Che cosa accade quando l’amore incontra
la conoscenza? E, soprattutto, è possibile amare senza perdere la capacità di
conoscere, oppure l’amore porta inevitabilmente con sé una forma di cecità?
È attorno a queste domande che si
sviluppa la riflessione di Umberto Curi, che esplora i meandri più segreti
dell’esperienza amorosa attraverso alcune delle più celebri rappresentazioni
mitiche che la cultura occidentale ha elaborato, dall’antica Grecia fino ai
giorni nostri.
Il punto di partenza è la concezione
platonica dell’amore: secondo Platone, l’amore penetra nell’animo umano attraverso il più
nobile dei sensi, la vista. Vedere l’altro significa essere colpiti dalla sua
bellezza e, attraverso quella bellezza sensibile, intraprendere un percorso di
elevazione che conduce progressivamente verso una dimensione superiore, quella
del mondo intelligibile.
Ma, nel corso dei secoli, questa
immagine dell’amore subisce una trasformazione radicale.
All’inizio del Duecento si aggiunge
stabilmente all’iconografia di Cupido un elemento destinato a diventare
caratteristico: la cecità. Il dio dell’amore viene rappresentato bendato,
mentre scaglia i suoi dardi senza poter vedere le proprie vittime e, dunque,
senza fare distinzioni di sesso, condizione sociale o appartenenza. La sua
azione è imprevedibile e sottratta al controllo della ragione.
È una trasformazione tutt’altro che
marginale. Poco alla volta, alla visione platonica dell’amore come forza capace
di strappare l'essere umano ai limiti della pura sensibilità per condurlo verso
una forma più alta di conoscenza, si affianca e talvolta si sostituisce una
concezione quasi opposta: l’amore non eleva, ma acceca.
La cecità di Cupido diventa allora
metafora della perdita delle facoltà intellettuali. Di fronte alla forza
dell’amore sembra non esserci una terza possibilità: o ci si lascia dominare
dal desiderio, accettando di diventare ciechi e di rinunciare alla piena
capacità di conoscere, oppure si sceglie la strada della conoscenza, sottraendosi
alle lusinghe dell’amore.
Amore o conoscenza, dunque?
La contrapposizione, tuttavia, non è
così semplice. Già Goethe, negli anni della giovinezza, osservava che non si
impara a conoscere se non ciò che si ama e che, quanto più profonda e completa
deve essere la conoscenza, tanto più intenso, energico e vivo deve essere
l’amore. Un’intuizione che si può accostare alla celebre formula attribuita a
Leonardo da Vinci: ogni grande amore è figlio di una grande conoscenza.
È proprio in questa apparente
contraddizione che si inserisce la ricerca di Curi.
Il rapporto fra amore e conoscenza,
infatti, non viene affrontato soltanto nei grandi trattati filosofici. Anzi,
secondo Curi, è soprattutto nei racconti, quelli che i Greci chiamavano mythoi
e i Latini fabulae, che questa relazione trova una delle sue forme
più ricche e profonde.
Il mito diventa così uno strumento di
indagine filosofica.
Il libro si sviluppa attraverso sette
capitoli e propone un vasto repertorio di narrazioni amorose, mostrando come
una delle questioni più antiche e ricorrenti della filosofia occidentale,
quella relativa alla natura dell’amore e al suo rapporto con la conoscenza,
possa essere affrontata proprio attraverso la forza simbolica del mito.
Si parte dall’antica Grecia e da
Platone, con il celebre mito dell’androgino, per attraversare figure e storie
destinate a imprimersi nell’immaginario occidentale: Eco e Narciso, Orfeo ed
Euridice, Amore e Psiche. Il percorso prosegue poi verso la letteratura più
vicina ai giorni nostri, incontrando la storia di Romeo e Giulietta, Tristano
e Isotta e, infine, Don Giovanni.
Ma Curi non si limita a presentare una
successione di miti.
Le diverse storie vengono messe in
relazione tra loro, confrontate, sovrapposte e osservate nelle loro
trasformazioni. Il mito non viene considerato come un racconto immobile,
appartenente esclusivamente al passato, ma come una materia viva, capace di
cambiare forma attraversando epoche, linguaggi e culture.
È forse proprio questo uno degli aspetti
più interessanti del libro: seguire il mito nel tempo significa osservare
come cambino anche il modo di intendere l’amore, il desiderio, la conoscenza e
il rapporto fra ragione e passione.
Nel caso dei miti dell’antica Grecia,
l'analisi appare particolarmente precisa e concentrata sulla struttura
originaria delle narrazioni e sul loro significato filosofico. Quando il
percorso si sposta verso la modernità, invece, l'indagine si amplia e assume
anche una forte dimensione filologica e intertestuale.
Il mito viene seguito nelle sue diverse
versioni, nelle riscritture e nelle reinterpretazioni, fino a mostrare come
una stessa storia possa assumere significati profondamente diversi a seconda
dell'epoca e dell'autore che la racconta.
Un esempio particolarmente significativo
è quello del Don Giovanni. Non viene analizzata soltanto la figura letteraria
del seduttore, ma anche la sua evoluzione e la sua trasposizione musicale, fino
al celebre Don Giovanni di Mozart.
È un procedimento che permette di
comprendere come il mito non abbia una sola origine e una sola forma
definitiva. Esso cresce, si modifica, viene riscritto e continuamente
riattivato dalla cultura che lo accoglie.
Da una parte c'è l'eredità platonica,
secondo la quale l'amore può diventare il punto di partenza di un percorso
verso una conoscenza più alta. Dall'altra c'è l'immagine di Cupido bendato,
simbolo di una passione irrazionale che sottrae all'uomo la capacità di
giudicare e di vedere con chiarezza.
Tra queste due immagini si muove l'intera
tradizione occidentale.
Ed è forse proprio per questo che i
miti continuano a parlarci. Perché non offrono risposte definitive, ma mettono
in scena le nostre contraddizioni: il desiderio di conoscere e, nello
stesso tempo, il bisogno di abbandonarci a ciò che non possiamo controllare; la
ricerca della verità e la seduzione dell'illusione; la ragione e la passione.
Seguire le tracce dell'amore attraverso
questi racconti significa allora attraversare una parte essenziale della nostra
stessa cultura e, in qualche modo, anche di noi stessi.
Perché, come suggerisce il percorso di
Curi, forse amore e conoscenza non sono davvero due strade alternative. Forse,
al contrario, è proprio nel loro incontro, e nella loro tensione, che si
nascondono alcune delle domande più profonde sull’esperienza umana.

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