domenica 22 febbraio 2026

“Le magnifiche vite precedenti del Buddha” a cura di Genevienne e Tea Pecunia

I jataka sono i racconti della nascita, un vasto corpus di storie che ripercorrono le molte vite del Buddha prima dell’illuminazione. In queste narrazioni il futuro Buddha appare in forme diverse: animale, umana o divina.

Al centro dei jataka c’è la legge del kamma (karma in sanscrito): ogni azione compiuta intenzionalmente genera un seme destinato a maturare nelle esistenze successive. Le azioni buone portano frutti buoni, quelle cattive frutti cattivi. Le rinascite possono assumere molte forme, ma è solo nell’incarnazione umana che diventa possibile sciogliere definitivamente il debito karmico e raggiungere l’illuminazione.

Per lungo tempo si è pensato che questi racconti fossero destinati soprattutto ai laici buddhisti, grazie alla loro immediatezza e alla struttura narrativa semplice e piacevole. Studi più recenti suggeriscono invece che fossero rivolti principalmente a monaci e monache, come strumenti di riflessione e insegnamento. Ogni jataka segue una struttura tripartita: un episodio del presente, la storia del passato e infine la connessione karmica che unisce i due piani temporali.

Il libro non presenta l’intero corpus dei jataka, ma ne propone una selezione ampia e scelta con grande attenzione. Al termine di ogni racconto troviamo un commento ricco e illuminante delle curatrici, Genevienne e Tea Pecunia, che orienta la lettura senza appesantirla. Grazie a queste guide alla lettura è possibile cogliere implicazioni e raffinate complessità morali che a un lettore meno esperto potrebbero facilmente sfuggire.

Molti protagonisti sono animali e il pensiero corre spontaneamente alle favole di Esopo. Ma qui l’animale non è mai ridotto a una maschera fissa (la volpe astuta o il leone saggio) bensì diventa un veicolo per esplorare la complessità morale dell’esistenza.

Ciò che colpisce, leggendo, è l’attualità sorprendente di queste storie. Offrono spunti preziosi per affrontare la vita quotidiana con maggiore consapevolezza; celebrano virtù come la generosità, si oppongono all’eccesso di materialismo che caratterizza il nostro tempo, invitano a riconoscere il valore della comunità, ma anche l’importanza del lasciar andare. Ricordano che non tutte le azioni negative ci condannano; se non sono frutto della nostra volontà, non generano lo stesso peso karmico di quelle compiute deliberatamente.

In questi racconti convivono parabola morale, insegnamento spirituale e gusto narrativo. Ci trasportano in un mondo lontano, eppure ci parlano con una chiarezza sorprendente del nostro presente. Sono storie leggere, piacevoli da leggere, ma capaci di aprire spazi di riflessione profonda. 

Leggendo "San Francesco" di Aldo Cazzullo mi aveva colpito un passaggio in particolare: il parallelo, appena accennato ma potentissimo, tra la figura del santo di Assisi e quella del Buddha storico, Siddharta Gautama. Due vite lontanissime nel tempo e nello spazio, eppure attraversate da una stessa intuizione, la possibilità di un’umanità diversa, fondata sull’inclusione e sulla fraternità universale.

Questa affinità emerge con forza quando si sfogliano i jataka. In queste pagine prende forma un’idea di comunità che non esclude, ma accoglie: un microcosmo dove le distinzioni di casta vengono sospese e ogni individuo, indipendentemente dalla sua origine, trova un posto. È un gesto rivoluzionario, soprattutto se si pensa che il Buddha stesso diede il suo assenso alla prima ordinazione femminile della storia, aprendo la via a una comunità monastica di donne. La stessa radicalità la ritroviamo in Francesco. Anche lui, come Siddharta, scelse di scardinare le gerarchie del suo mondo. Non solo accolse Chiara d’Assisi nella sua visione di vita evangelica, ma la sostenne, la guidò, la incoraggiò a fondare una forma di consacrazione femminile che fosse pienamente parte della famiglia francescana nascente. Non un’appendice, non un ruolo subordinato, ma una presenza essenziale, riconosciuta e amata.

Buddha e Francesco si sfiorano davvero nella capacità di immaginare una comunità dove l’altro non è un intruso, ma un fratello o una sorella. Una comunità che non si difende, ma si espande. Che non teme la differenza, ma la riconosce come parte del tutto.