mercoledì 23 novembre 2022

“La spada che dona la vita” di Yagyu Munemori (a cura di Marina Panatero e Tea Pecunia)

Il volume si apre con una lunga ed esaustiva introduzione a cura di Marina Panatero e Tea Pecunia in cui si dà immediatamente notizia delle note biografiche di Yagyu Munemori nato nel 1571 nel villaggio di Yagyu-mura.

Egli fu maestro di spada del primo shogun Ieyasu Tokugawa e in seguito di suo figlio Hidetada, secondo shogun, e di suo nipote Iemitsu, terzo shogun.

Negli anni divenne anche un importante consigliere di corte. Tra i vari interessi che il maestro di spada coltivò ci fu quello per il buddhismo zen forse perché stimolato dal suo caro amico, il monaco Takuan Soho.

L’introduzione però non si limita solo alle notizie biografiche dell’autore dell’Heiho kadensho (La spada che dona la vita), uno dei più importanti trattati sulle arti marziali della tradizione giapponese, ma prosegue descrivendo quel mondo e raccontando il periodo in cui Yagyu Munemori visse e trasmise i suoi insegnamenti.

Apprendiamo attraverso queste pagine la storia del Giappone e dei Samurai; veniamo introdotti al concetto di zen che, come abbiamo già ripetuto in occasione di altre letture, non può essere definito né una religione né una filosofia, ma meditazione.

Non manca neppure un’interessante storia della spada giapponese dalle origini fino ai giorni nostri. Le spade attuali, o comunque quelle realizzate dopo il 1953 con i metodi tradizionali, sono note con il nome di shinsakuto (spade recenti o contemporanee).

Si passa poi al libro di Munemori vero e proprio che è diviso in tre sezioni: “Il ponte della scarpa”, “La spada che dà la morte” e “La spada che dona la vita”.

La prima sezione è quella più legata alla pratica della spada così come l’appendice che si trova al termine del libro ossia “Il catalogo illustrato delle arti marziali della Shinkage-ryu”.

Le altre due sezioni invece, sebbene legate all’insegnamento dell’arte della spada o meglio dell’arte della “non spada”, sono più discorsive e offrono insegnamenti utili nella vita di tutti i giorni non solo in un combattimento.

L’arte marziale è prima di tutto osservazione. L’osservazione in tempo di pace è utilissima a comprendere quando stia per sopraggiungere il caos e intervenire prima che sia troppo tardi. Stupisce quanto tutto ciò sia ancora straordinariamente attuale. Inoltre, leggendo queste pagine, non ho potuto fare a meno di notare diversi punti di contatto tra il pensiero di Munemori e anche di Musashi con quello di Niccolò Machiavelli vissuto in Occidente poco tempo prima.

Analogie si riscontrano laddove si parla dell’importanza di imparare a leggere le situazioni per prevenire il peggio perché la battaglia si vince prima di combatterla; della necessità di mantenersi imperturbabili perché “la spada che manca il bersaglio è una spada morta”, oppure della necessità di annientare un uomo malvagio se questo fa soffrire diecimila persone. In questo caso infatti la spada che dona la morte ad un uomo è la stessa che dona la vita agli altri diecimila.

Ci sono molte risposte che non vi aspettereste di trovare in questo libro. Per esempio, vi siete mai chiesti perché proprio quando fate più attenzione nel fare una cosa, ecco, proprio allora è più facile che commettiate un errore? Questo accade perché prima di iniziare, vi siete fissati nel farla in un certo modo e tale comportamento vi porterà a non ottenere il risultato sperato. Per riuscire la mente non deve essere mai occupata dal pensiero di fare bene qualcosa.

Fondamentale è eliminare le malattie della mente, quello che nel buddhismo viene definito attaccamento. La mente deve rimanere vuota. Dobbiamo dimenticare le fissazioni che sono dannose e imparare a lasciare andare. Se ci fissiamo su qualcosa perdiamo la percezione di quello che ci circonda. Perdere lucidità in un combattimento favorisce il nostro avversario mentre nella vita di tutti i giorni comporta la perdita di occasioni importanti perché non riusciamo a vederle.

“La spada che dona la vita” è un libro che, sebbene scritto secoli fa, sa parlare e offrire un valido aiuto anche a noi che viviamo nel XXI secolo poiché oggi come allora non essere colpiti è già una vittoria.





martedì 22 novembre 2022

“Tre insoliti delitti” di Matteo Strukul

Marco ha ventisette anni e studia all’Università di Marburg. Ha solo pochi giorni per consegnare un lavoro sulla figura di San Nicolò al suo esigente professore.

Fortunatamente la sua fidanzata Gundola viene in suo soccorso lasciandogli in biblioteca un libro che risolverà tutti i suoi problemi.

Il vecchio volume dalla copertina in cuoio riporta in lettere dorate il titolo “Le avventure di Kaspar Trevi, cavaliere”. Sebbene dubbioso, Marco inizia la lettura.

Il libro racconta la storia di Kaspar Trevi appartenente a quel ristretto gruppo di cavalieri dell’Ordine dei Templari esperti di demonologia.

Kaspar si trova a Bari pochi giorni prima che si festeggi il Natale e viene convocato inaspettatamente dal reggente Marcovaldo di Annweiler. Questi, nonostante si comporti come se fosse il sovrano del Regno di Sicilia, in verità, è solo il tutore del re infante Federico II di Hohenstaufen.

Marcovaldo di Annweiler chiede a Kaspar Trevi di ritrovare e riportare a Bari Filomena Monforte. La donna è accusata di stregoneria per aver indotto al suicidio Giuseppe Filangieri, un tempo consigliere della regina Costanza di Altavilla morta pochi mesi prima. L’uomo è stato trovato impiccato ai merli della torre del castello con il ventre squarciato.

Kaspar Trevi accetta l’incarico, ma fin da subito si rende conto che qualcosa non torna nelle accuse che vengono mosse a Filomena Monforte, un tempo dama della regina.

Inizia così una corsa contro il tempo alla ricerca della donna e della verità, un percorso irto di pericoli e insidie che porterà il cavaliere templare prima a Roma e poi a Venezia.

Stupisce sempre l’apparente semplicità con cui Matteo Strukul sembra riuscire a tessere nuove storie capaci di coinvolgere il lettore.

Il personaggio di Kaspar Trevi, l’irreprensibile e leale monaco guerriero, esperto di demonologia sebbene egli stesso scettico sull’esistenza delle streghe, ottima lama e abile politico e oratore, non può che entrare anch’egli fin da subito nel cuore del lettore.

Altra grande dote di Strukul è quella di saper descrivere ogni particolare ricreando perfettamente l’atmosfera dei luoghi in cui si muovono i personaggi senza permettere mai che questa sua minuziosa ricerca descrittiva comprometta la scorrevolezza del testo o diminuisca la suspense della narrazione.

“Tre insoliti delitti” è un racconto natalizio insolito. La vicenda prende avvio proprio nei giorni precedenti il Natale per vedere il suo epilogo in questo stesso giorno. Un racconto gotico, medievale e mistico che narra la leggenda di San Nicola o San Nicolò o Santa Claus  a seconda del luogo in cui ci troviamo. La storia inizia a Bari e finisce a Venezia, le due città dove sono custodite le ossa del Santo che si narra vennero trafugate da Myra da un marinaio.

Questo breve romanzo o, se preferite, lungo racconto è un viaggio nelle tradizioni popolari. Un’opera di fantasia indubbiamente ma che, come sempre quando si tratta di questo autore, si fonda su valide ricerche storiche.

La storia è autoconclusiva, ma potrebbe essere solo la prima di una serie di avventure di questo intrepido cavaliere.




 

lunedì 14 novembre 2022

“L’eredità medicea” di Patrizia Debicke van der Noot

Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio del 1537 il Duca di Firenze Alessandro de’ Medici viene assassinato dal cugino Lorenzino de’ Medici che da quel momento diventa per tutti Lorenzaccio.

Con la morte del Duca Alessandro, ultimo discendente diretto del ramo di Cafaggiolo della famiglia Medici, il vuoto di potere che viene a crearsi nella Città del Giglio è oltremodo pericoloso. 

Firenze fa gola a molti, non solo all’imperatore Carlo V, ed è quindi di vitale importanza nominare in fretta un successore.

Mettendo a tacere coloro che auspicherebbero un ritorno alla repubblica, con l’appoggio di Alessandro Vitelli, comandante dell’esercito imperiale, e con quello del primo ministro, il cardinale Innocenzo Cybo, la scelta ricade sul diciasettenne Cosimo de’ Medici.

Il giovane, figlio di Giovanni delle Bande Nere e di Maria Salviati, che riunisce in sé i due rami della famiglia Medici, quello Popolano per parte di padre e quello di Cafaggiolo per parte di madre, grazie al basso profilo che ha sempre mantenuto sembra proprio il candidato ideale. Cosimo ha sempre mostrato più interesse per la caccia che per la politica e, almeno sulla carta, questo fa di lui una pedina facile da manipolare.

Cosimo però è figlio di suo padre e, anche grazie all’istruzione fattagli impartire nel corso degli anni dalla madre, si rivela tutt’altro che docile. Fin da subito scalpita per imporsi e affermare il ruolo che gli spetta.

Molti tramano nell’ombra e Ombra è proprio il nome con cui si fa chiamare colui che con ogni mezzo cerca di assassinare il nuovo Duca. Tra congiure ed eserciti che si radunano per spodestarlo, non sarà facile per Cosimo de’ Medici riuscire a distinguere quali siano i veri amici di cui potersi fidare e quali invece si fingano tali solo per poterlo eliminare.

“L’eredità medicea” è un libro carico di suspense in cui, sebbene si possa intuire chi si celi dietro la maschera indossata dall’Ombra, il colpo di scena rimane sempre dietro l’angolo. Non esiste una netta distinzione tra bene e male; anche il personaggio più positivo, in verità, nasconde nel suo animo più profondo delle zone d’ombra.

Cosimo de’ Medici e Alessandro Vitelli sono entrambi protagonisti. Cosimo è coraggioso e intelligente, ma anche testardo, ombroso e troppo impulsivo. Vitelli però lo conosce da sempre, sa come prenderlo e grazie ai suoi sottili insegnamenti riuscirà a farne un uomo di comando capace e scaltro.  

I personaggi sono tutti ben caratterizzati. L’autrice ne dà una dettagliata descrizione sia psicologica che fisica. I due fratelli Vitelli, nipoti del comandante dell’esercito imperiale, la vedova di Alessandro de’ Medici, la giovane Margarita d’Austria, Angela, la moglie di Alessandro Vitelli, il luogotenente Montauto sono solo alcune delle numerose figure che animano questo romanzo.

Ci sono poi i personaggi più oscuri, Paolo III e il figlio Pier Luigi Farnese, che non possono non richiamare alla mente altre due celebri figure ovvero quella di Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, e quella di suo figlio Cesare detto il Valentino.

Pier Luigi Farnese è un soldato, un mercenario, audace e risoluto, ma anche un uomo privo di scrupoli e immorale, capace di efferatezze inaudite. Il papa, suo padre, però stravede per questo suo figlio sempre vestito di nero come nera è la sua anima.

Il libro di Patrizia Debicke van der Noot è un romanzo dal ritmo incalzante e avvincente. Un thriller storico convincente e intrigante come i suoi personaggi.




mercoledì 9 novembre 2022

“I gioielli dei Medici dal vero e in ritratto” a cura di Maria Sframeli

Dal 12 settembre 2003 al 2 febbraio 2004 si tenne al Museo degli Argenti (Palazzo Pitti, Firenze) una mostra dedicata alla gioielleria medicea dal XVI e XVIII secolo. Curatrice della mostra, allestita da Mauro Linari, fu Maria Sframeli che ne curò anche il catalogo.

I gioielli sono il genere artistico che più difficilmente si è conservato nel corso dei secoli. Questo perché le pietre venivano spesso rimosse e i materiali preziosi fusi per essere trasformati seguendo la moda del momento o, talvolta, più semplicemente per fare cassa.

Oggi, l’unico modo di ricostruire l’iconografia dei gioielli perduti è quello di affidarci alla pittura e ai documenti d’archivio.

Le prime notizie sull’interesse dei Medici per i gioielli risalgono ai tempi di Giovanni di Bicci. Il primo della famiglia che iniziò a collezione gioielli, però, fu Cosimo de’ Medici. Al suo tempo risalgono infatti le prime commissioni ad artisti quali il Ghiberti per la realizzazione di montature per cammei antichi e oggetti preziosi. Questa passione per la gioielleria si intensificò poi con Piero de’ Medici e con il figlio di questi Lorenzo il Magnifico.

Nel Quattrocento il collezionismo di preziosi, seguendo un antico retaggio mercantesco e medievale, oltre che un desiderio da soddisfare per il proprio piacere personale, era ancora considerato soprattutto un sicuro investimento di capitali. In quell’epoca non vi era ostentazione dei gioielli, prova ne sono gli affreschi dove i personaggi della famiglia non indossano nessuna gemma importante anche laddove siano abbigliati con eleganza.

Era consuetudine, inoltre, nelle cerimonie nuziali fare dono di gioielli alla sposa da parte di amici e parenti ovviamente a seconda della condizione sociale ed economica di appartenenza.

Purtroppo, nessun gioiello mediceo quattrocentesco è giunto a noi.

Il matrimonio di Cosimo I con Eleonora di Toledo segnò un punto di svolta anche per i preziosi che divennero i protagonisti principali per la promozione di quell’immagine pubblica voluta dallo stesso Cosimo per il proprio governo.

Nel 1545 fece il suo ingresso a Firenze Benvenuto Cellini. Impegnato con il suo Perseo, che venne poi collocato nella Loggia dei Lanzi, il Cellini dovette dedicare però parte del suo tempo anche alle continue richieste di Eleonora di Toledo con la quale non ebbe un rapporto sereno. Si dice infatti che lei fosse alquanto esigente e capricciosa. Non meno pretenziosa e appassionata di gioielli fu la seconda moglie del granduca Cosimo Camilla Martelli.

Le donne della famiglia potevano usufruire solo temporaneamente dei gioielli di cui entravano in possesso poiché questi erano di fatto proprietà della corona e come tali venivano trasmessi solo per linea maschile.

Oltre a quello di Benvenuto Cellini altri sono i nomi ricordati in quel periodo e tra questi vi è anche quello di Hans Domes famoso per aver realizzato la corona granducale di Cosimo I. Francesco I, il suo successore, invece, ne commissionò una nuova ancora più suntuosa all’orefice Bylivert.

Tra i gioielli più preziosi della corte medicea si ricorda il famoso diamante di colore paglierino detto "il Fiorentino” acquistato da Ferdinando I e oggi andato perduto. Ricordato ancora negli elenchi del 1741, ne possiamo ammirare solo l’immagine in un dipinto di Maria Maddalena d’Austria dove l’acconciatura è completata da un pennino decorato proprio con il famoso diamante.

Altro straordinario gioiello fu il cosiddetto “Collare di Ferdinando” dove sembra fossero profusi ben cinquemila brillanti. Anch’esso fece la fine di molti gioielli fusi e smontati per seguire le mode del momento. In questo caso fu Cosimo III che lo fece smontare in occasione del matrimonio del Gran Principe Ferdinando con Violante di Baviera.  Parte dei gioielli destinati alla sposa derivavano proprio dal famoso collare.

Il catalogo ci porta ad esplorare la Corte medicea e il mondo delle varie istituzioni dell’epoca; molto interessanti sono i paragrafi dedicati al Toson d’oro e all’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, quest’ultimo istituito da Cosimo I de’ Medici.

La lettura si rivela una vera passeggiata nella storia della gioielleria. Non solo orecchini e pendenti, tanto amati dalle donne della dinastia medicea, ma anche preziosi che adornavano le varie acconciature (grillande, pennini, sopracciuffi), cinture e paste odorifere da inserire all’interno dei gioielli stessi.

Scorrono dinnanzi a noi le immagini dei diversi personaggi con le loro storie, come quelle di alcune donne di casa Medici che andarono in sposa nelle varie Corti lontane dal Granducato portando con sé l’eleganza dell’arte e dell’oreficeria fiorentina.

E si arriva così all’ultima donna della dinastia, Anna Maria Luisa l’Elettrice Palatina di cui tante volte abbiamo parlato. Lei nutrì una vera passione per quelle che venivano chiamate galanterie gioiellate. Purtroppo, questo patrimonio non fu facile da mettere in salvo e pochissimo è giunto sino ai giorni nostri.

Questo libro offre spunti di lettura diversi sia dei protagonisti che dell’arte e della moda del loro tempo. Dopo la lettura di questo volume, ad esempio, lo sguardo che si rivolgerà ad un dipinto non sarà più lo stesso perché quella pittura assumerà ai nostri occhi moltissime sfumature diverse facendoci porre anche inaspettati interrogativi.



 

lunedì 31 ottobre 2022

“Poesie di Don Francesco dei Medici a Mad. Bianca Cappello” tratte da un Codice della Torre al Gallo dal Conte Paolo Galletti

Il volume si apre con il racconto della storia di Bianca Cappello, la bellissima veneziana che all’età di appena sedici anni fuggì insieme al suo innamorato Piero Buonaventuri (o Pietro Bonaventuri).

Correva l’anno 1563, i due giovani si rifugiarono a Firenze nella casa paterna di lui dove convolarono a nozze. 

Lo scandalo suscitato dalla loro fuga fu grande e fin da subito giunsero terribili notizie da Venezia dove i potenti parenti di Bianca istigarono la Serenissima ad emettere terribili bandi nei confronti dei fuggitivi. I Medici, però, vennero in loro soccorso e la coppia poté rimanere a Firenze.

In verità, a dispetto dell’aiuto mediceo, il finale non fu il classico ...e vissero felici e contenti o, almeno, non vissero felici e contenti insieme a lungo nonostante la nascita di una figlia, Pellegrina.                                                                  

Bianca divenne dapprima amante di Francesco de’ Medici e poi, rimasti vedovi entrambi, lo sposò diventando così granduchessa di Toscana; il Buonaventuri, invece, ottenne l’incarico di Guardarobiere del Principe, quasi una sorta di risarcimento per l’infedeltà della moglie.

Il Buonaventuri, da parte sua, non si fece mancare numerose avventure, spesso anche con donne di alto lignaggio, e proprio una di queste scappatelle potrebbe essere stata la causa della sua morte. Diciamo potrebbe perché, se è certo che perì di morte violenta, per quanto riguarda movente e mandante tutto resta ancora avvolto nel mistero.

Così come ancora un caso irrisolto resta quello della morte di Francesco e Bianca avvenuta a poche ore di distanza nella villa di Poggio a Caiano. L’indiziato numero uno fu spesso visto nel successore di Francesco I, il di lui fratello Ferdinando I, ma non vi sono prove tranne l’odio che questi nutriva per Bianca tanto da farne oggetto di una vera e propria damnatio memoriae.

Il libro, contrariamente a quanto sembrerebbe suggerire il titolo, non riporta per intero le poesie che Francesco scrisse per Bianca Cappello.

Il volume si propone piuttosto come uno studio del codice Mediceo-Cappelliano ovvero un Codice della Torre al Gallo che il Conte Paolo Galletti esamina con l’intento principale di provare la paternità dell’opera.

Confutando possibili altre attribuzioni, e lasciando solo un timido spiraglio per un’attribuzione a Torquato Tasso che scrisse poesie in onore di Bianca Cappello, l’autore analizza alcuni versi cercando di identificarne anche il periodo in cui questi furono scritti.

Dalle letture delle poesie sembrerebbe abbastanza certo che Bianca Cappello non avesse ceduto subito alle lusinghe d’amore del Principe così come sembrerebbe evidente che la gelosia fosse sentimento comune ad entrambi. Da un lato leggiamo di un risentimento da parte di Bianca quando obbligato dalla Ragion di Stato il Medici è costretto a sposare la rigida Giovanna d’Austria, dall’altro del tormento e dei dubbi che assalgono il Principe poiché a Bianca non mancano di certo corteggiatori ed estimatori.

Il libro è poi corredato di diverse appendici nelle quale vengono approfonditi gli argomenti accennanti nelle pagine dedicate al commento dei madrigali.

Tra questi vanno ricordati anche alcuni componimenti che il Principe dedicò ai fratelli Giovanni e Garzia morti anch’essi in circostanze misteriose allorquando Francesco si trovava alla corte di Madrid.

Le malelingue riportarono allora un racconto che voleva la morte di Giovanni avvenuta per mano del fratello, forse per un incidente di caccia, e la morte di Garzia per mano del padre, il Granduca di Toscana Cosimo I, accecato dal dolore per la perdita del figlio prediletto Giovanni.

Un po’ forzatamente l’autore del volume tende a voler vedere nei versi di Francesco de’ Medici quasi una conferma di tale apparente calunnia.

Nel libro, poi, non mancano alcune imprecisioni come laddove si attribuisce la morte di Isabella de’ Medici al marito Paolo Orsini e al padre Cosimo I. in verità, se Isabella davvero fu assassinata dal marito, ciò avvenne con la complicità del fratello Francesco I e non del padre che non solo all’epoca era già passato a miglior vita, ma che nutrì sempre una particolare predilezione per quella figlia dall’intelligenza tanto vivace.

Nell’insieme si tratta di una lettura molto particolare, suggestiva e piacevole che non manca di indicare nuovi spunti di lettura e di interpretazione sia sulla storia tra Bianca e Francesco sia sulle vicende dell’epoca in cui essi vissero.

Il libro edito a Firenze nel 1894 è reperibile sul mercato secondario.





domenica 23 ottobre 2022

“Gli agrumi dei Medici” di Francesco Pavesi

La coltivazione degli agrumi per scopo farmaceutico era presente a Firenze fin dal Medioevo. Questo loro specifico utilizzo, alternato ad altri usi, proseguì anche nel Quattrocento all’epoca di Cosimo il Vecchio, Piero il Gottoso e Lorenzo il Magnifico.

Coltivazioni di agrumi erano quindi presenti già nelle ville appartenute agli esponenti del ramo mediceo di Cafaggiolo. Un esempio su tutti è Villa Medici a Fiesole dove Giovanni de’ Medici, figlio di Cosimo il Vecchio, fece mettere a dimora numerosi esemplari di agrumi acquistati a Napoli appositamente allo scopo. 

È però nel Cinquecento con Cosimo I che la produzione di agrumi venne intensificata trasformandosi in un vero e proprio collezionismo. La novità assoluta fu rappresentata dalla coltivazione degli agrumi in vaso. Non ci sono di fatto notizie che tale sistema fosse stato usato nei secoli precedenti.

Queste collezioni furono poi arricchite nel corso dei secoli dai granduchi successivi e dai loro famigliari fino alla fine della dinastia.

In particolare, l’apice venne raggiunto con Cosimo III de’ Medici che, oltre ad incrementare la collezione, si adoperò affinché ne rimasse traccia commissionando a pittori come il Bimbi, specializzato in nature morte, il compito di immortalare sulla tela i diversi esemplari con particolare riguardo a quelli più bizzarri.

Ho usato volutamente il termine bizzarro perché la Bizzarria è uno dei tantissimi esemplari che vengono analizzati nel volume. Si tratta di una chimera in cui la parte esterna è rappresentata dall’arancio amaro mentre l’interno è un cedrato.

Capisco che queste parole potrebbero spaventare un potenziale lettore non addetto ai lavori, quale io stessa sono, ma in verità il libro di Francesco Pavesi oltre ad essere corredato di molte immagini esemplificative che accompagnano il lettore nei passaggi più ardui, risulta anche un volume molto ben organizzato.

Non mancano di essere indagati i più svariati usi che vennero fatti degli agrumi nel corso dei secoli: da quello farmaceutico. al quale si è già accennato. a quello ornamentale, grazie alla loro fioritura che in alcuni casi avviene anche fino a quattro all’anno, a quello alimentare, con la produzione di sorbetti, sciroppi, canditi ecc., a quello cosmetico con profumi, acque profumate e creme di bellezza fino ad utilizzi più comuni come i sacchettini per profumare la biancheria.

Risulta davvero strano come la famiglia Medici, nonostante l’ottima idea di potenziare la coltivazione di agrumi, non ne seppe, o non ne volle, sfruttare il potenziale economico che ne sarebbe derivato da un commercio anche in considerazione della favorevole posizione climatica delle coste del Granducato che ne avrebbero facilitato lo sviluppo.

I Medici si limitarono, invece, a coltivarli per proprio uso e consumo oltre che per uno scopo propagandistico della dinastia come nel caso di Cosimo I che giocò molto sul mito del giardino delle Esperidi e sul ritorno di una nuova Età dell’oro con un chiaro riferimento al proprio governo.

Furono inoltre spesso utilizzati come un dono prezioso da inviare a regnanti e personalità importanti dell’epoca. A questo scopo furono particolarmente utili le ricerche sulle ibridazioni per favorire la nascita di frutti dalle forme sempre più particolari e ricercate.

La storia degli esponenti della dinastia e della loro passione per gli agrumi, lo studio e la classificazione dei diversi esemplari di piante e l’architettura dei giardini delle ville medicee si fondono perfettamente in questo volume regalando al lettore un nuovo e inaspettato tassello della storia medicea.

La dinastia Medici, famosa per il suo mecenatismo in campo artistico, letterario e musicale, è da sempre conosciuta anche per i suoi molteplici interessi legati al collezionismo. Con il libro di Francesco Pavesi, però, scopriamo una loro passione inaspettata: la “citromania”.

Questa mania si impossessò di molti esponenti della famiglia Medici e nel libro si ricordano anche quei personaggi che sono forse sconosciuti ai più come Don Antonio, figlio naturale di Francesco I e Bianca Cappello, o i principi Giovan Carlo e Leopoldo, fratelli di Ferdinando II de’ Medici.

Pochi luoghi, tra ville e giardini, possono vantare ancora una collezione originaria, quali siano ve lo lascio scoprire leggendo il libro. Se però tra i vari intenti dell’autore c’era quello di spingere il lettore a visitare i luoghi in cui queste collezioni furono messe a dimora, direi che lo scopo è stato pienamente raggiunto. Dopo questa lettura nessun giardino, villa o palazzo mediceo potrà essere più guardato con gli stessi occhi.

 


mercoledì 19 ottobre 2022

“Scoperte e ritorni” a cura di Cristina Acidini e Sandro Bellesi

Il libro è una miscellanea di brevi saggi su argomenti diversi che hanno come denominatore comune la figura di Alberto Bruschi alla cui memoria il volume è dedicato.

Invero, non si tratta di scritti celebrativi né tanto meno di meri racconti aneddotici bensì, piuttosto, di contributi offerti da studiosi, antiquari e storici dell’arte che ebbero con Alberto Bruschi rapporti di amicizia, di lavoro e di confronto sulle più svariate tematiche. 

In questi saggi la figura di Bruschi appare spesso sullo sfondo come un cammeo o talvolta si manifesta nelle vesti di un deus ex machina che, grazie alle sue molteplici capacità, fornisce interessanti soluzioni e un valido supporto.

Alberto Bruschi fu, come si comprende già leggendo il significativo profilo biografico all’inizio del volume, un uomo colto, brillante e appassionato. I suoi interessi spaziarono dall’arte antica a quella moderna, dalla storia all’archeologia.

Uomo dalla personalità estremamente versatile, difficile, se non impossibile darne un’univoca definizione. Fu antiquario, storico, romanziere, saggista, archeologo, collezionista, letterato, promotore di iniziative culturali.

Non fu mai avaro delle proprie competenze. Mai lesinò il proprio sostegno a coloro che si rivolsero a lui per un consiglio o un aiuto.

Di questa sua disponibilità al servizio dell’arte e della conoscenza il libro riporta infiniti esempi. A voler citarne uno in particolare si potrebbe ricordare quella volta in cui non riuscì ad intercettare prima dell’amico Giuseppe De Juliis un ritratto di Gian Gastone de’ Medici in un catalogo di vendita, eppure, nonostante la delusione cocente che dovette provare in quel momento, non ci pensò un attimo a fornire all’amico tutto il supporto necessario.  

Nel volume si spazia dalla pittura lucchese alla porcellana di Doccia sino ai disegni di Lorenzo Gelati. Ognuno, leggendo questo libro, potrà scoprire quella particolarità di Alberto Bruschi a lui più affine, più vicina al suo modo di sentire. 

Ho conosciuto la figura di Alberto Bruschi grazie ai suoi libri dalla prosa raffinata, elegante, intrisa di ironia, ma sempre misurata. Una prosa che è ricerca di bellezza, dove ogni parola e ogni virgola sono studiate, riviste, pensate e soppesate, ma la perfezione raggiunta non è mai artifizio quanto piuttosto poesia in prosa.

Alberto Bruschi fu un appassionato di storia medicea, in particolare modo di quella degli ultimi Medici; a lui si deve infatti la valorizzazione della figura di Anna Maria Luisa Elettrice Palatina. Da ricordare inoltre il suo impegno per riabilitare la figura dell’ultimo Granduca Medici a cui fu particolarmente affezionato.

Proprio la passione che egli ebbe per la storia e gli esponenti della dinastia medicea lo spinsero a dedicare la propria vita alla ricerca di ogni sorta di cimelio, dipinto e oggetto che li riguardasse o fosse loro appartenuto. Molti sono i saggi di questo volume la cui lettura mi ha oltremodo appassionato, ma quelli che più mi hanno coinvolta riguardano senza dubbio questa ricerca che a volte assume quasi l’aspetto di una caccia al tesoro.

L’estate scorsa ho avuto la fortuna di poter vedere da vicino alcune di questi reperti ed opere d’arte grazie all’amicizia di Candida Bruschi che non ringrazierò mai abbastanza per avermi aperto le porte della sua casa per rendermi partecipe di tanta bellezza e conoscenza. Leggere di quelle opere oggi mi ha fatto rivivere tutte le emozioni provate allora. Emozioni che si riaffacciano ogni qualvolta riprendo in mano gli scritti del suo babbo per rileggere quelle parole che solo lui sapeva, con tanta grazia, dedicare a un principe tanto illuminato e colto quanto sfortunato e triste quale fu Gian Gastone de’ Medici.

Numerosi sono gli scritti di cui vorrei parlarvi tra cui quello dedicato alla casa-torre ovvero la Torre Lanfredini in Oltrarno che, come scrive Elena Capretti, Alberto Bruschi elesse a suo “studio, rifugio, giaciglio e pensatoio”, ma un solo post non basterebbe.

Almeno un breve accenno è però doveroso farlo al saggio di Cristina Acidini sull’apertura di un museo dedicato a Caterina de’ Medici nella Villa medicea di Cafaggiolo. Il museo, per l'allestimento del quale Cristina Acidini si era confrontata proprio con Alberto Bruschi, che all’epoca stava collaborando all'apertura del nascente Museo de Medici a Firenze, per ora, complici anche le procedure progettuali e la pandemia, è rimasto purtroppo solo un proposito di costruendo museo che si spera un giorno possa davvero vedere la luce.

Credo sinceramente che Alberto Bruschi, per quanto io possa averlo conosciuto solo attraverso i suoi scritti e i racconti della sua famiglia, sarebbe stato davvero lieto di questo volume pensato e scritto in sua memoria. Trovo infatti che i saggi qui raccolti, senza alcuna piaggeria, incarnino perfettamente quello spirito eclettico, quella sete di conoscenza e quella raffinata sensibilità artistica che contraddistinsero colui a cui sono dedicati.

Vi saluto con alcune parole che Alberto Bruschi dedicò proprio a Gian Gastone de’ Medici, quel granduca che tanto amò, ma al quale con la sua penna leggera non fece mai sconti:

Nel rosolio che beveva in quantità durante questi intrattenimenti, cercava di affogare infiniti ricordi non facili da rimuovere. Le sue baldorie sono la manifestazione dell’inesprimibile tristezza dell’allegria. Egli è tutto e il contrario di tutto, il suo caleidoscopico comportamento sembra un cumulo di ossimori.