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domenica 30 agosto 2026

“Machiavelli, un uomo di parole” di Jean-Louis Fournel e Jean-Claude Zancarini

Machiavelli è uno scrittore. È questo l’incipit del saggio, che raccoglie una serie di interventi precedentemente pubblicati dai due autori dagli anni Novanta sino a oggi, preceduti da un’ampia introduzione e chiusi da un epilogo che torna su alcuni nessi e aggiorna alcuni dati biografici.

 

L’intento del volume è quello di avvicinarsi agli scritti di Machiavelli attraverso un’analisi filologica, riportando l’attenzione sulla concretezza della sua scrittura e sul contesto nel quale essa nasce. Machiavelli, infatti, non è soltanto l’autore di opere e trattati destinati alla riflessione politica: in qualità di segretario della Repubblica fiorentina è quotidianamente impegnato nella scrittura. Lettere, dispacci, relazioni, documenti: la parola è per lui anche uno strumento di lavoro, necessario per affrontare concretamente gli avvenimenti del proprio tempo.

 

Machiavelli, dunque, scrive dal presente, del presente e per il presente.

Che i suoi testi siano oggi considerati fondamentali per la letteratura italiana è un dato indiscutibile, ma, secondo la prospettiva proposta dal saggio, questo rappresenta quasi un effetto collaterale della loro originaria funzione storico-politica. Machiavelli scrive perché deve comprendere ciò che accade, interpretarlo e, soprattutto, indicare come agire.

 

E in questa scrittura non va trascurato un altro elemento: l’ironia. L’umorismo, il sarcasmo, l’ambiguità e talvolta il paradosso non sono semplicemente ornamenti stilistici, ma possono diventare veri e propri strumenti politici. Anche attraverso l’ironia Machiavelli mette in discussione certezze, smaschera comportamenti e rende più incisiva la propria analisi del potere.

 

Il tempo di Machiavelli è, del resto, un’epoca nuova. Sono gli anni delle Guerre d’Italia, un periodo nel quale cambia profondamente non soltanto l’assetto politico della penisola, ma anche il modo stesso di concepire e condurre la guerra. È proprio il conflitto a mettere in evidenza l’inadeguatezza delle truppe mercenarie e la necessità di ripensare strumenti, eserciti e strategie.

 

Anche la lingua della politica deve quindi adeguarsi a una realtà in trasformazione. Non necessariamente attraverso l’invenzione di neologismi, ma attraverso parole già esistenti che acquistano significati nuovi, diventano progressivamente plurisemantiche e assumono, a seconda dei contesti, sfumature differenti.

Gli scritti di Machiavelli, dunque, non sono rivolti innanzitutto ai lettori del futuro o ai posteri. Nascono per affrontare il presente, per interpretarlo e per suggerire una possibile azione. Il Principe può certamente essere letto come un’opera filosofica, come un libro di pensiero e di teoria politica, ma non è soltanto questo: è prima di tutto un testo profondamente legato alla concretezza della politica e alla necessità di agire.

Devo ammettere che il saggio è molto diverso da quello che mi aspettavo. Non immaginavo di trovarmi di fronte a un lavoro prevalentemente filologico, ma dinnanzi a un commentario delle opere di Machiavelli. L’impostazione scelta dagli autori è invece un’altra e, proprio per questo, offre diversi spunti interessanti.

 

Ho trovato particolarmente valide anche le analisi dedicate ai testi di Savonarola e Guicciardini, utili per individuare affinità e differenze rispetto agli scritti machiavelliani. Questi confronti permettono di collocare il pensiero di Machiavelli all’interno di un contesto storico e culturale più ampio e, nello stesso tempo, consentono di osservare l’evoluzione della lingua e il suo diverso utilizzo in relazione a concezioni differenti dello Stato, della politica e della storia.

 

Resta, tuttavia, una mia personale perplessità. Gli autori sono francesi e, leggendo il saggio, mi è capitato più volte di avere la sensazione che alcune parole di Machiavelli vengano sottoposte alla ricerca di doppi significati, allusioni o sfumature che, per un lettore italiano, possono risultare invece più immediate.

Mi sono quindi chiesta quanto alcune di queste interpretazioni possano essere influenzate dalla distanza linguistica e culturale degli autori. Ma, allo stesso tempo, mi sono domandata anche quanto proprio quella distanza possa produrre una maggiore attenzione, e forse persino intuizioni che a un lettore italiano, troppo vicino alla lingua e alla tradizione culturale, potrebbero sfuggire.

 

L’idea di fondo del saggio rimane, a mio avviso, molto valida. Gli autori affrontano Machiavelli e il suo pensiero attraverso una lente diversa da quella alla quale siamo abituati, riportando l’attenzione sulla concretezza della sua scrittura, sul rapporto con il proprio tempo e sulla funzione che le parole avevano nel momento in cui venivano scritte.

 

Machiavelli non parla né la lingua dei principi né quella dei sudditi: parla la lingua di un uomo di mestiere, costantemente alla ricerca di un’impossibile conciliazione tra la singolarità dei casi concreti e la necessità delle regole.

È proprio nelle parole e nei testi che gli autori individuano le tracce di una lingua volgare della politica ancora giovane, non fissata, mutevole, impegnata a dare forma a realtà pratiche e teoriche altrettanto nuove, fragili, non ancora definite e dai confini instabili.

 

A cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, i fiorentini che, come Machiavelli, scrivono e pensano la politica e la guerra si trovano a confrontarsi con un presente difficile da interpretare. Sono alla continua ricerca di forme adeguate per rendere conto di una realtà spesso inafferrabile. L’inquietudine, l’incertezza di fronte al corso degli eventi e la consapevolezza di vivere una situazione di emergenza spingono alla ricerca delle parole necessarie per raccontare e definire la qualità dei tempi.

E quanto ci è familiare tutto questo?

Anche noi viviamo in un’epoca di profonde trasformazioni: nuovi equilibri geopolitici, guerre, crisi internazionali, rivoluzioni tecnologiche, intelligenza artificiale, nuovi strumenti di comunicazione e un mondo nel quale ciò che sembrava stabile può cambiare in tempi rapidissimi.

La domanda che attraversa gli scritti di Machiavelli “come comprendere un mondo che cambia e quali parole utilizzare per descriverlo?” non appartiene soltanto al suo tempo.

È anche la nostra domanda.

 

Forse è proprio per questo che Machiavelli continua a essere così attuale. Non perché le sue risposte possano essere semplicemente trasferite nel presente, ma perché ci costringe ancora oggi a interrogarci sul rapporto tra parole, politica, storia e azione.

 

A più di cinque secoli di distanza, continuiamo a cercare parole capaci di raccontare un mondo nuovo mentre quel mondo sta ancora cambiando. E forse è proprio questa la vera attualità di Machiavelli: non averci lasciato soltanto delle risposte, ma averci insegnato a cercare, nelle parole e nella realtà, gli strumenti necessari per comprendere il proprio tempo.

 

 



domenica 2 agosto 2026

“Benvenuti all’inferno” di Asia Ventola

Un ospedale psichiatrico ridotto in cenere, venticinque vittime e una sola firma lasciata sulla scena: Tanti saluti da Hell. Da quella notte il suo nome è diventato leggenda. Per alcuni è un assassino spietato, per altri il simbolo di una giustizia che osa andare oltre i limiti della legge.

Samuel Bennet è sempre stato ossessionato da quel mistero. Quando i suoi genitori vengono arrestati per un'accusa costruita ad arte, il passato smette di essere un ricordo e diventa l'unica strada da seguire. Convinto che Hell sia l'unico in grado di smascherare la verità, parte insieme ai suoi amici alla sua ricerca. Ma ciò che trovano li trascina in un mondo di segreti, alleanze fragili e scelte sempre più estreme, dove distinguere il bene dal male diventa quasi impossibile.

Non esiste un luogo in cui nascondersi dalle proprie decisioni. Esiste solo il mondo reale e chi è disposto a mettere tutto in gioco pur di cambiarlo.

Il romanzo di Asia Ventola è un thriller noir ben costruito, ambientato nella Los Angeles contemporanea. La narrazione risulta coinvolgente e mantiene alta la tensione fino alle ultime pagine. Sono presenti alcune piccole debolezze narrative che tuttavia non compromettono la solidità dell'intreccio e, nel complesso, contribuiscono alla costruzione della vicenda.

L'autrice affronta temi di grande attualità, dal bullismo alla sete di vendetta, dalla violenza sulle donne alla corruzione che permea ogni livello della società, mettendo in evidenza come, talvolta, la giustizia non riesca a punire i colpevoli. Il romanzo invita inoltre a riflettere sul sottile confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ponendo il lettore di fronte a dilemmi morali complessi, che mettono in discussione certezze e convinzioni tutt'altro che scontate.

Uno dei punti di forza del romanzo è la caratterizzazione dei personaggi. Ognuno di loro riesce a entrare in sintonia con il lettore grazie a fragilità autentiche e profondamente umane. Non sono soltanto i giovani protagonisti a risultare credibili: anche gli adulti, con il loro bagaglio di errori, rimpianti e ferite, trovano spazio nella narrazione. Asia Ventola mostra come molte delle insicurezze e delle paure dell'adolescenza non scompaiano con il passare degli anni, ma continuino a influenzare le scelte dell'età adulta. È proprio questa capacità di raccontare emozioni universali a rendere il romanzo una lettura adatta non solo al pubblico young adult, ma anche ai lettori adulti.

Dal punto di vista delle suggestioni narrative, è possibile cogliere alcuni richiami ad opere di altro genere come fumetti e film. Il personaggio di Hell, percepito come una sorta di leggenda urbana che punisce chi sfugge alla giustizia, ricorda per certi aspetti la figura del vendicatore oscuro di The Crow, più che quella di un semplice serial killer. Allo stesso modo, Helena richiama alcune protagoniste del revenge thriller, evocando a tratti la determinazione di Beatrix Kiddo in Kill Bill. Si tratta, però, di richiami tematici più che di vere ispirazioni: Asia Ventola costruisce infatti una storia fortemente personale, in cui prevalgono l'indagine psicologica, i dilemmi morali e il continuo confronto tra giustizia e vendetta.

C'è anche un piccolo aneddoto personale che ha accompagnato questa lettura. Ho scoperto il romanzo quasi per caso al Salone del Libro, imbattendomi nello stand della Giacovelli Editore. Mi sono fermata a curiosare e ho avuto il piacere di conoscere l’autrice: con grande disponibilità e gentilezza mi ha raccontato il suo libro, avvertendomi che le prime pagine avrebbero potuto sembrare più lente, perché dedicate a presentare i numerosi personaggi e a costruire le basi della storia. Mi ha persino consigliato di non lasciarmi scoraggiare da quell'inizio.

Nel mio caso, però, è successo esattamente il contrario. Nonostante le oltre seicento pagine, sono entrata nella storia fin dalla prima pagina e non ho mai avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un'introduzione troppo descrittiva o faticosa. Al contrario, ho trovato la lettura coinvolgente e scorrevole, e proprio quel tempo dedicato ai personaggi si è rivelato fondamentale per comprendere fino in fondo le loro motivazioni, le loro fragilità e l'evoluzione dei rapporti che li legano.

È anche per questo che Benvenuti all’Inferno riesce a distinguersi: non è soltanto un thriller ricco di tensione e colpi di scena, ma un romanzo che costruisce con pazienza il proprio universo narrativo, portando il lettore a interrogarsi sul significato della giustizia, sul peso delle proprie scelte e sul sottile confine che separa il bene dal male. Una storia che, per la forza dei suoi personaggi e per la struttura dell'intreccio, avrebbe tutte le caratteristiche per diventare un'ottima serie televisiva.



mercoledì 22 luglio 2026

“Il primo Sabbat. Convergenza astrale” di Antonietta A. Conte

Dopo Il primo Sabbat e La lucedietro lo specchio, la trilogia giunge al suo capitolo conclusivo con un volume che porta la storia verso la resa dei conti finale, ma soprattutto verso la piena maturazione dei suoi protagonisti.

Ritroviamo Maya in una situazione profondamente diversa rispetto all’inizio del suo viaggio. La giovane strega del fuoco si trova in un luogo oscuro, segnata dalle perdite subite e privata di quelle persone che per lungo tempo hanno rappresentato il suo punto di riferimento. La sofferenza, il senso di smarrimento e la solitudine sembrano avere preso il sopravvento, costringendola a confrontarsi con le proprie paure più profonde e con una parte di sé che ancora fatica ad accettare.

Anche il percorso di Selene e Cloe è segnato dalle conseguenze degli eventi precedenti. Selene si ritrova in una realtà parallela, confusa e disorientata, vittima di manipolazioni che la portano a mettere in dubbio ciò che conosce e ciò in cui crede. Cloe, rimasta nel suo mondo, deve invece fare i conti con il dolore delle perdite subite e con il peso di una battaglia che ha lasciato ferite difficili da rimarginare.

Ancora una volta, però, il legame tra le tre protagoniste rappresenta il vero centro della narrazione. Maya, Cloe e Selene non sono semplicemente tre ragazze dotate di poteri straordinari: sono una famiglia costruita attraverso la scelta, la fiducia e la capacità di restare unite anche quando tutto sembra crollare. Ed è proprio questo uno degli aspetti più significativi dell’intera trilogia: l’idea che i legami più importanti non siano necessariamente quelli dettati dal sangue, ma quelli che nascono dall’amore, dalla protezione e dalla presenza reciproca.

In questo ultimo capitolo l’autrice porta ancora più in primo piano il tema dell’inclusività, già presente nei volumi precedenti. Le diverse creature che popolano questo universo (streghe, vampiri, licantropi, demoni e stregoni) non vengono raccontate soltanto come fazioni diverse, ma come individui con fragilità, desideri e conflitti personali. La diversità diventa così un elemento di ricchezza e non un motivo di separazione, sottolineando come l’identità di una persona non possa essere definita soltanto dalla sua origine o dalla sua natura.

La trama è ricca di colpi di scena e di rivelazioni capaci di sorprendere il lettore. Alcuni risvolti sono difficili da prevedere e le scelte compiute dai protagonisti riescono, in più di un’occasione, a spiazzare non soltanto gli altri personaggi, ma anche chi sta leggendo. Il ritmo rimane coinvolgente, alternando momenti più introspettivi a scene cariche di tensione.

Tra gli elementi più affascinanti del romanzo troviamo sicuramente il regno Phersipnai, l’etrusca Persefone. Le pagine dedicate a questo luogo hanno un’atmosfera particolare, sospesa tra mito e magia, e rappresentano uno dei momenti più suggestivi dell’intera saga. La presenza di questo mondo permette all’autrice di arricchire ulteriormente la propria mitologia narrativa, inserendo elementi legati al fascino dell’antichità e al tema del confine tra vita, morte e rinascita.

Come già nei precedenti volumi, anche questo capitolo mantiene quel dialogo con la letteratura fantasy e paranormale contemporanea. Si possono ritrovare alcuni richiami agli immaginari del genere, ma la storia conserva una propria identità grazie soprattutto all’importanza attribuita ai sentimenti, alle relazioni e alla crescita personale dei protagonisti.

Se il primo libro aveva il compito di introdurre un mondo nuovo e il secondo di ampliarne confini e conflitti, questo capitolo finale raccoglie ogni elemento della saga e lo porta verso la sua naturale conclusione.

La storia di Maya, Cloe e Selene si chiude lasciando il lettore con il senso di un viaggio compiuto: un percorso fatto di magia, creature soprannaturali, battaglie e misteri, ma soprattutto di amicizia, amore e famiglia.

Un finale che conclude una saga costruita sulla scoperta di sé, sulla forza dell’unione e sulla possibilità di rinascere anche dopo le perdite più dolorose.

 



domenica 12 luglio 2026

“Il primo Sabbat. La Luce dietro lo specchio” di Antonietta A. Conte

Dopo gli eventi narrati ne Il primo Sabbat, la trilogia prosegue con La luce dietro lo specchio, un secondo volume che abbandona gradualmente la fase introduttiva per entrare nel vivo della storia, approfondendo i personaggi e ampliando ulteriormente l'universo narrativo.

Al centro del romanzo ritroviamo Maya, la giovane strega del fuoco, costretta a fare i conti con la propria nuova natura e con un'identità che appare sempre più difficile da conciliare. Se nel primo libro la scoperta dei suoi poteri rappresentava l'inizio di un percorso, qui il vero ostacolo diventa accettare ciò che è diventata e trovare un equilibrio tra due mondi che sembrano inconciliabili.

Maya si ritrova infatti divisa tra la famiglia umana che l'ha cresciuta con amore e quella vampira alla quale appartiene per nascita. Un conflitto che non riguarda soltanto la sua natura soprannaturale, ma anche la sfera più intima dei sentimenti. Il peso del tradimento subito dall'uomo che ama, la paura di mettere in pericolo le persone a cui vuole bene e il difficile rapporto con il padre, il Signore di Rocca Aita, che l'ha abbandonata appena nata, rendono il suo percorso ancora più complesso. Il desiderio di comprendere le ragioni del passato si scontra continuamente con una ferita che sembra impossibile da rimarginare.

Accanto alla protagonista fanno il loro ingresso numerosi nuovi personaggi, mentre quelli già conosciuti acquistano maggiore profondità. La trama si arricchisce di nuove alleanze, rivalità e segreti, assumendo una struttura più articolata rispetto al volume precedente. Le diverse specie che popolano questo universo, streghe, vampiri, licantropi demoni e stregoni, non rappresentano soltanto fazioni contrapposte, ma diventano il mezzo attraverso cui l'autrice riflette sul significato dell'appartenenza, dell'accettazione e dei legami familiari.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è proprio il valore attribuito alla famiglia, intesa non solo come vincolo di sangue, ma anche come scelta e responsabilità reciproca. I rapporti tra i personaggi si rivelano infatti il vero cuore della narrazione: amicizie, amori, tradimenti e riconciliazioni si intrecciano continuamente, dimostrando come, al di là della specie di appartenenza, siano i sentimenti a guidare le scelte dei protagonisti. Che si tratti di vampiri, streghe o licantropi, i legami raccontati appaiono istintivi, profondi e viscerali. A volte basta un gesto, un silenzio o una parola non detta perché ogni equilibrio costruito con fatica rischi di sgretolarsi.

Anche in questo secondo capitolo non mancano i colpi di scena. Molte verità rimaste nell'ombra iniziano finalmente a emergere, mentre nuovi interrogativi si affacciano, mantenendo costante la curiosità del lettore. La narrazione conserva un ritmo scorrevole e coinvolgente, alternando momenti di introspezione a scene più dinamiche, senza perdere mai di vista il percorso di crescita dei protagonisti.

La luce dietro lo specchio rappresenta quindi un naturale punto di svolta all'interno della trilogia. Se il primo volume aveva il compito di introdurre personaggi e ambientazione, questo secondo capitolo consolida l'intera costruzione narrativa, amplia la mitologia del mondo creato dall'autrice e prepara il terreno per quello che si preannuncia come lo scontro decisivo.

Il finale lascia infatti aperte numerose questioni e alimenta la curiosità verso l'ultimo capitolo della saga. A questo punto non resta che proseguire con il terzo volume, per scoprire come tutti i fili della storia arriveranno finalmente a intrecciarsi nella resa dei conti conclusiva.



domenica 28 giugno 2026

“Il primo Sabbat” di Antonietta A. Conte

La madre di Maya muore dandola alla luce e, da quel momento, la sua vita prende una direzione diversa. A crescerla è Cassandra, una donna premurosa che la accoglie come una figlia propria, colmandola d’affetto e protezione. Di suo padre, invece, Maya non sa nulla: nessuna spiegazione, nessuna traccia, soltanto un’assenza che resta sospesa.

Crescendo, Maya intreccia il suo destino con quello di Cloe e Selene. Le tre bambine diventano inseparabili, legate da un’amicizia profonda che somiglia in tutto e per tutto a un vincolo di sangue. Sono sorelle scelte, unite da un’intesa che sembra non poter essere spezzata.

Eppure, nel loro mondo fatto di complicità e quotidianità condivisa, si muove qualcosa nell’ombra. Maya non sa di avere una sorellastra, né immagina che questa presenza silenziosa stia tramando per distruggerla insieme alle sue due amiche. Intorno a loro, infatti, si addensano misteri sempre più fitti, mentre si rivela una verità destinata a cambiare ogni equilibrio: Maya, Cloe e Selene non sono ragazze qualunque. Sono giovani streghe elementali, dotate di poteri che devono ancora imparare a comprendere e controllare. Sarà Cassandra a guidarle in questo percorso di scoperta e consapevolezza.

Ho scoperto Il primo Sabbat quasi per caso al Salone del Libro. Si tratta del primo volume di una trilogia che si è rivelato una lettura sorprendentemente ricca e stratificata. I personaggi sono numerosi e ben intrecciati, e la trama si sviluppa con ritmo coinvolgente, popolandosi di licantropi, vampiri, stregoni e creature che arricchiscono un universo narrativo variegato e dinamico.

Non mancano i colpi di scena che si susseguono mantenendo viva l’attenzione fino all’ultima pagina. Nonostante la mole del volume, la lettura risulta scorrevole e mai pesante: questo primo capitolo ha chiaramente la funzione di introdurre l’universo narrativo e i suoi protagonisti, costruendo le fondamenta di una storia più ampia e articolata. Non si tratta dunque di un romanzo autoconclusivo, ma di un tassello iniziale che apre la strada all’intera trilogia.

Le atmosfere richiamano, almeno in parte, alcuni grandi immaginari della letteratura fantasy e paranormale contemporanea, con echi che possono ricordare saghe come Twilight o The Vampire Diaries. Tuttavia, la narrazione riesce a mantenere una sua identità e una certa originalità, risultando nel complesso piacevole e meritevole di attenzione.

Non resta quindi che proseguire con il secondo volume, lasciandosi alle spalle il giusto grado di curiosità, senza anticipare troppo per non rivelare i misteri che ancora attendono di essere svelati.




venerdì 26 giugno 2026

“Meretricula” di Roberta Savelli

Meretricula, piccola meretrice: così rimane impressa, per molti, la figura di Francesca Ordeaschi, signora di Villa Chigi, compagna e poi moglie di Agostino Chigi, il più ricco banchiere d’Europa, uomo potentissimo e vicino ai grandi della sua epoca, tra cui papa Leone X.

Il romanzo ricostruisce la vicenda di una donna capace di conquistare il cuore di un uomo influente e carismatico, al punto da fargli mettere in discussione equilibri familiari e sociali consolidati. Il legame con Francesca diventa infatti una frattura profonda nei rapporti con la sua famiglia, in particolare con il fratello Sigismondo, che non accetterà mai quella relazione, giudicandola scandalosa e inappropriata.

La storia prende avvio a Venezia, dove Francesca è ancora una bambina cresciuta nella povertà. È proprio in questo contesto difficile che la madre, spinta dalla miseria, la avvia alla prostituzione, segnandone precocemente il destino. Tuttavia, il corso della sua vita cambia radicalmente quando incontra l’amore: un incontro che si rivela decisivo e che la porterà lontano da Venezia, fino a Roma, accanto ad Agostino Chigi. Qui Francesca diventa la donna più invidiata e ammirata della città, immersa nello splendore e nelle contraddizioni del potere rinascimentale.

Nel romanzo, Francesca racconta la propria vita in prima persona. Attraverso la sua voce emergono il passato doloroso, le paure mai sopite, e un amore assoluto e totalizzante per il suo uomo. Ma insieme all’amore cresce anche la consapevolezza di una condizione difficile da superare: quella di meretrice, un’etichetta sociale che non riesce mai a cancellare del tutto, alimentata dal giudizio degli altri, dall’invidia e dai pregiudizi.

Accanto a questa identità imposta, emerge anche la condizione più ampia della donna nel Rinascimento: una figura spesso ridotta a ornamento, utile principalmente a garantire discendenza, raramente riconosciuta per intelligenza e autonomia. Eppure Francesca dimostra sensibilità, forza e lucidità, mentre Agostino la ama sinceramente, pur restando prigioniero delle convenzioni del suo tempo, che nemmeno il potere e la ricchezza possono davvero scardinare.

Lo sguardo del romanzo è sorprendentemente moderno: attraverso la scrittura evocativa e poetica di Roberta Savelli, la storia di una figura femminile storicamente marginale viene ricostruita e reinventata con intensità narrativa, fino a darle il volto ideale della Fornarina di Raffaello. Ne nasce un racconto ben costruito, coerente e profondamente immerso nell’atmosfera del Rinascimento, capace di restituire voce e dignità a una donna rimasta ai margini della storia ufficiale.


domenica 10 maggio 2026

“Il libro dell’apprendista samurai” di Daidoji Yūzan (a cura di Tea Pecunia)

Daidōji Yūzan visse tra il 1639 e il 1730. Discendente di un clan dal passato illustre, crebbe però in una condizione segnata dal declino del prestigio familiare: nel 1615 un episodio compromise infatti la reputazione della casata, lasciando sulla famiglia una pesante eredità sociale. Questo contesto di precarietà contribuì a plasmare profondamente il pensiero dell’autore.

Nel corso della sua vita Yūzan viaggiò molto e poté accedere a una formazione di altissimo livello. Il Giappone in cui visse attraversava un lungo periodo di pace e stabilità, e proprio questa nuova condizione stava mettendo la classe guerriera di fronte a una profonda crisi identitaria. I bushi non erano più soltanto uomini d’arme: il mondo del commercio e dell’amministrazione stava assumendo un ruolo sempre più centrale nella società. In questo scenario, il pensiero di Yūzan contribuì a ridefinire la figura del samurai, trasformandolo da semplice guerriero a funzionario al servizio dell’ordine politico e burocratico.

Dopo l’accurata introduzione di Tea Pecunia, sempre preziosa per la capacità di contestualizzare il periodo storico e guidare il lettore attraverso il testo, ci si immerge nelle pagine di Yūzan. Più che un semplice manuale destinato agli apprendisti samurai, l’opera si rivela un autentico percorso di formazione etica e spirituale.

L’autore affronta a tutto tondo i temi fondamentali della vita del samurai senza cadere mai nell’idealizzazione ingenua. Daidōji Yūzan è infatti ben consapevole di quanto sia difficile, se non proprio impossibile,  trovare rettitudine, coraggio e lealtà riunite in un unico individuo.

Uno dei nuclei centrali dell’opera è il rapporto con la morte. Secondo Yūzan, il samurai dovrebbe meditare costantemente sulla propria fine, perché soltanto così può vivere pienamente il presente, evitando superficialità e rimandi continui. Ogni istante potrebbe essere l’ultimo, ed è proprio questa consapevolezza a dare valore alle azioni quotidiane. Se un tempo era la battaglia il luogo naturale in cui affrontare la morte con coraggio, nel nuovo mondo descritto dall’autore anche la malattia diventa un banco di prova: il samurai deve accoglierla senza paura e senza attaccamento.

Accanto alla lealtà verso il signore trovano spazio anche temi come la pietà filiale, l’autodisciplina e soprattutto lo studio. Per Yūzan l’apprendimento non deve mai interrompersi, nemmeno nella vecchiaia: migliorare sé stessi è un compito continuo, che accompagna l’intera esistenza.

È proprio qui che il testo mantiene ancora oggi una sorprendente attualità. Dietro i precetti destinati ai samurai emerge infatti una riflessione universale fondata su sobrietà, disciplina, responsabilità e consapevolezza del proprio ruolo nel mondo. Valori che, in una società frenetica e spesso disorientata come la nostra, continuano ad avere una forza capace di interrogare il presente.



sabato 9 maggio 2026

“La vendetta dei leoni di Venezia” di Matteo Strukul

In questo nuovo romanzo torna sulla scena il personaggio de El Caligo, lo spettro di Venezia che aveva già conquistato i lettori nel primo volume, La congiura delle vipere.

La congiura è stata sventata: la Spagna, attraverso due dei suoi uomini più influenti, aveva orchestrato un piano per conquistare l’Arsenale e rovesciare il governo della Serenissima. Venezia, però, non dimentica e soprattutto non perdona. Per dimostrare la propria forza, la città si prepara ad una spettacolare esecuzione pubblica: ben quarantacinque persone verranno impiccate davanti al popolo.

Il compito de El Caligo, però, non è ancora terminato. I nemici non sono stati del tutto sconfitti e qualcuno continua a tramare nell’ombra, deciso a colpire proprio durante l’esecuzione.

Ritorna sulla scena anche l’Invelenada, la temibile irriducibile sfuggita alla morte, più determinata che mai a vendicarsi del suo mortale nemico, lo spettro di Venezia. La donna sa di non poterlo affrontare sul piano delle armi, ma troverà un modo molto più subdolo e velenoso per metterlo alle strette.

Ritroviamo così i personaggi che avevano affascinato i lettori con il primo romanzo: El Caligo con il suo amore e la sua assoluta lealtà verso Venezia, Rea e il suo legame con il muschier Marco, la pittrice Chiara Varotari e tutte le figure che ruotano attorno a una vicenda sempre più intensa e coinvolgente.

Quanto era stato soltanto accennato nel primo capitolo della saga qui viene approfondito e definito con maggiore precisione: i rapporti tra i personaggi, il peso del loro passato e le motivazioni che li guidano rendono l’introspezione psicologica ancora più concreta ed efficace.

Come nel primo romanzo, pur basandosi su una rigorosa ricerca storica, l’autore si concede ampia libertà creativa. Non manca, al termine del volume, una ricca bibliografia che permette al lettore di approfondire i temi e gli eventi trattati che più lo hanno incuriosito durante la lettura.

Anche questo nuovo episodio strizza l’occhio ai grandi feuilleton d’appendice, intrecciando avventura, intrighi politici ed elementi picareschi in un ritmo serrato e cinematografico.

Una combinazione perfetta tra trama originale e ricostruzione storica, capace di trascinare il lettore nel cuore della Venezia seicentesca. Intrighi, vendette e personaggi intensi prendono vita pagina dopo pagina in un romanzo che conferma ancora una volta la straordinaria capacità narrativa di Matteo Strukul, autore capace come pochi di trasformare la Storia in un’avventura viva e coinvolgente.



domenica 3 maggio 2026

“Neve di primavera” di Yukio Mishima

Tokyo, 1912. All’indomani della guerra russo-giapponese, l’aristocrazia nipponica, ancora avvolta in un’etichetta severa, quasi immobile, avverte le prime incrinature di un mondo che cambia, rapido e inesorabile, sotto la pressione della modernità.

Al centro della vicenda si staglia Kiyoaki Matsugae, giovane erede di una famiglia che solo mezzo secolo prima viveva ai margini: militari di provincia, poveri ma vitali, lontani dalla raffinatezza della corte. È il padre, ora marchese, a voler recidere ogni traccia di quell’origine, affidando il figlio sin dall’infanzia alla nobile casata degli Ayakura, affinché respiri la grazia e la raffinatezza dell’alta aristocrazia.

Crescendo tra quelle mura, Kiyoaki condivide gli anni più delicati con Satoko, figlia degli Ayakura: affascinante e  luminosa, pià matura e profondamente innamorata di lui fin dall’infanzia. Ma l’amore di Satoko si infrange contro l’ambiguità del giovane. Kiyoaki è bello, sì, ma inquieto, incostante; capace di una crudele indifferenza verso chi lo ama, come se temesse che ogni sentimento potesse sottrargli qualcosa anziché donarglielo.

Il suo è un cuore esitante, sospeso; come una bandiera al vento è incapace di scegliere la direzione. Forse teme Satoko, o forse teme ciò che lei risveglia in lui. Il suo comportamento è contraddittorio, spesso irritante, e non conquista facilmente la simpatia del lettore. Eppure, proprio in questa fragilità si compie il suo percorso: un lento, tormentato cammino di crescita emotiva, in cui l’amore diventa prova, specchio e, infine, rivelazione. Solo attraversando il dolore e il rimpianto, Kiyoaki si avvicina a ciò che significa davvero diventare uomo.

Attorno a lui si muove una costellazione di figure vivide: il conte Ayakura, elegante, ma sottomesso, suo malgrado, alla volontà del marchese Matsugae a causa delle difficoltà economiche della famiglia; la madre del marchese, donna energica e determinata; e soprattutto Honda, l’amico leale, saldo e razionale, capace di comprendere Kiyoaki senza mai smarrire se stesso, mantenendo quella distanza che è forma di rispetto e di lucidità.

“Neve di primavera” è un romanzo talvolta esigente, che chiede attenzione e sensibilità, ma che ricompensa con una bellezza sottile e persistente. Un mondo lontano, che può apparire difficile da comprendere agli occhi occidentali, ma proprio per questo ancora più affascinante. Una storia profonda, che non si limita a raccontare i protagonisti, ma scava anche nelle pieghe dell’animo dei personaggi secondari, restituendo un affresco complesso e raffinato.

Quando l’ultima pagina si chiude, restano una lieve e struggente sensazione e una domanda sospesa: se sia davvero possibile afferrare la felicità quando la si riconosce, o se, come Kiyoaki, si sia destinati a comprenderne il valore solo nel momento in cui ormai è troppo tardi.



domenica 1 marzo 2026

“L’ultima amante di Hachikō” di Banana Yoshimoto

Mao ha quindici anni e una vita già troppo ingarbugliata. Vive con la madre in una comunità religiosa nata attorno alla figura della nonna, una guaritrice considerata veggente, morta da poco. Da quando lei non c’è più, quel gruppo di hippy spirituali sta scivolando verso un fondamentalismo strano, inquietante.

Dalla nonna le è rimasto solo un lascito di parole oscure: che impazzirà, se non seguirà la strada della pittura; che la sua salvezza arriverà da lontano, da un ragazzo arrivato dall’India di nome Hachi; che lei sarà la sua ultima amante. Frasi che sembrano più un rebus che un destino.

Quando la comunità si irrigidisce e la casa diventa una gabbia, Mao capisce che restare non è più possibile. Durante una delle sue fughe incontra proprio un ragazzo che corrisponde alla descrizione fattale dalla nonna. Non sa ancora dove la porterà quella profezia, ma sa che il suo cammino non può che cominciare lasciando dietro di sé il villaggio dell’amore.

Reggere tutta questa intensità sapendo che la storia d’amore sta per finire è per il lettore quasi un esercizio di resistenza emotiva. Le pagine si fanno più dense, l’ansia cresce eppure tutto è già scritto, il destino ha tracciato la strada fin dall’inizio. Le parole della nonna a Mao non sono solo un presagio, sono la consapevolezza che certe traiettorie non si possono evitare.

Forse per una mentalità giapponese, abituata al qui e ora, al lasciare andare come gesto naturale, questo passaggio risulta più comprensibile. Per noi occidentali, invece, abituati a trattenere, a spiegare, a dare un nome a tutto, queste pagine risultano quasi spiazzanti. Se poi consideriamo la giovane età dei protagonisti, le loro scelte così definitive, così radicali diventano ancora più stranianti. Hachikō che decide, Mao che si lascia vivere: due estremi che, proprio perché i protagonisti sono tanto giovani, fanno ancora più rumore.

Il romanzo di Banana Yoshimoto è un libro intenso. Porta con sé un messaggio semplice eppure difficile da incarnare: se imparassimo ad amarci un po’ di più, forse proveremmo meno rancore verso ciò che la vita ci toglie. L’accettazione non è resa, ma un modo per respirare meglio, per capire chi siamo davvero e cosa desideriamo, senza pretendere che tutto sia già chiaro dentro di noi. Cercare il proprio centro è fatica, ma è l’unica strada per vivere in sintonia con il nostro io più autentico.

C’è anche un invito sottile a guardare i “nemici” per ciò che sono: esseri umani. Metterli in questa categoria, spogliarli del potere che diamo loro, rende più facile non odiarli. Non per loro, ma per noi stessi, per alleggerire il peso che portiamo.

Il tempo che scorre non è mai inutile. Anche quando sembra lento, anche quando fa male, porta con sé un senso che spesso comprendiamo solo dopo.

Serve coraggio per seguire la propria strada, per fregarsene delle aspettative, per accettare che quando una persona sceglie davvero il proprio cammino, nulla di ciò che facciamo potrà cambiarlo. Possiamo solo lasciare andare. E in questo gesto così difficile, così necessario c’è forse la forma più pura di salvezza: accettare l’altro, accettare il tempo, accettare che tutto scorre.



domenica 22 febbraio 2026

“Le magnifiche vite precedenti del Buddha” a cura di Genevienne e Tea Pecunia

I jataka sono i racconti della nascita, un vasto corpus di storie che ripercorrono le molte vite del Buddha prima dell’illuminazione. In queste narrazioni il futuro Buddha appare in forme diverse: animale, umana o divina.

Al centro dei jataka c’è la legge del kamma (karma in sanscrito): ogni azione compiuta intenzionalmente genera un seme destinato a maturare nelle esistenze successive. Le azioni buone portano frutti buoni, quelle cattive frutti cattivi. Le rinascite possono assumere molte forme, ma è solo nell’incarnazione umana che diventa possibile sciogliere definitivamente il debito karmico e raggiungere l’illuminazione.

Per lungo tempo si è pensato che questi racconti fossero destinati soprattutto ai laici buddhisti, grazie alla loro immediatezza e alla struttura narrativa semplice e piacevole. Studi più recenti suggeriscono invece che fossero rivolti principalmente a monaci e monache, come strumenti di riflessione e insegnamento. Ogni jataka segue una struttura tripartita: un episodio del presente, la storia del passato e infine la connessione karmica che unisce i due piani temporali.

Il libro non presenta l’intero corpus dei jataka, ma ne propone una selezione ampia e scelta con grande attenzione. Al termine di ogni racconto troviamo un commento ricco e illuminante delle curatrici, Genevienne e Tea Pecunia, che orienta la lettura senza appesantirla. Grazie a queste guide alla lettura è possibile cogliere implicazioni e raffinate complessità morali che a un lettore meno esperto potrebbero facilmente sfuggire.

Molti protagonisti sono animali e il pensiero corre spontaneamente alle favole di Esopo. Ma qui l’animale non è mai ridotto a una maschera fissa (la volpe astuta o il leone saggio) bensì diventa un veicolo per esplorare la complessità morale dell’esistenza.

Ciò che colpisce, leggendo, è l’attualità sorprendente di queste storie. Offrono spunti preziosi per affrontare la vita quotidiana con maggiore consapevolezza; celebrano virtù come la generosità, si oppongono all’eccesso di materialismo che caratterizza il nostro tempo, invitano a riconoscere il valore della comunità, ma anche l’importanza del lasciar andare. Ricordano che non tutte le azioni negative ci condannano; se non sono frutto della nostra volontà, non generano lo stesso peso karmico di quelle compiute deliberatamente.

In questi racconti convivono parabola morale, insegnamento spirituale e gusto narrativo. Ci trasportano in un mondo lontano, eppure ci parlano con una chiarezza sorprendente del nostro presente. Sono storie leggere, piacevoli da leggere, ma capaci di aprire spazi di riflessione profonda. 

Leggendo "San Francesco" di Aldo Cazzullo mi aveva colpito un passaggio in particolare: il parallelo, appena accennato ma potentissimo, tra la figura del santo di Assisi e quella del Buddha storico, Siddharta Gautama. Due vite lontanissime nel tempo e nello spazio, eppure attraversate da una stessa intuizione, la possibilità di un’umanità diversa, fondata sull’inclusione e sulla fraternità universale.

Questa affinità emerge con forza quando si sfogliano i jataka. In queste pagine prende forma un’idea di comunità che non esclude, ma accoglie: un microcosmo dove le distinzioni di casta vengono sospese e ogni individuo, indipendentemente dalla sua origine, trova un posto. È un gesto rivoluzionario, soprattutto se si pensa che il Buddha stesso diede il suo assenso alla prima ordinazione femminile della storia, aprendo la via a una comunità monastica di donne. La stessa radicalità la ritroviamo in Francesco. Anche lui, come Siddharta, scelse di scardinare le gerarchie del suo mondo. Non solo accolse Chiara d’Assisi nella sua visione di vita evangelica, ma la sostenne, la guidò, la incoraggiò a fondare una forma di consacrazione femminile che fosse pienamente parte della famiglia francescana nascente. Non un’appendice, non un ruolo subordinato, ma una presenza essenziale, riconosciuta e amata.

Buddha e Francesco si sfiorano davvero nella capacità di immaginare una comunità dove l’altro non è un intruso, ma un fratello o una sorella. Una comunità che non si difende, ma si espande. Che non teme la differenza, ma la riconosce come parte del tutto.



domenica 18 gennaio 2026

“Francesco. Il primo italiano” di Aldo Cazzullo

Il libro di Aldo Cazzullo dedicato a San Francesco si presenta come un’opera che sfugge alle definizioni canoniche. Non è una biografia in senso stretto, né un semplice saggio storico: è piuttosto un percorso attraverso le molteplici sfaccettature della vita del santo, la sua storia, la sua storiografia, la sua eredità spirituale e culturale. Cazzullo non si limita a raccontare Francesco: lo osserva da angolazioni nuove, lo mette in dialogo con il nostro presente, lo restituisce alla sua complessità.

Già dalle prime pagine l’autore sorprende il lettore con un accostamento inatteso: la vita di Francesco paragonata a quella del Buddha, nella figura di Siddhartha. Un parallelismo che evidenzia punti di contatto sorprendenti come la rinuncia, la ricerca interiore, la compassione, ma anche differenze profonde. È un’apertura che incuriosisce e invita a proseguire la lettura, perché suggerisce che il libro non seguirà strade prevedibili, ma tenterà di illuminare zone meno esplorate.

Di San Francesco conosciamo i dogmi più celebri: l’amore per la natura, il rispetto per la dignità umana, la fratellanza universale. Eppure la sua figura, a differenza di quella di molti altri santi, non si è mai cristallizzata. Attraversa i secoli riuscendo a rimanere estremamente moderna.

Cazzullo insiste su un aspetto spesso trascurato: Francesco non era soltanto il santo sorridente che parlava agli uccelli. Era un uomo attraversato da passioni forti, capace di dolcezza ma anche di decisione. Un ribelle quando necessario, capace di durezza e fermezza. La sua gioia non era ingenuità, ma scelta consapevole, frutto di una visione radicale della vita.

Francesco cresce in un’epoca di grandi trasformazioni: le città si espandono, le università nascono, il denaro circola, le banche si consolidano, le crociate infiammano l’immaginario collettivo. È un mondo in fermento, in cui tutto sembra muoversi.

In questo contesto, la sua rivoluzione non viene condannata, come accadde ad altri movimenti spirituali, perché non mirava a demolire la Chiesa, ma a riportarla alla sua essenza. La sua povertà non era protesta politica, ma testimonianza spirituale. La sua ribellione non era distruttiva, ma rigeneratrice.

Le fonti su Francesco sono numerose, contraddittorie, talvolta poco credibili. Alcune sono state scoperte solo recentemente; altre sono state manipolate o reinterpretate dalla Chiesa per ragioni storiche e politiche fin da subito dopo la morte di Francesco. È un terreno complesso, dove la santità rischia di trasformarsi in leggenda e la leggenda di oscurare l’uomo.

Cazzullo affronta questo labirinto con l’attenzione del giornalista e la sensibilità del narratore. Cerca di distinguere ciò che è storicamente plausibile da ciò che appartiene alla costruzione agiografica, ciò che davvero proviene da Francesco da ciò che gli è stato attribuito. Il risultato è un ritratto più umano, più sfaccettato, più autentico.

Il libro di Cazzullo riesce restituisce un San Francesco vivo, complesso, sorprendentemente moderno. Non un’icona immobile, ma un uomo che ha attraversato il suo tempo con una forza rivoluzionaria e una visione limpida. La lettura lascia la sensazione di aver incontrato davvero Francesco, non quello delle immagini edulcorate, ma quello vero: appassionato, ribelle, innamorato della vita e dell’umanità. È un saggio che non solo racconta, ma invita a riflettere.

 

 

mercoledì 7 gennaio 2026

“Dryadem. La leggenda” di Marie Albes

Ayres ha ventidue anni, ma porta addosso un senso di colpa antico, pesante, che le impedisce di vivere la sua età con la leggerezza che meriterebbe.

La sua vita scorre in una routine fatta di piccoli lavori: al mattino tra i profumi di carta e polvere della libreria antiquaria, al pomeriggio tra i colori delicati di un negozio di fiori. Una quotidianità silenziosa, quasi sospesa, che sembra proteggerla e imprigionarla al tempo stesso.

Poi, il destino bussa alla sua porta. Ha il volto di un ragazzo affascinante, James, che irrompe nella sua vita con una richiesta impossibile: ha bisogno di lei per spezzare una maledizione lanciatagli da una giovane strega.

Ayres non sa cosa pensare. Dubbi, paure, esitazioni la assalgono. Eppure, qualcosa dentro di lei la spinge ad accettare, forse perché quel viaggio non è solo la ricerca di un modo per sciogliere un incantesimo, ma anche l’occasione per ritrovare se stessa, per capire finalmente chi è davvero.

“Dryadem. La leggenda” è il primo volume di una trilogia fantasy decisamente particolare. Non si limita a raccontare una storia di magia: intreccia cultura celtica, miti antichi, divinità dimenticate, stregoneria e leggende.

Il ritmo iniziale è piuttosto lento e fatica un po’ a ingranare. Tuttavia, una volta che la storia prende avvio, gli eventi si incastrano con coerenza e la trama si ricompone in modo convincente.

I personaggi sono numerosi, ma è Ayres quella che rimane nel cuore del lettore e non solo perché è la protagonista della storia. Fragile e forte, smarrita e determinata, è una giovane che cresce, che sbaglia, che cerca. Quello di Ayres è un viaggio dentro la magia e dentro se stessa.

Non è possibile considerarlo un romanzo autoconclusivo: troppi misteri restano sospesi, troppe domande attendono risposta. E così, una volta chiusa l’ultima pagina, non resta che proseguire il viaggio ed immergersi nel seguito della saga.

Una storia affascinante, ricca di magia e di ombre, che parla di destini intrecciati e di identità da ritrovare. Un inizio che promette molto e che invita a restare.



venerdì 26 dicembre 2025

“Bushidō” di Inazō Nitobe (a cura di Tea Pecunia)

Tea Pecunia, nella sua introduzione, ci presenta l’autore dell’opera: Inazō Nitobe (1862–1933). Inazō Nitobe trascorse gran parte della sua vita lontano dal Giappone, vivendo per molti anni negli Stati Uniti e in Europa. Fu una figura straordinariamente versatile: docente, rettore universitario, economista agrario, diplomatico, politico e persino esperantista. Credeva profondamente nel progetto dell’Esperanto, una lingua pianificata per favorire il dialogo tra i popoli, costruita con elementi provenienti dal latino, dall’italiano, dal francese, dall’inglese, dal russo e dal polacco.

Forse fu proprio questa sua naturale inclinazione al dialogo a spingerlo a scrivere la sua opera più celebre, con l’intento di rispondere alle domande degli occidentali sull’etica giapponese. Il libro lo rese noto in tutto l’Occidente, pur attirando numerose critiche per alcune inesattezze storiche, per certi limiti interpretativi e per quelle che alcuni giudicarono forzature prospettiche. Eppure, ancora oggi, rimane il testo più diffuso sul Bushidō.

Inazō Nitobe cerca costantemente di individuare affinità e punti di contatto tra la cultura occidentale e quella giapponese, un compito tutt’altro che semplice. Così, ad esempio, mette in relazione lo spirito cavalleresco medievale con il Bushidō dei samurai: due realtà profondamente diverse, ma accomunate da alcuni valori morali fondamentali.

La mia impressione, leggendo anche altri autori giapponesi che trattano gli stessi temi, è che Inazō Nitobe sia riuscito a “occidentalizzare” il concetto di Bushidō, rendendolo quindi più accessibile al lettore europeo. La sua sensibilità, spesso vicina al modo di pensare occidentale, emerge chiaramente e facilita la comprensione di chi si avvicina a questi argomenti senza alcuna conoscenza preliminare. Nonostante ciò, il suo pensiero resta profondamente permeato dalla mentalità giapponese: pur avendo ricevuto un’educazione occidentale e pur essendosi convertito nel corso della sua vita al cristianesimo, Inazō Nitobe non rinnega mai il proprio retaggio culturale. Un po’ come accade a noi italiani che restiamo legati, spesso anche inconsciamente, alle nostre radici regionali, così Inazō Nitobe rimane profondamente ancorato alla tradizione del Giappone.

Nel trattare il tema, l’autore ricorre spesso a parallelismi tratti dalla storia e dalla letteratura europee, nel tentativo di avvicinare il lettore straniero a una materia complessa e distante. E, a mio avviso, ci riesce pienamente. Il testo è suddiviso in vari capitoli, ciascuno dedicato a un aspetto del Bushidō: le sue origini, le fonti, il carattere, l’insegnamento, l’influenza sulle masse, la continuità nel tempo e la sua persistenza nel presente. Il Bushidō viene presentato come un codice morale che i samurai erano tenuti a osservare con rigore.

Inazō Nitobe analizza virtù come benevolenza, cortesia, veridicità, onore, dovere, lealtà e dominio di sé: tutti elementi fondamentali dell’anima del Bushidō. Alcune descrizioni raggiungono una vera e propria poeticità, come quando parla delle celebri lame dei samurai, autentiche opere d’arte, che paragona alle loro rivali occidentali, come la spada di Toledo o quella di Damasco.

In definitiva, Bushidō è un libro stimolante, capace di ricostruire con vivacità il Giappone feudale. È un testo accessibile ai neofiti e a chi desidera avvicinarsi per la prima volta al mondo dei samurai, comprendere che cosa sia il Bushidō e quale eredità abbia lasciato nella cultura giapponese contemporanea. Un’opera che invita a riflettere su quanto di quell’antica etica sia sopravvissuto nel Giappone moderno, soprattutto se confrontato con la tradizione cavalleresca occidentale.



domenica 23 novembre 2025

“La libreria del venerdì” di Sawako Natori

All’interno della stazione ferroviaria di Nohara, un tranquillo sobborgo a nord di Tōkyō, si trova una libreria avvolta da un’aura di mistero. Secondo le voci che circolano in rete, chiunque vi entri riesce a scoprire proprio il libro di cui ha bisogno in quel preciso momento.

Fumiya, uno studente refrattario alla lettura, è alla disperata ricerca di un volume per il padre malato. Spinto dall’urgenza e dalla speranza, decide di varcare la soglia di questa insolita libreria.

La libreria del venerdì si  rivela un luogo magico: oltre agli scaffali colmi di volumi, ospita un piccolo spazio caffè dove vengono preparati piatti ispirati ai libri stessi e un magazzino sotterraneo immenso ricavato da un vecchio binario dismesso. A guidare questo mondo incantato ci sono tre figure: Makino, la direttrice, Yasu, il proprietario, e Sugawa, che si occupa dell’angolo ristoro.

Grazie a loro, Fumiya riscoprirà il piacere della lettura e  accetterà addirittura un lavoro part-time nella libreria, trasformando così quel rifiuto per i libri in una nuova passione.

Il romanzo di Sawako Natori si distingue per la sua originalità: i libri e i personaggi delle storie non restano soltanto sullo sfondo della vita dei protagonisti, ma si intrecciano con le loro esistenze e con quella di tutte le figure che popolano le pagine del romanzo. La letteratura, giapponese e non solo, diventa così il filo conduttore che dà voce e respiro alle vicende umane narrate fatte di emozioni. I sogni, le speranze, le paure, le illusioni e le fragilità dei protagonisti rispecchiano quelle dei clienti della libreria. Quegli stessi sentimenti vengono messi a nudo, indagati e trasformati grazie alla lettura e al suo potere curativo.

Diverse sono le tematiche affrontate in questo libro. Una, in particolare, riguarda l’incapacità di confrontarsi con le emozioni autentiche, abituati ormai a gestirle attraverso i social senza averne un’esperienza diretta. Un altro tema centrale è il rapporto tra genitori e figli: da un lato le aspettative dei primi, dall’altro il conflitto dei secondi, divisi tra il desiderio di affermare la propria personalità, realizzare i propri sogni e la paura di deludere chi li ha cresciuti. L’insicurezza emerge in ogni sua forma: dal timore di non essere abbastanza intelligenti o attraenti per suscitare interesse, fino alla sensazione di non meritare l’amore o l’amicizia di qualcuno.

Ho trovato il libro non sempre di facile lettura: in alcuni passaggi si avverte una certa fatica, soprattutto quando i romanzi citati non sono conosciuti dal lettore. Le soluzioni narrative proposte, talvolta, strappano un sorriso e appaiono volutamente sopra le righe, sfiorando il comico e persino l’assurdo. Tuttavia, è forse proprio questa sua eccentricità che contribuisce a renderlo un romanzo moderno, capace di riflettere con ironia e leggerezza sulle contraddizioni della nostra epoca.

Al di là delle sue particolarità narrative, l’opera conserva un senso profondo: invita a interrogarsi sul ruolo della letteratura nella vita quotidiana e sul potere che le storie hanno di trasformare, consolare e persino destabilizzare chi le legge.