo e nello spazio. Sono le voci di Delia, di Gabriella, l’insegnante di pittura di Delia, di Serena, io narrante del romanzo, e di Emily Dickinson le cui poesie fanno eco ai racconti di Delia.

Le pagine del libro sono popolate dal senso di vuoto, dalla paura di vivere, da un sentimento di inadeguatezza e dal desiderio di fuggire, ma la fuga non è mai una soluzione.

Riaffiorano alla mente del lettore alcuni famosi versi montaliani “spesso il male di vivere ho incontrato” e proprio il dolore dell’esistenza diviene il filo conduttore del romanzo. Lo troviamo nelle paure di Serena, nella follia dei pazienti di Carlo, e lo troviamo talvolta anche in Carlo stesso, lui, eminente psichiatra, che si trova a condividere, suo malgrado, alcuni demoni con i propri ammalati.

Serena accetta di entrare nel labirinto delle poesie della Dickinson e, nel tentativo di dipanare quel labirinto, scova similitudini tra la poetessa e Delia, ma anche con se stessa. Mettendo a confronto il mondo della Dickinson e quello di Delia con il mondo contemporaneo, passo dopo passo Serena riemerge dall’abisso, dal nero, trovando una propria dimensione e una propria stabilità per quanto ancora malferma.

La poesia di Emily Dickinson ha un potere terapeutico così come l’amore detiene un potere salvifico. Non è importante cosa si ami, ma è importante farlo per conoscere se stessi, per superare le nostre paure, per entrare in contatto con il nostro punto più oscuro e smettere così di temerlo una volta per tutte.  

“Le figlie dell’oro” è un libro intenso e complesso. È una lettura che scava nel profondo, che richiede tempo e concentrazione per essere apprezzata e compresa pienamente.

 




domenica 31 marzo 2024

“Il cardo e la spada” di Elisabetta Sala

Siamo nel 1618, l’impero degli Asburgo è frammentato in una serie di principati che professano diverse religioni: calvinisti, luterani e cattolici. In Boemia i ribelli si rifiutano di riconoscere come legittimo erede al trono Ferdinando d’Asburgo offrendo la corona di Boemia a diversi principi luterani. L’unico pronto a sfidare l’Asburgo è però il calvinista Elettore Palatino Federico V. 

Siamo solo all’inizio di quella che sarà ricordata come la Guerra dei trent’anni e che vedrà intervenire nel suo lungo protrarsi anche i paesi limitrofi a sostegno della Causa protestante. Una guerra di religione che avrà, come sempre accade in questi casi, poco o nulla a che fare con la religione, ma tanto con la sete di potere.

Nella vita non tutto è sempre o bianco o nero e talvolta c’è ancora spazio per il riscatto. Anche nella ferocia della battaglia può esserci un gesto di pietà che faccia intravedere un lampo di speranza, di umanità laddove anche la religione diviene solo un pretesto per battersi e all’onore sembrano credere ormai solo i bambini.

Rose è una donna scozzese imbarcatasi giovanissima con un’amica per sfuggire alla miseria e vedere il mondo. È una donna apparentemente senza scrupoli, che odia perdere il controllo e che non si fida di nessuno, ma qualcosa muterà radicalmente la sua vita e la farà redimere.

Brian è un soldato, ama e odia la guerra allo stesso tempo; il mestiere delle armi è l’unico che conosce.  Da moltissimo tempo non schiude il suo cuore a qualcuno e quando il bisogno di stringere legami si impossessa all'improvviso di lui ne rimane totalmente disorientato.

“Il cardo e la spada” è un bellissimo romanzo corale dove i personaggi di fantasia intrecciano perfettamente le loro vicende umane con quelle dei personaggi storici realmente vissuti.

Tra questi ultimi ce n’è uno in particolare che affascina il lettore e lo spinge a documentarsi sulla sua esistenza. Si tratta del gesuita Friedrich Spee, autore di inni religiosi e della Cautio criminalis, opera in cui egli ha indagato le procedure dei processi per stregoneria criticando fortemente l’uso delle torture.

Non vi nascondo che l’avvio del romanzo mi è sembrato piuttosto lento. All’inizio la narrazione fa un po’ fatica a decollare, ma poi prende slancio e il lettore si trova senza quasi accorgersene totalmente coinvolto dalle vicende dei protagonisti con i quali si stabilisce un forte rapporto empatico tanto che, come spesso accade in questi casi, si fa fatica a lasciare andare i personaggi al termine della lettura.

 


domenica 24 marzo 2024

“Il mago m.” di René Barjavel

Più di mille anni fa, in Bretagna, viveva un mago di nome Merlino. Inizia così il romanzo con cui René Barjavel (1911-1985) dà forma e unità alla “materia di Bretagna” riportando in vita la leggenda di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda.

Merlino, il mago che pur umano non viene sfiorato dal tempo perché possiede l’eterna giovinezza delle foreste, Viviana, la giovane fanciulla da lui amata e nelle cui vene scorre il sangue dell’antica regina di quelle stesse foreste, Lancillotto, bello e valoroso cavaliere innamorato della regina Ginevra, moglie di Re Artù Morgana, donna intelligentissima ma anche tremendamente pericolosa perché dotata di una bellezza satanica, sono i protagonisti principali del libro di Barjavel.  A fare poi da cornice alle loro avventure e a quelle dei cavalieri della Tavola Rotonda troviamo tra le pagine di questo splendido romanzo anche una pletora di dame e cavalieri, di re e regine, di uomini e donne del popolo, di animali comuni e fantastici.

Un mondo fiabesco e ancestrale dove il divino entra continuamente in contatto con l’umano, dove ogni cosa è possibile, dove gli antichi dei si sono fatti da parte per lasciare spazio al Dio dei Cristiani, ma non sono scomparsi del tutto, un mondo dove il diavolo parla agli uomini e si palesa costantemente a loro, dove gli eventi inspiegabili sono all’ordine del giorno per cui gli uomini non si fanno troppe domande, tanto più quando si tratta di avvenimenti positivi.

Merlino è un mago in grado di esercitare poteri immensi, ma neanche lui può nulla sui sentimenti degli uomini e delle donne e, dal momento che è egli stesso umano, nulla può neppure sui propri.

L’Avventura insieme all’amore che lega Merlino a Viviana sono il filo conduttore del romanzo. Tra incantesimi e sortilegi, paesaggi stregati e castelli magici che appaiono e scompaiano senza lasciare traccia, intrighi e tradimenti, amori e passioni travolgenti, tornei e battaglie, scorrono dinnanzi agli occhi del lettore, come in un film, le storie che vedono protagonisti i cavalieri alla ricerca del Santo Graal, ma a solo uno di loro, il più puro, sarà concesso il permesso di alzare il velo del Calice e vedere cosa esso contenga.   

La narrazione è veloce, senza dubbio anche per merito dell’ottimo lavoro svolto dalla traduttrice Anna Scalpelli. Il lettore si trova talmente immerso nel flusso del racconto da sentirsi egli stesso quasi un personaggio della storia, in grado di udire il clangore delle spade in battaglia o percepire la presenza di Merlino ogni volta questo si palesi.

Una particolarità da sottolineare è il fatto che l’autore in alcuni punti ha introdotto elementi moderni facendo riferimento, ad esempio, a macchine escavatrici o al traffico di alcune nostre grandi città. Quando questo accade, accade sempre in concomitanza di eventi legati all’operato del diavolo, quasi a voler sottolineare una contrapposizione tra la bellezza e i valori del tempo del mito e i tempi moderni segnati dal progresso; un tempo futuro che avrà in sè qualcosa di diabolico e contaminato.    

Ho scoperto “Il mago m.” di René Barjavel per caso curiosando tra gli stand del Book Pride a Genova. Lo considero un incontro decisamente fortunato. Un libro assolutamente da leggere.


domenica 17 marzo 2024

“Breve storia dell’arte” di Claudio Strinati

L’obiettivo che Claudio Strinati si pone con questo saggio è quello di esplorare il fenomeno delle espressioni artistiche nel corso della storia mettendone in evidenza gli scopi, l’evoluzione e le corrispondenze.

Si parte dall’assioma più semplice ovvero che che tutti gli artisti, indipendentemente dall’epoca in cui essi abbiamo vissuto, pongono tutti quanti la stessa domanda al fruitore delle loro opere: “ti piace?”

L’arte è quanto di più soggettivo possa esistere e quindi ci si interroga quale sia lo scopo di una disciplina che ne indaghi la storia. Di fatto oggigiorno l’insegnamento della storia dell’arte è stato soppresso già in diversi paesi.

Se è vero che la storia dell’arte costituisce di per sé un tentativo di rispondere il più oggettivamente possibile ad una materia dominata dalla soggettività, è però altrettanto vero che l’arte è per i popoli della Terra un fattore identitario, un qualcosa in cui riconoscersi e trovare le proprie radici più profonde.

La storia dell’arte è condizionata indubbiamente dalla personalità e dal modo di sentire di ogni singolo artista, ma questi opera nell’epoca in cui vive e non si può non tenere conto che né sarà influenzato e che per questo le sue opere rifletteranno inevitabilmente non solo il suo proprio essere ma anche lo spirito dei tempi.

Lo stesso concetto di bellezza è un’idea indefinita e indefinibile, soggetta al mutare dei tempi e delle circostanze.

Attraverso l’analisi degli eventi salienti che hanno caratterizzato i vari secoli, con uno sguardo attento e puntuale alla letteratura e alla filosofia, Claudio Strinati ci conduce in un viaggio che prende avvio dall’arte rupestre degli uomini primitivi giungendo sino alle soglie dell’arte moderna.

Per noi occidentali Rinascimento e Barocco sono i momenti più alti e memorabili della nostra storia dell’arte, ma qual è il punto di svolta che ci traghetta nella modernità mutando per sempre il modo di percepire l’opera d’arte? La scoperta dell’energia elettrica. Nell’Ottocento, infatti, con la nascita del metodo fotografico la funzione artistica assume un significato tutto nuovo, così come avverrà ancora di più in seguito con l’avvento del cinema.

Tra le pagine di questo saggio ritroviamo tutti i nomi che hanno fatto grande la storia dell’arte, inutile citarne solo alcuni.

Quando si tratta di arte è inevitabile che il pensiero dello storico trapeli in tutta la sua soggettività; ogni lettore si troverà quindi più o meno d’accordo con alcune affermazioni di Claudio Strinati.

Un esempio può essere il pensiero dello storico dell’arte sugli ultimi anni di Raffaello. Secondo Strinati questi videro il declino dell'artista che avvenne in seguito alla salita al soglio pontificio di Leone X. Sebbene apertamente venisse ancora celebrato come maestro sommo, di fatto, colui che era stato il protetto di Giulio II venne accantonato a favore di altri.

Un appunto, giusto per amore della storia medicea a me tanto cara, tra le pagine del libro troverete un’imprecisione in quanto è scritto che Giulio de’ Medici, futuro Clemente VII, era nipote di Leone X. In realtà, Giulio, in quanto figlio naturale di Giuliano, fratello di Lorenzo il Magnifico, padre di Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, era di questi cugino di primo grado.

Il saggio di Claudio Strinati è sì una breve storia dell’arte, ma è soprattutto un libro che ci induce a leggere tra le righe, a fare collegamenti tra le varie discipline e a gettare uno sguardo su come gli eventi influenzino l’arte e il nostro sentire, ci porta a riflettere sui concetti di bellezza e di sublime, a interrogarci se davvero l’arte, come scrive Strinati, costituisca “l’unico vero esorcismo possibile e concretamente praticabile alla naturale tendenza umana al combattimento e allo scontro”.



domenica 18 febbraio 2024

“Dietro le colonne” di Navid Carucci

Dopo “La Luce di Akbar”, pubblicato sempre con La Lepre Edizioni, Navid Carucci torna a parlarci dell'Impero Moghul.

Siamo nel 1657, l’Hindostan è una terra florida e in pace, il regno è amministrato da ufficiali capaci e giusti, la raccolta dei tributi è equa, ma improvvisamente, quando il sovrano si ammala e tutti temono il peggio, si riaccendono le faide per la successione.

L’imperatore Shan Jahan ha già da tempo designato come erede il primogenito Dara Shikoh, ma questo non impedirà che gli altri fratelli scendano in campo contro di lui e contro lo stesso padre, che si sarà nel frattempo rimesso dalla la crisi, scatenando una sanguinosa guerra per il trono.

Jahanara, la figlia maggiore, Somma Principessa, ha fatto da madre ai fratelli e le sorelle; Mumtaz Mahal era infatti morta di parto quando Jahanara aveva appena diciassette anni.

La tradizione dei Timuridi è una tradizione di sangue, lo stesso Shan Shikoh non si era fatto scrupoli di uccidere fratello e nipote pur di conquistare il potere. Jahanara, principessa illuminata e cosmopolita, vorrebbe impedire che la storia si ripeta ma non ci riuscirà.

Jahanara è molto vicina all’erede al trono designato dal padre. Dara Shikoh è di un solo anno più giovane di lei. Entrambi desiderano una religione universale e non divisiva, tutto è Dio.

Proprio la religione sarà al centro dello scontro con Aurangzeb, terzo figlio maschio di Shan Jahan, sunnita ortodosso ed estremista.

Se Jahanara parteggia per il primogenito Dara Shikoh, Rosahanara è dalla parte di Aurangzeb, mentre la più giovane delle figlie dell’imperatore, Gauharara, è molto vicina Shah Shuja, secondogenito maschio, di presunta fede sciita.

Navid Carucci con magistrale bravura è riuscito ancora una volta a raccontare la storia con la S maiuscola attraverso la narrazione romanzata dei suoi personaggi. Con l’introduzione di personaggi nati dalla sua fantasia e grazie alla dettagliata caratterizzazione piscologica dei protagonisti realmente esistititi, l’autore è riuscito a regalarci un affresco quanto più verosimile di un’epoca tanto ricca di contraddizioni.

Tra le pagine troviamo racconti di avvenimenti e tradizioni che spesso ci colpiscono per la loro violenza e crudeltà, come quando leggiamo della cerimonia funebre hindu in cui le mogli del defunto venivano arse vive insieme al corpo del marito talvolta volontariamente, più spesso costrette. In verità, se ci pensiamo, anche la storia occidentale è costellata di altrettanta violenza, basti pensare per esempio alle nostre corti rinascimentali, alle guerre di religione tra cattolici e protestanti e all’Inquisizione.

L’aggressività che ritroviamo nel racconto di Navid Carucci però non è solo quella fisica che si sviluppa tra i fratelli in lotta per il potere; le sorelle, pur non combattendo tra loro con le armi, si fronteggiano con una violenza psicologica altrettanto vigorosa.

Jahanara è fortemente avversata da Rosahanara. Le accuse che la secondogenita rivolge alla sorella maggiore nascono soprattutto da un sentimento di rivalsa e invidia per essere sempre stata messa in secondo piano. Esecrabile per i suoi modi, non la si può certamente assolvere per la sua cattiveria d’animo, ma Rosahanara non è poi così lontana dalla verità quando accusa Jananara di non sapere cosa voglia dire essere sempre seconda, di aver sempre vissuto su di un piedistallo. Da parte sua Jahanara, schiacciata dalle responsabilità, ha anche lei i suoi demoni da affrontare come la mancata maternità, che vive come un terribile fallimento personale, e la continua ricerca di un equilibrio che sembra sempre sfuggirle.

Gauharara è forse l’unica che riuscirà a fare pace con se stessa superando il proprio demone ovvero il terribile senso di colpa per aver provocato la morte della madre con la propria nascita.

“Dietro le colonne” racconta il passato, un passato lontano nel tempo, ma che ha ancora un forte legame con il presente, vuoi perché ci porge una chiave per meglio afferrare dinamiche politiche e religiose ancora attuali, vuoi perché ci fa comprendere che alcuni demoni personali con i quali ci confrontiamo noi tutti sono gli stessi da sempre perché parte dell’essere umano in quanto tale.

Farti valere non significa tradire i tuoi famigliari, anzi non devi smettere di amarli, di amare, o governerai senza cuore. Però i vincoli della sottomissione sono d’impaccio al volo.

sabato 20 gennaio 2024

“I Diari di Dante” di Riccardo Starnotti

Secondo una leggenda medievale la Divina Commedia sarebbe stata spiegata nella sua totalità solo dopo settecento anni dalla sua stesura o dalla morte del suo autore.

30 Marzo 2009. Riccardo compie 25 anni, non è nel mezzo del cammin della sua vita, ma ha pur sempre raggiunto un traguardo, il quarto di secolo.  Il tempo della profezia sta per scadere e lui da qualche notte fa uno strano sogno, sempre lo stesso. E se fosse proprio lui il prescelto per risolvere l’enigma? Una serie di coincidenze lo conducono alla scoperta di una pergamena antica. La pergamena riporta una bellissima poesia in terzine dantesche che fa pensare che il suo autore potrebbe essere addirittura il Sommo in persona.

Inizia così un affascinante viaggio alla scoperta del significato del testo poetico, un percorso che parte da Firenze e attraversa diverse località del Casentino, un viaggio fatto di incontri speciali e di testi antichi, di luoghi singolari, senza mai perdere di vista la letteratura dantesca.   

Più volte Riccardo si sentirà dinnanzi alle terzine che celano il mistero con le loro “parole di colore oscuro” come Dante di fronte alla porta dell’Inferno, ma non si scoraggerà mai, sostenuto sempre dalla presenza della dolce compagna Irene.

“I Diari di Dante. La leggenda si avvera” si preannuncia essere il primo volume di una trilogia. Un testo molto diverso da quello che mi sarei aspettata, ma conoscendo l’autore non stupisce che la sorpresa potesse nascondersi dietro l’angolo. Invero, questo libro ha un taglio molto particolare che non permette in alcun modo di inserirlo in uno specifico genere letterario.

Sulle parole di Dante Riccardo Starnotti ci conduce alla scoperta delle località meno conosciute del Casentino, ci fa conoscere i misteri del luogo da dove il viaggio ebbe inizio, San Miniato al Monte a Firenze, ci porta nella burella del bellissimo castello di Poppi.

Tra queste pagine, però, non troviamo solo luoghi, poesia e alchimia, ma anche tanti personaggi affascinanti e una gustosa guida enogastronomica perché, come non manca mai di ricordare Riccardo, anche la fase “mastica” ha la sua importanza quanto quella mistica.

Il libro di Riccardo Starnotti è anche uno zibaldone di pensieri che inducono il lettore ad interrogarsi su tante tematiche, che non necessariamente debbono essere ricondotte alla poetica dantesca, come il vero significato della filosofia, la necessità di ritrovare un ritmo lento, il piacere della scoperta, il piacere di imparare cose nuove solo per il gusto di farlo.

A questo punto credo sia doveroso spendere qualche parola sull’autore di questo libro. Riccardo Starnotti è davvero un personaggio. Guida turistica e ambientale, è solito condurre visite dantesche nei luoghi dove il poeta nacque e visse durante l’esilio e in quei posti menzionati nella Divina Commedia. Riccardo si è tanto calato nella parte che ormai anche i suoi amici stentano a riconoscerlo quando si presenta loro in borghese.

Il suo libro per quanto romanzato è fortemente autobiografico. Riccardo, infatti, ha fatto propria la missione di riuscire a rendere fruibile e comprensibile a tutti la Divina Commedia. È presidente dell’Associazione Culturale Amici di Dante in Casentino che si  occupa di far riscoprire i luoghi danteschi e dal 2021 ha lanciato la prima piattaforma e-learning per spiegare in maniera semplice e chiara il testo che ha dato vita alla lingua italiana, DANTFLIX. Trovate Riccardo Starnotti su Instagram e Facebook come @viajandocondante 






domenica 14 gennaio 2024

“The house of the Wolfings” di William Morris

William Morris (1834-1896) fu un uomo dotato di una mentalità estremamente versatile; molteplici furono i suoi interessi che spaziarono nei più diversi campi artistici e culturali sino ad approdare alla militanza politica. Egli fu uno dei primi socialisti inglesi.

Tra le sue innumerevoli passioni ci furono la mitologia nordica e il romanzo medievale in particolar modo quello islandese. Questi argomenti influenzarono largamente la sua produzione letteraria.

“The house of the Wolfings” è il romanzo che ha ispirato la nascita del genere fantasy. Lo stesso J. R. R. Tolkien affermò di aver tratto ispirazione proprio da quest’opera per le storie ambientate nella sua “Terra di Mezzo”.

La storia del romanzo di William Morris racconta della lotta tra i Goti e gli invasori Romani, inframmezzando alla realtà storica elementi mitologici e fantastici.

In un alternarsi di prosa e poesia, la fusione di elementi di magia e di verità del passato danno vita ad un racconto epico carico di pathos e raffinato lirismo.

Protagonista del racconto è Thiodolf, condottiero degli Wolfings, una della Casate più importanti della Marca. Spetterà a lui, scelto come Comandante di Guerra insieme ad Otter dei Laxings, condurre gli eserciti per difendere le Terre delle Genti dal famelico invasore.

William Morris esalta in queste pagine il valore, l’ardore e l’eroismo dei Goti contrapponendolo all’avidità e all’irreggimentazione proprie dei Romani sebbene non manchi, comunque, di riconosce a questi un grande coraggio in battaglia.

È appassionante poter leggere la storia da un altro punto di vista, quello dei Goti appunto, essendo noi quasi sempre abituati a leggerla dal punto vista dei Romani.

“The house of the Wolfings” è un romanzo che affronta temi che, oltre ad interessare i cultori del genere fantasy che qui potranno ritrovare le atmosfere all’origine del loro genere preferito, diventano anche un importante spunto di riflessione sociale considerando proprio la visione politica utopistica dell'autore.

Qualche parole deve assolutamente essere spesa per la casa editrice Black Dog: molto bella la veste grafica del volume, ottima la qualità della carta e particolarmente felice l’idea di corredare il volume con le bellissime illustrazioni in bianco e nero opera di Elena Massola. Infine, da sottolineare l’interessante prefazione a cura di Andrea Comincini che qui ci racconta il genio dimenticato di William Morris.




lunedì 25 dicembre 2023

“È colpa tua?” di Mercedes Ron

Nick e Noah , dopo tante peripezie, sono ormai una coppia ma le prove da superare per loro sembrano non finire mai. Numerosi sono gli elementi che giocano a loro sfavore mettendo a dura prova la loro relazione. L’opposizione dei genitori, la differenza di età, gli scheletri del passato, la gelosia e le paure irrazionali, i traumi mai superati, la mancanza di fiducia potrebbero alla fine allontanarli per sempre.

È vero, i loro sentimenti sono intensi e profondi, ma l’amore e la passione di fronte a tanti dubbi, incomprensioni e difficoltà potrebbero non essere sufficienti per superare tutte le crisi che Nick e Noah incontreranno sul loro cammino. 

Andrò controcorrente, ma per me il secondo volume della trilogia non regge assolutamente il confronto con il primo.

Per quasi duecento pagine la storia sembra trascinarsi e avvitarsi su se stessa in attesa di un qualcosa che sblocchi la situazione, un qualcosa che sembra non arrivare mai, poi lentamente il racconto inizia a rianimarsi, la narrazione inizia a prendere slancio e alla fine, in aperto contrasto con la fiacca partenza, il finale si rivela davvero ricco di colpi di scena inaspettati e sorprendenti.

A differenza del primo romanzo questo libro non è autoconclusivo per cui, una volta letto questo secondo episodio, si è costretti ad affrontare inevitabilmente la lettura del terzo. Il mio consiglio sinceramente è quello di fermarsi alla lettura del primo.

Lo so, posso sembrare spietata e forse un po’ lo sono pure, ma sono cresciuta a pane e zia Jane quindi merito un po’ di indulgenza. Leggerò comunque anche il terzo volume, chissà, magari mi sorprenderà positivamente mantenendo quanto di buono intravisto nell’ultima parte di questo secondo episodio. Insomma, come si dice, mai dire mai…

domenica 17 dicembre 2023

“Spettacolare” di Francesca Reggiani

Tutti noi, nostro malgrado, abbiamo dovuto abituarci alla precarietà perché questo è quello che oggi offre il mondo del lavoro. Nessuno si sofferma, però, a pensare che ci siano stati alcuni lavoratori che da sempre abbiano dovuto fare i conti con questa condizione. È il caso del mestiere dell’attore.

Francesca Reggiani ripercorre in queste pagine la storia della sua vita. Tra racconti famigliari, pezzi di satira e personaggi da lei interpretati, l’artista ci conduce alla scoperta di questo antico mestiere.

Un lavoro, quello dell’attore, che più che una professione in realtà potrebbe essere definito anche un modo di essere perché, quella che viene portata sulla scena, è la vita vera. Tutti noi recitiamo un ruolo e indossiamo le nostre maschere di pirandelliana memoria. L’attore – dice Francesca Reggiani - è colui che decide di trasformare in professione una condizione esistenziale.

Attenzione, però, questo non significa sia una professione nella quale ci si possa improvvisare. Senza dubbio è necessario avere una certa predisposizione, avere anche qualcuno che ci dia i giusti consigli e magari qualcuno che riconosca in noi un qualche potenziale, ma lo studio resta un elemento fondamentale per raggiungere il successo.

Qual è  la cosa che l’attore rincorre per tutta la vita? Potrà sembrare ovvio, è l’applauso. L’applauso è adrenalina, è riconoscimento, ma è anche consapevolezza che nulla deve essere mai dato per scontato perché il percorso sarà sempre uno stare perennemente sulle montagne russe.

Non è tanto la straordinarietà degli argomenti trattati in questo libro ad essere interessante quanto il modo ironico con cui l’autrice li affronta. Se vogliamo, le cose dette potrebbero anche sembrare quasi banali, ma non lo è assolutamente il taglio con cui la Reggiani le analizza. Di fatto tutti questi pensieri, che sono anche i nostri pensieri, o almeno della maggioranza, da noi non vengono mai espressi perché pochi hanno la forza e il coraggio di farlo apertamente per paura di essere accusati non essendo in linea con il dilagante conformismo morale. Che lo si voglia ammettere o meno, le cose ci sono sfuggite di mano e noi viviamo in un mondo perbenista dove anche fare satira è diventato estremamente difficile.

In questo mondo iperconnesso, dove tutti comunicano ma nessuno parla, dove si è soli anche quando ci si incontra fisicamente, dove durante un viaggio in treno nessuno guarda più il paesaggio fuori dal finestrino perché costantemente attaccato a computer, telefono e tablet, dove le donne riportano una data di scadenza come le mozzarelle, mentre l’uomo è affascinante a qualunque età, mi sentirei di aggiungere che questo è quello che credono loro e noi gli lasciamo credere, in questo mondo dove la gente comune ha paura di esprimere sinceramente le proprie opinioni, salvo poi farlo nel peggiore dei modi nascondendosi dietro l’anonimato di una tastiera, bene, in questo mondo che limita la libertà di tutti e di nessuno allo stesso tempo, i comici vengono costretti a giustificarsi per le proprie battute e far ridere diventa sempre più complicato.

“Spettacolare” è un libro intelligente e pungente, che con uno sguardo ironico ed arguto ci porta a riflettere e prendere coscienza del nostro atteggiamento nei confronti della vita e del mare di contraddizioni che ci circonda e nel quale ogni giorno cerchiamo di stare a galla con sempre più difficoltà.

Indovinata la scelta di inserire dei QR code al termine di alcuni passaggi così da poter rivedere in video alcuni monologhi che senza dubbio hanno un resa più efficace rispetto alla semplice lettura.



sabato 16 dicembre 2023

“È colpa mia?” di Mercedes Ron

Abbiamo tutti quell’amica scema che sa capire perfettamente quando è il momento di farci ridere perché il livello del nostro stress ha raggiunto il limite di guardia, Ecco, la mia si chiama Sabrina.  Vi chiederete cosa ci azzecchi la mia amica con questo libro, ebbene, è stata lei a costringermi, amabilmente si intende, ad affrontare la lettura di questo romanzo perché, secondo il suo insindacabile giudizio, era giunta l’ora che mi prendessi una pausa anche dai miei amati saggi medicei.

Quindi via con la visione insieme del film originale Prime tratto dal romanzo e poi la lettura del libro. Vi dico subito che “E colpa mia?” è il primo volume di una trilogia ma, mentre al termine del film lampeggia un sottinteso "to be continued" grosso come una casa, il libro può considerarsi tranquillamente un romanzo autoconclusivo.

Veniamo al racconto. La diciassettenne Noah è costretta a trasferirsi in California per seguire la madre che ha da poco sposato un affascinante miliardario. Nonostante per lei si spalanchino le porte di un mondo fatto di feste, bei vestiti, scuole di altissimo livello, Noah non riesce a darsi pace per ciò che ha dovuto inevitabilmente lasciare dietro di : i suoi luoghi del cuore, la sua squadra di pallavolo, la sua migliore amica e Dan, il suo fidanzato. Come se non bastasse sarà costretta a convivere anche con il nuovo fratellastro, Nicholas. Dopo qualche duro scontro iniziale però il fratellastro, un ventiduenne bello e dannato, inevitabilmente farà breccia nel cuore di Noah. Entrambi i ragazzi hanno esperienze traumatiche alle spalle e il loro legame in qualche modo riuscirà a risanare quelle vecchie ferite.

La trama è piuttosto scontata: due mondi che si scontrano, le crisi adolescenziali, la paura di non essere accettati. Tanti gli elementi classici di questo tipo di letteratura, risse e corse in auto comprese, ma nell’insieme devo ammettere che il romanzo si è rivelato una piacevole lettura d’evasione.

Il ritmo del film è senza dubbio più veloce; il libro, però, sebbene a tratti rallenti un po' riesce sempre a mantenere alto l’interesse del lettore. L’autrice merita un plauso particolare anche per la caratterizzazione dei personaggi che sono ben delineati. Sinceramente tutta questa passione che si scatena tra i protagonisti mi ha fatto un po’ sorridere, ma ci sta trattandosi a tutti gli effetti di un romanzo young adult.

Per dovere di cronaca è giusto ricordare che questo libro, edito da Salani e ormai bestseller conclamato, ha fatto la sua prima apparizione sulla piattaforma Wattpad riscuotendo un enorme successo tanto da contare ben oltre 500.000 follower.

Che dire? Brava la mia amica! Ogni tanto una ventata di leggerezza è decisamente necessaria.

Alla prossima puntata con “E colpa tua?”