martedì 3 febbraio 2015

“I tre giorni di Pompei” di Alberto Angela

I TRE GIORNI DI POMPEI
di Alberto Angela
RIZZOLI
23-25 ottobre 79 d.C.: ora per ora la più grande tragedia dell’antichità

Sono le ore 13 del 24 ottobre e quello che sembrava un comune venerdì, si rivelerà essere invece il giorno di una tragedia di immani proporzioni.

Dal Vesuvius si sprigionerà, infatti, una quantità di energia pari a quella di cinque bombe atomiche e in meno di un giorno Pompei verrà sommersa da un diluvio di ceneri e gas.
Il crollo dei soffitti causato dall’imponente accumulo di pomici e dalle continue scosse sismiche causeranno numerosissimi decessi tra i Pompeiani.
Chi sopravviverà ai crolli non riuscirà comunque a trovare scampo da una morte che sopraggiungerà per soffocamento e per le ustioni causate dalle ceneri.

La vicina Ercolano resterà sepolta sotto metri e metri di fanghi compatti e lava.

Stessa drammatica sorte subiranno le campagne circostanti e le cittadine minori Terzigno, Oplontis, Murecine, Boscoreale, Stabia: ognuno di questi luoghi vivrà la sua personale tragedia.

Il mare impraticabile, le forti burrasche e l’attività vulcanica, impediranno ogni tipo di soccorso e Pompeiani, Ercolanesi…tutti saranno abbandonati al loro triste destino.

Pompei è stata colpita da una serie di catastrofi come raramente è avvenuto nella storia: terremoti, maremoti, piogge di pomici e rocce, valanghe roventi, torrenti di fango, gas irritanti, ceneri asfissianti…La vera “tempesta perfetta”.

E’ vero la storia di Pompei e di Ercolano, della grande eruzione del Vesuvius la conosciamo tutti, sin dalle elementari viene raccontata ad ogni alunno, allora perché scegliere di leggere un libro proprio sugli ultimi giorni di Pompei?
Perché ci sono tantissimi particolari interessanti che ancora ignoriamo e altrettanti elementi che magari abbiamo semplicemente rimosso nel corso degli anni.

Per esempio quanti di voi sanno che in realtà quello che distrusse Pompei, Ercolano e tutte le altre località circostanti non fu il Vesuvio che noi tutti conosciamo?
Il Vesuvio che vediamo oggi in realtà iniziò a crescere esattamente al centro del cratere del monte Somma (o Vesuvius nei testi antichi), il vero killer del 79 d.C.
L’immagine del Vesuvio della tipica “cartolina da Napoli” ha impiegato secoli a raggiungere l’attuale altezza tanto che nei dipinti medievali le sue dimensioni apparivano decisamente ridotte.

E’ vero che gli abitanti della zona di Pompei ed Ercolano, solo per citare le due cittadine più famose, ignorarono per anni gli avvertimenti che il vulcano inviava loro: dai terremoti sempre più frequenti e distruttivi sino a giungere a segnali molto più evidenti nelle ore precedenti l’eruzione, ma va detto a loro favore che, oltre a non essere in possesso delle moderne tecnologie di cui noi oggi disponiamo, l’aspetto del Vesuvius non era per nulla terrificante, non c’era ad esempio nessun cono come quello attuale ad indicare la presenza di un vulcano.
Il territorio si presentava come un monte lungo e basso, piuttosto pianeggiante al centro e con qualche rilievo ai margini.
  
Sappiamo per certo che qualche abitante riuscì a mettersi in salvo. Nella maggior parte dei casi non ne conosciamo i nomi e in qualche caso possiamo azzardarne invece anche l’identità. Tra i possibili superstiti c’è una certa Rectina, una ricca matrona, che sembrava poter vantare una certa familiarità con Plinio il Vecchio, l’ammiraglio della flotta di stanza a Miseno, famoso naturalista nonché zio di Plinio il Giovane, una delle nostre maggiori fonti della tragedia proprio perché egli stesso la visse in prima persona.

Ciò che affascina ne “I tre giorni di Pompei” è la capacità di Alberto Angela di riuscire a raccontare la storia come fosse un romanzo grazie anche a ricostruzioni verosimili di ciò che accadde nelle ore precedenti la tragedia e durante la tragedia stessa.
Senza tralasciare di raccontarci la vera storia dell’area vesuviana inquadrandola magistralmente nel più ampio quadro della storia romana, senza mancare di snocciolare dati scientifici e di illustrarci gli scavi e i ritrovamenti archeologici, Alberto Angela è riuscito a mantenere per ben 463 pagine un ritmo incalzante, regalandoci così una lettura piacevole il cui stile sembra molto più vicino a quello di un romanzo piuttosto che a quello di un saggio.
Mano a mano che ci si avvicina all’ora zero, l’ora dell’eruzione, l’ansia del lettore cresce e così la sua partecipazione quasi fosse egli stesso in prima persona ad essere trasportato dalla folla, colto dallo stesso panico che colse quasi certamente gli abitanti dell’area vesuviana.
Un’empatia che cresce pagina dopo pagina e che induce il lettore a chiedersi cosa avrebbe fatto e come avrebbe reagito se si fosse trovato davvero in prima persona a vivere quei terribili momenti.

Apprezzabili sono la sensibilità ed il profondo rispetto con cui Angela ci racconta gli ultimi istanti di una tragedia che fece migliaia di vittime, persone che morirono in una delle catastrofi più grandi che la storia conosca.
Ho gradito particolarmente il fatto che egli parli di esseri umani e non semplicemente di calchi umani, perché è giusto non dimenticare mai che quelle immagini di vittime giunte sino ai nostri giorni sono state “persone vere” e pertanto richiedono rispetto e dignità.

La storia spesso ci parla di guerre, di battaglie e di grandi eventi senza umanità, senza fare cenno a quanto questo sia costato in termini di vite umane, senza rispetto per i morti; la letteratura al contrario ci mostra il lato umano delle tragedie.
Quando leggete un libro di storia e leggete per esempio della peste, il racconto rimane freddo, lucido come se i morti non fossero persone, ma un semplice dato, un numero.
Pensate ora quanta differenza leggendo ad esempio i Promessi Sposi ed in particolare il racconto della madre di Cecilia che depone la figlia sul carro, pensate al pathos di quelle pagine.
“I tre giorni di Pompei” pur essendo a tutti gli effetti un’opera divulgativa, riesce grazie alla grande capacità espositiva del suo autore, a mantenere vive la pietas e l’umanità nel lettore nei confronti di esseri umani vissuti duemila anni fa.

Perché leggere questo libro? Un valido motivo potrebbe essere più o meno lo stesso che ha spinto l’autore a scriverlo ovvero tirare le fila di tutto il sapere acquisito in più di venti anni di riprese televisive e visite dell’area vesuviana.
“I tre giorni di Pompei” è un validissimo aiuto per fare il punto di tutte le proprie conoscenze sull’argomento.
Ho scoperto con piacere che c’erano molti elementi di cui non sapevo nulla. Che l’eruzione abbia avuto luogo nel 79 d.C, ad esempio, è notizia certa, ma io ignoravo il fatto che ci fossero dei dubbi sul mese dell’avvenimento ovvero che ci fossero due ipotesi di datazione: il 24 giugno e il 24 ottobre.
La tesi che l’eruzione sia avvenuta in autunno piuttosto che in estate è quella più attendibile secondo Angela che ha scelto di dedicare alla controversa questione l’intera appendice alla fine del libro esponendo gli elementi a favore e contro ciascuna datazione.

“I tre giorni di Pompei” demolisce quell’immagine che spesso film e letteratura ci hanno imposto presentandoci i Pompeiani sorpresi dall’eruzione mentre erano impegnati in banchetti o mentre si rilassavano alle terme.
Nulla di più sbagliato, Pompei era in piena emergenza. 
Quasi tutte le case avevano lavori in corso, alcune erano state abbandonate dopo il terremoto del 62 d.C. ed erano disabitate da anni, inoltre c’erano cantieri aperti un po’ ovunque.
A causa poi dell’attività sismica intensificatasi negli ultimi giorni, nelle ore prima dell’eruzione a Pompei mancava l’acqua mentre maleodoranti esalazioni sulfuree salivano dal terreno nelle zone circostanti.

Il libro di Alberto Angela è affascinante, esaustivo ed avvincente, ma se tutte queste qualità da sole non dovessero essere sufficienti per spingervi alla lettura, vi ricordo che acquistando “I tre giorni di Pompei” contribuirete al restauro di un importante affresco ovvero "Adone ferito" che si trova proprio a Pompei nell'omonima casa. 



                                                      

domenica 18 gennaio 2015

“La tentazione di essere felici” di Lorenzo Marone

LA TENTAZIONE DI ESSERE FELICI
di Lorenzo Marone
LONGANESI

Mi chiamo Cesare Annunziata, ho settantasette anni, e per settantadue anni e centoundici giorni ho gettato nel cesso la mia vita. Poi ho capito che era giunto il momento di usare la considerazione guadagnata sul campo per iniziare a godermela sul serio.

Cesare Annunziata è il protagonista di “La tentazione di essere felici” il libro di Lorenzo Marone, scrittore napoletano, classe ‘74.

Cesare Annunziata è un uomo cinico, burbero e scorbutico. E’ vedovo da cinque anni ed è padre di due figli.
La primogenita Sveva, professione avvocato, è sposata ed ha un bambino di nome Federico.
Il secondogenito, Dante, ha una galleria d’arte ed è gay. Il padre è perfettamente a conoscenza dell’orientamento sessuale del figlio, non ne è scandalizzato, non lo condanna né lo giudica per questo, solo attende che un giorno Dante si decida a confessarglielo.

Cesare Annunziata passa le sue giornate liberamente senza pensieri, tra qualche parola scambiata con la vicina di casa, la gattara Eleonora Vitigliano, sorda come una campana e qualche ora trascorsa a casa dell’amico di sempre, Marino, che abita al secondo piano.
Marino ha quasi ottant'anni e, al contrario di Cesare, ha rinunciato a vivere; ormai da anni non esce neppure più di casa tanto che persino la poltrona sembra aver preso la forma del suo corpo vecchio e malandato.

E poi? E poi c’è Rossana, l’infermiera che per arrotondare le entrate allieta le ore dei suoi anziani pazienti e Cesare non fa eccezione. Qualche pillolina blu, e il nostro protagonista è sempre ben felice di poter trascorrere qualche ora con Rossana con la quale però in fin dei conti, a differenza degli altri clienti, egli ha instaurato anche un rapporto di amicizia.

Nonostante l’apparenza, infatti, Cesare Annunziata non è cattivo, egoista sì, ma non cattivo ed alla fine accade qualcosa che farà riemergere la profonda umanità che lui cercava di nascondere agli altri ma sopratutto a se stesso. 

Un giorno, infatti, nell’appartamento vicino si stabilisce una giovane coppia. Emma è una giovane donna molto attraente, ma dallo sguardo malinconico mentre il marito appare come un tipo piuttosto losco.
Nonostante Cesare Annunziata sia intenzionato a rimanere indifferente alla sensazione che qualcosa non funzioni tra i due nuovi arrivati, alla fine cede alla richiesta di aiuto di quegli occhi tristi e si ritrova coinvolto in una vicenda più grande di lui, obbligato ad affrontare problematiche che troppo spesso si crede siano solo temi che ascolti al telegiornale, qualcosa di lontano dalla vita di noi “gente comune”.

In Cesare Annunziata, come in ognuno di noi, vi è un lato oscuro che inevitabilmente talvolta prende il sopravvento.
Nel corso del romanzo però Cesare Annunziata riesce a fare riemergere quanto di buono c’è nel suo carattere e a modo suo tenta non solo di mettere ordine nella sua vita e nel suo passato cercando di recuperare il rapporto con i figli e con il nipote, ma si prodiga anche per aiutare gli altri cercando di risolvere i problemi di Eleonora, spronando l’amico Marino a reagire al suo torpore e sostenendo la giovane Emma.

Lorenzo Marone è riuscito a creare un personaggio vero e credibile e stupisce non poco il fatto che uno scrittore appena quarantenne sia stato capace di descrivere in modo tanto dettagliato e reale le sensazioni, le aspettative disattese, i desideri e le paure proprie di un ultrasettantenne.
Il modo così verosimile, poi,  di descrivere e di indagare i rapporti interpersonali dei vari personaggi, di raccontare la storia della famiglia Annunziata, rivelano che l’autore è indubbiamente un uomo che conosce molto bene la psicologia femminile nonché i contrasti che spesso nascono tra uomini e donne a causa del loro diverso modo di sentire.

“La tentazione di essere felici” è un libro ironico, divertente, ma che allo stesso tempo obbliga il lettore a riflettere sul senso della vita, sulle difficoltà che comportano i cambiamenti e sulla paura di invecchiare.

Un libro spassoso, ma anche un romanzo che, quando meno te lo aspetti, riesce a sferrarti un pugno allo stomaco riportandoti alla realtà, perché ciò che si legge sui giornali ogni giorno contrariamente a quanto pensiamo non è qualcosa lontano da noi, ma qualcosa che può toccare tutti noi molto da vicino.

Cesare Annunziata è un personaggio irriverente, sfacciato e spesso anche maleducato, ma è una persona vera che cerca con fatica di far quadrare il cerchio di una vita prossima al capolinea.
Il protagonista del romanzo ha paura dei bilanci perché sa che quasi nulla di ciò che da giovane aveva sognato per se stesso si è realizzato, cerca quindi di evitarli, di vivere alla giornata, di non pensare perché non riuscirebbe ad accettare l’idea di riconoscersi perdente, di dover accettare il fatto di essere un fallito persino come “egoista” perché se un egoista è colui che persegue il suo bene ad ogni costo, lui questo bene non l’ha mai raggiunto nonostante i numerosi tentativi fatti soprattutto a scapito delle persone che lo hanno amato.
Ovviamente è tutto inutile perché al passato non si può sfuggire, ma è pur vero che finché si è vivi c’è sempre la possibilità di rimettere le cose a posto o c'è almeno la speranza di limitare i danni.

E’ incredibile la capacità di Lorenzo Marone di riuscire a far passare il lettore dal sorriso alla riflessione nell’arco di qualche riga grazie anche ad alcuni passaggi talmente intensi e profondi da meritare di essere riletti più volte.

Bisogna fare attenzione alle parole, è come in cruciverba: una sbagliata può creare il caos.

Non posso in tutta coscienza dire che Cesare Annunziata sia il nonno o il padre che tutti vorrebbero avere, troppi lati del suo carattere, infatti, non si adattano al mio e più di una volta mi sono trovata in aperto contrasto se non proprio in totale disaccordo con il suo modo di affrontare o vedere le cose.
L’ho ammirato profondamente però per la sua tenacia e la sua voglia di vivere oltre che per il suo ostinarsi a voler essere felice ad ogni costo “come può esserlo un vecchio che ha deciso di derubare la vita finché gli è permesso”.
Mi ha fatto sorridere con le sue “trasformazioni” e con la sua incapacità di piegarsi alla triste e disperata arte del “lasciare stare”.
                                            
Del finale del libro non posso anticiparvi nulla per ovvie ragioni, ma posso assicurarvi che le ultime pagine sono davvero intense, un vero inno alla vita e alle mille ragioni per le quali vale la pena di essere vissuta.

Terminata la lettura ogni lettore si sentirà obbligato a rispondere in prima persona ad alcuni interrogativi; verrà spontaneo chiedersi se si è davvero felici, ci si interrogherà sulle proprie scelte facendo un bilancio dei compromessi fatti e inevitabilmente si dovrà prendere coscienza di quante scelte siano state dettate più dalla comodità e dalla paura di vivere veramente piuttosto che da un reale obbligo perché come dice quel filoso un po’ scorbutico che è Cesare Annunziata…

Le vie di mezzo servono a non prendere la strada giusta, quella che ti porta dritto dove vuoi e devi andare. L’essere umano è un maestro nel girare a vuoto pur di non raggiungere l’obiettivo che lo terrorizza.




lunedì 12 gennaio 2015

“La meretrice di Costanza” di Iny Lorentz

LA MERETRICE DI COSTANZA
di Iny Lorentz
SUPERBEAT
Iny Lorentz è lo pseudonimo con cui Iny Klocke e Elmar Wohlrath hanno firmato questo romanzo. Moglie e marito, entrambi studiosi di storia ed appassionati in particolare di storia medievale, in due vantano al loro attivo la pubblicazione di oltre 35 libri.

“La meretrice di Costanza” ha venduto in Germania più di 4 milioni di copie e la serie televisiva “Die Wanderhure” (trasmessa anche in Italia con il titolo di “La cortigiana”) ha realizzato un numero ancora maggiore di telespettatori.

Il romanzo è ambientato nella Germania del 1410 / 1415 e a far da sfondo alla storia di Marie Schärer troviamo la situazione confusa del Sacro Romano Impero e del cattolicesimo.
Morto re Ruprecht, Sigismondo riesce ad imporsi sul contendente Jobst von Mahren, ma si dimostra ben presto incapace di mettere fine alle faide e alle lotte di potere delle grandi casate.
In seno alla Chiesa di Roma nel frattempo ben tre cardinali si dichiarano legittimi successori di Pietro, combattendo l’uno contro l’altro senza esclusione di colpi mentre i costumi del clero sono in completa caduta in quanto monaci e preti sono più dediti al piacere della carne che a quello dell’anima, più interessati ad accumulare ricchezze piuttosto che alla salvezza del proprio gregge.

Marie Schärer ha 17 anni, unica figlia di mastro Matthis, è erede di una cospicua fortuna grazie ai ricchi commerci che il padre intrattiene anche con l’estero. Marie però non è solo ricca, ma anche bellissima: un volto angelico, grandi occhi color fiordaliso, lunghi capelli biondi e un corpo ben fatto ed armonioso.
Non stupisce quindi che Mastro Matthis sia riuscito a combinare per lei un matrimonio con un giovane proveniente da una famiglia altolocata.
Il futuro sposo, Ruppertus Splendidus, è il figlio del conte Heinrich von Keilburg.
Nato da una relazione con una serva Ruppertus non può aspirare all’eredità paterna, ma si occupa comunque in prima persona degli affari del conte. Inoltre, sebbene molto giovane, è già un noto avvocato destinato ad un radioso avvenire.
Ruppertus Splendidus però è un uomo subdolo e senza scrupoli.
In realtà egli non ha mai avuto intenzione di sposare la bella Marie, ma la sua unica volontà è quella di impossessarsi delle ricchezze della famiglia di lei.
Subito dopo aver fatto firmare un contratto matrimoniale al futuro suocero nel quale, tra le varie clausole, pretende che sia messa per iscritto l’illibatezza della sposa, egli agisce in modo che Marie venga accusata di avere venduto il proprio corpo in cambio di denaro e regali.
Marie viene condotta nella torre in attesa del processo e qui, su ordine di Ruppertus, violentata dai complici da lui assoldati.
Il giorno del processo, riconosciuta colpevole, viene fustigata sulla pubblica piazza e cacciata da Costanza senza possibilità di potervi fare ritorno in quanto ritenuta colpevole di meretricio.
Ruppertus Splendidus può così appropriarsi di tutte le ricchezze di mastro Matthis, immobili compresi.
Marie viene abbandonata in fin di vita fuori dalla città e qui viene soccorsa da Hiltrud, una prostituta itinerante. Riacquistate le forze la ragazza non avrà altra scelta che vendere il proprio corpo per sopravvivere.
L’unico scopo della vita di Marie diventerà quindi quello di riuscire un giorno a vendicarsi del suo ex fidanzato e dei suoi complici.

“La meretrice di Costanza” è un romanzo appassionante ed intrigante. Forse un po’ lento all’inizio perché molto descrittivo, ma la storia aumenta il ritmo pagina dopo pagina e nella parte conclusiva il ritmo si fa decisamente serrato.
Il ritmo incalzante dell’ultima parte del libro però non rende, come spesso accade, il finale troppo frettoloso. L’epilogo della storia è ben congeniato e accompagna il lettore con i giusti tempi alla conclusione della vicenda.

I personaggi sono ben caratterizzati, le descrizioni dei luoghi sono molto dettagliate ed il racconto della vita nel XV secolo, in particolare del mondo della prostituzione, è interessante e coinvolgente. 
Un punto di vista originale dal quale osservare la storia.

Il personaggio di Marie Schärer è decisamente affascinante. La Marie che conosciamo nelle prime pagine, quella ragazzina altezzosa e un po’ viziata, è completamente diversa dalla donna che ritroviamo nelle ultime pagine: una donna che ha perso la propria innocenza, una donna che diffida di tutto e di tutti, ma anche una donna intelligente e forte che sa combattere e farsi valere per ottenere ciò che vuole.

L’empatia tra il lettore e la protagonista è destinato a crescere con il procedere del racconto.

All’inizio del romanzo, infatti, Marie sembra un personaggio piuttosto scialbo che poco coinvolge il lettore che stenta così a partecipare alla sua caduta, ma inevitabilmente pagina dopo pagina il personaggio cresce talmente che è impossibile per il lettore non essere coinvolto e soggiogato dalla sua storia.

Non ho mai visto la serie televisiva e ammetto di essere ora abbastanza curiosa di scoprire come la storia sia stata portata sullo schermo.

Il libro è una lettura piacevole e avvincente, fortemente consigliata agli appassionati del romanzo storico.

Come potreste rinunciare ad una storia in cui una giovane donna deve combattere per la sua libertà cercando di imporsi in un mondo in mano ad abati corrotti, ad un clero dissoluto e a notabili prepotenti e senza scrupoli?  

Buona lettura!



venerdì 2 gennaio 2015

“I segreti di Cavendon Hall” di Barbara Taylor Bradford

I SEGRETI DI CAVENDON HALL
di Barbara Taylor Bradford
Sperling & Kupfer 
Il romanzo è ambientato nelle meravigliose valli dello Yorkshire. Protagoniste sono due famiglie: gli Ingham e gli Swann.

Charles Ingham è il sesto conte di Mowbray, ha 44 anni, è un uomo ricco ed affascinante. Si considera il custode di Cavendon Hall e vive per preservare la proprietà per le generazioni future.
Lord Mowbray e sua moglie Felicity Ingham hanno sei figli: due maschi il ventiduenne Guy, maggiore ed erede del titolo, e il quattordicenne Miles, entrambi ancora studenti il primo ad Oxford ed il secondo ad Eaton e quattro femmine, definite le quattro dee dalla servitù per la loro bellezza ed eleganza.
Le ragazze nonostante siano tutte affascinanti hanno in realtà caratteri molto diversi tra loro: la maggiore, la ventenne Lady Dierdre Ingham è piuttosto fredda e scostante, la diciassettenne Daphne, la più bella delle quattro, colei che il padre ha destinato ad un matrimonio con un duca è invece la più dolce e amabile delle quattro sorelle. Ci sono poi le più piccole Lady DeLacy Ingham, di dodici anni, simpatica, spigliata e un po’ maldestra e infine l’ultima nata di appena cinque anni, Dulcie, una bimbetta un po’ capricciosa e impertinente ma ugualmente graziosa.

La famiglia Swann è al servizio della famiglia Ingham ormai da molte generazioni. Sono servitori fedeli ed indispensabili oltre ad essere i custodi di tutti i loro segreti che si tramandano di generazione in generazione attraverso dei diari di cui la visione e la lettura è vietata agli stessi Ingham nonostante parlino proprio di loro.
Gli Swann sono vincolati agli Ingham da un patto che ogni membro della famiglia è obbligato a rispettareLa lealtà mi vincola”.

Walter Swann, il valletto del conte, è il capofamiglia. Lui e sua moglie Alice, che si occupa del guardaroba della contessa, hanno due figli il quindicenne Harry, apprendista giardiniere a Cavendon Hall, e la piccola Cecily.

In virtù del forte e saldo legame che lega la famiglia Ingham alla famiglia Swann, alle ragazze Swann, ormai da generazioni, è stato accordato il privilegio di studiare a casa con le figlie del conte.
Per tale motivo a Cecily Swann è stato consentito di seguire le lezioni insieme alla coetanea Lady DeLacy Ingham della quale è divenuta inevitabilmente intima amica.

Cecily è una ragazza molto carina e dolce alla quale sono tutti indistintamente affezionati dai membri della famiglia di Lord Mowbray alla servitù della casa.

La matriarca della famiglia Swann è Charlotte, la zia di Walter Swann, trattata con rispetto da tutti i componenti della sua famiglia e tenuta in grande considerazione dalla famiglia Ingham.
Un tempo segretaria personale del quinto conte di Mowbray, è ora la confidente di Charles il quale non perde occasione di rivolgersi a lei per avere un consiglio su qualunque problema sopraggiunga.

Il racconto inizia nel maggio del 1913: tutto sembra perfetto, la famiglia Ingham più unita che mai inizia ad organizzare i balli e le cene che caratterizzeranno la loro estate, ma tutto questo è destinato a finire molto presto, nuvole minacciose incombono sulla vita dorata a Cavendon Hall.

La sorella di Felicity è malata e le viene diagnosticato un male incurabile. Lady Ingham, strettamente legata alla sorella, non riesce a farsene una ragione e cade preda di un forte esaurimento nervoso.
Nel frattempo accade qualcosa che sconvolgerà la vita di tutti, un fatto terribile ed inaspettato, un evento drammatico che cambierà per sempre la vita della famiglia Ingham e quella di Daphne in particolare.
Inoltre non dimentichiamo che la Grande Guerra è alle porte….

Il libro di Barbara Taylor Bradford è avvincente, i protagonisti sono affascinanti e la trama fitta di segreti, passione, amore e tradimenti non può non coinvolgere il lettore fin dalle prime pagine.
Avrete capito che se amate il genere Downton Abbey, questo è il vostro romanzo, non potete lasciarvelo sfuggire.
Devo però avvertirvi che dovrete armarvi di tanta pazienza perché purtroppo la storia non si conclude al termine del libro. “I segreti di Cavendon Hall” è solo il primo volume di una saga familiare che ci terrà compagnia ancora per molto tempo come si evince dalle dichiarazioni della stessa autrice nella sua nota:

Non vedo l’ora di iniziare a scrivere la prossima puntata e di riprendere questi fantastici personaggi. Per me, cominciare un libro è come intraprendere un’avventura, non so mai cosa aspettarmi. O cosa succederà, proprio come in questo volume. Saranno gli Swann e gli Ingham a raccontare le loro storie.

La decisione è tutta vostra: ve la sentite di farvi trascinare nello strano destino che lega da sempre le famiglie Ingham e Swann?

Che cosa era questa tremenda ossessione che legava gli Ingham agli Swann? Era qualcosa nel loro sangue? Dio solo lo sa, pensò, ma tra noi c’è un’attrazione irresistibile, che dura e si ripete da generazioni e generazioni. Finirà mai? Era certa che non sarebbe mai finita, perché avevano bisogno gli uni degli altri. Per quanto strano fosse, così era.



venerdì 26 dicembre 2014

“La sposa dell’inquisitore” di Jeanne Kalogridis

LA SPOSA DELL’INQUISITORE
di Jeanne Kalogridis
LONGANESI
La vicenda si svolge a Siviglia nell’inverno tra il 1480 e il 1481.
Marisol Garcia sta per sposare Gabriel Hojeda; il padre della ragazza, nella speranza di salvare la figlia, ha acconsentito alle nozze, ma lei, all’oscuro delle motivazioni del genitore, non riesce a darsi pace di dover andare in sposa ad un uomo che disprezza.

Marisol, infatti, è ancora innamorata di Antonio Vargas, il suo amore fin dall’infanzia, con il quale un tempo era fidanzata.
I due avrebbero dovuto sposarsi al ritorno di Antonio da Salamanca dove il giovane si era recato per studiare all’università, ma dopo qualche anno egli non aveva più risposto alle lettere di Marisol che era stata così lasciata senza una spiegazione.

Celebrata la cerimonia il padre ripudia la figlia e donna Marisol Hojeda è costretta a seguire il marito nella sua nuova casa.
Qui si scontra fin da subito con la freddezza e l’ostilità del cognato Alonso Hojeda, l’abate del convento domenicano.
Il frate vorrebbe che il matrimonio fosse subito annullato, ma ragguagliato dal fratello su alcuni accordi presi da questi con il padre della ragazza decide di accettare l’unione a patto che i due sposi attendano un mese prima di consumare il matrimonio.
Appare subito evidente che nonostante la passione che Gabriel nutre per Marisol, i veri interessi che l’hanno spinto a sposarla sono di tutt’altra natura.

L’inquisizione da qualche anno sta tormentando la Spagna e ora è giunta anche a Siviglia. Il nome che tanto terrorizza tutti è quello di Tomas de Torquemada, il celebre e rigoroso inquisitore spagnolo.
L’obiettivo è colpire i conversos giudaizzanti ovvero i nuovi cristiani che, nonostante l’apparente conversione al cristianesimo, celebrano ancora di nascosto i loro riti e sono rimasti fedeli alla religione ebraica.
In realtà la situazione è molto più complessa ed i motivi economici sono chiaramente di massima importanza in questa caccia ai cripto-ebrei tenuto conto che i conversos a Siviglia controllano gran parte delle posizioni governative e sono molto potenti.

Il padre di Marisol così come Antonio Vargas sono entrambi cristiani vecchi, ma Madgalena, la madre di Marisol, è una conversa e questo fa della stessa Marisol una coversa a sua volta.
In questo clima di terrore dove chiunque può denunciare il proprio vicino mantenendo l’anonimato e vederlo così torturato, messo a morte e privato di tutti i suoi averi senza correre alcun pericolo in prima persona, Magdalena quando scopre di essere stata denunciata e di dover subire il processo dell’Inquisizione, decide nel tentativo di salvare la sua famiglia di togliersi la vita gettandosi nelle acque del Guadalquivir.

E’ proprio dopo pochi giorni dalla morte di Magdalena che Diego Garcia, vedendo ormai tutto perduto, decide di giocare la sua ultima carta per cercare di salvare la figlia concedendo la sua mano a Gabriel Hojeda che la Regina Isabella ha appena nominato procuratore civile dell’Inquisizione a Siviglia, permesso accordatogli grazie alla sua laurea in diritto canonico.

Marisol è triste, arrabbiata con il padre per averla abbandonata, arrabbiata con se stessa per aver un tempo ripudiato la madre per le sue origini e arrabbiata con Antonio per averla lasciata.

Marisol però è la vera figlia di sua madre, è una donna forte e combattiva che riuscirà a sopportare le avversità e i dolori, non si lascerà abbattere dall’inasprirsi delle persecuzioni e, mentre tutto intorno a lei sembrerà crollare, riuscirà a mettere ordine nella sua vita.

Sarà presto in grado di capire chi le è veramente amico, di chi può davvero fidarsi e chi invece deve essere allontanato perché cerca solo di usarla.

Per amore e per orgoglio saprà tenere alta la testa di fronte alle umiliazioni, saprà tenere fede agli insegnamenti dei genitori e soprattutto saprà seguire il suo cuore.

Marisol dovrà lottare per fare chiarezza sulle sue origini e i veri motivi che hanno spinto le persone a lei vicine a comportarsi in modo tanto incomprensibile e capirà che tali comportamenti erano dettati semplicemente dall’amore e dal desiderio di proteggerla.

“La sposa dell’inquisitore” è un romanzo piacevole e ricco di colpi di scena. 
Il contesto storico è interessante ed accattivante; la trama è a tratti intensa e cruda e a tratti malinconica e delicata; i due protagonisti, Marisol e Antonio, sono personaggi affascinanti e la loro storia d’amore è emozionante e suggestiva.
Una lettura nell'insieme coinvolgente grazie soprattutto al continuo susseguirsi di intrighi, segreti e tradimenti.



mercoledì 24 dicembre 2014

"Un consiglio sotto l'albero" di Lorenzo Marone


Ci siamo! Natale è arrivato!

Quest'anno come biglietto di auguri ho pensato di regalarvi un inedito ed anticonvenzionale racconto di Lorenzo Marone, il cui libro "La tentazione di essere felici" sarà in libreria nel mese di gennaio.

Ringrazio ovviamente la casa editrice Longanesi per la possibilità di poter condividere con tutti voi questa breve storia natalizia.

Ora non mi resta che augurarvi buona lettura e naturalmente...

Buon Natale !!!




"Un consiglio sotto l'albero"

Le lucine degli alberi di Natale piacciono a tutti. Come gli addobbi per strada, i
festoni, le palle colorate, o i Babbo Natale che ballano e cantano. Oddio, sul fascino
di questi ultimi potremmo discutere per ore. Ma non è questo il punto. Il punto è che
quest’anno c’è un Babbo Natale a grandezza d’uomo anche nella nostra famiglia,
comprato dal sottoscritto per sostituire mio cognato Osvaldo, il marito di mia sorella
Rosaria, che fa il rappresentante di cosmetici e quando lo vedi, pensi: questo è il tipo
che il ventiquattro dicembre si traveste da Babbo Natale per il divertimento dei più
piccini, in primis se stesso. E poco ci manca che si presenti anche con una mandria
di renne prese in prestito da chissà chi.
Il problema è che Osvaldo quest’anno è caduto dal motorino e si è rotto la gamba.
Quando Rosaria mi ha chiamato, sono corso in ospedale e l’ho trovato disteso su
una barella, che sorrideva. È una sua prerogativa non perdere mai l’allegria, il suo
lato migliore, come dice mia madre. A me, per la verità, l’ostentato buonumore di
Osvaldo mi irrita e agita, poiché mi vedo costretto ogni volta ad andargli dietro con
una battuta, una risata, o solo fingendo interesse per qualunque fesseria detta intorno
alla tavola.
Solo che, come dicevo, il mio antagonista quest’anno è convalescente. «Che
peccato» ha affermato una volta in auto, con le stampelle e il gesso, «non potrò
travestirmi da Babbo Natale». Mi sono girato e l’ho trovato che sorrideva. E come
lui pure mia sorella, seduta dietro ma con il busto proteso in avanti, proprio come
faceva da bambina, che si piazzava lì e mi estrometteva, con la benedizione dei
nostri genitori che fingevano di non vedere. A ogni modo lei ha subito ribattuto:
«Semmai travestiamo Mario. Eh, che ne dici?» e si è girata a guardarmi per cercare
il mio consenso.
«Sono troppo magro» ho risposto serio, senza volgere lo sguardo dalla strada.
«E che fa? Ti mettiamo un cuscino!»
«Sì, anch’io uso sempre un cuscino» le è andato dietro Osvaldo.
«Va be’, che c’entra, tu sei grasso davvero, sei un Babbo Natale verosimile» ho
ribattuto, riuscendo, infine, a spegnergli il sorriso dalla faccia. Lui, infatti, ha
chinato il capo per scrutarsi la pancia e non ha replicato. È stata Rosaria a porre fine
alla discussione. «Comunque tu e Osvaldo siete gli unici a poterlo fare. E siccome
lui non può, ci penserai tu!» ed è rimasta ad alitarmi sul collo, con la testa inclinata e
gli occhi da fuori, tipo Igor di Frankenstein Junior.
Mia sorella non è una bella donna, bisogna essere onesti; non credo sia un
problema, però, e immagino che Rosaria sia comunque soddisfatta della sua vita e
contenta di avere accanto un marito meticoloso come Osvaldo: non è un bell’uomo,
e neppure tanto intelligente, a mio modesto parere, ma spero riesca lo stesso a
renderla in qualche modo felice, per quel pizzico che ognuno di noi può rendere
felice un altro.
La cosa stupefacente è che l’incontro fra le loro disarmonie ha dato vita a una
bellezza eterea: mia nipote Dora, sedici anni, fisico da vamp, capelli lunghi al
sedere, occhi da cerbiatta, e carattere ribelle.
«Che c’è, vuoi deludere i tuoi nipoti?» ha incalzato Rosaria.
I miei nipoti sono i due gemelli nati sette anni dopo Dora. Entrambi grassottelli e
col naso a patata, assomigliano per filo e per segno al padre. La natura può distrarsi
una volta, ma la seconda fa il suo dovere.
«No, è che proprio non mi sento capace…»
«Mario, poche storie, il ruolo di Babbo Natale è tuo!»
Detto, fatto. Io, però, non sono tipo da arrendermi senza nemmeno combattere.
Perciò stasera mi sono presentato in famiglia col pupazzo gigante di Babbo Natale,
nella speranza che fosse lui a sottrarmi al gravoso compito. Solo che non avevo fatto
i conti con i miei terribili nipoti, che hanno impiegato un nanosecondo a
detronizzare il povero Babbo Natale, catalogandolo come «finto». Ho fatto notare
che anche l’albero è finto, ma nessuno mi ha ascoltato, cosicché, alla fine, sono stato
costretto a travestirmi, mentre il pupazzo è rimasto nell’ingresso a cantare e ballare
senza platea, come un deficiente.
Eppure penso di essermela comunque cavata, i gemelli sembravano contenti,
hanno riso, scartocciato i regali, e anche baciato la mia lunga barba bianca. Infine si
sono addormentati con il sorriso sulle labbra, lo stesso col quale mi ha accolto il
resto della famiglia in salotto, soprattutto mia sorella, la quale mi ha tirato il
cappello e ha detto: «Sei stato perfetto, peccato solo per la risata.»
«No» ho risposto, «ti avevo detto che la risata grassa di Babbo Natale non l’avrei
fatta nemmeno se i gemelli piangevano da stasera fino all’epifania!»
Così adesso siamo tutti riuniti intorno all’albero, io, mia madre, mio padre,
Rosaria, Osvaldo e Dora, che, in realtà, del Natale se ne frega e scrive messaggi al
telefonino. Siamo lì, a parlare del più e del meno, in attesa che qualcuno si
preoccupi di dare il via alle consuete manovre di scambio regali. Il problema è che
quest’anno l’operazione è più complessa del solito, poiché nostra madre ci ha
chiamato a inizio mese per comunicarci che in questo tempo di crisi le sembrava
uno spreco comprare cianfrusaglie che non avrebbero fatto felice nessuno e che, al
contrario, aveva avuto un’idea molto più proficua. «Ho pensato che potremmo
regalarci un consiglio sotto l’albero. Eh, che ne dici? Non ti sembra un’ottima
idea?»
«Un consiglio?» ho chiesto incuriosito.
«Eh, un consiglio. Ognuno di noi può dare un consiglio all’altro, un solo
consiglio. È un modo per parlare un po’, per scambiarci qualcosa che non siano
stupidi oggetti. Che ne pensi?»
Era così entusiasta che non me la sono sentita di dirle che un consiglio è molto
più impegnativo da donare di un paio di calzini, e quindi ho ribattuto che l’idea mi
sembrava accattivante. «E papà che ha detto?» ho chiesto subito dopo.
«Nulla, ha fatto una smorfia e ha risposto: ’Almeno quest’anno non farò incetta di
calzini e dopobarba!’».
Ho salutato mia madre e sono corso sotto l’albero a sfilare un pacchetto con
dentro un bel paio di calzini a rombi appena acquistati per papà.
«Allora» esordisce nostra madre, e batte le mani per richiamare l’attenzione,
«come sapete, ho preteso che non ci facessimo regali inutili. All’inizio volevo
semplicemente dirvi di non comprare nulla, poi, invece, ho pensato che avremmo
potuto utilizzare questo tempo a disposizione per stare insieme in modo diverso…»
«Peccato, suocera» interviene Osvaldo, «ti è andata male, quest’anno avevo
pensato di regalarti una bella vestaglia!»
«Gliel’abbiamo comprata l’anno scorso» fa mia sorella.
«Appunto» ribatte velocissimo Osvaldo, che, evidentemente, attendeva proprio la
spalla della moglie per portare a termine la sua folgorante battuta, e scoppia in una
risata fragorosa. Per fortuna nostra madre riprende subito il controllo delle
operazioni: «Ecco, non volevo che farci un regalo diventasse anche stavolta un
obbligo e uno spreco. Così ho pensato di donarci preziosi consigli.»
Mio padre, seduto sulla poltrona, sbuffa mentre pulisce gli occhiali.
«Un consiglio è sempre ben accetto e può fare solo bene. E poi ci aiuta a parlare
un po’ di noi, di voi. Non parliamo mai, sempre presi da mille cose inutili…»
«Ma che le è preso?» domando sottovoce a papà al mio fianco.
«Non lo so, tua madre è in una fase esplorativa della vita. Pensa che ora fa yoga e
segue un corso di abbraccioterapia.»
«Abbraccioterapia?»
Lui mi fissa un istante sforzandosi di restare serio, ma alla fine capitombola e
inizia a scuotere il corpo in preda a una risata convulsa.
«Renato, e figurati se non iniziavi a fare lo stupido!» interviene mamma, il tono
della voce squillante, lo sguardo fisso sul colpevole, il busto dritto e le mani
conserte. L’attimo seguente indossa di nuovo il suo sorriso conciliante e torna a noi.
«Insomma, chi vuole iniziare?»
Rosaria guarda Osvaldo, il quale guarda me, che mi giro verso mio padre.
Quest’ultimo, invece, punta Dora, la quale sta ancora rispondendo a un messaggio e
se ne frega del nuovo gioco.
«Va bene, comincio io» dice allora nostra madre, e fa un lungo sospiro.
«Il consiglio per mia nipote» e si rivolge a Dora, «è di vivere nel presente. Qui e
ora. Lo so, adesso sei proiettata ai tuoi amici, all’amore, alle uscite, però cerca di
goderti ogni momento, anche questi in famiglia.»
Rosaria solleva il busto dal divano e applaude entusiasta. Dora, invece, continua a
digitare come una furia sul telefono.
«Dora, hai sentito nonna che ha detto?» domanda la madre indispettita.
«Come no» risponde mia nipote, «qui e ora, qualcosa del genere.»
«Sei sempre la solita!» esclama Rosaria, e si accascia sul divano.
Osvaldo pensa bene di intromettersi: «Lasciala stare, è una ragazza.»
«Osvà, con questa storia del lasciarla stare andrà a finire che tua figlia non avrà
più regole fra un po’!»
«Va be’, non litigate» interviene mia madre, «è un gioco. Passiamo oltre. A
Osvaldo consiglio di stare un po’ più attento alla dieta, la sua è un’età particolare. A
mia figlia, invece, consiglio… ecco, forse… di… ascoltare un po’ di più gli altri, le
persone che la amano e vogliono il suo bene.»
A queste ultime parole, il silenzio si impossessa della scena. Mia madre si è
spinta un po’ troppo oltre, penso, e cerco di nascondere il viso per non farmi
scoprire a ridere. Rosaria fissa la madre e Osvaldo la sua pancia.
«Che vuoi dire?» domanda infine mia sorella.
«Nulla, amore, solo che ogni tanto ti farebbe bene ascoltare chi ti è attorno. Ti
aiuterebbe anche a non vedertela sempre da sola.»
«Non è sola, ci sono io» interviene Osvaldo, ma nessuno se ne accorge.
«Perché, non ascolto gli altri?» domanda Rosaria, e si gira a guardare il marito, il
quale, poverino, messo alle strette, si affretta a ribattere: «Ma no…»
«Non ascolto gli altri?» domanda di nuovo lei, e stavolta guarda me.
Alzo le spalle e tento di rispondere con un sorriso conciliante: «Be’, diciamo che
ti piace più parlare che ascoltare.»
Rosaria si porta le braccia al petto e ribatte offesa: «Non mi sembra proprio, ma
andiamo avanti.»
«A te, Mario, consiglio di imparare a lasciarti andare un po’ di più alla vita. Sei
troppo sulle tue, un po’ burbero forse. Dovresti liberarti e non cercare di controllare
sempre tutto. Anche dal punto di vista fisico, ti farebbe bene abbracciare un po’ di
più, cercare di entrare maggiormente in contatto con le persone. E poi non posso
non consigliarti di trovare finalmente una donna con la quale mettere su famiglia.»
Attendo che mia madre abbia finito e mi guardo intorno. Dora scrive ancora al
telefonino, gli altri, invece, mi fissano. Allora mi produco in una smorfia e
commento: «Be’, a parte il fatto che non vale perché mi hai dato più di un consiglio,
non credo di tenere a distanza le persone. E poi non è che la vita ti dia tutte queste
possibilità di abbracciare gli altri.»
«E tu le devi trovare le occasioni, anche quando non ci sono.»
«Questo è un altro consiglio» ribatto.
«Dalle ragione, altrimenti lo strazio non finisce più» bisbiglia mio padre.
«A me non mi hai mai abbracciata» interviene mia sorella, ancora stizzita per lo
scambio di poco fa.
«Non è vero» replico subito, «semifinale dei mondiali 2006, Italia Germania. Gol
di Grosso. Ti ho abbracciato a lungo in quell’occasione.»
Lei strabuzza gli occhi e ribatte: «Ma và» e tira uno schiaffo nell’aria, «e io che
perdo pure tempo a parlarti!»
Sorrido divertito e accavallo le gambe.
«A chi tocca?» chiede poi mia sorella.
«Aspè, devo ancora dare il consiglio a tuo padre.»
«Ah, è vero.»
«A te» prosegue mamma, e guarda dritto in faccia il marito, «do un solo
consiglio: smetterla di pensare di essere l’illuminato, l’unica persona sulla terra ad
aver capito come va la vita.»
Lui sorride e risponde: «Ti sbagli, cara, io non ho capito proprio nulla. Altrimenti
non ti avrei sposato.»
Mamma sgrana gli occhi, che si fanno piccoli e lucidi, quindi si guarda intorno
smarrita, si alza con uno «scusatemi» e si rifugia in bagno.
«Pà, ma che dici?» interviene mia sorella, sempre più nera.
«Stavo scherzando» cerca di difendersi lui.
«Queste cose non si dicono nemmeno per scherzo!» ribatte Rosaria, e si alza per
andare dietro alla madre.
Papà si gira verso di me: «Stavo scherzando…» ripete con un filo di voce.
«Be’, forse hai un tantino esagerato» rispondo.
«Le donne se la prendono assai per queste cose» dice Osvaldo.
«Nonno, certe volte sai essere proprio stronzo» è, invece, il primo commento
della serata da parte di Dora.
Occorre un quarto d’ora per rimettere le cose a posto. Quando nostra madre torna
a sedersi, ha il trucco sciolto sotto gli occhi, ma sorride, come nulla fosse. Io,
invece, ho impiegato il tempo per osservare un po’ meglio la casa dei miei e mi sono
accorto che vi sono gingilli natalizi in ogni angolo, sulla credenza, appesi ai quadri,
sulla televisione. C’è persino dell’ovatta che penzola dal lampadario, e nella testa di
mamma la scena dovrebbe simulare la neve aggrappata a un ramo di quercia. E poi
c’è lui, il re del Natale, il maestoso albero spruzzato di vernice bianca che
lampeggia a intermittenza i suoi colori violacei e mostra impettito sul pennacchio il
grosso fiocco fucsia dal quale sgorga, come una nenia, la solita musichetta natalizia.
Tutto sarebbe perfetto, insomma, se non fosse che il presepe, invece, è alquanto
raffazzonato, per usare un eufemismo. In realtà ci sono quattro pastori (Giuseppe,
Maria, il bue e l’asinello) appoggiati sull’angolo della credenza, senza nemmeno
una stella cadente sulla testa, un re magio o una pecorella. È che il presepe è sempre
stato affidato alle cure di papà, che quando ero piccolo iniziava i preparativi con
mesi di anticipo. Il tempo, però, deve avergli rubato l’entusiasmo e anche la voglia
di prendersi cura degli altri, perché adesso nostro padre si limita a poggiare i pastori
sul mobile e buonanotte. E, a pensarci, la storia del presepe nella nostra famiglia è la
storia della vita di papà e, forse, di ogni uomo: sempre più piccolo e sempre più
spoglio, fino ad arrivare a questa specie di parodia.
«A te, mamma» prende la parola Rosaria, euforica per l’arrivo del suo turno,
«avrei consigliato altro, ma ora credo sia opportuno suggerirti di non dare troppo
peso a quello che dice papà, e gli uomini in generale. Sono essere inferiori» e
sorride.
Nostra madre sembra divertirsi, mentre Osvaldo, invece, se la prende davvero:
«Ehi, aspetta un momento…»
Rosaria, però, lo zittisce con un gesto e passa alla figlia. «Al mio amore consiglio
di non perdere la sua ingenuità e di pensare sempre con la sua testa. A te, invece» e
guarda il marito, «di scendere un po’ di peso e arrabbiarti di meno quando il Napoli
perde.»
«Uffa» sbraita Osvaldo, «possibile che tutti mi diciate di dimagrire?»
«Pà, se hai la pancia, non è colpa nostra» commenta Dora.
«Per Mario, invece, ho un bel consiglio: smettere una buona volta di fumare e di
stare a rimpiangere quello che non è stato. E per te, papà…»
«Ehi, aspetta» intervengo, «che vuoi dire con la frase sul rimpiangere?»
Ma lei prosegue come nemmeno avessi parlato. «Per te, papà, un suggerimento
ancora migliore: portare una volta mamma a cena fuori, in un bel ristorante di lusso
semmai.»
«Sì, fantastico consiglio!» esclama Dora, e incrocia le gambe sotto il sedere.
«Come se non l’avessi mai fatto…»
«Scusate, volevo sapere perché…»
«Quando è stata l’ultima volta?» incalza Rosaria.
«Già, quando è stata l’ultima volta?» si intromette mamma e resta a fissare il
marito in segno di sfida.
Lui guarda ognuno di noi e ribatte: «E che ne so, scusate, mica tengo il conto. Ma
poi, che è questo, un plotone di esecuzione?»
«Volevo un attimo parlare…» dico io e alzo la mano.
«Nessun plotone, pà, è che non puoi pensare che mamma non debba più andare a
un cinema o a un ristorante perché tu non ne hai voglia.»
«Ha le amiche» ribatte lui.
«Non è la stessa cosa» prosegue Rosaria.
«Lascia stare…» dice mamma.
Mia sorella, però, non sembra aver finito. «Io davvero non capisco perché hai
deciso di aspettare la morte su quella dannata poltrona» dichiara, rivolta al padre, «e
tu» e si gira verso mamma, «perché hai deciso di metterti in attesa al suo fianco!
Non sei ancora vedova, lo vuoi capire?»
Nessuno parla più; Osvaldo gioca con i batuffoli di lana del maglione e io strofino
nervosamente la mano contro il bracciolo del divano. Potrei approfittare per
chiedere adesso spiegazioni per la frase sui rimpianti, ma non mi sembra più il caso.
L’unica che, invece, non sembra in imbarazzo è Dora, la quale sbuffa annoiata e,
con gli occhi rivolti al soffitto, afferma: «Mamma mia che palle ’sto Natale!»
A questo punto Rosaria dà in escandescenza. «Dora» ribatte con voce stridula,
«stiamo parlando di una cosa importante, non è che adesso non si può fare più una
discussione altrimenti ti agiti!»
«Tu fai sempre discussioni! Tu vivi per le discussioni!» sbraita Dora e si rifugia
in cucina.
Rosaria allora punta gli occhi sul marito, che indietreggia contro lo schienale del
divano e si fa piccolo piccolo, e dice: «Hai visto? Sei contento?»
«Io? Contento? Che c’entro io, scusami?»
«C’entri, tu c’entri sempre. Quante volte ti ho detto che la stai viziando troppo?
Crede di comandare lei ormai.»
Poi, l’attimo seguente, Rosaria torna a fissare il padre. «Allora, non dici niente?»
«Che devo dire?»
«E figurati. E tu invece?» rivolta a mia madre.
Quest’ultima china il capo e ribatte con un sussurro: «Mi dispiace…»
«Mi dispiace di che? Di cosa? La vuoi smettere di chiedere scusa a tutti? Anche
per colpe non tue? Una vita passata a chiedere scusa… non è possibile!» e si
allontana anche lei dal salotto.
Passa qualche secondo prima che papà si accosti al mio orecchio per chiedere:
«Che dici, il gioco è finito? Possiamo alzarci?»
«Scusami, Rosaria» dico entrando in cucina, «mi spiegheresti per cortesia cosa
intendevi con la frase sui rimpianti?»
«Mario, per favore, non ti ci mettere pure tu stasera» risponde lei, alle prese col
muso lungo di Dora.
«Lascia stare» s’intromette mia madre, e mi dedica un sorriso dolce mentre
prepara una camomilla.
«Non ho capito, qui tutti possono dire la loro, gettare accuse sugli altri, e io non
posso neanche fare una domanda?»
«Bravo zio, finalmente ci sei arrivato» commenta Dora, il viso sostenuto dal
braccio poggiato sulla tavola, «tu non conti niente, come ogni uomo di questa
famiglia del resto. Come papà, e il nonno.»
Resto a guardarla sbigottito, allora lei aggiunge: «Io non c’entro, la colpa è loro»
e indica madre e nonna in piedi davanti a me.
«Dora, stasera stai superando ogni limite!» esclama Rosaria.
«Lasciala stare» ribatte mia madre, come non sapesse dire altro.
«Mà, non dirmi come educare mia figlia, che già ho un marito che sta crescendo
una ’stronzetta’!»
Nostra madre rimane di sasso e si porta le mani alla bocca, Dora, al contrario,
sbuffa, per nulla turbata dall’offesa ricevuta, si alza e, senza dire una parola, torna
sul divano. Io, invece, mi rifugio sul balcone e mi accendo una sigaretta, alla ricerca
di un po’ di pace. Mentre fumo, lo sguardo mi cade sul palazzo di fronte, dove c’è
una piccola stanza illuminata con l’albero in primo piano davanti alla finestra, e
sullo sfondo una tavolata piena di gente contenta che sistema i fagioli sulle cartelle.
Il più anziano ride e ogni tanto estrae un numero della tombola dal paniere. Sembra
di guardare una favola, e quasi mi sembra di sentire l’odore del marzapane nella
stanza e l’albero che canta le strofe di Jingle Bells. A soli dieci metri da questo
miscuglio di rancori tenuto insieme con un filo di cotone che è la nostra famiglia, ce
n’è un’altra che fa quello che dovrebbero fare tutte le famiglie a Natale: giocare a
tombola e sperare che la serata passi il più in fretta possibile.
«Mi offri una sigaretta?» chiede mia sorella appena giunta al mio fianco.
Le passo il pacchetto e resto a guardarla. Lei accende, fa un paio di tiri nervosi, e
dice: «Intendevo che… non lo so, mi sembri una di quelle persone che stanno
sempre a rinvangare il passato, a cercare nell’infanzia la risoluzione di tutti i
problemi. D’altronde, fai terapia da quanto? Sei troppo cervellotico, senti a me,
dovresti pensare meno e agire di più.»
Sorrido e attendo che lei faccia altrettanto, cosa che non avviene. Non sono tipo
da alimentare i conflitti, soprattutto in famiglia. Soprattutto a Natale. Però una cosa
la devo dire. «Sì, forse è vero, però tu fai l’esatto opposto, organizzi mille cose per
non fermarti a pensare mai, eppure non mi sembra che a te vada tutto alla
perfezione, anzi mi sa che la più incazzata fra noi, sei proprio tu.»
Rosaria spegne il mozzicone a metà e ribatte: «È che quei due vecchi di là mi
fanno impazzire, con la loro relazione piatta e le vite sempre uguali da
cinquant’anni. Li guardo e ho paura di diventare come loro, che si scambiano i ruoli
di vittima e carnefice di continuo.»
«Rosà» ribatto e spengo anch’io la cicca, «mi dici che penso troppo e poi sei
capace di cadere nel più classico dei trabocchetti: il Natale. Perché non fai come
me? Qualche stupido sorriso, un commentino ogni tanto, una sbirciata all’orologio e
via, alla tua vita, alla tua casa, che, ti ricordo, non è più questa. La vita intendo. E
anche la casa.»
Lei ride. «Ma come fai a farti scivolare le cose di dosso? Anche da piccolo, eri
capace di non arrabbiarti mai, nonostante le loro mille discussioni.»
«In realtà non me le faccio scivolare di dosso, le ingoio. Perciò pago un terapeuta,
che ha il difficile compito di insegnarmi a rimettere.»
Rosaria fa una smorfia di disgusto e mi abbraccia. «Sei pazzo» commenta poi.
«Segnati questa data sulla rubrica» replico subito, «così non mi dirai più che non
ti abbraccio.»
«Che c’entra, ti ho abbracciato io.»
«Vale uguale. E non voglio sentire ragioni.»
Rosaria sorride di nuovo, quindi si stacca un po’ da me, mi punta gli occhi e dice:
«Credevo fosse una bella idea quella di mamma. In fondo è vero che non parliamo
mai. Invece…»
«Invece è un’idea del cacchio, solo che a lei non l’ho potuto dire. Siamo andati
avanti per quarant’anni in famiglia a non parlare, perché cambiare le buone
abitudini? Perché rompere un equilibrio raggiunto con tanti sacrifici?»
«Scemo…» fa lei e mi tira uno schiaffetto.
«Ragazzi, venite» si affaccia mamma, «che non abbiamo ancora finito. È il turno
di vostro padre.»
«Ma come fa a fingere che vada sempre tutto bene?» domanda Rosaria quando lei
è già in salotto.
«Non lo so, ma credo sia la sua salvezza.»
«Allora… insomma, che devo dire?»
Mamma sbuffa, seguita a ruota da Rosaria.
«Che devi dire, pà, secondo te? Che cosa abbiamo fatto finora?»
«Va be’, dai, se non ne è capace, passiamo al prossimo» commenta mamma.
«No» ribatte subito Rosaria, «tutti stiamo facendo questo giochino, e lo fa pure
lui. Può essere che una volta tanto avremo l’onore di ascoltare cosa gli passa per la
testa!»
Osvaldo afferra il braccio della moglie nel tentativo di rabbonirla, ma il gesto ha
l’effetto contrario; Rosaria si divincola e dice: «Osvà, mi devi fare il piacere, ti devi
fare i fatti tuoi. Che, io intervengo quando siamo da tua madre? Eppure potrei farlo,
visto che quella vipera non apre bocca se non per colpire il prossimo!»
«Rosaria, non ricominciare con mamma!» alza la voce Osvaldo, che per la prima
volta da che lo conosco mi sembra davvero incazzato.
«Nonno, per cortesia, dacci questi consigli, se no ’sti due ricominciano»
interviene Dora, mentre scrive al telefonino.
«Dai, papà, levati ’sto dente» sussurro.
Lui fa uno sbuffo, socchiude gli occhi, accavalla le gambe, e inizia: «Vabbuò, e
parliamo! Rosà, tu sei la mia vita, lo sai, sei sempre stata la più…» poi si blocca, si
gira verso di me e sorride. Io alzo le spalle e allora lui prosegue: «Insomma, la figlia
femmina è quella più coccolata. Questo è risaputo. Però, ecco, insomma… non so
come dirtelo, ma… adesso… hai un po’ rotto le palle!»
Rosaria dedica al padre uno sguardo smarrito, come mia madre del resto. E come
me, che, però, sotto i baffi me la rido pure. «E che diamine, stai sempre arrabbiata
figlia mia, e che è? Dovresti calmarti un po’. Perché non ti iscrivi con tua madre a
yoga?»
Rosaria si strofina le mani sui pantaloni prima di ribattere con voce glaciale:
«Come se avessi il tempo di fare yoga.»
«Amore» interviene Osvaldo, e alza le mani per discolparsi, «se è per la cena, io
te l’ho detto, aspetto, non c’è problema. Se è solo una volta a settimana, ovvio.»
Rosaria prosegue come se il marito non avesse parlato. «E, comunque, se sto
sempre tesa è anche per colpa vostra.»
«Di chi?» chiede papà.
«Tua e di mamma.»
«Sì, va be’, la solita solfa dei genitori carenti. Rosà, tieni quarantacinque anni,
potresti anche iniziare ad assumerti qualche responsabilità per le mancanze della tua
vita!»
Nella stanza cala un silenzio strano; non è solo imbarazzo, è più che altro stupore
per aver ascoltato un pensiero dal risvolto psicologico da parte di papà, che da
quindici anni in famiglia parla solo di cibo, sport, e qualche volta politica. Perciò è
tale l’incredulità che anche Rosaria rimane a fissare il padre senza dire una parola,
mentre il viso le si contorce in una smorfia trattenuta di pianto che mi porta alla
mente la Rosaria piccola, che di fronte ai rimbrotti di lui faceva lo stesso, tentava di
arrestare le lacrime per non dargliela vinta. Allora decido di intervenire, anche se mi
ero ripromesso di sorridere sornione per l’intera serata, in attesa di sgusciare via allo
scoccare della mezzanotte. «Sentite, capisco l’entusiasmo per il nuovo gioco e per
l’idea di volerci confrontare, ma perché non torniamo al vecchio Natale, quello di
sempre?»
«E non abbiamo i regali però» commenta Osvaldo.
«Zio, guarda che ormai non si può tornare indietro» afferma Dora, che a quindici
anni ha già capito meglio di me un comandamento essenziale della vita: indietro non
si torna. Per fortuna o purtroppo.
«Chi ti ha detto che io abbia delle mancanze? E, soprattutto, chi ti dà il diritto di
dare giudizi?» riesce, infine, a reagire Rosaria. Dopo un primo istante di
assestamento, è partita alla carica.
«In realtà è proprio il gioco che prevede di dare giudizi…» intervengo con una
risatina che mi muore sul viso appena mia sorella si gira e mi dedica uno sguardo
truce, molto simile a quello che mi fulminò quando le versai l’intera tazza di latte
bollente sull’album delle figurine di Candy Candy.
«Non do giudizi, amore, partecipo al gioco, come tua madre mi ha chiesto di
fare…»
«Sì, tesoro» interviene quest’ultima, «è solo un gioco.»
«E allora non voglio più giocare» ribatte Rosaria e si riversa di nuovo nel
corridoio.
«Sei contenta adesso?» domanda papà, e fissa la moglie con le braccia conserte al
petto. Questa china il capo e sussurra: «Non è colpa mia se non riusciamo a
scambiarci un pensiero senza litigare.»
«Mà, non si possono dare consigli in famiglia senza litigare» rispondo io,
«dovresti averlo capito alla tua età. Se c’è una cosa di insanabile nella vita, sono
proprio le ferite familiari.»
Lei si zittisce, così decido di prendere in mano la situazione. «A ogni modo,
adesso dico i miei consigli e poi ce ne andiamo a dormire.»
«Non è il caso» replica mia madre.
«Sì, invece è il caso. Siccome sono qui da un’ora a sorbirmi questa tortura, adesso
dico anche io la mia. Allora, a te, mamma, consiglio di cercare quello che ti manca
al di fuori di queste quattro mura. Se papà ha deciso di attendere la morte, fatti
un’amante e lascialo qui a marcire!»
Lei cerca di stopparmi, ma ormai sono un fiume in piena. «A te, invece» e guardo
lui, «consiglio di tornare a cucirti la bocca o, semmai, a conversare di sport e
politica, che i rapporti umani non sono proprio il tuo forte. A te, Osvà, invece, non
consiglio proprio un bel niente, anzi, no, consiglio di restare quel che sei, che se per
caso dovessi cambiare, forse non saresti più in grado di passare la vita accanto a mia
sorella.»
«Mario…» tenta di dire ancora mia madre, ma io proseguo. «A mia sorella, che è
di là e non può sentirmi, consiglio semplicemente di amarsi un po’ di più, e a te
invece» e mi giro a fissare Dora, «do il primo consiglio sentito e sensato della
serata. Perché credo che tu sia l’unica che ne abbia davvero bisogno. O, forse,
l’unica alla quale non servono consigli. In ogni caso ti dico di prendere la vita a
morsi, tu che ancora puoi, cioè di sfruttare al meglio la sola occasione che ti è stata
data su questa terra, e quindi di vivere a mille all’ora, di riempirti di bellezza e di
non pensare troppo, ma di muoverti sempre, di amare il più possibile, di ridere a
crepapelle ogni giorno, di fare sempre qualcosa di nuovo, e di non perdere tempo a
soffrire inutilmente. Che tempo ne abbiamo poco.»
Quando smetto di vomitare le tante parole ingoiate negli ultimi anni, mi rendo
conto che tutti si sono zittiti e nella casa sembra essere tornata la calma. Persino mia
sorella si è rifatta viva e ora mi guarda commossa, appoggiata allo stipite della porta
con le braccia al petto, mentre tenta di nascondere le lacrime all’interno degli occhi.
Dora, invece, si alza e mi bacia sulla guancia. Poi va dalla madre e la abbraccia,
anche se il gesto appare abbastanza forzato. Solo che è sufficiente per far
commuovere la nonna, mentre il nonno inizia il solito balletto per sistemarsi meglio
sulla poltrona, come fa sempre quando è in imbarazzo. Osvaldo sorride, e io con lui.
Non so come, ma stavolta sono riuscito a combinare qualcosa di buono. Perciò mi
alzo soddisfatto, soprattutto perché ho posto fine al giochino pericoloso, e mi avvio
a prendere il giubbino dall’attaccapanni. È Dora a fermarmi. «No, se permettete,
tocca a me concludere il giro.»
Sgrano gli occhi e mi risiedo, mentre con la coda dell’occhio noto papà che si
guarda attorno terrorizzato; anche lui credeva che la serata fosse finita. Nessuno,
infatti, ha mai pensato davvero che gli altri sentissero la necessità di ascoltare i
consigli di Osvaldo.
Dora attacca a parlare. «Ai nonni dico: avete passato una vita insieme, e per me
questa è una cosa enorme, non so come sia possibile stare cinquant’anni con la
stessa persona accanto. Eppure voi l’avete fatto. Dovreste essere fieri e smetterla di
litigare. Ecco, questo penso. A te, zio, consiglio, invece, di fare le stesse cose che
hai consigliato a me. In fondo sei ancora abbastanza giovane per poter prendere a
morsi la vita. E a voi due» e fissa con aria dura i genitori, «dico l’esatto contrario: di
pensare un po’ di più alla vita dei vostri figli, e intendo i gemelli, che tanto io sono
grande ormai.»
Quando Dora finisce, Rosaria sta ormai piangendo. Osvaldo, invece, si guarda di
nuovo la pancia, e i nonni fissano i pavimenti. Perfetto, il regalo migliore ancora
doveva essere scartocciato. Benedetto Natale!
«Cosa ti ho fatto mai mancare?» domanda allora mia sorella con un filo di voce,
mentre una lacrima le scivola via sulla guancia.
«Vuoi che ti faccia un elenco?»
«Rosà, mo basta» dice Osvaldo, e si alza nel tentativo di zittire la moglie.
«Non ti permetto di dirmi cosa fare» urla lei, «se tu te ne freghi di quello che dice
tua figlia, io no, io voglio sapere perché ci odia!»
Dora sbuffa di nuovo e se ne va, forse per nascondere il pianto. È nostra madre a
intervenire. «Rosaria» dice, «non fare così, è una fase dell’adolescenza, Dora ora
deve ribellarsi a voi, ma presto capirà. Anche tu lo hai fatto…»
«E no» ribatte Rosaria, «io non l’ho mai fatto, non mi sono mai permessa di dire
che con i vostri continui litigi mi avete rovinato l’infanzia. È stato Mario a farlo, io,
invece, ero troppo «perfettina» per mandarvi a quel paese. A me non era permesso.
E allora sapete che c’è? Che ve lo dico adesso: mi avete rovinato l’infanzia. Ecco,
l’ho detto!» e si lascia andare a un agognato sospiro.
«Rosaria, e dai, smettila!» interviene Osvaldo, che ha smarrito anche l’ultimo
residuo di allegria dal volto.
«Osvà, fatti i fatti tuoi e pensa a tua figlia!»
«Rosaria…» ribatte di nuovo mamma, ormai sull’orlo del pianto e in preda allo
sconforto.
Solo che a questo punto è nostro padre a prendere in mano la situazione; si alza a
fatica dalla poltrona, si schiarisce la voce, e urla: «Basta!»
Tutti si zittiscono e si girano all’unisono verso di lui, e nel silenzio improvviso la
canzoncina natalizia che sgorga dal pennacchio dell’albero prende il sopravvento
per qualche secondo.
«E mo ci avete rotto i coglioni! Tutti quanti! Non voglio più ascoltare una sola
parola. Un solo fottuto consiglio. Anzi, sapete che vi dico? Che ora vado a fare pipì,
così non vi sento più nelle orecchie». Quindi infila il corridoio strascicando le
pantofole e si chiude nel gabinetto.
Allora decido di approfittare del momento di stasi, mi alzo e afferro il giubbino,
do un bacio sulla fronte a mamma, che non parla più, carezzo la guancia di Rosaria,
che fissa il pavimento, do una pacca sulla spalla a Osvaldo, e strizzo l’occhio a mia
nipote, che se ne sta appoggiata al lavello della cucina con le mani in tasca. Quindi
mi avvio all’ingresso, dove ad attendermi c’è ancora il Babbo Natale che mi scruta
con i suoi occhietti furbi nascosti dietro la folta barba bianca. Gli lancio un’occhiata
e premo il pulsante di accensione, e subito lui riprende a ballare goffamente. Poi
apro la porta e resto ad attendere l’arrivo dell’ascensore. Dopo un po’ arriva papà,
che mi guarda e commenta: «È stata un’idea stupida.»
«Già.»
«Ma vedrai che domani sarà già tutto dimenticato. Le famiglie sono così…»
«Già.»
«Tu che fai, ci sei a pranzo?»
«Sì, certo.»
«Bene. A domani allora.»
«Notte, pà.»
Arriva l’ascensore e apro le porte. Lui, però, mi blocca e mi fissa un istante prima
di domandare: «L’anno prossimo me lo fai un favore?»
Attendo in silenzio che prosegua.
«Mi regali un bel paio di calzini pesanti? Semmai quelli con i rombi, come
piacciono a me.» Quindi mi dà un buffetto sulla guancia e scoppia a ridere.
Sorrido anch’io e premo il pulsante sulla tastiera. Un bel paio di calzini con i
rombi. Sì, proprio quello che gli avevo comprato quest’anno. Il regalo perfetto. Se ci
fossero stati loro sotto l’albero, adesso staremmo giocando a tombola, proprio come
la famiglia allegra nel palazzo di fronte. Se ci fossero stati loro, non ci sarebbero
stati i consigli, non ci saremmo stati noi. I veri noi. Che sono quelli che rovinano le
feste.
Per fortuna bastano dei semplici calzini per comprarsi la pace.
È questo che rende magico il Natale.