Mao
ha quindici anni e una vita già troppo ingarbugliata. Vive con la madre in una
comunità religiosa nata attorno alla figura della nonna, una guaritrice
considerata veggente, morta da poco. Da quando lei non c’è più, quel gruppo di
hippy spirituali sta scivolando verso un fondamentalismo strano, inquietante.
Dalla
nonna le è rimasto solo un lascito di parole oscure: che impazzirà, se non
seguirà la strada della pittura; che la
sua salvezza arriverà da lontano, da un ragazzo arrivato dall’India di nome Hachi;
che lei sarà la sua ultima amante. Frasi che sembrano più un rebus che un
destino.
Quando
la comunità si irrigidisce e la casa diventa una gabbia, Mao capisce che
restare non è più possibile. Durante una delle sue fughe incontra proprio un
ragazzo che corrisponde alla descrizione fattale dalla nonna. Non sa ancora dove la porterà quella
profezia, ma sa che il suo cammino non può che cominciare lasciando dietro di
sé il villaggio dell’amore.
Reggere
tutta questa intensità sapendo che la storia d’amore sta per finire è per il lettore quasi un
esercizio di resistenza emotiva. Le
pagine si fanno più dense, l’ansia cresce eppure tutto è già scritto, il
destino ha tracciato la strada fin dall’inizio. Le parole della nonna a Mao
non sono solo un presagio, sono la consapevolezza che certe traiettorie non si
possono evitare.
Forse
per una mentalità giapponese, abituata al qui e ora, al lasciare andare come
gesto naturale, questo passaggio risulta più comprensibile. Per noi
occidentali, invece, abituati a trattenere, a spiegare, a dare un nome a tutto,
queste pagine risultano quasi spiazzanti. Se poi consideriamo la giovane età dei protagonisti, le loro
scelte così definitive, così radicali diventano ancora più stranianti. Hachikō
che decide, Mao che si lascia vivere: due estremi che, proprio perché i
protagonisti sono tanto giovani, fanno ancora più rumore.
Il romanzo di Banana
Yoshimoto è un libro intenso. Porta con sé un messaggio semplice eppure
difficile da incarnare: se imparassimo ad amarci un po’ di più, forse
proveremmo meno rancore verso ciò che la vita ci toglie. L’accettazione non è resa, ma un modo per respirare meglio, per capire
chi siamo davvero e cosa desideriamo, senza pretendere che tutto sia già chiaro
dentro di noi. Cercare il proprio centro è fatica, ma è l’unica strada per
vivere in sintonia con il nostro io più autentico.
C’è
anche un invito sottile a guardare i
“nemici” per ciò che sono: esseri umani. Metterli in questa categoria,
spogliarli del potere che diamo loro, rende più facile non odiarli. Non per loro,
ma per noi stessi, per alleggerire il peso che portiamo.
Il tempo che scorre
non è mai inutile.
Anche quando sembra lento, anche quando
fa male, porta con sé un senso che spesso comprendiamo solo dopo.
Serve
coraggio per seguire la propria strada, per fregarsene delle aspettative, per
accettare che quando una persona sceglie davvero il proprio cammino, nulla di
ciò che facciamo potrà cambiarlo. Possiamo solo lasciare andare. E in questo
gesto così difficile, così necessario c’è forse la forma più pura di salvezza:
accettare l’altro, accettare il tempo, accettare che tutto scorre.
