venerdì 10 marzo 2023

“Sacro romano impero. La principessa di Charolles” di Marina Colacchi Simone

Dopo “Florentine. La pupilladel Magnifico”, vincitore di ben sette premi letterari, Marina Colacchi Simone torna a confrontarsi con il romanzo storico e lo fa riprendendo la storia laddove l’aveva lasciata.

La narrazione si apre con le terribili scene del sacco di Roma (6 maggio 1527) perpetrato dai lanzichenecchi, arruolati tra le file dell’esercito imperiale. Attraverso la tecnica del flashback, la protagonista del romanzo, la principessa di Charolles, si lascia andare ai ricordi dando avvio al racconto degli avvenimenti accaduti negli anni precedenti.

Le prime pagine sono dedicate alla presentazione dei principali personaggi, un’esigenza imprescindibile prima di addentrarsi nel vivo della narrazione, essendo questi davvero numerosi.

La storia di questo periodo è piuttosto complessa. Dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, ago della bilancia della politica italiana, le grandi potenze europee possono ormai liberamente affacciarsi sul suolo italico. I grandi protagonisti sono Francesco I di Valois in Francia, Enrico VIII Tudor in Inghilterra e Carlo di Gand, protagonista del romanzo.

Il diciasettenne Carlo siederà sul trono di Spagna, sebbene solo formalmente dovrà all’inizio condividerlo con la madre Giovanna la Pazza, e diverrà imperatore del Sacro Romano Impero.

Le prime pagine del romanzo non sono scorrevolissime, ma l’autrice doveva fare necessariamente chiarezza sul complesso scacchiere politico dell’epoca prima di addentrarsi nello svolgimento della trama.  I personaggi reali e di invenzione si integrano tra di loro alla perfezione, tanto verosimili sono quelli nati dalla penna dell’autrice. Ogni dubbio sulla reale esistenza dei protagonisti viene comunque fugato perché Marina Colacchi Simone, sempre attenta ai dettagli, non ha mancato di inserire un elenco dei personaggi di fantasia al termine del volume.

Il libro può essere considerato anche un romanzo di formazione perché il giovanissimo Carlo, nel corso della storia, deve imparare a destreggiarsi sia sul piano umano che politico nel difficile gioco della vita. Fin da subito deve comprendere e accettare la dura legge della ragion di stato, rinunciare alla donna amata e confrontarsi con la figura di una madre ingombrante, imporre la sua ferrea volontà alle sorelle e a chi gli sta accanto, spesso costretto a ferire le persone più care in nome di un bene maggiore, quello della Spagna e dell’Impero.

Protagonista femminile del romanzo è la bella e intelligente Hippolyte de Charolles, amore giovanile di Carlo che non lascerà mai veramente il suo fianco; il loro legame si trasformerà da giovanile sentimento d’amore in un’imperitura amicizia. Ippolita, come verrà chiamata dopo il matrimonio con Francesco Montefiori, resterà infatti vicino a Carlo per tutta la vita in qualità di amica e consigliera.

Proprio la figura di Francesco Montefiori è l’anello di congiunzione con il romanzo precedente di Marina Colacchi Simone in quanto l’affascinante fiorentino altri non è il primogenito della pupilla del Magnifico, Vanna de’ Bardi.

Ci sono poi i protagonisti storici a legare questo romanzo al precedente ossia Leone X, figlio di Lorenzo de’ Medici, e Clemente VII, figlio di Giuliano de’ Medici, fratello del Magnifico.

I personaggi di questo romanzo sono numerosissimi e tutti raccontati in maniera magistrale dall’autrice. Dopo le prime pagine, la narrazione decolla e, nonostante le quasi cinquecento pagine, il libro si legge tutto d’un fiato pur sapendo che alla fine sarà difficile lasciare andare quei protagonisti che, con le loro storie, ci hanno tanto emotivamente coinvolti.

Non era facile condurre il lettore a districarsi in una storia ambientata in uno scenario storico tanto complesso, ma Marina Colacchi Simone è riuscita benissimo nell’intento. Oserei dire che, non me ne voglia l’autrice che so quando sia legata alla figura del Magnifico, ho trovato questo secondo romanzo molto più maturo, più incisivo e più fluido, sia a livello stilistico sia a livello di trama, rispetto al precedente.

Nel districarsi tra le varie vicende storiche, alcune appena accennate come la storia di Giovanni dalle Bande Nere e il divorzio di Enrico VIII, altre affrontate più dettagliatamente come la questione luterana, Marina Colacchi Simone ha reso omaggio a grandi artisti del mondo della pittura come Brueghel e Bosh, ad autori classici quali Dumas e persino, con mia somma gioia, a maestri orafi fiorentini contemporanei quali Paolo Penko.

Come per il precedente romanzo non mancano coinvolgenti coup de théâtre che rendono il racconto ancora più appassionante. Il ritmo della narrazione è incalzante, tipico della più moderna letteratura, sebbene la trama mantenga sempre quell’impalmabile allure tipica della letteratura sette-ottocentesca a me tanto cara.

Il romanzo è autoconclusivo ma, dopo averlo letto, credo che chiunque resterà in trepidante attesa di poter leggere al più presto il prossimo capitolo.






martedì 21 febbraio 2023

“Trovare la calma nella tempesta” di Marina Panatero e Tea pecunia

Faccio sempre molta fatica quando leggo dell’antico Giappone a mettere in relazione cosa avvenisse in quello stesso periodo in Italia ed in Europa. Sebbene oggi con la globalizzazione sembri tutto più semplice, in verità, la difficoltà a comprendere pienamente la cultura del Sol Levante per noi occidentali resta legata a quel modo tanto differente di approcciarsi alla vita che inevitabilmente si rifà alle tanto diverse radici di pensiero.

Non è il primo libro che leggo sull’argomento, eppure, mai come questa volta, ho compreso come spesso il nostro modo di entrare in contatto con la cultura orientale sia oltremodo maldestro e superficiale. Ricordo ancora, ad esempio, quando da ragazzina per qualche anno praticai judo. Ecco, solo ora riesco a comprendere quanto all’epoca certe cose mi siano state trasmesse in maniere meccanica e pertanto inutilmente. Quanto sarebbe stato invece più costruttivo se qualcuno mi avesse spiegato, ad esempio, l’importanza rituale del saluto prima di un incontro piuttosto che impegnare ogni sforzo per farmelo eseguire correttamente.

Il libro di Marina Panatero e Tea Pecunia si pone l'obiettivo, attraverso la storia della spada giapponese e la saggezza dei maestri samurai, di fornire un valido aiuto per affrontare avversità, malattie, lutti, insomma quegli avvenimenti dolorosi che nel corso della vita colpiscono chiunque di noi all’improvviso.

Il volume inizia con una serie di brevi biografie dedicate ai più grandi maestri di spada samurai e tra questi ritroviamo due tra coloro che sono a me più cari ovvero Miyamoto Musashi e Yagyu Munemori.

Si passa poi a trattare più nello specifico della storia della spada giapponese partendo dal periodo arcaico, in cui le spade erano di pietra, per passare alle prime spade giunte dal continente asiatico, per la precisone dalla vicina Corea, e arrivare infine ai giorni nostri. Sono descritti i diversi modelli, le varie scuole e ampio spazio è dato anche alla ritualità della loro forgiatura.

La seconda parte del libro è dedicata alla via dei maestri di spada samurai. Attraverso le loro parole si comprende come questa sia un modus vivendi utile per affrontare il più serenamente possibile ogni avversità che si possa incontrare nella vita.

Prendiamo ad esempio il Dokkodo, ossia quel breve manoscritto che Musashi compose pochi giorni prima della sua morte, ebbene, in questo suo testamento troviamo una valida summa dei migliori insegnamenti che il maestro impartì ai suoi discepoli. Mai pentirsi di ciò che si è compiuto, non essere avidi, non invidiare il prossimo, essere imparziali, non abbandonarsi allo sconforto dovuto ad una separazione, sono solo alcuni dei punti salienti del Dokkodo.

Fondamentali sono l’autodisciplina, la perseveranza, il superamento della paura della morte e l’accettazione della sua inevitabilità. Il coraggio è fondamentale nel combattimento come nella vita perché solo il coraggioso, non conoscendo la paura, riesce, mantenendo la mente sgombra, a non rimanere bloccato.

In verità, nulla ci viene insegnato dai maestri perché la preparazione e lo studio sono importanti per cercare di ritrovare in noi stessi la conoscenza che di per sé fa già parte di noi.

Tra le belle immagini che possiamo ritrovare tra le pagine dei maestri di spada dei samurai c’è quella del fior di loto che cresce nel fango ma non viene intaccato dallo stesso così la nostra mente, allo stesso modo, dovrebbe rimanere imperturbabile.

Un prezioso suggerimento è quello di cercare di affrontare le situazioni critiche come si affronterebbe un viaggio. La forza di volontà e il coraggio che si impiegano nell'affrontare un viaggio, lo studio dei dettagli con cui lo si pianifica, dovrebbero essere gli stessi con i quali si affrontano le avversità.

Lo zen ha permeato lo spirito dei samurai fin dalla sua comparsa. Come già in altre occasioni, parlando dei libri Marina Panatero e Tea Pecunia, abbiamo detto che lo zen non ha dogmi, non è né una religione né una filosofia, ma piuttosto un modo di affrontare la vita. Il principio è quello di lasciarsi alle spalle tutto quel mondo fatto di contrari e contrapposizioni. L’illuminazione consiste nel prendere coscienza di essere un tutt’uno con l’universo, significa essere in sintonia perfetta con il cosmo.

Come l’immagine della luna e degli alberi che si riflettono in uno stagno viene distorta dallo stagno stesso, similmente la percezione della realtà può essere distorta dai nostri pensieri. Un bellissimo esempio è quello dell’albero e della foglia. Se noi dinnanzi ad un albero fissiamo una sola foglia, vedremo solo quella specifica foglia, ma se noi guardiamo l'albero nel suo insieme allora vedremo tutte le foglie che sono sulla pianta.

La via della spada non è semplice via delle armi, ma anche la risposta alle domande della vita.

Per quelli più scettici, posso solo dire che, per esperienza personale, anche se leggendo questi libri potrebbe sembrarvi che nulla vi resti, in verità senza rendervene conto, nei momenti di difficoltà, tutti questi insegnamenti riaffioreranno alla vostra mente aiutandovi a ritrovare parte di quell’equilibrio necessario per affrontare al meglio le avversità. 





sabato 11 febbraio 2023

“La gemma del cardinale de’ Medici” di Patrizia Debicke van der Noot

La storia narrata in questo romanzo si inserisce cronologicamente tra “L’eredità medicea” e “L’oro dei Medici”, i due romanzi di Patrizia Debicke van der Noot di cui vi ho precedentemente parlato.

Come nel volume "L'oro dei Medici" il protagonista è Don Giovanni de’ Medici, il fratellastro del granduca Ferdinando I. In questo romanzo Ferdinando indossa ancora la porpora cardinalizia in quanto la storia prende avvio subito dopo la dipartita del fratello, il granduca Francesco.

La morte del granduca Francesco de’ Medici e della sua seconda moglie, la bella e discussa veneziana Bianca Cappello, avvenuta a distanza di un brevissimo lasso di tempo, ha fatto sospettare fin da subito che non si fosse trattato di morti dovute a cause naturali, ma piuttosto ad un duplice omicidio.

Se i contemporanei accusarono il successore Ferdinando di essere il mandante del delitto e ancora oggi gli storici si dividono su cosa sia veramente accaduto, l’autrice del romanzo fa ricadere la colpa sul più piccolo dei figli di Cosimo I ed Eleonora di Toledo ovvero il violento e rancoroso Pietro de’ Medici, colui che si era macchiato anche dell’assassinio della moglie Leonora.

Un'ipotesi diversa ed intrigante che fa da sfondo ad un’interessante trama che si tinge ulteriormente di giallo quando sulla scena fa il proprio ingresso una setta, la setta degli eletti, al cui vertice si trova un personaggio misterioso e potente, chiamato da suoi uomini Illuminato.

Gli adepti della setta sono infiltrati tra i monaci agostiniani e sembrano avere anche il sostegno del re di Spagna, Filippo II. Il loro scopo immediato sembra quello di ottenere il dominio del Granducato di Toscana, eliminando i Medici. Pietro de’ Medici, accecato dal livore e dall’invidia, sostiene la causa senza rendersi neppure conto di quanto lui sia in realtà solo una sacrificabile pedina in un gioco molto più grande di lui.

In questo romanzo la parte di racconto dedicata all’azione si bilancia equamente con quanto concerne lo sviluppo della trama romance. Il ritmo del racconto è forse meno incalzante rispetto a quello degli altri due volumi dedicati dall’autrice alla dinastia Medici, ma è scorrevole e soprattutto non privo di colpi di scena.

Per quanto concerne i personaggi, alcuni sono di pura invenzione mentre altri, seppur realmente esistiti, sono molto rimaneggiati ovviamente per dare la giusta coloritura alla trama.

Un esempio ne sono la storia romanzata della madre di Don Giovanni, argomento già affrontato parlando del volume “L’oro dei Medici”, e la storia d’amore tra la bella Clelia Farnese, figlia del Cardinale Alessandro Farnese, e Ferdinando.

Nel romanzo si dice che Clelia fosse la madre di un figlio bastardo di Ferdinando I, poiché nato dopo la morte del primo marito della donna. In verità, il bambino nacque quando il marchese Cesarini era ancora in vita. Sarebbe invece verosimile, anche se non vi è alcuna certezza, che Clelia fosse stata realmente l’amante di Ferdinando. Tale ipotesi sarebbe avvalorata dall'esistenza di alcuni dipinti nei quali la donna ritratta potrebbe essere identificata proprio con Clelia Farnese, dipinti che, potrebbero essere stati con molta probabilità commissionati a Jacopo Zucchi proprio dal Medici.

Nell'insieme il romanzo presenta una trama ben congeniata, scorrevole e intrigante. Don Giovanni si conferma protagonista carismatico sebbene la sua figura raggiungerà la consacrazione nel libro “L’oro dei Medici”, in questo romanzo infatti deve spartirsi la scena con un quasi altrettanto affascinate Ferdinando.

I romanzi sono tutti autoconclusivi e possono essere quindi letti in ordine sparso.  In questo volume però ci sono diversi personaggi quali quello di Clelia Farnese, del Cardinale Alessandro Farnese, del Duca di Mantova Vincenzo Gonzaga che fanno senza dubbio scattare nel lettore la voglia di approfondire le loro vicende storiche.





sabato 28 gennaio 2023

“La danza della lepre” di Giuseppina Pieragostini

Quando si inizia una nuova lettura talvolta si rimane disorientati perché il romanzo non corrispondente alle nostre aspettative. È quanto è accaduto a me leggendo le prime pagine di “La danza della lepre”. Ero confusa perché non riuscivo a comprendere a cosa davvero mirasse l’autrice con il suo racconto. Questa impressione è durata però solo per qualche attimo, infatti, quasi senza accorgermene mi sono ritrovata completamente assorbita dalla storia.

Una storia oltremodo singolare che muta scenario di continuo e la cui interpretazione si apre su infiniti piani spazio-temporali sebbene ambientata in un solo luogo e in un tempo ben definito.

Nel 1959 Isabella Stazzano, una studiosa inglese di folklore contadino, si ritrova a trascorre qualche mese in un paese nella zona di Ascoli Piceno.  Questa piccola frazione che da tutti viene indicata come La Villa, in verità si chiama Noèlle, nome il cui significato suonerebbe come luogo che non è sicuro che esista ossia quello che in inglese potrebbe essere tradotto similmente con nowhere.

La guida e custode di Isabella in queste sue giornate alla Villa è una bimba sfrontata, maleducata, trasandata e sporca che, nonostante tutte le attenuanti del caso, non suscita proprio grande simpatia nel lettore. Pietruccia, derisa dagli anziani e bullizzata dagli altri ragazzini, con i suoi otto anni d’età è il capro espiatorio che porta addosso tutta l’umiliazione di un’intera comunità. Una collettività che cerca, con ogni mezzo, di garantirsi un’esistenza nel futuro anche a costo di cancellare per questo il proprio passato e le proprie origini.

La madre di Pietruccia, la Zinghirina, è una donna irridente, irriverente e molto risoluta. Come la figlia è bersaglio delle malelingue dei compaesani, ma nonostante la sua ruvidezza di modi e l’indifferenza che mostra nei confronti di Pietruccia, si intuisce che la donna nasconde anche un lato più umano che non sorprende quando, seppur per una sola frazione di secondo, l’autrice ce lo mostra tra le righe.

La propensione ad esporre sotto una luce sfavorevole le vicende altrui è parte integrante della chiusa comunità contadina della Villa così come lo sono i foulard che le anziane portano annodato sotto il mento e lo zinale dall’ampia tasca che indossano sull’abito.

Filo conduttore del romanzo è la storia delle gemelle Contigiani, le ultime ospiti del vecchio romitorio femminile del paese. Il romanzo, che sulle prime appare quasi una sorta di storia del folklore, all’improvviso si tinge di giallo quando Isabella Stazzano viene spinta a ricercare la verità sulla morte delle Friche o Santucce. A chiedere giustizia e verità sono le tre anziane custodi delle gemelle, le Vizzòghe, che appaiano alla protagonista come l’immagine delle Parche, ma che molto hanno in comune anche con le tre streghe del Macbeth shakespeariano.

A Noèlle il passato continua ad affacciarsi nonostante i suoi abitanti lottino strenuamente per ricacciarlo indietro. È un luogo non luogo, né antico né moderno, è un paese che lotta per la sopravvivenza, per affermare la sua voglia di resistere ed esistere nel futuro.

La storia delle Friche, di Pietruccia, della Zinghirina, del prete disperato, delle Vizzòghe è la storia del passato che si scontra con il presente e lo fa anche con violenza. In questa dura lotta non stupisce che il racconto sconfini talvolta nel soprannaturale perché ai confini del mondo moderno, dove si trova la Villa, chiunque alla fine potrebbe essere uno spettro.

Quella raccontata nel romanzo di Giuseppina Pieragostini è una società che vive un’epoca di passaggio, alla ricerca di identità e di stabilità. Una società spaventata e confusa che non riesce ad afferrare pienamente il cambiamento che si trova di fronte.

Viene spontaneo, per certi versi, paragonarla alla società moderna. Anche noi oggi ci sentiamo disorientati e anche noi oggi stiamo vivendo un’epoca di grande trasformazione. Siamo, che ci piaccia o meno, ormai entrati nell’era digitale, ma non è facile abbracciare davvero una trasformazione così grande quando la si sta vivendo. Probabilmente solo le generazioni future avranno gli strumenti per capire fino in fondo quanto ci stia accadendo oggi e allora, quando anche noi saremo storia, chissà forse appariremo ai loro occhi come gli abitanti di Noèlle.

"Questi tempi non hanno pazienza né per le magherie buone né per quelle cattive; rimane soltanto una parvenza di qualcosa che ne nessuno sa più cosa fosse".


mercoledì 18 gennaio 2023

“L’oro dei Medici” di Patrizia Debicke van der Noot

Protagonista del romanzo è l’affascinante Don Giovanni de’ Medici. L’ultimo figlio maschio di Cosimo I, nato dalla relazione con Eleonora degli Albizzi, era stato legittimato dal padre suscitando il risentimento del rancoroso e violento Pietro de' Medici, il più piccolo dei figli avuti dalla prima moglie Eleonora di Toledo.

La storia si svolge a cavallo tra il 1597 e il 1598. Abile, intelligente e seducente Don Giovanni de’ Medici è il comandante in capo dell’artiglieria e governatore del porto di Livorno nonché comandante in capo della flotta granducale. 

Don Giovanni gode del favore e della stima del fratello Ferdinando I de' Medici. Il Granduca e la moglie Cristina di Lorena, infatti, ripongono massima fiducia nel suo operato. 

Grazie alle leggi livornine emanate da Ferdinando I, Livorno è un porto florido e lo sviluppo economico della città si ripercuote positivamente sulle finanze dell’intero Granducato. Molti sono i governi che, per dare respiro alle loro casse vuote, ricorrono ai Medici per ottenere prestiti.

Rendendosi conto di non poter ottenere alcun aiuto finanziario da parte del Granducato, qualcuno si vede costretto a giocarsi il tutto per tutto ricorrendo al ricatto e all’estorsione pur di salvarsi dalla bancarotta. Non sarà facile scoprire chi tra coloro che sono vicini alla Corte sta tramando nell'ombra con il nemico.

Non tutti i protagonisti di questo romanzo sono davvero esistiti, ma si integrano perfettamente con i personaggi storici reali.

Per rispetto della verità storica, sarebbe stato però apprezzato l’inserimento di un’appendice che evidenziasse chiaramente quali siano gli elementi di pura invenzione.

Alcuni personaggi, tra cui Juan Batista de Granara y Aragon, il fratellastro di Don Giovanni, sono senza dubbio opera di fantasia. Molto rimaneggiata risulta anche la storia della madre di Don Giovanni, Eleonora degli Albizzi, che nella realtà venne costretta a un matrimonio riparatore e in seguito, ripudiata dal marito per tradimento, costretta a entrare in convento.

Al di là della fervida fantasia dell’autrice che è decisamente un punto di forza del romanzo, la trama poggia anche su solide basi storiche. Abbiamo già detto delle leggi livornine, ma ci sono molti altri punti di contatto con la storia. Ad esempio, senza voler anticipare nulla per non rovinare la suspense, è argomento centrale della narrazione la rappresentazione teatrale della Dafne di Jacopo Peri su libretto di Ottavio Rinuccini che venne realmente composta in quegli anni e in seguito rappresentata a Palazzo Pitti.

Tanti sono i dettagli e gli elementi atti a rendere realistica la trama. Un esempio ne è la minuziosa descrizione di alcuni gioielli che possiamo ancora oggi ammirare nel Tesoro dei Granduchi.

“L'oro dei Medici“ è un giallo storico ben congeniato e dalla trama avvincente, capace di catturare l’attenzione del lettore fin dalle prime pagine grazie alla presenza di personaggi seducenti e a una ambientazione molto interessante.

Assolutamente confermata la buona impressione avuta leggendo “L’eredità medicea”.


 


venerdì 13 gennaio 2023

“Il quinto sigillo” di Davide Cossu

Ci sono tempi e luoghi nella storia in cui sembrano essersi ritrovati tutti insieme, quasi per magia, artisti e uomini di eccezionale valore. Nessuno di questi luoghi, però, può essere paragonato a quella che fu la Firenze del Quattrocento.

Il libro di Davide Cossu ci conduce nella Città del Giglio ai tempi di Cosimo il Vecchio quando la cupola del Duomo lasciava ancora intravedere il cielo e in città era in corso il Concilio indetto per riunire, dopo quattro secoli di scisma, la Chiesa latina e la Chiesa greca. Il Concilio a causa della peste aveva, infatti, lasciato Ferrara e si era trasferito a Firenze. 

Il romanzo si apre con l’omicidio di un giovane greco, Teodoro Niceta, segretario del metropolita Bessarione. Cosimo de’ Medici e il cardinale Albergati, con il beneplacito di papa Eugenio IV, incaricano di occuparsi del caso due curiali: Leon Battista Alberti, abbreviatore della cancelleria apostolica, e Tommaso Parentucelli, segretario personale e bibliotecario del cardinale Albergati.

Il catalogo dei possibili mandanti è vastissimo. Sono parecchi, infatti, a desiderare il fallimento del Concilio, tra questi persino Demetrio Paleologo, il fratello dell’imperatore. Tra i maggiori sospettati non mancano neppure gli Albizzi che non hanno mai smesso di tramare nell’ombra per disarcionare il Medici e poter così fare ritorno a Firenze. Tutto si complica ulteriormente quando tra le possibili cause sembra non potersi escludere neppure la pista del delitto passionale.

La logica deduttiva tipica del giallo e il ritmo serrato del thriller si fondono alla perfezione in questo romanzo. Sulla scena, oltre ai protagonisti, sfila una pletora di personaggi che partecipano all’azione e contribuiscono a rendere il racconto estremamente intenso. Brunelleschi, Beato Angelico, un giovanissimo Benozzo Gozzoli sono solo alcuni dei nomi che animano le pagine di questo intrigante romanzo storico.

Filosofia e dottrina, ma anche diplomazia e abilità politica sono le protagoniste al pari degli altri personaggi del libro di Davide Cossu dove non mancano chiari e specifici riferimenti ai testi che caratterizzarono gli studi umanistici dell’epoca.

L’affresco del periodo è talmente puntuale e dettagliato da non tralasciare neppure alcune curiosità, o forse leggende, che si rifanno proprio all’epoca del Concilio. Sembrerebbe infatti che il Vin Santo e l’arista vengano chiamati così a seguito di due esternazioni fatte dal metropolita Bessarione che, durante un banchetto, avrebbe paragonato la dolcezza del vino bevuto a quella del vino di Xantos e definito l’arrosto di maiale ἄριστος ovvero il migliore che avesse mai mangiato.

Non nascondo che alcuni passaggi del romanzo possano apparire un po’ ardui proprio per la disciplina trattata, ma nell’insieme la narrazione risulta scorrevole. Davvero apprezzabili sono gli scambi di battute e lazzi tra i vari personaggi che contribuiscono a rendere oltremodo vivide le scene e coinvolgente il racconto.

“Il quinto sigillo” è il romanzo d’esordio di Davide Cossu e per usare un termine cinematografico credo si possa proprio dire "Buona la prima!"




 

domenica 1 gennaio 2023

“Ritratto di un matrimonio” di Maggie O’Farrell

La storia non può essere riscritta, ciò che è accaduto non può mutare, ma la letteratura può ridisegnare il passato, addirittura modificarne il finale.

La storia di Lucrezia de’ Medici, la minore delle figlie di Cosimo I ed Eleonora di Toledo, andata in sposa ad Alfonso II d’Este è una di quelle storie poco conosciute che, forse proprio per questo motivo, più di altre si prestano ad essere reinterpretate dalla letteratura. 

Maggie O’Farrell ci racconta la storia di una donna del Rinascimento la cui esistenza è avvolta nel mistero. Lucrezia morì di tisi a neppure un anno dal suo ingresso a Ferrara come duchessa consorte. Sulla sua morte circolarono all’epoca molte voci di un possibile avvelenamento. Proprio da queste dicerie l’autrice trae spunto per il suo romanzo.

Corre l’anno 1561, Lucrezia è stata condotta dal marito nella fortezza vicino a Bondeno. La giovane sa con certezza che il marito ha intenzione di assassinarla. Non si spiegherebbe diversamente la scelta di portarla lì, senza la compagnia delle sue cameriere, scortati solo da alcune guardie.

In un rincorrersi di continui flashback, Maggie O’Farrell tratteggia la figura di Lucrezia a partire dal suo concepimento avvenuto in una delle stanze di Palazzo Vecchio, la Sala delle Carte geografiche.

Lucrè, come veniva chiamata dai familiari, era una bambina particolare, una ribelle fin dalla nascita. Intelligente e appassionata, minuta per la sua età, veniva trascurata da tutti i famigliari, ignorata e sbeffeggiata dai fratelli, spesso derisa dalle sorelle maggiori Isabella e Maria.

Insofferente al cerimoniale spagnolo che vigeva alla corte fiorentina, lo sarà altrettanto nei confronti di quello della corte ferrarese. La giovane Medici mal sopportava dover posare per farsi ritrarre, ma amava in modo viscerale dipingere. La pittura e il disegno le donavano quella pace e quell’equilibrio interiore di cui aveva bisogno; attraverso l’arte riusciva ad esorcizzare le sue paure e a ritrovare se stessa.

Per un perverso gioco del destino Lucrezia dovette prendere il posto della sorella. Doveva essere, infatti, la primogenita di Cosimo ed Eleonora a diventare un giorno duchessa consorte a fianco del futuro Alfonso II d’Este. Purtroppo, però, Maria sì ammalò gravemente e morì durante il fidanzamento. Lucrezia dovette accettare il suo destino e piegarsi alla fredda ragion di stato.

Quando neppure sedicenne venne consegnata al marito, per un momento volle credere che il suo matrimonio potesse rivelarsi un’unione felice come quella dei suoi genitori. Ben presto, però, dovette ricredersi poiché Alfonso era un uomo spietato che governava con il pungo di ferro. Lei, figlia della fecondissima Eleonora di Toledo, non era altro che un mero strumento per dare un erede al ducato, nulla di più.

Il ritmo del romanzo è piuttosto lento e una sensazione di angoscia pervade tutta la narrazione. L'atmosfera è pervasa fin dalla prima pagina da un senso di incombente ed ineluttabile tragedia. Le figure che ruotano attorno a Lucrezia sono caratterizzate nei minimi dettagli e si stagliano vivide nel racconto delle corti rinascimentali descritte magistralmente dalla penna di Maggie O’Farrell. In particolare, il personaggio della sorella di Alfonso Nunciata, che sembra quasi uscita da un quadro di Botero, riesce a suscitare un sentimento di antipatia tale nel lettore che sarebbe difficile da raggiungere se l’autrice non fosse tanto capace a delineare la psicologia dei personaggi.

Moltissime sono le licenze storiche che Maggie O’Farrell si è concessa per scrivere il suo romanzo, ma come è giusto che sia, sebbene piuttosto spesso questo non accada, il lettore troverà al termine della lettura una valida nota dell’autrice in cui viene fatta chiarezza su tutte le modifiche fatte in favore della coerenza narrativa.

In fin dei conti un romanzo storico è un’opera di fantasia ed è giusto che la creatività del suo autore venga lasciata libera di correre senza freni né intralci.